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domenica 8 settembre 2013

Cioran e il vuoto





Non lo si capisce fin che non lo si conosce per davvero, nemmeno io posso dire di conoscerlo per filo e per segno, ma ne ho colto solo il suo aspetto falso, nella sua falsità stessa, ovvero nella falsità che viene riconosciuta in quanto tale. È quello che sta al fondo di ogni nostra esistenza, quella cosa di cui abbiamo sempre paura e che dobbiamo coprire con la nostra esistenza con i nostri affetti, come volessimo tappare un enorme buco che si nasconde dentro noi. La pienezza del vuoto così come la chiamava Cioran, in realtà è svelare una falsità che non è stata colta da tutti, da tutti quelli che ancora adesso pensano il vuoto come mero nulla. Spesso ci ritroviamo a dire: « c'è un vuoto dentro di me», «sento il vuoto» oppure: « il vuoto ci separa», come se il vuoto avesse un valore positivo, nella misura in cui il vuoto fosse un positivo nel senso dell'essere, quindi arriviamo a parlare della presenza di un'assenza. Diciamo che ci muoviamo nel vuoto, ma c'è il vuoto? cosa vuol dire? se presupponessimo che il vuoto non è, arriveremmo alla conclusione che in fondo tutto non è che una illusione, una contraddizione, negheremmo il vuoto come menzogna, ci faremmo una risata di chi crede nel vuoto perché diremmo che al massimo quello che pensiamo vuoto sarebbe spazio pieno d'aria; già però così risolviamo il problema del vuoto esterno, ma come risolvere la questione di cose come la solitudine e la carenza d'affetto?, nel senso che la solitudine in realtà è sempre un vuoto che sentiamo dentro di noi, o almeno la sensazione di solitudine, perché la solitudine è semplicemente una condizione esteriore. Questo vuoto noi diciamo di sentirlo, anche se diremmo che il vuoto non è? cosa sentiamo per davvero? come potremmo sentire qualcosa che non è? sentiamo forza la mancanza, quindi sarebbe come la sensazione che proviamo quando facciamo passare un dito in un buco, già ma in quel caso cosa sentiamo? cosa mai possiamo sentire se non tocchiamo nulla? possiamo pensare che nell'interno possa darsi sensazione di una mancanza?. Sull'ultima domanda io direi di no, infatti è quel pieno del vuoto che ci coglie d'improvviso, il vuoto non è mai solo non essere perché non potremmo mai sperimentarlo, altrimenti cosa dire? che la fonte della sensazione sia il nulla? è qui che dovremmo davvero ridere, se ci venisse detto questo, non si da causa che produce effetto, che non sia nell'essere. Credo che in fondo Cioran alla fine abbia mostrato un po' nei suoi testi questo lato misterioso del vuoto, perché in fondo se dicessimo che un limone è giallo, diremmo che la giallezza appartiene al limone,  mentre nel caso del vuoto, diremmo che si tratta di vuotezza, ma ecco che Cioran predica invece al vuoto la pienezza. Anche il caso della carenza di affetto e mettiamo pure di amore, in realtà sono percepiti come vuoti nel senso della mancanza di affetti, ma non è mai semplice non-essere, perché in effetti proprio quella mancanza si fa causa di un dolore. Pensateci bene, se fosse solo mancanza come può il nulla o un non-essere a causare sofferenza. Qui veniamo al punto, io mettiamo che mi sento solo, percepisco questo vuoto, poi io mi sento male, ho paura di questo vuoto, quindi devo riempirlo, per farlo mi cerco degli amici e persone esterne con cui avere contatti sociali, ma in questo modo creo dipendenza, perché non appena questi poi dovessero mollarmi per chissà quali ragioni, ricompare l'orrore e di nuovo il vuoto. Lo stesso vale per l'affetto e simili, ma dov'è il vero problema? il vuoto ha una natura ambigua, è il nostro baratro, la crisi è un continuo oscillare sul baratro con un grande burrone davanti. Ecco che qui viene fuori un altro concetto della filosofia di Cioran, quello di vertigine, che è quella sensazione particolare che noi proviamo di fronte a questo vuoto, come una grande paura di cadere, ecco la vera crisi, un vuoto che non è tappato in cui si percepisce il continuo pericolo di andare giù. Credo che a sto punto la filosofia di Cioran ci porti a tentare ci conoscere questo vuoto, perché ti presenta un'altra via, noi siamo sempre fuggiti da questo vuoto, lui invece è come se ci invitasse all'affronto, la ricerca del distacco dall'atto è simile, l'agire continuo è sempre legato all'idea del riempire un vuoto, siamo sempre come perseguitati dall'idea di riempire vuoti e ci sentiamo male di fronte ai nostri baratri provando la vertigine. Il punto sta qui, è davvero il vuoto la causa del dolore o esso si origina in un rapporto con il vuoto? forse che noi di fronte al baratro abbiamo questa paura, teniamo sempre il vuoto a distanza, perché non ci abbandoneremo mai ad esso, ciò che ce lo impedisce in fondo è un nostro terrore. Di fronte al baratro la cosa migliore è buttarsi, si tratta di sondare quanto è profondo il baratro e conoscere la vera natura del vuoto interno; non è mero annichilimento, anche perché può darsi che potremmo inaspettatamente scoprire qualcosa che non pensavamo, potremmo trovare la natura reale del vuoto. Nelle dottrine orientali il vuoto ha un ruolo centrale, la ricerca buddista del Nirvana, si risolve in una ricerca di un vuoto, ma un vuoto che non è mai mero non essere. Cosa potremmo fare se potessimo vivere con quel vuoto? niente più orrore, liberi di fare quello che vogliamo, di legarci con chi vogliamo senza essere vincolati dal terrore che la nostra paura del baratro si ripresenti. A questo punto credo quello di Cioran sia un vero invito a scoprire la realtà del vuoto, quella da cui fuggiamo, il che può portarci ad una idea di isolamento e distacco, ma secondo me può portarci a vivere anche un'altra vita non isolata anche di relazioni, ma senza dipendenze, dove si prende e si lascia come una farfalla che si posa su un fiore e vola via su un altro.  

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