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sabato 16 giugno 2018

La storia delle neuroscienze





Con questo articolo intendo incominciare ad addentrarmi nel tema delle neuroscienze. Incomincio con una piccola presentazione della storia delle neuroscienze dai tempi antichi sino ad oggi, cercando di ripercorrere almeno le tappe più importanti della loro storia, includendo anche alcuni filosofi che hanno preso attivamente parte in questa storia. Le neuroscienze hanno avuto sviluppi sorprendenti nell'ultimo secolo, grazie alle nuove tecnologie, ma le loro origini risalgono ai tempi dei greci.






Il primo protagonista della storia è Galeno. Galeno è un medico nato nel 129 a Pergamo (città dell'Asia minore). Questo medico ha svolto un ruolo cruciale nella storia delle neuroscienze, visto che i suoi principi erano ancora seguiti nel Rinascimento e per molti secoli è stata una delle figure di riferimento nello studio del cervello. Egli si è formato in medicina, ma anche in filosofia. Ha studiato, ad esempio, presso la scuola platonica e quella aristotelica, dalle quali il suo pensiero ha certamente subito un'influenza. Galeno è uno dei primi a collocare la mente nel cervello. Egli ha individuato, infatti, il cervello come sede della razionalità, il cuore come sede delle passioni e il fegato come sede dell'appetito. Due concetti importanti per comprendere le neuroscienze antiche e moderne sono lo spirito vitale e lo spirito animale. Il principio della vita, secondo Galeno, consiste nel pneuma. Il pneuma è una specie di soffio caldo. Secondo Galeno il cibo che mangiamo, giungendo al fegato, diventa sangue venoso e rimane impregnato dallo spirito naturale, il quale ha origine nel fegato. Il sangue, depurato dai polmoni, arriva al cuore. Una parte di esso, incontrando il pneuma, diventa spirito vitale. Lo spirito vitale ha origine nel cuore, si diffonde in tutto il corpo e lo rende vivo. Una parte di questo spirito arriva sino al cervello. Nel cervello si genera lo spirito animale, spirito che permette al cervello di funzionare. I nervi, secondo Galeno, sono attraversati dagli "umori", ossia da questi spiriti animali. Galeno sostiene che il cervello è diviso in camere o celle. Le camere del cervello sono tre: la prima camera è detta fantastica e riceve i dati dai cinque sensi; la seconda camera è detta razionale e si occupa della codificazione e della distinzione dei dati ricevuti; la terza camera è detta memoriale e svolge la funzione della ritenzione della traccia del ricordo. Le camere sono ordinate in questo modo: la prima camera corrisponde alla prima cavità del cervello, la seconda alla cavità intermedia e la terza alla cavità posteriore. Questo modello è rimasto valido per parecchi secoli, lungo tutto il medioevo e nel rinascimento. In particolare questo modello del cervello è stato impiegato da importati filosofi medioevali come Avicenna o Averroè. 




 

Il secondo protagonista della storia delle neuroscienze che qui inserisco è Cartesio. Cartesio nasce nel 1596 e muore nel 1650. Il modello di Galeno è stato un riferimento per lungo tempo e anche in Cartesio si trovano alcuni termini che provengono da quell'autore, termini come "spiriti animali" e "spiriti vitali". Vediamo però cosa ha detto Cartesio sul tema del cervello. Nel Discorso sul metodo Cartesio, nella quinta parte, incomincia a spiegare come funziona il corpo umano. In particolare parla della relazione tra il cervello e il cuore. Cartesio pensa che il cuore funzioni come una pompa che mette in circolazione il sangue in tutto il corpo. Il cuore è fonte e origine di calore, perciò se il calore è distribuito in tutto il corpo, è perché il cuore in quanto pompa lo distribuisce lui stesso mettendo il sangue in circolazione. Il cuore comunica anche con il cervello ed è dal cervello che si generano gli spiriti animali, i quali sono poi diffusi in tutti gli arti e i nervi. Cartesio ha il merito di aver definito un certo modo di pensare il corpo che è tipico della medicina occidentale: il corpo è una macchina. Anche il cervello è una macchina e questo modello è ancora un punto di riferimento importante nelle neuroscienze attuali, laddove oggi si discute molto dell'analogia tra il cervello e il computer. Cartesio non conosceva il computer, ma conosceva gli automi (macchine che sapevano ben riprodurre una serie di movimenti umani una volta che venivano caricate). Il corpo è una macchina, ma l'uomo non è una macchina, in quanto l'uomo ha un'anima. Cartesio è famoso per la sua concezione dualista. Secondo Cartesio esistono due tipi di sostanze: res cogitans; res extensa. La res cogitans è la sostanza pensante o lo spirito, mentre la res extensa è la sostanza estesa o la materia. Questa concezione dualistica ha dettato le coordinate del pensiero classico sul rapporto mente/corpo. Di solito si dice che la mente è interna, mentre il corpo esterno. Si dice anche che la mente è privata, nella misura in cui solo noi soli sappiamo cosa pensiamo e cosa accade in essa, mentre il corpo è pubblico perché possono vederlo tutti. Questo modo di pensare è tipicamente dualista ed è possibile rintracciarne l'origine in Cartesio. Cartesio pensa che l'anima sia il pilota e il corpo la sua nave, ma qual'è il timone? come fa la mente a comunicare con il corpo? Secondo Cartesio è la ghiandola pineale che permette la comunicazione dello spirito con il corpo. Questa ghiandola si trova al centro del cervello nell'epitalamo. Questa affermazione di Cartesio è interessante, sebbene non costituisca una teoria valida, perché è il frutto di studi che Cartesio ha fatto sul cervello. Cartesio, anche come filosofo, faceva anatomia, studiava attivamente la ghiandola come parte del cervello.



Mi muovo rapidamente nei secoli e designo come terzo protagonista della storia delle neuroscienze un medico italiano: Camillo Golgi. Camillo Golgi nasce nel 1843 e muore nel 1926. Egli ha dato importanti contributi all'istiologia. Golgi è importante per il suo metodo di colorazione delle cellule e per la scoperta dell'apparato reticolare. Golgi, combinando l'acido osmico, il bicromato di potassio e il nitrato di argento, ottenne una soluzione argentata attraverso la quale, colorando le parti interessante del cervello, riusciva a mettere ben in evidenza gli assoni e le varie cellule di una determinata zona cerebrale, facilitando in questo modo lo studio e l'osservazione del cervello stesso. È con questo metodo che Golgi scoprì l'apparato reticolare nel cervello. Parlare di reticoli significa parlare di reti, tuttavia la rete non è continua perché esistono cellule distinte: i neuroni. All'epoca Santiago Ramon y Cajal (1852-1934), medico e istologo spagnolo, aveva già costruito un avanzato modello sul neurone. Secondo questo modello il neurone è un corpo cellulare (soma) dal quale si espandono i dendriti da un lato e l'assone dall'altro. 

 

A partire dalla seconda metà dell'800' si sono delineate in neuroscienze due posizioni differenti: gli olisti e i funzionalisti. Un olista in ambito neuroscientifico è uno studioso che pensa che l'interno cervello sia coinvolto nell'adempimento di attività di carattere cognitivo. Un funzionalista, invece, crede che solo alcune aree del cervello si attivano nell'adempimento di attività di carattere cognitivo. Un olista nelle neuroscienze è sicuramente Sigmund Freud (1856-1939). Freud, in questo senso, costituisce il quinto protagonista della mia breve storia delle neuroscienze. Freud, all'inizio, credeva che l'inconscio facesse parte del cervello. In questa fase, ossia prima di abbandonare questa teoria, Freud scrive testi interessanti sul tema del cervello. Per esempio Freud scrive il Progetto di una psicologia, pubblicato postumo a partire dai testi che il collega Fliess aveva conservato. Nello scritto Freud indaga le origini del ricordo a partire dalla struttura del cervello. La struttura del cervello è a rete e in questa rete sono rintracciabili elementi distinti definiti con il nome di “neuroni”. Il neurone è composto dal soma, i dendriti, l'assone e le sinapsi. Lo stimolo che arriva dai dendriti, viene fatto scorrere lungo l'assone, fino ad arrivare alle sinapsi che sono sull'altra estremità. Secondo Freud il cervello è attraversato da una certa quantità di energia (Qn) che mano a mano si scarica, incontrando delle resistenze. Freud sostiene l'esistenza di tre tipologie di neuroni che chiama con le lettere greche: φ,ψ,ω. Il primo tipo di neuroni sono i neuroni permeabili, chiamati da Freud con la lettera φ. Freud sostiene che la funzione del sistema nervoso sia quella dello scaricamento, dunque il sistema nervoso tende all'inerzia. L'energia psichica che si scarica lungo i neuroni permeabili non incontra alcun ostacolo. Il secondo tipo di neuroni sono i neuroni impermeabili, chiamati da Freud con la lettera ψ. Questo tipo di neuroni offrono resistenza all'energia psichica che scorre nel sistema nervoso, trattenendo la Qn. È con questa forma di resistenza, ipotizzando barriere di contatto tra i neuroni, che Freud tenta di spiegare il funzionamento della memoria nel cervello. Freud ipotizza che la ritenzione della traccia funzioni a partire da energia cerebrale o psichica che viene trattenuta e che incontra una resistenza. Tuttavia non è la quantità che spiega la memoria, questa quantità deve diventare qualità, ossia deve diminuire quasi a diventare zero. Per questo Freud inserisce in più anche un terzo tipo di neuroni, chiamati con la lettera ω. Questo tipo di neuroni è molto più impermeabile del precedente e Freud ne fa uso anche per spiegare l'origine della coscienza. Freud non divide il cervello per aree, piuttosto egli distingue tre tipologie di neuroni.




Con gli studi sulle lesioni, notando che a ferite su certe zone del cervello corrispondevano deficit altrettanto particolari, la teoria olista del cervello è venuta decisamente meno, con il conseguente vantaggio per la teoria funzionalista. Torno indietro un po' di anni nel tempo per ritrovare le origini della teoria funzionale nella frenologia. Joseph Gall fu uno dei più importanti frenologi. Gall è il sesto protagonista della storia delle neuroscienze. Gall molto probabilmente ha portato la teoria funzionalista ad un livello abbastanza estremo, assegnando ad ogni singola porzione del cervello una funzione. Franz Joseph Gall nasce a Tiefenbrunn Baden il 9 marzo 1758 e muore a Montrouge il 22 agosto 1828. Secondo Gall il cervello è composto da un insieme di parti, ciascuna con la propria funzione. Gall studia il cranio e ne definisce una mappa per aree. A partire da questo studio del cranio individua le varie aree-funzionali. Dalla lettura del cranio e della sua conformazione si potevano dedurre le attitudini dei vari soggetti studiati. Il cervello è stato diviso da parte di Gall in ben 26 aree, ciascuna con degli scopi precisi. Gall fu il primo a pensare che il cervello fosse diviso in aree e che queste aree avessero scopi ben definiti. Oggi questo è confermato, tuttavia non si parla più di centri, ma di sistemi di parti interconnesse. In più Gall credeva che questi organi, o parti del cervello, avessero prestazioni differenti a seconda delle dimensioni e che le facoltà che dipendevano da queste fossero innate, ma queste idee non sono state confermate dalle neuroscienze attuali. La frenologia all'epoca ebbe un ampio utilizzo: Gall studiò i criminali, le conformazioni del loro cranio ed era certo di determinare perché fossero criminali dallo studio del cranio; allo stesso modo la frenologia veniva impiegata dai datori di lavoro per selezionare i candidati. 

 

L'ipotesi funzionalista è diventata nel tempo il modello di orientamento delle neuroscienze. Oggi abbiamo individuato almeno tutte quelle aree che riguardano la sensibilità o le funzioni motorie. Le aree visive, ad esempio, sono situate nel lobo occipitale. La parte più difficile delle neuroscienze riguarda lo studio delle facoltà superiori dell'uomo, quelle che, da quel che si sa, concernono la materia grigia. Una delle prime facoltà superiori dell'uomo che è stata studiata in neuroscienze è il linguaggio. Le neuroscienze così come le conosciamo oggi hanno alle spalle due grandi scienziati che si sono occupati dello studio del linguaggio nel cervello e hanno ottenuto importanti scoperte. Carl Wernicke (1848-1905) e Paul Broca (1824-1880) costituiscono il settimo e l'ottavo protagonista della storia delle neuroscienze. Wernicke e Broca sono diventanti due famosi neuroscienziati a seguito della scoperta di determinate e rispettive aree del cervello: l'area di Wernicke e l'area di Broca. L'area di Broca è situata nel lobo frontale del cervello. Broca ha constatato in un certo numero di pazienti che una lesione in quell'area provocava l'incapacità di pronunciare le parole, ossia andava a danneggiare la facoltà motoria relativa al linguaggio. Un caso famoso è quello del paziente “Tan”, chiamato così, proprio perché era l'unica parola che riusciva a pronunciare. Deficit di questo tipo sono chiamati normalmente in neuroscienze “afasie”. L'area di Wernicke, invece, è situata nel lobo temporale. Mentre i pazienti di Broca non sapevano pronunciare le parole, ma le comprendevano benissimo, nel caso di Wernicke l'afasia riguardava proprio la comprensione delle parole. Il soggetto che ha una afasia nell'area di Wernicke è perfettamente in grado di parlare, ma se gli chiedessimo di ripeterci quello che gli stiamo dicendo, egli presenterebbe difficoltà nel farlo. Dunque l'area di Broca è connessa con la sintassi, mentre quella di Wernicke con la semantica.

Siamo arrivati nel pieno novecento. Il nono e il decimo protagonista della storia delle neuroscienze sono Alan Lloyd Hodgkin (1914-1998) e Andrew Huxley (1917-2012). Entrambi hanno ricevuto premi nobel per le loro ricerche. I due neuroscienziati hanno spesso collaborato assieme arrivando ad importanti risultati sulla natura chimica del segnale nervoso. Lo studio dei due scienziati si è concentrato sul sistema nervoso dei calamari. Gli esperimenti effettuati sugli assoni dei calamari avevo lo scopo di studiare il fenomeno delle scariche elettriche del cervello. Visti i mezzi che esistevano all'epoca, serviva un lungo assone per poter compiere gli studi e i calamari tornavano utili proprio in questo. Infatti il calamaro possiede un solo neurone molto grande. Con le loro ricerche scoprirono l'importanza svolta dal potenziale di membrana, in quanto il segnale trasmesso nelle fibre nervose non consiste in altro che in una modificazione del potenziale. In questo modo si spiega il funzionamento del sistema nervoso a partire da scariche elettriche. Alan Lloyd Hodgkin e Andrew Huxley hanno inoltre ipotizzato l'esistenza di un canale ionico all'interno della membrana della cellula. L'esistenza di questo canale è stata confermata successivamente.

Con Wernicke e Broca parte lo studio delle facoltà superiori. All'inizio la ricerca si rivolgeva verso temi come il linguaggio, il pensiero e la razionalità. Tuttavia fenomeni come le emozioni e i sentimenti non erano ancora studiati nelle neuroscienze. Perché ciò avvenga bisogna aspettare due importanti neuroscienziati come Joseph LeDoux e Antonio Damasio. LeDoux, neuroscienziato contemporaneo nato nel 1949, dedica i suoi studi alle emozioni e crede che le emozioni dipendano da funzioni biologiche. Nel particolare riconosce una relazione esistente tra l'amigdala e le emozioni. Le emozioni, in questo senso, si hanno in conseguenza dell'attivazione dell'amigdala e sono del tutto inconsce. Un'emozione genera una reazione del corpo e solo in un secondo momento diventa emozione cosciente, nel senso che interviene la parte razionale sulla reazione emotiva. Antonio Damasio, neuroscienziato portoghese, anche lui contemporaneo, è famoso per i suoi studi e le sue ricerche sulle emozioni. In qualità di neuroscienziato si è interessato molto della filosofia moderna (Cartesio e Spinoza) e della filosofia contemporanea (i Curchland, Daniel Dennett, ecc.). Damasio ha scritto un libro famoso che si intitola: L'errore di Cartesio. In questo scritto egli mostra come una serie di pazienti da lui studiati, i quali avevano subito una lesione al lobo frontale, o hanno dovuto farselo asportare a causa di tumori, hanno tutti perso sia la razionalità che le emozioni. A questo punto Damasio ha iniziato a supporre una relazione tra i due fenomeni, tale per cui non si può essere razionali senza provare emozioni. I soggetti da lui studiati presentavano un'incapacità nella pianificazione del proprio futuro (perdita di razionalità) e una totale freddezza (perdita delle emozioni).

Antonio Damasio ha sviluppato una sua teoria delle emozioni. Il filosofo William James, osserva Damasio, sosteneva che, tolti tutti gli aspetti fisici dell'emozione (aumento del battito cardiaco, tensione nei muscoli, pelle d'oca, un certo sguardo, ecc.), non rimarrebbe nulla di più. Con il filosofo James nasce l'idea che l'emozione può essere ridotta semplicemente alle sue basi biologiche. Damasio, il quale simpatizza per l'osservazione di James, ha costruito nel tempo una teoria sul funzionamento delle emozioni. Egli distingue due forme di emozioni: emozioni primarie; emozioni secondarie. Le emozioni primarie appartengono alla fase iniziale, mentre quelle secondarie alla fase adulta. Delle primarie Damasio cita il caso della paura di determinati tipi di animali (ragno, serpente, aquila, ecc.). La reazione emotiva, in questo caso, avviene ben prima che noi stessi ne siamo consapevoli ed è difficile averne un controllo. Damasio spiega che in questi casi da un lato le cortecce sensitive sono informate e categorizzano l'oggetto visto, dall'altro, a seguito degli stessi segnali, si attiva l'amigdala. Damasio fa dipendere in generale le emozioni primarie dai circuiti del sistema limbico, dall'amigdala e dal cingolato anteriore. Questa prima forma di emozioni sono in noi sin da piccoli, mentre le emozioni secondarie si sviluppano in fasi più avanzate e presuppongono le emozioni primarie. Esempi di emozioni secondarie per Damasio sono: la perdita di un caro o l'incontro di un vecchio amico. Dal quel momento, ossia da quando accade un evento simile, la nostra vita cambia e cambia anche il nostro corpo. Prima di tutto, osserva Damasio, saremo condizionati da immagini mentali di quella persona ed eventuali ricordi. Tutto questo involve l'attivazione delle cortecce sensitive. Date queste immagini, afferma Damasio, abbiamo attivazioni di reti neurali nella corteccia prefrontale e a queste segue l'attivazione dell'amigdala e del cingolato anteriore. Questi ultimi attivano il sistema nervoso autonomo tramite segnali che arrivano ai nervi periferici e alle aree motorie del cervello. Tutto questo genera uno stato emotivo nel corpo, manifestato dai mutamenti nel corpo stesso. I pazienti che aveva studiato Damasio, i quali presentavano lesioni alle aree prefrontali mostravano deficienze per quanto riguarda le emozioni secondarie. Di questi soggetti Damasio ha riscontrato che, non solo sembravano non provare più emozioni, ma avevano perso completamente la capacità di pianificare il proprio futuro. Essi avevano perso, in un certo senso, la ragione. Di che ragione si parla? Damasio distingue una forma di razionalità più pratica e sociale, con la quale scegliamo tra le varie opzioni che ci offre la vita quella che ci sembra più razionale, da una ragione teoretica che adoperiamo quando dobbiamo risolvere problemi più astratti, come ad esempio un problema di geometria. La ragione a cui si riferisce Damasio è la ragione sociale. Su questa forma di razionalità egli afferma che non può funzionare realmente bene senza le emozioni. Damasio, dunque, intende abbattere completamente l'idea kantiana della ragione pura, questo lo manifesta chiaramente. Ciò non significa essere contro la filosofia. Anzi, molte delle affermazioni di Damasio, confermano le tesi di famosi filosofi come Spinoza o David Hume, i quali sono dei veri e propri riferimenti nelle ricerche di Damasio. Antonio Damasio si è formato una teoria sul funzionamento della razionalità e del processo razionale, la quale mette in campo le emozioni. Questo modello di razionalità è basato sul concetto di "marcatore somatico". Spesso si pensa che il ragionamento in una scelta consista nella valutazione dei vantaggi e degli svantaggi in una certa gamma di opzioni. Razionale è, in questa concezione, scegliere l'opzione più vantaggiosa. Damasio spiega che questo modello non è in grado di chiarire come una scelta avvenga con una certa rapidità. Se dovessimo davvero valutare ogni singola opzione e calcolare per ognuna di esse i vantaggi e gli svantaggi, ne seguirebbe un calcolo lunghissimo. Molti credono che questo dipenda dal fatto che la gente non ha molta familiarità con il calcolo delle probabilità. Sebbene questo possa essere vero, questa osservazione non risponde al problema posto da Damasio. Damasio, al contrario, pensa una teoria del "marcatore somatico". Secondo questa teoria, delle reazioni somatiche di carattere emotivo, come ad esempio determinate sensazioni nel corpo, accompagnano una determinata rappresentazione sia che si tratti della rappresentazione di una opzione vantaggiosa, sia che si tratti della rappresentazione di una opzione svantaggiosa. Il marcatore somatico segna determinate opzioni, di modo che noi possiamo categorizzarle. Di fronte a reazioni spiacevoli, a seguito di una scelta che si deve intraprendere, scaturite dall'idea di poter optare per una certa scelta, il soggetto opta per qualcos'altro. Questo fenomeno è ciò che viene a mancare nei pazienti di Damasio ed è quel che spiega la relazione tra la ragione e le emozioni.





Un altro importante neuroscienziato del 900' è sicuramente Eric Kandel. Egli ha ricevuto un premio nobel in medicina ed è molto famoso per i suoi studi biologici sulla memoria. Kandel si era interessato in passato già della psicoanalisi ed era molto consapevole dell'importanza che svolge la memoria nella psicoanalisi, soprattutto nella teoria di Freud. All'epoca, però, un importante psicologo, Karl Lashley, sosteneva che la memoria non era localizzabile nel cervello. Studi successi hanno dimostrato che danni ad aree precise del cervello possono provocare la perdita della memoria, confutando la tesi di Karl Lashley. In questi primi studi è stata rinvenuta una perdita dei ricordi recenti, mentre quelli di lunga data erano ancora conservati. Questo ha posto le basi per una prima distinzione tra la memoria breve e quella lunga. Un primo studio in questa direzione fu eseguito dalla studiosa Brenda Milner. Brenda Milner scoprì la relazione tra la memoria lunga e l'ippocampo. Successivamente nel 1962 è stata scoperta l'esistenza di differenti tipologie di memoria nel cervello: memoria motoria, memoria visiva, memoria uditiva e memoria somatosensoriale. Era chiaro a quel punto l'esistenza di una memoria cosciente (memoria esplicita) localizzata nell'ippocampo e una non cosciente (memoria implicita), localizzata al di fuori dell'ippocampo. Dunque la memoria, come si vede, non coincide con una singola area, ma con un sistema di aree. Quel che non è ancora ben chiaro è come avvenga il processo di immagazzinamento dei ricordi. Secondo Kandel e il suo amico Alden Spencer la risposta non è da cercare nelle proprietà dei neuroni in quanto tali, come ad esempio nelle proprietà dei neuroni dell'ippocampo, ma nelle connessioni tra un neurone e l'altro. Quindi, secondo Kandel, ciò che è importante è il modo in cui le cellule nell'ippocampo sono interconnesse, non le loro proprietà. Per i suoi studi Kandel fece delle ricerche e delle analisi sull'Aplysia, una lumaca marina dell'isola Catalina, i cui neuroni sono molto simili a quelli dell'uomo. Da questi studi Kandel trae l'idea che la memoria possa derivare da cambiamenti nella forza sinaptica determinati da specifici schemi di stimolazione sensoriale. Dallo studio sull'Aplysia, in sostanza, è risultato che è la plasticità del sistema nervoso a spiegare sia la memoria che la capacità di apprendimento. Questi risultati sono molto interessanti, ma non è ancora chiaro come possa il cervello immagazzinare tutti quei ricordi. Probabilmente il problema sta nel fatto che abbiamo un concetto sbagliato di memoria. Di solito per ricordo intendiamo la capacità di ritenzione di una traccia. Se dunque la memoria fosse un mero accumulo di ricordi, come i libri in una biblioteca, osserva Damasio, allora il nostro cervello non sarebbe certo il candidato ideale per contenere tutto quel materiale. In realtà Damasio ha un'altra idea su come potrebbe funzionare la memoria: il ricordo non è un dato salvato nel nostro cervello e collocato in qualche preciso neurone, il ricordo è piuttosto il tentativo di rievocare qualcosa, ma questa rievocazione è una semplice ricostruzione, non un dato immagazzinato. Damasio sostiene questo perché i nostri ricordi non sono veramente così fedeli in tutto e per tutto agli eventi, ma tentano piuttosto di rievocarli. 

 

Un altro tema di grande interesse oggi nelle neuroscienze è quello della coscienza. Come ha notato il filosofo David Chalmers, quello della coscienza è un problema abbastanza complesso. Fino a che ci riferiamo all'attenzione o allo stato della veglia, abbiamo a che fare con problemi più semplici e che spesso coinvolgono zone subcorticali del cervello come il mesencefalo. Il problema difficile, afferma David Chalmers, consiste nello spiegare come è possibile l'esperienza stessa, ossia il fatto di essere coscienti di leggere questo testo, di vedere certe cose e di pensarne delle altre. Questo non c'è lo spiega nessuna teoria neuroscientifica. Una delle teorie più avanzate nelle neuroscienze è la teoria computazionale. Questa teoria spiega le operazioni del cervello tramite algoritmi. La coscienza non è una operazione, essa consiste piuttosto nel fatto che noi siamo coscienti di svolgere un certo compito, ad esempio contare o comprendere quel che un altro ci dice. La coscienza è qualcosa che eccede queste attività. In risposta a questo problema sono nate molte teorie:

1) L'eliminativismo: la posizione di coloro che credono che la coscienza, in quei termini, sia semplicemente un'illusione. Noi crediamo di essere coscienti, che esista questo di più, ma in realtà non c'è nulla. Tra gli eliminativisti spiccano i nomi di Paul e Patricia Curchland.

2) Il riduzionismo: riduzionisti sono coloro che spiegano la coscienza come fenomeno biologico nel cervello. Essi credono che la coscienza dipenda da cause biologiche che hanno origine nel cervello. Tra questi vale la pena di nominare John Searle.

3) Il non-riduzionismo: è la posizione di chi pensa che la coscienza non sia riducibile alla biologia o alla materia del cervello. Tra questi troviamo i dualisti, ossia chi distingue nettamente il corpo dalla coscienza. C'è poi chi pensa che la natura della coscienza sia un mistero che non avrà mai risposta come Thomas Nagel. Inoltre troviamo la posizione di David Chalmers stesso, il quale pensa la coscienza come un elemento fondamentale della realtà al pari dello spazio e del tempo.

4) Il pampsichismo: pampsichista è la posizione di chi pensa che coscienza si trovi in ogni cosa, anche le rocce. Due noti sostenitori del pampsichismo sono Steven Shaviro e Galen Strawson. Strawson, in particolare, sostiene che la materia non è altro che energia e la coscienza è una proprietà dell'energia. 




 

In ambito strettamente neuroscientifico uno dei massimi studiosi della coscienza è Christoph Koch. Cristoph Koch è l'ultimo dei protagonisti di questa storia delle neuroscienze. Cristoph Koch ha fatto uno studio sulla coscienza con Francis Crick. Francis Crick è noto per essere, assieme a James Watson, uno degli scopritori del D.N.A. . Koch e Crick indagavano sui correlati neurali della coscienza. I due studiosi sono giunti alla conclusione secondo la quale la coscienza ha come base, a livello neurale, oscillazioni neurali di 40-70 Hz. Con queste oscillazioni è imposta temporaneamente un'unità globale ai neuroni in differenti parti del cervello. Crick e Koch espongono la loro teoria della coscienza nell'articolo Towards a neurobiological theory of consciousness. La loro teoria è basata sul concetto di "legame". Il legame è possibile grazie al fatto che determinati neuroni attivi nel cervello oscillano per la stessa frequenza, creando legami tra informazioni. Il legame è un concetto che serve a spiegare come diverse aree del cervello si attivino allo stesso tempo in risposta ad un oggetto attualmente percepito. I neuroni attivati agiscono in modo sincronico con una oscillazione tra i 40-70 Hz, imponendo un'unità temporanea al cervello. È questo fenomeno del sincronismo, dell'unità del cervello, spiegato attraverso la nozione di legame, che, secondo Cristoph Koch, rappresenta il correlato neurale della coscienza. La teoria sui correlati neurali della coscienza è oggi molto discussa in filosofia. David Chalmers, ad esempio, non la condivide. Egli critica questa teoria sottolineando importanti lacune come l'assenza di una spiegazione di come i legami e le oscillazioni rendano possibile l'esperienza stessa. La coscienza, dunque, al contrario di quel che pensa Koch, oggi è ancora un grande problema, ma ci sono molti studiosi al lavoro, perciò possiamo immaginare nel futuro più prossimo importanti sviluppi sull'argomento.

Le neuroscienze come campo positivo del sapere hanno avuto sviluppi vertiginosi molto recenti, grazie alle nuove tecnologie. Una volta l'unico mezzo per studiare il cervello consisteva nello studio anatomico dei cadaveri. Nell'800', nell'età del positivismo, si studiavano molto la forma del cranio. Questi studi già dicevano molto su come è struttura il cervello e il cranio, ma all'epoca non era possibile studiare il cervello quando era attivo. Perciò dell'attività del cervello si sapeva veramente poco. Per molti secoli si credeva che i neuroni fossero attraversati da "spiriti animali", prima di arrivare a parlare di "impulsi elettrici". Gli studi di Alan Lloyd Hodgkin e Andrew Huxley sono, ad esempio, degli anni 50 del 900'. Ma in quegli anni, anni in cui si studiava il funzionamento degli impulsi elettrici, non c'erano gli strumenti che abbiamo oggi. Alcuni metodi noti che abbiamo oggi per la studio del cervello sono la Pet (Tomografia ad emissione di positroni) e la RMF (risonanza magnetica funzionale). Questi strumenti si sono sviluppati a partire dagli anni 80'. La Pet funziona con la somministrazione di un radiofarmaco, mentre la risonanza magnetica funzionale, lavora sulla relazione tra il flusso sanguigno e l'attività neurale. In particolare la Pet misura il consumo di energia nel cervello. La RMF, invece, misura l'uso dell'ossigeno. Nella RMF troviamo tutte le tecniche di neuroimmagine, attraverso le quali si cerca di comprendere quali sono le aree che si sono attivate di un certo paziente nel momento in cui il soggetto compie operazioni di un certo tipo. Dato che il cervello è sempre attivo e le aree attive sono molte, per capire quali sono le aree specifiche che sono coinvolte in un certa attività, da parte di un soggetto, si usa il metodo della sottrazione. Prima è necessario avere un'immagine del cervello di un paziente che non sta svolgendo nessuna attività, poi si chiede al paziente di compiere determinate operazioni e sottraendo la prima immagine alla seconda, si ottengono solo quelle aree che si sono attivate in più.

Il generale oggi abbiamo abbastanza conoscenza sul cervello, la quale dipende principalmente dallo studio di casi di malattie, afasie e lesioni. Grazie a questi possiamo dire che, dato che un soggetto che ha un'area precisa del cervello danneggiata, ha perso determinate capacità (es. il riconoscimento delle persone), possiamo inferire che quell'area è coinvolta in quel tipo di operazioni. Oggi, però, come ho già detto, non si pensa che il cervello sia composto di centri, ma di sistemi di parti interconnesse. Per esempio, chiunque voglia studiare il fenomeno del linguaggio nel cervello non deve comprende il centro che presiede al linguaggio, ma quali sono le aree che formano un certo sistema nel cervello che rende possibile il linguaggio. In questo sistema dovrà includere l'area di Wernicke e quella di Broca.

Una delle caratteristiche più belle delle neuroscienze è il fatto che non sono una singola materia o disciplina, ma un insieme di tantissime discipline. Ecco un elenco di buon numero di esse:

- neurochimica

- neurobiologia

- neurolinguistica

- neurofilosofia

- neuropsicologia

-neuroeconomia e neuromarketing

- neuroteologia

- neuroinformatica

- neurofisica

sabato 2 giugno 2018

John Searle: la costruzione della realtà sociale

Searle la costruzione della realtà sociale




John Searle all'interno della filosofia analitica è una delle figure di spicco sul tema dell'ontologia sociale. L'ontologia sociale in quanto tale trova le sue origini in un filosofo come Edmund Husserl. In ambito analitico, tuttavia, l'origine dell'ontologia sociale va rintracciata nel filosofo John Austin. Searle ha studiato approfonditamente il pensiero di Austin e ha scritto un importante libro su questo filosofo dal titolo: Atti linguistici. Austin è noto in filosofia per la scoperta del performativo. Il linguaggio ordinario non è semplicemente fatto di enunciati descrittivi, ma anche da enunciati che compiono atti, che sono formule per ottenere determinati risultati e se li ottengono, questi atti possono dirsi felici. La promessa, ad esempio, è composta da una serie di atti linguistici attraverso i quali ci vincoliamo a fare qualcosa riferendo ad altri che la faremo. Questi atti linguistici sono alla base della realtà sociale, non solo perché sono implicati in qualsiasi iterazione tra due individui, ma anche perché, grazie a questi, hanno origine oggetti sociali come il marito e la moglie, un dottore in una disciplina, ecc.

Nel testo La costruzione della realtà sociale John Searle definisce una teoria che tenta di spiegare come possono esistere gli oggetti sociali. Per oggetti sociali si intende oggetti come il denaro, i debiti, i cittadini, lo Stato, ecc. Spesso diciamo che queste cose sono mere convenzioni. Diciamo, ad esempio, che i soldi sono solo "pezzi di carta". Nel dire questo, o sostenendo questa idea, non siamo bene in grado successivamente di spiegare come queste convenzioni reggano e abbiano potuto reggere per molto tempo. Se crediamo che gli oggetti sociali, come quelli che ho nominato, sono solamente convezioni, allora saremo degli idealisti rispetto a questi e adotteremo una posizione che in ontologia sociale ricorda molto quella di David Hume. John Searle, tuttavia, non è con Hume, egli si orienta verso il realismo. Quando affermo di essere uno studente dell'università, un lavoratore presso una banca, o un cittadino di Istanbul, parlo di fatti che non hanno lo stesso status di altri fatti come il fatto che i pipistrelli sono dei mammiferi, che il sole è una stella o che la radice di quattro è uguale a due. Tuttavia, anche se le cose stanno così, in quanto cittadino, studente e lavoratore sono solo nella società e la società dipende da determinati accordi che gli uomini fanno tra di loro, in un certo senso anche quelli sono dei fatti oggettivi. Posso pensare quello che voglio, ma se abito a Istanbul e sono turco, allora sono un cittadino turco di Istanbul. L'obbiettivo che si pone Searle, dunque, è quello di comprendere come sono possibili i fatti istituzionali.

Un esempio famoso di Searle: entro in un caffè a Parigi e chiedo ad un cameriere della birra dicendo: "Un, demi, Munich, à pression, s'il vous plaît". La dinamica di questa scena non è riducibile, afferma Searle, a qualsiasi altra forma di descrizione che sia chimica o fisica. Sembra una situazione piuttosto semplice: io chiedo della birra e il cameriere porta della birra; una volta che l'ho finita, posso andare a pagarla. "Cameriere" e "cliente" sono già due oggetti sociali, poi possiamo aggiungere il denaro, il luogo stesso in cui ci troviamo, ossia "il caffè", oltre che lo scontrino e tutto il resto. Non solo questo: bisogna tenere conto anche delle dinamiche che riguardano le espressioni linguistiche, il fatto che il cameriere comprende perfettamente a cosa ci riferiamo e così via. In aggiunta bisogna pensare a tutto il sistema di leggi sociali e dello Stato che stanno dietro a questa semplice iterazione. Il fatto che ci sembri semplice la realtà sociale, sostiene Searle, dipende dal fatto che noi la diamo per scontata e tutta la realtà sociale è costruita perché si adatti ai nostri scopi.

Torniamo all'origine di questa ricerca. La ricerca riguarda ciò che rende possibile i fatti istituzionali. Essa è una ricerca di ontologia sociale. L'ontologia è quella branca della filosofia che si interroga su cosa esiste rispetto a tutto ciò che c'è. Di ogni cosa, poi, l'ontologia come metafisica descrive la natura degli enti. Esistono differenti ontologie che ammettono differenti tipi di entità. Si passa da chi afferma l'esistenza delle particelle sole, a chi afferma l'esistenza persino dei personaggi dei romanzi. In mezzo, chiaramente, stanno molte posizioni intermedie. Searle afferma che gli enti di questo mondo sono composti da particelle in campi di forza. Tuttavia è evidente che gli oggetti sociali non possono essere semplici particelle in campi di forza. Possiamo dire dunque, dal punto di vista materiale, che quella banconota nel nostro portafoglio è composta di particelle in campi di forza, ma la banconota, se fosse solo quel pezzo di materia, non sarebbe denaro. È questo il punto di Searle.

Nel mondo non troviamo solo oggetti, ma anche dei soggetti che sono capaci di rappresentare questi oggetti. Questi soggetti siamo noi in quanto abbiamo una coscienza. La nostra coscienza ci permette di intenzionare gli oggetti che ci circondano, ossia di avere stati mentali che hanno per oggetto quegli stessi oggetti. Il fatto che uno stato mentale (credenza, percezione, giudizio, ecc.) possa essere a proposito di qualcosa, in questo consiste l'intenzionalità. Quando parliamo del mondo naturale, a meno che non abbiamo a che fare con allucinazioni, gli oggetti che osserviamo possono essere detti oggettivi e quando diciamo il vero di uno di questi, il nostro giudizio è oggettivo. Tuttavia ci sono cose che non sono oggettive, ma soggettive, come il giudizio di bellezza o ciò che fa parte della nostra esperienza in quanto soggetti (es. il dolore). Gli oggetti sociali all'interno dell'ontologia hanno una caratteristica particolare: hanno un senso solo per l'uomo. Intendo dire con questo che ogni strumento che l'uomo ha inventato è percepito come tale perché l'uomo ne riconosce il suo uso e lo usa in un certo modo. Il martello, il tavolo, la sedia, sono tali solo per l'uomo che li usa per certi scopi. Un gatto che osserva la sedia, ci gioca o ci salta sopra, non si relaziona con una sedia, perché non la pensa come sedia, ma come un oggetto a quattro gambe di legno. Gli oggetti sociali hanno la caratteristica di essere solo per i soggetti che li hanno pensati. Quelli che hanno visto le caravelle di Cristoforo Colombo arrivare per la prima volta in America, non avevano nemmeno il concetto di nave e non potevano nemmeno capire cosa fossero quelle cose all'orizzonte, dunque non hanno visto delle caravelle.

Secondo Searle sono tre le condizioni per la realtà sociale: l'assegnazione di funzione, l'intenzionalità collettiva e le regole costitutive. L'assegnazione di funzione dipende dalla capacità di determinati animali di assegnare funzioni a determinati oggetti. In questo modo vengono costruiti gli artefatti. La funzione di questi artefatti è data dall'uomo, perciò come caratteristica la funzione non è assolutamente intrinseca, ma dipende dall'osservatore. La funzione di x è z viene tradotta da Searle con due enunciati: x è qui per compiere z; z è la conseguenza dell'esserci di x. Di tutte quelle funzioni che sono assegnate, Searle distingue le funzioni agentive come funzioni che assegnano uno scopo pratico ad un oggetto. Tra queste egli distingue alcune funzioni che indicano uno stare per, come nel caso della simbolizzazione, laddove è implicata l'intenzionalità della coscienza.

La seconda condizione consiste nell'esistenza dell'intenzionalità collettiva. L'idea che esista un'intenzionalità collettiva è molto discussa. Molti non credono nell'esistenza di una tale entità perché pensano sia sufficiente sommare le intenzionalità dei singoli per avere quella del collettivo. Questo, tuttavia, secondo Searle, non è affatto sufficiente. Intanto pensare che la nostra intenzionalità possa accordarsi con quella degli altri, sulla base del semplice fatto che gli altri credono che noi crediamo certe cose, porta ad un regresso infinito della forma: io credo che tu credi che egli crede... Due persone che suonano non formano mai un noi, se non suonano intenzionalmente assieme. Dunque, sostiene Searle, deve esiste un'intenzionalità collettiva che spieghi, ad esempio, come possano coordinarsi tutti i musicisti di una orchestra. I problemi, secondo Searle, sorgono dal fatto che le persone pensano che credere nell'intenzionalità collettiva implichi credere in una coscienza collettiva, il che è completamente falso. In vero l'intenzionalità collettiva concerne il fatto che differenti soggetti si coordinano gli uni con gli altri e agiscono non più semplicemente come individui, ma come un noi.

La terza condizione è data dalle regole costitutive. Questa regola afferma che non può esistere un oggetto sociale se non vi sono delle istituzioni che ne determinato l'esistenza. Del resto l'oggetto sociale è alla base di fatti istituzionali. Tuttavia le istituzioni funzionano grazie a regole istitutive e di queste regole Searle ne ricava una formula generale:

"X conta come Y in C".

Questa formula è la formula essenziale che permette di comprendere per quale motivo qualcosa può essere considerato un oggetto sociale o meno. X è l'oggetto materiale, Y è l'oggetto sociale, mentre C è un contesto. Un certo oggetto materiale conta come un oggetto sociale di un certo tipo in un dato contesto. Una banconota conta come 10 euro nel contesto europeo. Oppure: un certo enunciato conta come giuramento di fronte al re nel contesto dell'impero carolingio.

Nella formula precedente la X sta per l'oggetto materiale. Searle sostiene che non esistono fatti istituzionali che non abbiano alla base dei fatti bruti o oggetti materiali. Anche il denaro virtuale comunque corrisponde materialmente a tracce magnetiche. Per ogni oggetto sociale, ovviamente, bisogna che vi sia un oggetto materiale che sia appropriato. Questo oggetto deve possedere esattamente quelle caratteristiche che sono richieste perché possa essere un oggetto di un certo tipo, ad esempio una banconota. Tuttavia questo non spiega ancora il passaggio da X a Y, in quanto l'oggetto sociale non si riduce mai alla sua base materiale. John Searle ha individuato negli atti sociali di Austin un mezzo per il passaggio dall'oggetto materiale a quello sociale. Se una certa persona, e deve essere quella giusta e nel contesto giusto, dichiara aperta una seduta, da quel momento ha inizio la seduta, ossia qualcosa (X) conterà come seduta (Y). Perché esistano degli oggetti sociali, oltre agli atti linguistici, deve esservi un sistema di regole e non convenzioni, il fatto che tutti siano d'accordo su qualcosa, ossia che X vale come Y in C, nonché l'imposizione collettiva di una funzione. L'imposizione collettiva di una funzione è data dall'intenzionalità collettiva e si ha quando, ad un dato oggetto viene assegnata una funzione particolare da molte persone di una certa comunità. Ad esempio quando si considera un muro come un confine. Nell'ontologia sociale Searle si dimostra realista sotto due profili: afferma la realtà di un oggetto sociale anche quando si smette di credere che lo sia e ammette che gli oggetti sociali non dipendono da mere convenzioni, ma da regole. Una banconota falsa, nota Searle, anche se tutti crederanno che è denaro, continua a non esserlo.





I fatti istituzionali o gli oggetti sociali non possono essere senza il linguaggio perché il linguaggio, sostiene Searle, è parzialmente costitutivo degli oggetti sociali stessi. Non vi sarebbero oggetti sociali senza il linguaggio. Il linguaggio ha la funzione della simbolizzazione, dello stare per. La parola "cane", ad esempio, indica il cane. Nel caso degli oggetti sociali come il poliziotto bisogna spiegare il passaggio dalla persona fisica (X) al poliziotto stesso (Y). Questo passaggio è possibile solamente grazie al linguaggio. Infatti tutti gli oggetti sociali dipendono comunque da convenzioni ed accordi che fanno gli uomini tra di loro. I fatti istituzionali sono dunque fatti che dipendono dal linguaggio. La stessa funzione di Y rispetto a X è di simbolizzazione. Inoltre la dipendenza dell'oggetto sociale dal linguaggio, secondo Searle, dipende dal fatto che quest'ultimo non può essere ridotto a nessun indicatore di status o oggetto materiale. Non posso semplicemente dire che l'essere cittadino è riducibile alla mia carta di identità o l'essere monaco, per fare un esempio più chiaro, sia riducibile al fatto che indosso un certo abito. Oltre a questo, i fatti istituzionali devono essere comunicabili, dunque implicano necessariamente il linguaggio. Tutto questo ha come conseguenza che senza il linguaggio non può esservi alcun oggetto sociale per Searle.

Quando abbiamo una serie di oggetti sociali di base possiamo pensarne altri che si fondano su questi. Searle cita il caso del presidente degli U.S.A., il quale, per essere tale, deve essere prima un cittadino americano. Sia presidente che cittadino sono degli oggetti sociali. Molti oggetti sociali hanno degli indicatori di status, ossia degli oggetti fisici che attestano la realtà di un oggetto sociale. In primo luogo come indicatori di status troviamo i documenti, poi vengono alcuni tipi indumenti come le uniformi dei carabinieri e altri oggetti come le fedi nuziali per gli sposi. Tutti gli oggetti sociali esistono e sono reali, ma hanno una realtà che comunque rimane condizionata dal fatto che noi diamo a questi il nostro consenso. Questo consenso dipende dall'imposizione di uno status da parte dell'intenzionalità collettiva. Quando un gran numero di persone non ha più fiducia nel governo, il governo crolla. Noi siamo abituati a vivere in una società, la nostra occidentale, che è relativamente stabile, ma le istituzioni possono collassare da un momento all'altro. La crisi, ad esempio, ha cominciato a mettere in luce le falle di un sistema e sono state fatte fallire alcune banche. La creazione di un oggetto sociale e di un fatto istituzionale, come ho detto, dipende dall'imposizione di uno status da parte dell'intenzionalità collettiva. Dunque siamo noi che con l'intenzionalità conferiamo un potere assegnando tale status. 

Searle distingue differenti forme di potere:

1 Poteri simbolici: Searle definisce questi come quei poteri che hanno la caratteristica di permetterci di rappresentare la realtà in uno degli illocutivi. Esempi di illocutivi sono i comandi, le informazioni, ecc.

2 Poteri deontici: i poteri deontici regolano le relazioni tra le persone. Capire ciò che il soggetto deve fare e ciò che il soggetto può fare.

Il potere nella società consiste nella capacità di poter fare certe cose. Queste capacità, in realtà, all'interno della società, dipendono dalla legittimità che hanno certi atti a seconda che il soggetto che li compie sia la persona giusta. Intendo con "la persona giusta", quella persona che ha un determinato incarico o svolge un determinato ruolo nella società che è riconosciuto come condizione per poter avere determinati poteri e dunque compiere certi atti sociali. Il medico cura pazienti, il poliziotto arresta criminali, ecc. Questi poteri, definiti da Searle come "poteri convenzionali", sono acquisiti dalla persona in quanto gli viene riconosciuto un certo status, o semplicemente un certo ruolo nella società. Lo status è possibile grazie al fatto che viene imposto dall'intenzionalità collettiva. Questo fenomeno viene spiegato da Searle con questa formula:

Noi accettiamo (S ha il potere (S fa A))

Quel che sta scritto nelle prime parentesi indica l'azione del soggetto in quanto ha un dato potere. Poi troviamo lo status del soggetto, ossia il fatto che il soggetto ha il potere di fare qualcosa. Fuori di parentesi sta l'intenzionalità collettiva che conferisce a quella persona un determinato status sociale. Quando manca questa funzione, S perde il suo potere.

Ricapitolando la sua teoria, Searle ci dice di distinguere quattro elementi: l'istituzione, la creazione dei fatti, la loro esistenza continuata, la loro indicazione. L'istituzione dipende dalla formula "X conta come Y in C". Ad esempio: questo enunciato conta come dichiarazione di guerra in un certo contesto. La creazione dei fatti istituzionali dipende nella maggior parte dei casi da performativi come l'atto di dichiarazione di guerra o la nomina di qualcuno. Tuttavia non in tutti i casi è necessario il linguaggio, in alcuni casi sono sufficienti le leggi e le regole istituite. Questi fatti istituzionali hanno validità fintanto che esiste un consenso per essi, ma non avrebbero alcuna esistenza continuata se determinati status smettessero di essere accettati. Inoltre tutti i fatti istituzionali spesso hanno degli indicatori di status, ossia elementi, i quali spesso sono oggetti fisici, che indicano la realtà di un dato status. Essere guidatori patentati è attestato dalla patente, così come il marito e la moglie portano delle fedi, il cittadino ha un documento di identità e così via. Tutti questi oggetti costituiscono degli indicatori di status.

L'accettare qualcosa come un oggetto sociale dipende, nella teoria di Searle, dall'intenzionalità collettiva. Tuttavia la mente non è presente nella teoria sociale solo per quel che riguarda l'intenzionalità, ma anche per una serie di capacità, che Searle definisce capacità di sfondo, le quali precedono l'intenzionalità. Ogni stato intenzionale presuppone sempre delle abilità di sfondo e Searle ne individua sette:

1 Lo sfondo permette l'interpretazione linguistica. Non interpretiamo le frasi a livello puramente semantico, ma a livello delle nostre capacità di sfondo.

2 Lo sfondo permette alla percezione di avere luogo. Vedere in una figura un coniglio richiede della capacità di sfondo, come applicare determinate categorie.

3 Lo sfondo struttura la coscienza, infatti le esperienze consce le percepiamo come familiari. La familiarità la troviamo nell'applicazione di categorie, questa è una capacità di sfondo.

4 Le sequenze temporali delle esperienze ci giungono in forma narrativa. Credenze e desideri fissano le condizioni di capacità che non sono credenze o desideri.

5 Lo sfondo implica imposizioni motivazionali che condizionano la struttura delle nostre esperienze. Esse sono le disposizioni motivazionali che danno senso a credenze e desideri.

6 Lo sfondo facilità alcune forme di aspettative. Le capacità di sfondo determinano aspettative che strutturano l'esperienza.

7 Lo sfondo mi dispone a certi tipi di comportamento. Seguo un certo tipo di comportamento, uso un certo tono di voce, ecc.

Queste sette forme sono modi in cui lo sfondo sopravviene l'intenzionalità. L'uomo nella società impara a comportarsi seguendo determinate regole. In un primo momento tutto segue un modello causale nel quale l'uomo adegua il suo atteggiamento a delle regole. Una volta che diventiamo sempre più capaci ed esperti agiamo senza seguire più nessuna regola, semplicemente sviluppiamo capacità sensibili rispetto alla natura dell'istituzione con cui abbiamo a che fare. Acquisiamo quindi un comportamento che teniamo costantemente nella società e questo dipende dalle capacità di Sfondo a cui Searle fa riferimento.

Searle sostiene che l'esistenza degli oggetti sociali dipende comunque da accordi che gli uomini fanno tra di loro. Tuttavia l'oggetto sociale presuppone sempre una materia bruta, dunque un oggetto materiale precede sempre quello sociale. Searle è un realista, perciò sostiene che questi oggetti materiali esistono indipendentemente da noi come soggetti e non sono delle semplici rappresentazioni. Se fossero semplici rappresentazioni o stati della coscienza, allora gli oggetti sociali non potrebbero sussistere in alcun modo. Il realismo, sostiene Searle, è una posizione di tipo ontologico, essa non presuppone la possibilità di conoscere il mondo da una prospettiva neutra come quella di Dio, non implica la teoria della corrispondenza (per quanto Searle sostenga tale teoria) e non impedisce qualsiasi forma di relativismo concettuale. Esistono veramente molte forme di realismo. Nella filosofia analitica una delle prime di forme di realismo sostenuta dai filosofi è stata il realismo indiretto. Sostenitori del realismo indiretto sono filosofi come Moore o Bertrand Russell. Secondo il realismo indiretto non percepiamo mai la realtà direttamente, ma solo indirettamente, attraverso dei dati sensoriali. Russell argomenta a favore di questa teoria nel testo I problemi della filosofia, nel quale sostiene che, quando percepiamo un tavolo, ogni dato sensoriale che abbiamo del tavolo è sempre differente a seconda di determinate condizioni. Per esempio il marrone del legno può cambiare a seconda dell'illuminazione. Non potendo dunque asserire che i sensi ci presentano direttamente la realtà così come è, possiamo affermare solo che essi c'è la restituiscono indirettamente a partire da dati sensoriali. Russell inoltre aveva fornito questo interessante argomento: così come delle stelle che vediamo nel cielo, quello che vediamo sono solo come le stelle erano anni luce fa', per via di una differenza temporale, allo stesso modo, nel caso della realtà percepita, la luce riflessa sugli oggetti impiega del tempo prima di raggiungere l'occhio e stimolare il nervo. Se avesse ragione Russell esisterebbe una differenza temporale tra quello che vediamo e come le cose sono, dunque quello che percepiamo non sarebbero altro che dati sensoriali. Searle, a dispetto di questa forma di realismo, ne appoggia un'altra: il realismo diretto. Contro il realismo indiretto è stato affermato che la realtà sembra presentarsi a noi e quindi avere questa caratteristica della presentazione che è tipica della relazione diretta con qualcosa e non di quella indiretta. Inoltre è stato detto che questi dati sensoriali sono un'aggiunta mendace nella misura in cui, se questi pretendono di restituirci la realtà così come è, solamente fungendo da termini medi del tutto trasparenti, allora quale altro scopo hanno? perché non pensare, invece, che noi percepiamo direttamente la realtà e quello che percepiamo sono proprio gli oggetti esterni? È questo quello che sostiene il realismo diretto, ossia che non c'è nulla tra noi e il mondo: noi percepiamo direttamente la realtà. Nel particolare Searle sostiene che ogni nostra percezione è comunque uno stato cosciente intenzionale. In quanto è intenzionale la percezione si riferisce a qualcosa. Se esiste qualcosa che causa la nostra percezione e questo qualcosa è la stessa cosa che percepiamo, allora abbiamo una percezione veridica. Con "percezione veridica" si intende dire che quello che percepiamo esiste veramente nel modo in cui lo percepiamo e non è un'illusione o un'allucinazione. Molti dei filosofi suoi contemporanei sostengono posizioni totalmente avverse al realismo e di carattere idealista, accusa Searle. Queste posizioni negano tutto ciò che ho riferito fino ad ora, ossia negano l'esistenza di una qualsiasi realtà esterna rispetto alla mente, affermando che la realtà è una pura costruzione della mente stessa. Di questi idealisti Searle distingue due categorie: i poststrutturalisti come Derrida, i quali sembrano semplicemente affermare la cosa, senza tuttavia argomentare; i filosofi come Goodman o Putnam, i quali argomentano contro il realismo, spiegando che il realismo, sostenendo l'esistenza di una sola realtà, non può tenere conto dell'esistenza di una molteplicità di descrizioni essa.

Vediamo meglio il discorso di Putnam. Se prendiamo tre dadi, per esempio, quanti oggetti ci sono? La risposta più ovvia sarebbe tre. Tuttavia se prendo il primo dado e il secondo, non formo un altro oggetto? e se prendo il primo dado e il terzo, non accade la stessa cosa? Posso fare questo fino ad ottenere sette oggetti possibili:

oggetto 1 = dado 1

oggetto 2 = dado 2

oggetto 3 = dado 3

oggetto 4 = dado 1 + dado 2

oggetto 5 = dado 2 + dado 3

oggetto 6 = dado 1 + dado 3

oggetto 7 = dado 1 + dado 2 + dado 3






Questo possiamo farlo con i dadi, ma anche con le particelle e tanti altri tipi di entità. Oltretutto pensate al semplice fatto che di ogni oggetto è possibile una descrizione del senso comune, una della fisica, una filosofica, una biologica, ecc. Perché dovrebbe esistere un solo mondo in cui stanno gli oggetti che noi percepiamo, quando in realtà di questo stesso mondo ne esistono moltissime interpretazioni? Si può reagire a questo problema in vari modi: si può pensare che la realtà sia uno blocco unico, il quale viene diviso dalla mente in tanti oggetti; si può credere che non esista più un mondo, ma che ne esistano molti, ognuno con delle caratteristiche specifiche; possiamo credere che queste differenze descrittive siano solo dovute ad un certo relativismo concettuale, ma che non intacchino realmente il mondo così come è. La prima posizione è quella del realismo interno ed è la posizione di Hilary Putnam; la seconda posizione è quella del realismo neutro ed è la posizione di Markus Gabriel; la terza è la posizione del realista diretto ed è la posizione di John Searle. Searle pensa che a seconda di come definiamo l'oggetto cambierà il nostro modo di descrivere quei dadi come oggetti. Tuttavia le descrizioni sono sempre di una realtà che esiste indipendentemente da noi e alla quale accediamo con la sensibilità.

Un altro famoso argomento contro il realismo asserisce che l'unica realtà che è conoscibile è la realtà sensibile, di una realtà non sensibile non abbiamo alcuna conoscenza. Questa realtà sensibile, per sua natura, non potrebbe essere senza il soggetto che ne ha percezione, dunque non vi è alcun mondo esterno al di fuori di quella realtà simulata che viene restituita dal cervello stesso. Il realismo diretto, rispetto a questa posizione, tenta di cancellare la distinzione classica tra apparenza e la realtà in sé. Il realismo diretto, infatti, afferma che noi ci relazioniamo sempre direttamente con l'oggetto e mai con semplici fenomeni. La realtà sensibile ci presenta la realtà per come è. Non ci sono oggetti in se stessi o cose in sé che sono diverse dalla realtà apparente.

Lungo il libro spesso Searle usa un altro termine per indicare la sua posizione da realista: realismo esterno. Il realismo esterno intende difendere l'esistenza di un mondo esterno. Non si tratta di una posizione che difende l'esistenza di particolari oggetti. Infatti potrebbe essere che tutto quello che osserviamo sia solo allucinazione, ma comunque un mondo esterno, anche se completamente vuoto, continua ad essere. Qui Searle critica un noto argomento di Moore, nel quale, quest'ultimo filosofo, tenta di dimostrare l'esistenza di un mondo esterno a partire dall'esistenza di due oggetti come le sue mani. Per dimostrare l'esistenza di un mondo esterno non bisogna dimostrare l'esistenza di due oggetti qualsiasi, infatti questa dimostrazione presupporrebbe sempre l'esistenza di un mondo esterno. Se noi diciamo "le nostre mani esistono", non possiamo dire che se questo è vero, allora esiste il mondo esterno, dobbiamo dire piuttosto che perché quell'enunciato sia vero, occorre che il mondo esterno esista, altrimenti non potrebbe esservi alcuna intelligibilità di ciò a cui facciamo riferimento. Dobbiamo pensare, osserva Searle, la realtà esterna come funzione di sfondo. La realtà esterna è sempre presupposta in un ogni discorso linguistico e questo è sostenuto dal fatto che quando interagiamo, la nostra iterazione poggia sull'esistenza di un mondo comune. Non posso dire: "c'è un giocattolo abbandonato nel giardino, ma il mondo esterno non esiste". Infatti perché possa esistere un giocattolo abbandonato nel giardino deve prima esservi il mondo esterno nel quale ha luogo quel fatto. Se possiamo comprendere quell'enunciato, in ogni caso, è perché sappiamo tutti cosa intendiamo e a quale oggetto ci riferiamo quando parliamo di giocattoli abbandonati nel giardino. Non credere nel realismo, sostiene Searle, significa non ammettere più nessuna possibilità per questa comprensione.












sabato 26 maggio 2018

Levi Bryant: la democrazia degli oggetti III b3




Levi Bryant, la democrazia degli ogetti




Nell'articolo precedente ho incominciato a spiegare la nozione di virtuale nella sostanza, all'interno del pensiero di Levi Bryant. In questo articolo proseguo quel discorso, andando avanti con la mia analisi del testo: Democrazia degli oggetti. È centrale il concetto di virtuale di Bryant perché spiega in che modo egli intende la sostanza. La sostanza non è un sostrato, ma un insieme di poteri. Il virtuale non è il mondo digitale del computer, il quale, semplicemente, riproduce il mondo attuale. Il termine virtuale, afferma Bryant, viene dal latino "virtus" e in latino questa parola indica proprio la potenza e la capacità. Bryant colloca il virtuale non sul lato del processo, come fanno filosofi come Manuel De Landa, ma sul lato dell'individuo. Se il virtuale è sul lato dell'individuo, allora come conciliare questo fatto con una certa posizione monista assunta dallo stesso Deleuze? Deleuze stesso descrive il virtuale come una realtà unica e continua che si differenzia in sé stessa e con questo processo genera la realtà attuale così come la conosciamo. Levi Bryant distingue due forme di monismo:

1 Tutto è espressione di una sola Sostanza. (Spinoza)

2 C'è un solo modo d'essere, ma gli esseri sono molti e distinti. (Lucrezio)

Sebbene il pensiero di Deleuze sembra sostenere la prima forma di monismo, l'ontologia orientata all'oggetto di Bryant intende muoversi verso la seconda forma di monismo. Bryant cita alcuni passaggi dei testi di Deleuze che fanno pensare che Deleuze avesse ritenuto che il virtuale fosse parte dell'oggetto. In ogni caso Levi Bryant non crede che esista un continuo che si differenzia in se stesso, in quanto questo continuo non sarebbe in grado di spiegare la formazione di sistemi chiusi nei quali gli oggetti possono esprimere i propri poteri. Bryant critica questa concezione dominante nel pensiero deleuziano del virtuale come continuo che si differenzia per generare la realtà attuale, spiegando che, in questo modo, la potenzialità del virtuale consisterebbe semplicemente nel potersi alienare da sé e ridursi ad una semplice, nonché sterile, realtà attuale nella quale ogni differenza è cancellata. Quest'ultimo passaggio suona strano: ogni differenza è cancellata? la differenza in sé domina il piano del virtuale, ma la differenza in sé è ciò che è perché esiste un movimento di differenziazione che fa sì che la realtà virtuale differisca da sé. Solo con questo processo interno la realtà virtuale può generare la realtà attuale. Tuttavia nella realtà virtuale, ossia in quel continuo, non c'è distinzione netta tra una cosa e l'altra, mentre nell'attuale gli enti sono nettamente distinti. Questo secondo concetto di distinzione corrisponde alla differenza empirica o per sé. Quando, per esempio, dico che una palla gialla è diversa da una rossa per il colore. Quando Bryant afferma che la sostanza è motore di differenza, dice differenza nel senso della differenza in sé e non della differenza empirica. La differenza empirica, in ogni caso, non è cancellata nella realtà attuale, ma è cancellata solo la differenza in sé che è alla base del processo di differenziazione. In questa visione del virtuale, visione sostenuta da Deleuze stesso secondo molti, da Manuel De Landa e da Peter Hallward, l'individuo non è altro che un prodotto del virtuale, come la creatura dell'atto di creazione. Il virtuale non è ciò che produce l'individuo, ma una dimensione dell'individuo stesso. Questo è, invece, quello che intende dire Bryant.


Levi Bryant cerca di comprendere quale sia il problema che si nasconde dietro la nozione di virtuale di Deleuze. In questo cerca di seguire lo stesso metodo di Deleuze, il quale affermava che i filosofi costruiscono concetti e questi concetti non sono altro che delle risposte a dei problemi specifici. L'idea che il virtuale sia un continuo, secondo Bryant, non funziona perché non può spiegare come le sostanze possono influenzarsi a vicenda. Al contrario Bryant pensa che il virtuale debba rispondere al problema dello scarto tra l'oggetto e le sue qualità. È chiaro che la sostanza non coincide con le sue qualità, osserva Bryant, altrimenti non potremmo spiegare come l'identità dell'oggetto possa conservarsi attraverso i suoi molteplici mutamenti. Chi ha ridotto l'oggetto alle sue qualità, spesso ha fatto dell'identità di un oggetto una semplice convenzione. Questo porterebbe all'idea che a seguito dei mutamenti dell'oggetto abbiamo sempre un nuovo oggetto e l'oggetto non è mai se stesso, se non per convezione. Se invece crediamo che esista un'identità dell'oggetto, allora dovremmo pensare l'individuo e l'oggetto stesso, non solo nella loro dimensione attuale (le qualità e le manifestazioni locali dell'oggetto ora), ma anche in quella virtuale. Il virtuale ha una natura prettamente relazionale. Nell'articolo precedente avevo distinto due forme di relazioni: endo-relazioni e exo-relazioni. Mentre le exo-relazioni sono quelle relazioni che intrattiene un oggetto con un altro oggetto, le endo-relazioni sono relazioni che costituiscono la struttura interna dell'oggetto. Il virtuale è costituito da endo-relazioni. Deleuze ha pensato la molteplicità, ossia l'unità minima del virtuale, a partire dal concetto di varietà di Riemann, dunque a patire dalla geometria differenziale. La geometria differenziale, osserva Bryant, ci permette di cogliere la struttura interna di un oggetto, ossia le endo-relazioni, senza far riferimento ad uno spazio esterno, dunque senza far riferimento alle exo-relazioni. Le exo-relazioni sono collocate sul piano delle qualità, ma l'ente, come ho detto, non si riduce alle qualità: esso presuppone altro. Dal fatto che le molteplicità di Deleuze sono strutturate, contrariamente a quanto forse avrebbe fatto Deleuze, Levi Bryant inferisce che esse devono essere delle unità e poiché sono delle unità, allora sono delle sostanze. In quanto sostanze, dal momento che le sostanze esistono indipendentemente dalle loro qualità, esse sono forme.

Da cosa è composta la struttura di un oggetto? Qui la struttura non è nulla di eterno e di ideale, ossia non è un'essenza o un'idea platonica, ma una determinata distribuzione di singolarità. È dalle singolarità che dipendono le qualità e le proprietà di un oggetto. Deleuze parla spesso delle singolarità, in senso matematico, ma non è mai chiaro su come è da intendere questo termine. Levi Bryant cerca di essere più chiaro. Queste singolarità abitano uno spazio topologico. La topologia è una branca della matematica che studia quelle figure geometriche che sono omeomorfe rispetto ad una serie di trasformazioni come la tiratura, l'allungamento e la piegatura. Due sfere di raggio differente sono del tutto identiche per la topologia, in quanto da una si può passare nell'altra tramite una di quelle trasformazioni. Bryant spiega che, se prendo un pezzo di carta e ne piego le due estremità, ottengo un diverso spazio topologico con differenti possibilità di mutazioni. I punti classici che costituiscono i vertici di una figura nella geometria euclidea (es. i vertici del triangolo) dipendono dalle singolarità topologiche. Da questo e altri fatti, Levi Bryant riconosce una forma di analogia tra la topologia e l'ontologia. L'analogia è basata su due punti: la topologia si occupa di relazioni spaziali, l'ontologia si occupa delle entità e delle loro qualità; la topologia concerne l'identità strutturale rispetto a entità di diverso tipo, l'ontologia concerne la sostanzialità e l'individuo. Tuttavia, come ho detto, da un lato la sostanza e le qualità, per Bryant, dipendono da relazioni spaziali come endo-relazioni e exo-relazioni. Dall'altro l'ontologia deve spiegare, attraverso la struttura virtuale e interna della sostanza, come può la sostanza rimanere identica rispetto ad una serie di variazioni. Le singolarità topologiche stanno alla base della produzione di qualità nell'ente. Ora Bryant condivide l'interpretazione di Manuel De Landa delle singolarità, ossia afferma che la singolarità è un attrattore. Ogni mutamento di un ente è descritto da De Landa come una traiettoria in uno spazio di fase. L'attrattore o la singolarità produce degli effetti sulle traiettorie. Spesso De Landa spiega questa cosa dicendo che il cuore, ad esempio, funziona e pulsa grazie al fatto che una singolarità agisce da attrattore in esso. Altre volte De Landa spiega che una sfera diventa tale perché un punto singolare ne definisce la forma. Così accade, ad esempio, nelle bolle di sapone, le quali, appunto, assumono la forma sferica. L'utilizzo della nozione di singolarità, da parte di Deleuze, di De Landa e di Bryant, serve a rimpiazzare completamente la vecchia nozione di essenza. Ora l'ente non è definito più dall'essenza, che consiste in una lista ordinata di qualità, ma da singolarità rispetto alle quali le qualità non sono che degli effetti. Per esempio, afferma Bryant, una tazza può assumere diverse colorazioni, dunque le qualità o manifestazioni locali possono variare, ma dietro a tutte queste variazioni sta sempre la stessa singolarità come elemento invariante e strutturale. Questa è una trasformazione pazzesca nella filosofia, essa costituisce un atto rivoluzionario di cui, forse, non tutti sono consapevoli: Bryant sta dicendo che c'è qualcosa che sta ben al di là delle qualità e la natura degli enti non è definita da qualità essenziali, ma da singolarità. Non dovremmo, dunque, in filosofia, più chiederci quali sono quelle qualità condivise da tutti gli enti di un tipo (es. i tavoli), ma andare a studiare le singolarità che stanno dietro a quelle qualità e ne rendono possibile la realizzazione.






Tuttavia Levi Bryant non è d'accordo con Manuel De Landa su almeno un punto: che il virtuale concerni il processo morfogenetico attraverso il quale si è formato l'individuo. Non è d'accordo con questo per tre motivi: il primo consiste nel fatto che, in questo modo, l'individuo è ridotto alla sua storia; il secondo è che l'essere di un ente non può essere pensato solo come causa efficiente, ma deve essere anche pensato come causa strutturale; il terzo consiste nel fatto che la produzione presuppone sempre un individuo che ne è causa, dunque l'individuo precede sempre il processo. Spesso la filosofia si è trovata invischiata in questa dialettica tra la produzione e il prodotto. Karl Marx parlava di alienazione del lavoro e feticismo della merce in quanto accusava il fatto che la merce, come prodotto finito e messo sullo scaffale di un negozio, nasconde il processo lavorativo che vi sta a monte. Simondon ha quasi generalizzato il problema di Marx, in quanto accusava il fatto che l'individuo stesso tende a nascondere il processo da cui è nato, quel processo che Simondon chiama "individuazione". Deleuze denuncia il fatto che la realtà attuale che osserviamo è in realtà qualcosa di rovesciato, rispetto un processo che ha origine nel virtuale e funziona come differenziazione. Adesso gli ontologi orientati all'oggetto fanno una critica opposta: denunciano chiunque riduca l'oggetto stesso, ossia il prodotto, al processo di formazione, ossia alla produzione. Rispetto a questi due movimenti certamente la verità sta nel mezzo. Per questo sarà veramente interessante vedere chi sarà in grado di costruire un modello che tenga bene conto dei due termini della dialettica (prodotto/processo) in eguale misura, senza ridurre l'uno all'altro.

Non tutti sono d'accordo con la teoria del virtuale: Bruno Latour e Graham Harmann, per esempio, criticano questa teoria. La critica viene riassunta da Levi Bryant in questo modo: per estrarre un coniglio da un cappello è necessario averlo inserito prima all'interno, dunque perché il virtuale generi la realtà attuale, esso deve possedere già in sé la realtà attuale. Il primo fatto che si nota in questa obbiezione è che sembra esserci una confusione di fondo tra il virtuale di Deleuze e la potenza di Aristotele. Aristotele, ad esempio, affermava che il seme è una pianta in potenza, mentre la pianta lo è in atto. Il virtuale di Deleuze non centra niente con tutto questo. Deleuze non dice che un seme è una pianta virtualmente. Il virtuale piuttosto riguarda tutti quegli stati e processi in cui l'ente in questo momento non è. Esso riguarda, cioè, quelle condizioni che stanno alla base del fatto che un oggetto può avere altre manifestazioni locali. De Landa, ad esempio, spesso cita il caso dell'acqua: il fatto che l'acqua a 0° diventa ghiaccio e a 100° bolle. Queste due temperature costituiscono due punti singolari che fanno sì che, se l'acqua raggiunge effettivamente quelle temperature, essa cambia di stato e quindi diventa solida o gassosa. Il virtuale nell'acqua non sta nel fatto che è ghiaccio in potenza, ma in quella struttura di singolarità che rende possibile una certa manifestazione locale. Harmann, invece, afferma che la teoria del virtuale presuppone già la realtà che intende realizzare e allo stesso tempo fallisce nel cogliere tutti quei passaggi intermedi che rendono possibile un'azione. Come esempio, nel libro Democrazia degli oggetti, compare quello di un uomo che decide di alzarsi. Questa operazione presuppone tanti passaggi intermedi come l'eccitazione dei nervi che mettono in moto i muscoli. Allo stesso modo Bryant cita il caso di un principe che, per mantenere il suo potere, deve tenere in riga i soldati, mantenere un sistema legale e così via. Bryant risponde a questa critica facendo uso del concetto spinoziano di affetto. Questo concetto era usato dallo stesso Gilles Deleuze ed è stato ripreso, recentemente, da Manuel De Landa. Secondo la teoria degli affetti un oggetto può produrre un affetto su un altro oggetto se e solo se il primo è capace di produrre l'affetto e il secondo di subirlo. Questa teoria si richiama al concetto di "capacità" che è tipico della teoria del virtuale. Una penna ha la capacità di scrivere, ossia di produrre un affetto che definiamo come "scrittura", mentre un foglio ha la capacità di subire questo affetto. Allo stesso modo, afferma Bryant, il nervo del muscolo del soggetto che si alza, nell'esempio di Harmann, per essere eccitato, deve avere la capacità di poter essere eccitato. Nell'affermare l'esistenza della sola realtà attuale, Graham Harmann, secondo Bryant, non può sostenere l'esistenza di una entità che dura nel tempo ed è la stessa nei suoi diversi mutamenti. Anzi, chi adotta la teoria dell'attualismo radicale, come Whitehead o Steven Shaviro, in realtà finisce per sostenere che in ogni momento del tempo si genera una nuova entità e che non esiste più identità di alcuna sorta. Invece nella teoria del virtuale esiste una struttura dell'oggetto che permane, almeno a livello virtuale, grazie a endo-relazioni che la definiscono. Perciò, afferma Levi Bryant, non si tratta di dire che la ghianda contiene la quercia in sé, come se il virtuale, appunto, fosse la potenza di Aristotele. Piuttosto bisogna cercare di comprendere le exo-relazioni che intrattiene la ghianda con altre entità e che le permettono poi di produrre una manifestazione locale come la quercia. Le singolarità che formano la struttura interna dell'oggetto per Bryant non sono qualità e le qualità, inoltre, vanno distinte secondo due forme: le simmetriche e le asimmetriche. Le qualità simmetriche hanno questa caratteristica: sono reversibili. Le qualità asimmetriche non sono reversibili. Reversibile, osserva Bryant, è il colore di un oggetto, il quale, quando spengo la luce cambia, ma se la riaccendo ho di nuovo quello stesso colore di prima. Irreversibile, invece, è il caso del bastoncino spezzato nell'acqua che appare tale per via delle sue exo-relazioni con gli altri oggetti nell'ambiente. Inoltre Levi Bryant distingue anche le endo-qualità dalle exo-qualità. Le exo-qualità esistono solo in quanto un ente intrattiene delle exo-relazioni con altri enti. Un caso citato da Bryant è quello del colore, laddove il colore dell'oggetto dipende da un lato dalla luce, ma anche dalle nostre strutture cognitive. Le endo-qualità sono qualità che possono emergere grazie ai dinamismi interni degli oggetti, senza relazioni con altri oggetti esterni, oppure dipendono da exo-relazioni con altri oggetti, i quali producono trasformazioni irreversibili alla manifestazione locale di una sostanza, dunque si tratta di qualità asimmetriche. Bryant, quindi, risponde attentamente alle critiche fatte alla teoria del virtuale, ma cerca anche di mostrare la vicinanza della teoria del virtuale con altre teorie. Ad esempio afferma che la distinzione fatta da Graham Harmann tra l'oggetto sensibile e l'oggetto reale è la stessa che lui pone tra la manifestazione locale e il virtuale.


Alla fine del terzo capitolo, in Democrazia degli oggetti, Levi Bryant discute una famosa tesi esposta dal filosofo Slavoj Žižek nel libro: Visione di parallasse. In quel testo Žižek tenta di spiegare la differenza tra l'apparenza e la supposta realtà, dalla prospettiva dell'apparenza stessa. Esiste come una separazione o un intervallo tra l'apparenza e la realtà, tra il fenomeno e il noumeno. A partire da questo Žižek concepisce una funzione di parallasse che spieghi la distinzione tra il fenomeno e la cosa in sé, partendo dal fenomeno stesso e mostrando come la cosa in sé sia un'illusione prodotta dal fenomeno stesso. L'oggetto stesso nella sua natura è dato da questo intervallo o frattura, la quale non avviene tra due significanti, ma tra il significante e il luogo di iscrizione o posto vuoto. All'eccesso del significante corrisponde un posto vuoto. Questo eccesso è ciò che Žižek chiama "evento". In un libro su Deleuze Žižek identifica l'evento o l'eccesso d'essere con il virtuale. Questo fatto, l'eccedenza, è ciò che produce l'illusione della trascendenza, che ci sia qualcosa di più. Il problema proposto da Žižek è molto attuale e deve essere collocato, quando si parla di ontologia orientata all'oggetto, sul piano del rapporto tra la sostanza e le sue qualità. Questa differenza, che molti filosofi non sapevano spiegare in passato, ora viene vista in senso positivo da Bryant come motore di differenza che sta alla base del potere creatore del virtuale. Žižek, tuttavia, rimane un correlazionista. Egli afferma che il primo vero filosofo è Kant poiché l'unica filosofia seria è quella che pensa l'ente in quanto è per un soggetto. Questa strada conduce chiaramente verso l'idealismo. Levi Bryant, invece, aderisce al realismo speculativo. Così Bryant spiega che, mentre Žižek parla di una frattura tra l'apparenza e il vuoto dell'oggetto, lui si riferisce alla frattura tra la manifestazione locale e il virtuale. Tuttavia la manifestazione locale non è per un soggetto. La realtà attuale esiste indipendentemente dai soggetti, quel che noi vediamo della realtà è solo una parte di essa: il visibile.