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mercoledì 17 aprile 2013

Un commento a “l'opera d'arte nell'opeca della sua riproducibilità tecnica” ( Walter Benjamin)






Il discorso che fa Benjamin sull'arte parte innanzitutto da considerazioni che vengono dalla filosofia marxista; riprendiamo il buon vecchio Marx e vediamo subito che stando alle sue interpretazioni della storia l'intera struttura, intesa come la realtà economica, dovrebbe modificare la sovrastruttura, intesa come mera realtà culturale, nella quale si inserisce anche l'arte. Il rapporto stringente tra economia e arte è del tutto innegabile, del resto così come in una società capitalista e consumista tutto diventa merce, anche l'arte stessa tende verso questa fine. Noi vediamo anche ai giorni nostro i libri che vengono pubblicati sono quelli che sono più mercificabili, quelli di cui si sa che con molte probabilità verranno facilmente comprati. Una caratteristica del bene artistico è la sua riproducibilità, può essere riprodotto un quadro, magari dallo stesso artista, un libro, anche un disco. Nella storia la riproducibilità delle opere d'arte è segnata da una serie di svolte, una è quella della litografia , l'altra è quella della stampa. Però il carattere dell'opera d'arte era quello che esisteva in qualche maniera un'originale, infatti si può parlare di copia perché copia pur sempre di qualcosa. Benjamin intravede una certa “aura”, come carattere particolare dell'originale stesso. Dice:

Cos'è l'aura in realtà? Una singolare creazione spazio-tempoale: apparizione unica di una lontananza, per quanto questa possa essere vicina.” (Benjamin)

Ai nostri tempi con la fotografia e con il cinema, non si può più parlare tanto di un originale, si tratta se mai di una catena di copie che però perdono questo carattere relativo, perché non il riferirsi all'originale. Ecco che il modello della distanza dell'aura, non ha più senso nella nostra società di massa, infatti dice:

rendere le cose, spazialmente e umanamente, «più vicine» è per le masse attuali un'esigenza vivissima, quanto la tendenza al superamento dell'unicità di qualunque dato mediante la ricezione della sua riproduzione” ( Benjamin)

Questo fenomeno comporta la scomparsa dell'”aura” dall'opera d'arte medesima, quindi non essendoci fondamento dell'arte sull'autenticità qual'è ora il fondamento dell'arte suo proprio? Il fondamento in questo caso diventa la politica. Benjamin ricostruisce una storia dell'arte, rintracciando l'origine e trova l'origine proprio nella magia, l'immagine ha valore magico, del resto è chiaro che prima di tutto l'arte aveva un carattere di questo tipo, se non poi anche religioso, basti pensare all'arte primitiva, poi alle evoluzioni successive, però non ha senso dire di più, del resto Benjamin vuole ricollegare questo a certe interpretazioni del cinema fatte da personaggi come quella di Abel Gance, che paragona la serie di immagini che compongono il film come una specie di linguaggio geroglifico; in realtà si potrebbero trovare anche collegamenti tra cinema e religione, se pensiamo ad un certo Micea Eliade, ma credo che qui Benjamin si voglia fermare all'aspetto magico. Secondo Benjamin però rispetto alla pittura dove quello che c'è di rilevante è l'atteggiamento di distacco del pittore, come un quando un mago guarisce un paziente, perché infatti non ha un reale contatto con il paziente se non per imposizione delle mani, nel caso del cinema abbiamo un operatore che come un chirurgo deve lavorare nel corpo del suo paziente, muovendosi con prudenza tra organi, allo stesso modo Benjamin dice che l'operatore: “ penetra profondamente il tessuto dei dati”. Il cinema comunque compie quasi una rivoluzione, a parte il suo essere senza “aura”, è anche un mezzo attraverso il quale il rapporto tra uomo macchina viene quasi capovolto, per cui se leggiamo bene l'autore ci dice proprio questo:

è un'apparecchiatura quella davanti la quale la maggior parte degli abitanti delle città sono costretti a a spogliarsi della loro umanità negli uffici e nella fabbriche per la durata della giornata lavorativa. Alla sera, poi, le stesse masse riempono i cinema per vedere come l'attore cinematografico li vendica, non solo affermando la sua umanità ( o ciò che a loro sembra tale) nei confronti dell'apparecchiatura, bensì , addirittura, mettendo questa al proprio servizio”. ( Benjamin)

L'operaio del resto non usa la macchina al proprio servizio, lui stesso si riduce a macchina tra le macchine, la sua azione meccanica e questo movimento quasi continuo che ritorna al principio ogni volta che arriva alla fine, ricorda un sisifo. Che fine ha fatto l'uomo in questo mondo di macchine, in questo mondo di merci? Forse che anche lui stia diventando macchina e merce? Ma nel caso del cinema è tutto il contrario, la macchina è il mezzo della libertà di espressione, non è mica l'uomo che si assoggetta alla macchina stessa, visto che alla fine “ la mette al proprio servizio”. Quindi è vero quello che segue, cioè che:

Poi è venuto il cinema e con la dinamite dei decimi di secondo ha fatto saltare questo mondo simile ad un carcere; così noi siamo liberamente in grado di compiere viaggi avventurosi tra le sue sparse rovine” (Benjamin)

Allora viene in seguito anche detto:

Ogni uomo contemporaneo ha il diritto di venir filmato” (Benjamin)

Questa affermazione dopo quello che viene detto sembra avere una grande forza, però se pensiamo ai giorni nostri in cui siamo sempre filmati, da telecamere o da altro, questo non è più un diritto e se lo fosse me ne spoglierei volentieri, ma certo questo Benjamin non poteva prevederlo almeno credo, ad ogni modo la questione si fa interessante. L'essere filmati ai giorni nostri non è più quella libertà di espressione che è rappresentata dal cinema, ma al contrario è quella schiavitù dell'essere spiati in continuazione che troviamo nel romanzo di Orwell, la dove l'essere filmato non è un diritto, se mai è una cosa a cui le persone sono sottoposte sia che siano o che non siano consenzienti, è quello strumento del potere che si serve per avere il famoso controllo sulla vita; un chiaro rimando a Foucault e alle sue tesi sul potere. In Benjamin al contrario tutto rientra in quella dinamica di lotta di classe che porterà ad avere una società senza classe, dove la disuguaglianza che si ha fin dall'inizio e che ha natura economica svanisce del tutto. Si presentano dunque due tendenze per Benjamin da un lato quella del fascismo che vorrebbe in qualche maniera estetizzare la politica, dall'altro il comunismo che avrebbe lo scopo di politicizzare l'arte. Nel primo caso Benjamin fa riferimento direttamente ai futuristi, il loro tentativo di trasformare la guerra in qualcosa di estetico, o almeno farla apparire tale, con queste descrizioni che ne fanno miste con vari paragoni e metafore. Tutto questo è pura esaltazione, ma l'esaltazione passa attraverso l'abbellimento, anche il culto del Duce ruota attorto a tutto questo. Quindi il fascismo vorrebbe ridare una nuova “aura” alla politica. Il comunismo è un movimento contrario nel quale l'arte viene politicizzata, in quanto la politica risulta come vero fondamento dell'arte, non una nuova “aura”. Dobbiamo tenere ben presente che il modello del culto del divo, è sempre parte del processo della mercificazione, in pratica l'attore cinematografico si auto-pubblicizza, anch'esso diventa merce come lo è già il film. Il modello fascista però, stando a Benjamin è caratterizzato dal “culto del pubblico”, come qualcosa che sostituirebbe la vera coscienza di classe.


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