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lunedì 23 settembre 2013

APPENDICE: CRITICA A KANT





Schopenhauer in questa appendice comincia con degli elogi al filosofo Kant, per poi arrivare a delle serie critiche che mostrano la sua volontà di volere superare tale dottrina e se leggete bene, vi accorgerete che in un certo senso lo ha fatto, lui è ben oltre Kant, ha fatto dei passi avanti dunque. Se c’è una cosa che apprezza prima di ogni cosa di Kant è il fatto che lui abbia mostrato la vera natura della realtà, ovvero che la realtà così come noi la vediamo è solo apparenza; spesso la parola fenomeno viene tradotta con apparenza e ancora più spesso viene intesa apparenza come illusoria, ora sappiate che esistono altre interpretazioni per cui il fenomeno rappresenterebbe la vera realtà. Per capire meglio Kant, lo spiegherò brevemente qui, possiamo dire che Kant può vantare di essere quel filosofo che ha superato l’ontologia classica, in questa dottrina si ammetteva un soggetto in sé e una cosa per sé, il problema era come si potessero mai relazionarsi questi due, così non si riusciva spiegare come fosse possibile che noi abbiamo una sensazione di freddo o di caldo, a questo punto chi credeva in ciò finiva per sostenere che nella cosa esistevano qualità come la frigiditas, che avrebbe permesso al corpo di essere freddo oppure la caliditas che avrebbe permesso ad un corpo di essere caldo. Tutta la dottrina si era già tentata di smontarla nell’empirismo, in particolare con due grandi filosofi come Locke e Hume, i quali avevano smontato l’idea di sostanza l’uno e l’altro quella di causalità. Locke criticava l’idea che vi fosse una sostanza semplice, al di là dell’oggetto così come noi lo vediamo, cosa che invece era sostenuta dai filosofi sin già da Aristotele, infatti Locke affermava che noi nello stesso oggetto troviamo sempre le stesse proprietà, anche se lo dividessimo in due, non ci è data la sostanza, è una cosa che supponiamo ma di cui l’esperienza non ci dice nulla, anzi l’esperienza ci mostra solo delle proprietà dell’oggetto, una volta date quelle che bisogno c’è mai di aggiungere una sostanza?. Così crollava l’idea che vi fosse una sostanza al di là dell’oggetto e poi accadde anche questo per la causalità, come mostrava Hume, infatti lui diceva: data una cosa in sé A e una cosa in sé B, nulla mi dice che debba intercorrere una relazione necessaria tra le due cose, se io penso ad una finestra e ad un martello, se guardo alla finestra e al martello, nulla mi dice che se lo lancio contro la finestra questa si romperà, voi mi direte, ma io ho sempre visto delle finestre rompersi in tal modo, questo perché sei abituato a vedere tale connessione, quindi concludi tale connessione solo in base ad una tua abitudine e non perché questa sia necessaria, ma il mondo un giorno potrebbe cambiare. Hume poi argomenta dicendo che in tutte le scienze vale ciò, ovvero le scienze si basano sull’abitudine, almeno per quanto concerne la fisica in particolare, noi non possiamo dire con certezza che domani il sole sorgerà, ma se mai solo per abitudine, in questo modo crollerebbe tutta la causalità. Kant non solo vanterebbe di aver superato l’ontologia, ma anche queste due critiche, perché Kant, non parte ammettendo che esiste una cosa in sé oggetto e una cosa in sé soggetto, ma se mai da per dato certo la conoscenza e dalla conoscenza deduce che vi deve essere obbligatoriamente un soggetto per la conoscenza e un oggetto per la conoscenza. La domanda che si pone Kant o domanda trascendentale è quella quali sono le funzioni a priori che permetterebbero la conoscenza, da li deduce che noi dobbiamo avere per esempio delle forme a priori che rendano possibile la nostra conoscenza, ogni percezione deve essere data nello spazio e nel tempo, già in queste due forme, che permettono l’esperienza e dalle quali non è possibile evadere, infatti se io dico che vedo delle mele, colloco già la rappresentazione nel tempo, presente e nello spazio. Dopo di che Kant introduce anche i principi dell’intelletto, che determinano la rappresentazione secondo modalità, quantità, qualità ecc.., per cui adesso magari non vedo solo delle mele , ma le mele le vedo verdi, quindi qualità. Ora da questo si deduce che la realtà è solo per un soggetto quindi è fenomeno, come afferma il filosofo stesso, questa affermazione viene ripresa da Schopenhauer, il quale loda Kant appunto questa sua scoperta, diciamo pure per quella che il filosofo chiama la “rivoluzione copernichiana”, attuata però nella filosofia. Non è il primo secondo Schopenhauer ad aver mostrato che la realtà è solo apparente, prima di lui lo aveva già fatto Platone e ancora prima si poteva trovare un'affermazione simile già nei Veda con la così detta dottrina della Maya. Secondo gli induisti la realtà è Maya, in che senso? Nel senso che la realtà appunto è apparente, non reale, più esattamente Maya vuol dire magia, quindi la realtà è una costruzione magica. Anche Platone in un certo senso aveva affermato che la realtà fosse solo mera apparenza, infatti lui diceva che ciò che era reale se mai erano le idee, che sono gli archetipi dell’intera realtà, di cui la stessa realtà non sarebbe che un immagine; dimostra tale dottrina introducendo questa questione molto interessante: noi come facciamo a sapere ciò che non sappiamo? Allora dovremmo saperlo già da sempre, da sempre dovevamo sapere ciò che poi veniamo a sapere nella vita solo dopo, questo perché in realtà sapere è ricordare, da li Platone suppone che noi una volta fossimo stati in un mondo delle idee, in cui abbiamo contemplato tutte le idee eterne e perfette, ora quando noi conosciamo in realtà ci ricordiamo di tali idee. Vediamo come in effetti Kant non sia stato il primo a sostenere la tesi che il mondo sia solo apparente, ma Kant ha compiuto un passo decisivo, almeno sembra. Schopenhauer in realtà afferma anche che quello di Kant non è che il culmine di un cammino che era già cominciato da tempo, si deve guardare a Locke che aveva distinto tra qualità primarie e secondarie , anzi in realtà questa distinzione l’aveva già fatta Galileo a suoi tempi, ma questo non lo dice Schopenhauer. Facendo tale distinzione, alcuni tipi di qualità che dovevano essere nell’oggetto divengono dipendenti dal soggetto, diciamo più soggettive, un passo avanti però sicuramente lo ha fatto Berkeley che era arrivato a dire che la realtà, almeno inizialmente lo diceva, fosse solo per un soggetto, infatti le cose esistono solo quando noi le percepiamo, se io vedo una sedia dico che questa è , ma se mi volto non posso dire che quella sedia sia, se poi mi rivoltassi niente in realtà dovrebbe garantirmi che ritroverò la sedia, anche perché questo dire che la sedia ci sarà potrebbe essere semplicemente un derivato dell’abitudine; posso dire con altrettanta certezza che se cade un albero in un bosco e non c’è nessuno nel bosco, il suono dell’albero caduto non c’è, perché nessuno poteva percepire quel suono. Come afferma successivamente Schopenhauer, Berkeley poi ha lasciato la retta via, si è incamminato verso un’altra strada, forse per paura che sarebbe divenuto scettico nell’affermare quella tesi e afferma che la realtà dunque non è che non esista esteriormente, ma c’è perché vi è una mente superiore a tutte le menti che percepisce tutti gli oggetti sempre, dunque prima poteva dire che la realtà non è che un insieme di idee nella nostra mente, ora lui può dire che la realtà non è che un insieme di idee nella mente di Dio, che è proprio quella mente superiore alle altre. Anche se Berkeley è uscito da questa strada, Kant ha proseguito fino a portare a termine e ha dimostrato che la realtà è solo apparenza. Una cosa che però è importante introdurre qua è il fatto che Kant non è che abbia eliminato l’oggetto in sé, anzi in realtà lui pone la cosa in sé come noumeno, del quale afferma che a noi è preclusa la sua conoscenza, qui ci sono più interpretazioni, c’è chi dice che una volta descritto il fenomeno, ha descritto un area fuori dal fenomeno che è noumeno, ma questo non lo si può dare come esistente, non sappiamo nulla tanto più della sua esistenza, se mai è un oggetto pensabile, ma nulla possiamo dire su questa cosa in sé, oppure altri invece hanno pensato che Kant intendesse dire che il noumeno esista sul serio, in questo modo è stata facile la critica degli idealisti che domandavano come fosse possibile che il noumeno sia inconoscibile, eppure noi ne conosciamo allo stesso tempo la sua esistenza; in realtà questa tesi ultima sembra trasparire nella prima edizione della critica della ragion pura di Kant, mentre la prima tesi invece è nelle altre edizioni. Schopenhauer alla fine sostiene la seconda visione, ovvero che Kant intendesse dire che esiste un noumeno al di la del fenomeno e imputa a Kant come errore di non essersi messo a cercare il noumeno. Schopenhauer poi durante l’opera compierà una vera e propria ricerca di tale noumeno partendo per esempio da delle osservazioni che aveva già fatto Kant, ovvero che il noumeno per essere tale non deve essere soggetto alle forme a priori, di spazio e tempo e non deve essere soggetto ai principi a priori dell’intelletto, per cui da questo si potrebbe dedurre che il noumeno in realtà non abbia spazio, quindi sia illimitato e uno solo, che non abbia tempo, quindi è eterno, che sia causa di se stesso perché non è soggetto alla causalità e non avrà sostanza questo noumeno. Kant quindi non sarebbe andato a cercare la natura profonda che sta al di la dell’apparenza, , ma si è fermato alla sola apparenza. Per Schopenhauer la vera natura della realtà non è che la Volontà, ma a questa ci arriveremo per gradi, per ora mi basta dire questo senza aggiungere troppo, ne parlerò più avanti. Schopenhauer comincia qui già a criticare il processo della conoscenza che veniva descritto da Kant, infatti per Schopenhauer non esiste tutto quel processo complesso che aveva descritto Kant, ovvero il fatto che i dati venivano percepiti dai sensi e subito venivano posti nello spazio e nel tempo, anche perché non esiste nessuna cosa se non nello spazio e nel tempo, dopo di che noi abbiamo una rappresentazione, ma questa rappresentazione viene ancora determinata dai principi a priori dell’intelletto, ottenendo così un oggetto della rappresentazione, ecco per sostenere tutto questo processo lungo, Kant aveva detto che tutto accadeva velocemente, ma questa sembra una trovata per salvarsi e salvare la sua teoria. Schopenhauer invece trova una soluzione molto più semplice, prima di tutto elimina la differenza tra rappresentazione e oggetto della rappresentazione, quindi non vi sono due fasi come quella della sensibilità e quella dell’intelletto, in realtà vi è se mai solo un intelletto che ha delle forme a priori che sono lo spazio e il tempo, visto che non si può dare nulla se non nello spazio e nel tempo e poi vi è inserita anche la causalità che è quel principio che cerca la causa di ogni dato sensibile e che gli unifica nell’oggetto da cui ogni sensazione proviene, a questo punto non vi è bisogno di aggiungere la sostanza, non ce ne bisogno, se mai la sostanza è la materia per Schopenhauer e la materia afferma, trae la sua essenza da spazio e tempo. Adesso qualcuno penserà che Schopenhauer abbia eliminato la qualità, la quantità, in realtà non lo ha fatto , ma se mai li ha inseriti nella ragione come dei principi, che rimandano a ragionamenti sulla percezione; vedete non può che essere la ragione a permettere tutto questo. Devo preannunciare che Schopenhauer ponendo in tal modo l’intelletto e il nostro modo di conoscere ha potuto applicare tale teoria anche agli animali , cosa che non avrebbe mai potuto fare Kant visto il modo in cui aveva impostato la questione, in un altro modo inserendo categorie di ragionamento che non possono essere dette degli animali. Vi sono tuttavia dirà molto più avanti nel primo libro degli animali che hanno un intelletto così evoluto che può essere scambiato per una ragione, ma queste sono delle eccezioni. Dopo una critica al modo di conoscere che aveva presentato Kant, critica anche le edizioni successive alla prima della Critica della ragion pura, libro famosissimo scritto Kant, rivoluzionario e critica anche il suo stile di scrittura. Nella critica della ragion pura, diciamo nella prima edizione vi erano molte parti che dopo sono state tolte e poi Kant aveva fatto degli elogi a Bekeley che nelle edizioni successive non vi erano. Era illegittimo per Schopenhauer il fatto che Kant avesse ritirato le sue stime per Berkeley, non riconoscendogli più i meriti che gli spettavano, infatti Berkeley aveva sostenuto una teoria simile alla sua, nel senso che la realtà è apparente, ma poi era uscito fuori strada. A proposito dello stile di scrittura, Schopenhauer afferma che Kant scrive con certo linguaggio oscuro, perché non tutto è lucido, in realtà non sono quelli di Kant testi facili, in effetti il suo libro all’inizio non era stato compreso nemmeno dai suoi contemporanei, nessuno lo aveva capito, questa è stata la sfortuna di quel filosofo e Schopenhauer afferma anche che gli idealisti hanno preso il vizio da lui di scrivere in tal maniera. In realtà Schopenhauer per esempio quando cita, non traduce mai la citazione, quindi non è che scriva lui con un linguaggio meno oscuro. Per ultime vorrei citare le critiche alla morale kantiana di Schopenhauer, il filosofo infatti sostiene che la ragione pratica di cui parlava Kant doveva essergli caduta dal cielo perché non vi era altra spiegazione, infatti non vi sono due ragioni per Schopenhauer ma se mai una sola che può avere le due funzioni, pratica e teoretica, poi sappiamo che con la ragione noi possiamo architettare in peggiori piani e quelli più malefici, noi non possiamo dunque fondare una morale sulla ragione, perché essa non è incorruttibile ma è capace del male. Ora Kant in realtà aveva detto che la ragione pratica si occupa del campo della morale e in essa vi sono delle leggi che sono leggi formali e che perché vi sia un agire morale nel senso della parola bisogna che queste determinano le massime che diventino leggi e che la volontà nostra sia sempre determinata da queste leggi; noi non sappiamo se siamo liberi, ma dobbiamo pensarlo, perché se no non sarebbe possibile la morale e perché noi tutti abbiamo delle leggi determinabili a priori e oggettive e date queste leggi vi deve essere una libertà. Detto questo per quanto concerne la questione del pianificare progetti malvagi, afferma che questa si è una funzione della ragione, ma solo di quella teoretica, ma questo non è possibile in una ragione pura pratica, che non determinata dai fenomeni; quindi la questione è molto più complessa, non si può risolvere così semplicemente come ha fatto Schopenhauer; però il punto che Schopenhauer vuole attaccare la pretesa di poter considerare una ragione pratica come facoltà separata da quella teoretica.

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