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giovedì 3 ottobre 2013

Un commento alla “tentazione di esistere” di Cioran








1 PREFAZIONE

La prima volta lo avevo visto nella libreria Feltrinelli in piazza CLN, a Torino, era tra i libri di filosofia disposto in orizzontale, era messo in evidenza, lo avevo aperto e avevo cominciato a leggere il commento del traduttore, il quale elogiava il libro per via del fatto che era a suo avviso il migliore, dato che in esso si poteva scorgere tutta la filosofia di Cioran o quanto meno i suoi caratteri principali e non solo in questo libro era presente il più grande elogio alla futilità che sia mai stato fatto, il che voleva dire che lo esaltava come un pensatore assolutamente contro corrente. Ora io vi dico che è vero che c’è un po’ di tutto nel libro, ho apprezzato soprattutto l’ultima parte quella proprio sulla tentazione di esistere, nonostante tutto. Si diciamo pure che questo libro è suddiviso in diverse sezioni e nel complesso vengono trattati tantissimi argomenti diversi, quindi si può parlare di un mondo intero nel libro stesso. 





 

2 PENSARE CONTRO SE STESSI:

Di cosa parlerà mai? Mi chiedevo incuriosito la prima volta che spiavo quel libro ancora prima di leggerlo, quando già in quel momento mi prefiguravo ciò che poteva esservi scritto, pensavo che parlasse dell’arte dell’odio di sé, questo era quello che avevo pensato all’inizio. Ora cosa c’è veramente scritto? è di questo che invece parlerò e questo contenuto è diverso da quello che immaginavo, ma era prevedibile del resto, se si ha già esperienza di Cioran, si può immaginare. Il pensare contro se stessi, non è tanto un arte dell’odio di sé, al massimo dell’odio del caro io empirico, ma più che altro del rifiuto e del disgusto dei nostri istinti, la nostra parte animale. Nulla di più dei nostri istinti può essere per noi una catena che ci lega alla realtà, forse solo la paura ci lega allo stesso modo, ma gli istinti ci portano verso la malinconia e il rancore, nonché alla rivolta. Ogni affermazione dei propri istinti e delle proprie azioni è una vittoria su di se del molteplice e una sconfitta su di se dell’Uno, o quanto meno dell’unità. Così ogni atto che avviene per forza di cosa nel tempo ci lega ad esso ed è negazione dell’eterno. Il liberato se così vogliamo definirlo è una persona che si è data alla via della rinuncia, all’indifferenza.

L’uomo non ami nulla e sarà invulnerabile” ( Zhuang-zi)

È proprio l’amore o il fatto stesso che qualcosa o qualcuno ci sia caro che ci lega alla realtà, può sembrare strano che in un testo sacro, quindi religioso ci sia un’affermazione simile contro l’amore, visto che di solito sono le religioni che parlano di amore universale, ma quell’amore della religione dovete capire che è un amore verso Dio, l’amore verso Dio non è quello verso il materiale e le creature, questo è un amore nel senso dell'attaccamento, proprio quello stesso attaccamento che crea catene e ci spesso ci rende schiavi. Così non amare non significa non amare in senso assoluto, ma non amare nulla di terreno, perché un amore di tale natura ci lega alla materia e non ci libera affatto o meglio con la materia, ma anche con altre persone si generano rapporti di dipendenza ed attaccamento, poi questi generano altre emozioni dentro di noi, non so per esempio l'avidità, il volere sempre di più o anche la nostalgia quando si perde qualcosa di caro. Così il liberato non vivrà una vita di intense emozioni, se no non sarebbe un liberato, i nostri piaceri sensibili sono delle prigioni in cui ci rifugiamo per non guardare il quel che è in noi e fargli fronte, un Ego, un io empirico. Ma fuggiamo anche dal vuoto, dal silenzio, dato che questo ci fa spesso comodo, viviamo una vita assordata dal rumore e questo il grande velo sul silenzio.

La vita intensa è contraria al Tao” ( Lao-Zi)

Il liberato non vive di tristezze e malinconie per quello che perde, ne tanto prova gioia per quello che ottiene dal punto di vista materiale, ma è indifferente a tutto, distaccato da tutto e persino dall’atto, dal tempo, cerca l’eterno, cerca quasi una liberazione totale da ogni forma di essere. Così alla fine la strada della liberazione parte da noi stessi, solo noi possiamo liberarci, senza particolari maestri, senza aspettarci di trovare il metodo da qualche teosofo o in qualche testo sacro. In fondo una verità l'abbiamo in noi, la contraddittorietà del vuoto, dobbiamo arrivarci con le nostre gambe, a poco ci serve quello che ha da dirci un maestro seppur grande, perché conosciamo meglio quando sperimentiamo da noi stessi, non è tanto il concetto, perché per uno come Cioran se ben ho inteso, meno pensi meglio è, il maestro ti da solo nozioni, finito lì. Così comincia una polemica di Cioran contro certi presunti teosofi, che si credono dotati di chissà quale sapere e poi se la prende con chi si crede liberato e si pone su un piedistallo, più in alto degli altri. Quest’ultimo atto di presunzione deve essere per Cioran insopportabile, perché non è ammissibile tale azione arrogante, di credersi più libero degli altri o credersi santo o cose simili; io direi che è più facile scorgere un liberato in chi dice di non esserlo, almeno quello si è liberato dalla vanità, questa sarebbe una certezza, Cioran considera più liberato invece il mendicante che nella sua povertà non ha più nulla e dunque si è liberato da tutto.

Se vogliamo recuperare la nostra libertà, ci converrà deporre il fardello della sensazione, non reagire più al mondo attraverso i sensi, rompere i legami. Ora ogni sensazione è legame, il piacere come il dolore, la gioia come la tristezza. L’unico ad affrancarsi è lo spirito che, puro d’ogni commercio con esseri o oggetti, si esercita alla propria vacuità.” ( Cioran)

Ecco non ci vuole molto a capire, penso che tutto sia quasi riassunto in quella frase, non credo che ci sia molto da aggiungere, se non il ricordare che la strada della liberazione è una strada individuale, non sarà un altro a liberarti, ma il migliore aiuto a te stesso sei proprio tu e non il maestro o il professore di turno.

2 SU UNA CIVILTÀ ESAUSTA:

l’Europa sta crollando, una tesi molto attuale quella di Cioran, se si pensa alla nostra crisi, solo che per Cioran non esiste un modo per salvarla, sarebbe uno sforzo inutile, un sogno di un visionario ancora appartenente al secolo dell’ottocento, se non perché ci ha vissuto ma perché ci si è legato. Quello di Cioran lo si può definire come pessimismo, infatti noi siamo nel fatalismo puro, siamo ben distanti dalle utopie che regnavano prima, da un lato prima avevamo un Hegel che riusciva a vedere un progresso dello spirito assoluto all’interno della storia volto al fine della liberazione dell'uomo, mentre dall’altro abbiamo un Marx, anche lui pronto venerare la storia come progresso, a descrivere la rivoluzione che sarebbe venuta, che noi abbiamo visto , ma che ne siamo rimasti amareggiati e delusi. Vi era uno scrittore del novecento che di chiama Karl Popper, quest’ultimo ha scritto un opera che si intitola “Hegel e Marx, falsi profeti”, un opera dal titolo provocante , ma che sembra riflettere la realtà, in quanto se vogliamo cercare la realizzazione di queste utopie o progresso di una storia che giunge alla sua realizzazione, troviamo tutto ciò nei totalitarismi come il nazismo, il fascismo e il comunismo. Abbiamo visto Stalin e abbiamo ripudiato Marx, perché in fondo crederci ancora? O forse questa era una falsa realizzazione della sua “profezia”?. Non abbiamo abbastanza forze per credere che tutto quello di cui questi due filosofi hanno parlato debba ancora realizzarsi, non abbiamo forza per credere nel progresso e nulla ci dice che ci sia, siamo caduti nel mondo della rassegnazione, quello dell'eterno al contrario. La decadenza della civiltà è uno dei temi di Cioran e qui lo ritroviamo, in fondo tutte le grandi civiltà decadono, sembra una legge, ma la nostra non è sembrata così tanto grande, non lo è più da quando cadde l’impero romano. Possiamo vantarci noi occidentali a dispetto di tutti gli altri, che noi possediamo un patrimonio musicale fantastico, in fondo la musica classica l’abbiamo inventata noi e su questo Cioran è chiaro, come potremmo immaginarci un Bach in Cina?. Purtroppo però anche se questa è una musica che più di ogni altra cosa ci distingue come occidentali e ci permette un poco di vanto, ora sono gli orientali che interessandosene più dei nostri giovani, i quali hanno lasciato la musica un pezzo di tradizione. Forse anche la caduta della musica classica e la futura musica classica “Made in Cina”, fa parte della caduta del mondo occidentale che non sa nemmeno riconoscere più se stesso, ciò che più proprio di lui e le sue qualità. L’oriente del resto è sempre stato superiore, la civiltà diceva Hegel è nata in india, per cui tutta la civiltà nostra non che una esportazione, anche i Greci non ci sembreranno più tanto originali, poi gli orientali sono superiori nello spirito, la loro mistica non ha pari con la nostra, la loro è sempre stata migliore e adesso ci stanno pure superando economicamente! I cinesi dovevano avere un destino speciale, chissà quale stella hanno dalla loro parte!. A parte questo che era un po’ per attualizzare e polemizzare , ho trovato interessante questa affermazione:

Agire è una cosa; sapere di agire è un’altra” ( Cioran)

Così si può essere coscienti della propria azione, oppure agire senza coscienza, senza non solo sapere quello che si fa, ma anche senza sapere che si sta agendo. Da un lato si potrebbe dire che è ovvio, ci sono persone che non sanno quello che fanno, in tal senso noi possiamo dire che agiscono commettendo il male, ma senza sapere di farlo, come un bambino che ruba, ma che non sa che rubare è immorale; ma qui in realtà è tutto diverso perché si dice che non solo non si è coscienti di quello che si fa, ma nemmeno dell’agire stesso si è coscienti, ovvero del fatto che si sta agendo. Quindi è possibile agire senza la consapevolezza di agire? Per Cioran sembra di si, da qui si può pensare che anche se si agisce togliendo questa appercezione dell’azione, ci si distacca comunque dall’atto e i vive con indifferenza ogni azione, senza esserne minimamente turbati.

3 PICCOLA TEORIA SUL DESTINO

Comincia la sezione parlando di due stati che come la Spagna e la Russia, i quali sono ricorrenti nelle varie opere di Cioran, questi due infatti rappresentano uno la Spagna che soffre per l’uscita dalla storia, mentre il secondo paese la Russia soffre perché vuole entrare nella storia. La Spagna fino a non molto tempo fa dominava l’America latina, aveva portato con la forza un cattolicesimo sanguinario, era una grande esperta del massacro; può darsi che in questo momento stia uscendo dalla storia perché non ha più le forze, avendole esercitate con violenza già precedentemente. La Russia dopo la rivoluzione cerca sempre di più di entrare nella storia e la sua sofferenza è proprio di questo genere, visto che prima viveva ai margini. Del resto “essere nella storia” vuol dire agire da protagonisti, la guerra è azione, ma è in particolare una di quelle azioni che rende una certa nazione protagonista storico in un periodo.

Un popolo che è un tormento per sé stesso è un popolo malato” ( Cioran)

Il popolo Russo viene definito da Cioran come un popolo ossessionato da sé, l'ossessione probabilmente è anche un attaccamento a delle tradizioni, anche nei romanzi di Dostoevskij si nota un certo tipo di atteggiamento simile, l'ossessione per la santa Russia; è santa la Russia non solo perché viene detta anche la terza Roma, la dove a Mosca ha avuto rifugio la chiesa ortodossa. Dopo aver parlato di questi due paesi Cioran comincia a parlare del suo, la Romania, incominciando a introdurre la questione del destino. Cioran comincia chiedendosi: Come si può essere rumeni?. Una domanda senza fine e forse senza risposta, in ogni caso, è da evidenziare come nel testo Cioran sottolinei un suo primo odio nei confronti del suo paese e delle sue tradizioni, ma non solo soprattutto quell’idea che avevano i rumeni ossessionante che è quella del destino; forse per essere rumeni basta legarsi in modo forte a tale idea. Cioran che era nato in tale paese rifiutava inizialmente l’idea del destino, infatti in essa non trovava che una scappatoia da vigliacchi. Di solito viene visto chi crede che tutto sia già scritto, come una persona che non vuole assumersi le sue responsabilità per ciò che accade, in tal modo si potrebbe difendere un Giuda, dicendo che tanto lui non aveva già scelto era già scritto che avrebbe tradito Cristo e infatti Cristo lo sapeva già alla cena. Ora però non per forza deve essere così il destino, ma può essere che dietro il destino vi sia una concezione religiosa; anche la così detta provvidenza divina è assimilabile ad un tipo di destino, per cui Dio sa tutto, nonostante noi possediamo un certo libero arbitrio, in realtà tutto è già scritto. Il del destino ci invita a citare un famoso racconto rumeno, nel quale si narra che di una chiesa che doveva essere costruita e che mentre veniva costruita di giorno, crollava di notte. Mastro Manole che si occupava dei lavori non sapeva cosa fare, quando un giorno fa un sogno nel quale gli viene detto che se avesse murata viva nella chiesa il giorno dopo la prima persona che sarebbe venuta in contro, ecco che tutto sarebbe finito. Il giorno dopo però trova la moglie che non sbaglio gli portava la colazione, a questo punto lui prega il dio che non lo raggiunga altrimenti avrebbe dovuto murare lei nella chiesa, questo tenta in ogni modo di impedirglielo, ma la moglie supera ogni ostacolo e il destino si compie, lui sarà costretto a murare viva la moglie. Nel mondo rumeno i è lidea dell'inevitabilità del destino. Quando Cioran inizia ad affermare l’idea del destino e a farla propria, lui riesce a riconciliarsi con il suo paese; dobbiamo però dire che Cioran intende in un modo suo il destino, non certo come provvidenza benigna , ma se mai come fatalismo, in pratica lo definisce un “elegante aborto”. Cioran poi cita anche un antico storico del suo paese di cui non rivela il nome che afferma questo:

Non è l’uomo che comanda i tempi, ma i tempi che comandano l’uomo”

È evidente che quella del destino deve essere un’idea che ha abitato la Romania più che in ogni altro paese, questa idea fatale costringe a pensare il tempo, o la storia medesima come un mostro superiore e l’uomo la sua vittima. Nella concezione del destino ciò che è più fatalistico è l’uomo che è sacrificato dalla macchina della storia, l’uomo non è che una vittima del brio e del cattivo gusto di essa, senza speranza perché ogni azione è meditata prima che l’uomo possa scegliere, la storia ha scelto prima dell’uomo e ha scelto il peggio per l’uomo, la storia è sempre più sveglia e si muove più velocemente, mentre l’uomo è solo uno spettatore dei suoi atti, una vita come un film dell’orrore.

Per disperarsi dall’agire, i popoli oppressi si rimettono al “destino”, salvezza negativa e insieme mezzo per intraprendere gli avvenimenti: filosofia della storia ad uso quotidiano, visione deterministica su base affettiva, metafisica di circostanza” ( Cioran)

4 VANTAGGI DELL’ESILIO

Quello che si trova in questa sezione è proprio un vero elogio dell’esilio, se pensiamo al filosofo stesso, lui è nato in Romania, ma da un momento della sua vita ha deciso di trasferirsi in Francia, si può dire chiaramente che il suo sia un auto-esilio, volontario. Io sono sempre stato contrario all’esilio volontario visto da me come una forma quasi masochistica e poi nemmeno Socrate quando poteva ha voluto l’esilio! Io sono più legato ad un concetto deleusiano di una continuità del divenire, dato che questo Gilles Deleuse era contrario al viaggio visto che lo considerava come uno “spezzare il divenire”, allora io voluto che nella mia vita il divenire avesse una certa continuità, ma quando ho letto questo brano di Cioran , ho trovato che tutto sommato dal suo punto di vista poteva non avere torto. Cioran presenta l’esilio non solo come un evasione dalla propria patria, ma anche come un evasione da se stessi, perché si tratta di un evasione da tutto ciò che a cui si era legato nella propria patria e in un certo senso si abbandona un proprio sé, anzi diventa estraneo al suo nome che non ha nessun senso nell’altra lingua.

Eroicamente traditore, rompe con i suoi ricordi, e fino a un certo punto con se stesso.” ( Cioran)

Si esatto come si dice qua sopra si tratta proprio di una rottura con sé stesso, in un certo senso, ma l’esilio non solo scuola per evadere da sé, ma anche come afferma il filosofo, una scuola di vertigine. Qui troviamo un propria definizione della vertigine cioraniana:

È una situazione limite e come il confine estremo dello stato poetico” ( Cioran)

La vertigine come stato poetico al limite, del resto Cioran diceva che uno scrittore esiliato trovava più facile esprimersi con la poesia.

5 UN POPOLO DI SOLITARI

Durante tutto il Medioevo gli Ebrei si fecero massacrare perché avevano crocifisso uno dei loro… . Nessun popolo ha pagato così caro un gesto sconsiderato, ma comprensibile, e tutto sommato naturale” ( Cioran)

Il popolo di solitari come potete ben vedere sono gli ebrei, descritti come dei grandi esperti nell’arte dell’esilio, in fondo con la grande diaspora essi si sono dispersi in tutta l’Europa e altrove, hanno viaggiato più volte espulsi ovunque, in ogni parte del globo hanno trovato avversione, sono dei nomadi per natura, basta leggersi la Bibbia per avere già un idea di quanto hanno già viaggiato prima di arrivare alla “terra promessa”. Si può vedere come Cioran colleghi la sezione precedente sui vantaggi dell’esilio con questa, in cui si parla del popolo ebraico, il quale se intende di esilio. Gli ebrei vengono definiti da Cioran come dei grandi progettisti e individui che rimpiangevano un benessere lontano nel passato; la loro utopia, dice il filosofo, non sarebbe che un postulare nel futuro un periodo del passato. Nella Bibbia si dice che l’uomo è stato nell’Eden, poi è stato scacciato a causa del suo peccato, ma è stato nell’Eden, forse è questa la terra che rimpiangono? Che terra felice poi, anche io piangerei per quel pezzo di terra che oggi ci è negato, chissà se mai vi è un mezzo per entrarvi. In ogni caso sembra quasi che il popolo ebraico non sia nemmeno terrestre a quanto dice Cioran, in fondo per essere come loro o per almeno potersi avvicinare bisognerebbe esiliarsi più volte e forse non basterebbe nemmeno. Un popolo che la storia ha conservato il nome, a dispetto di molti altri che sono dimenticati dai più, pensateci sapreste dirmi chi sono gli Ittiti? Probabilmente la maggioranza di voi non li ricorda, o magari mi sbaglio, ma io devo dire che di tale popolo mi ricordo giusto il nome, chi fossero non saprei dirlo, credo che siano un popolo ricordato solo da pochi, di cui la storia ha lasciato solo qualche traccia, mentre gli ebrei sono stati, sono adesso e saranno poi, gli Ittiti sono stati e basta, e sono stati solo per chi ha la memoria che sono stati. Inoltre la stravagante religione ebraica ha influenzato la maggioranza delle religioni successive come quella Cristiana e quella Mussulmana, difficile capire come mai , in fondo Yahweh non è che l’ennesimo Dio attaccabrighe, lunatico, vendicativo, non tanto diverso da uno Zeus, se non per il fatto che li il dio è uno e non è rappresentabile. Il cristianesimo poi ai giorni nostri sta sparendo, le chiese sono sempre più frequentate solo dai più anziani, a dispetto di una massa di giovani atei, materialisti e talvolta anche nichilisti, come afferma Cioran, le croci ci fanno sbadigliare; se gli ebrei si fossero interessati al cristianesimo lo avrebbero reso più interessante e strano, dice il filosofo, ma forse gli ebrei diventeranno cristiani solo quando il cristianesimo sarà in svantaggio, quando i cristiani verranno attaccati da nuovi credi.

6 LETTERA SU ALCUNE IMPASSES

Un suo amico ha deciso di scrivere un libro, questa lettera non è che una risposta a tale decisione, possiamo dire che Cioran non sia affatto d’accordo con la sua decisione, ma dato che non può fargli cambiare idea, lo mette in guardia, in quanto avere talento e addirittura farne sfoggio è dannoso per chiunque. Devo dire che Cioran si oppone alla qualità dell’individuo e invita a farlo per dare origine poi ad un elogio proprio all’inutile, anche qui un lato del nichilismo in Cioran. Ogni qualità è una legame, una catena, non si può essere liberi se non si è una persona inutile. Il problema poi non è solo l’attaccamento alla dote, al proprio genio, ma sopra tutto questa domanda, è ancora possibile scrivere un libro nell’era nel nulla? Secondo Cioran , i grandi scrittori monumentali erano quelli del secolo precedente , come Hegel, Byron e Goethe; non c’è nulla più da aggiungere alla filosofia e alla letteratura, secondo Cioran. Lo scrittore poi non fa che distruggere se stesso con la sua stessa opera, è meno presente ad ogni parola che scrive, si rovina con la sua opera perché ne rimarrà legato, guai se quando si parla con lui non si parli di essa, ci rimarrebbe molto male; il lettore poi è un suo veleno e per quanto possa esaurirsi tutto in lui non si esaurirà mai la vanità che sarà sempre presente, una vanità cosmica e ossessiva. A questo punto ci si chiederebbe allora perché mai Cioran scrive, detto questo sarebbe una domanda ovvia, ecco lui scrive a quanto pare proprio per distruggere se stesso e è anche per questo che ha aderito allo scetticismo, e in più ha questo grande desiderio di essere odiato dalla maggioranza, se non da tutti. A dire il vero sembra che più di ogni cosa il desiderio sia quello del diventare inutile, una sorta di ideale che sembra non raggiungibile. In fondo chi è inutile è libero da ogni qualità, una libertà quasi totale che sembra difficilmente aspirabile, ma che fa pensare che Cioran voglia ancora scommettere su qualcosa, sull’inutilità, un’inutilità che diventa il metodo per la liberazione, mai da altre parti troveremo un elogio del genere come quello che si trova in questa pagina, questo ci è concesso dirlo e in effetti l’elogio all’inutile è il massimo per un pensatore conto correte e nichilista come Cioran.

Per liquidare il vostro passato, le vostre innocenze, vi occorre una iniziazione alla vertigine. Cosa non difficile per chi comprenda che la paura, innestandosi sulla materia, le fece fare quel balzo di cui noi siamo come l’ultimo eco. Non esiste il tempo, c’è soltanto questo paura che si svolge e si camuffa in istanti…, che è là, in noi e fuori di noi, onnipresente e invisibile, mistero dei nostri silenzi e delle nostre grida, dalle nostre preghiere e delle bestemmie” ( Cioran)

Alla fine dice Cioran, che la situazione dell’amico è come quella di una vecchietta che il filosofo stesso ha conosciuto, la quale se ne stava in casa in attesa che la casa crollasse, era sempre a guardare tutte le crepe e a spiare ogni angolo in attesa del “grande evento”.


7 LO STILE COME AVVENTURA

Questa sezione come quella dopo si legano alla lettera perché proseguono sul tema della scrittura oggi e della scrittura prima di oggi. Si parte dal quello che viene definito il dominatore della parola, uno stratega, il demiurgo dei vocaboli, il vero inventore dello stile che alla fine non sarebbe che il sofista. Chi più di altri ha saputo maneggiare la parola, farla propria, usarla secondo suo gusto, chi meglio di un Gorgia e in genere dei sofisti. Insomma stando a Cioran ogni artista deve qualcosa alla scuola sofista, infatti ogni scrittore deve a loro lo stile. Ora qui per artista si intende per lo più lo scrittore, uno scrittore ai gironi nostri però è uno scrittore diverso che vuole avere uno stile proprio, avere una personalità propria senza seguire dei canoni, senza regole, uno scrittore ribelle che non ha confronto con quello passato perché la sua scrittura diventa sempre più vuota. Si ritorna sulla tesi che non vi è nulla da aggiungere nella filosofia e nella letteratura, insomma a che pro scrivere, visto che lo scritto e lo scrittore sono sempre più vuoti; il virus del nichilismo ha intaccato la scrittura in generale e l’arte, secondo Cioran la ragione non è caduta solo nella filosofia, ma anche nell’arte.

Nella vita dello spirito giunge un momento in cui la scrittura, erigendosi a principio autonomo diventa destino. È allora che il Verbo, nelle sue speculazioni filosofiche come nei testi letterari, svela il suo rigore e al contempo il suo nulla” ( Cioran)

8 OLTRE IL ROMANZO


Ai giorni nostri sempre più gente preferisce il diario al romanzo vero e proprio, preferisce indagare sul piano psicologico il personaggio, in modo continuo e ossessivo, una tecnica assente ai romanzi che si scrivevano una volta. Lo scrittore vuole sempre parlare di se stesso, introdursi ad ogni costo nel libro, difficilmente avremmo immaginato Dante a confessare segreti della sua vita o cose più intime. Da questo Cioran deduce che lo scrittore moderno ha superato il romanzo e si chiede come è che si scrivono ancora romanzi dato che questo fatto è evidentemente avvenuto. Il romanzo è decaduto , non si può dire che esista ancora perché quello che è, è un romanzo vuoto, quindi non è, per quanto vi sia stato scritto quel romanzo, anche per tutto il lavoro svolto si può dire che il nichilismo abbia intaccato tutto, ogni parola è vana e più parole sono più corrodono e sono dannose. Nel Medioevo anche li il romanzo era sparito, l’uomo poteva fare un sospiro di sollievo perché si poteva respirare più facilmente, in quel secolo. Ora però non diremmo la stesa cosa, la caduta del romanzo è la conferma del crollo inarrestabile e della distruzione e corrosione che attua il nichilismo su ogni cosa.

C’è solo una cosa peggiore della noia: la paura della noia. Ed è questa paura che provo tute le volte che apro un romanzo” ( Cioran)

9 FREQUENTANDO I MISTICI


È inutile, dice Cioran, scorgere un’unità e un sistema ovunque, anche quando in realtà non c’è , per esempio in Nietzsche, secondo Cioran , non vi è nessun sistema, quella deve essere un invenzione di Heidegger, almeno per il filosofo, perché Nietzsche in realtà scriveva niente meno che le sue “variazioni dei suoi umori”, seguendo il suo brio e i suoi capricci. Così come non si può parlare di sistema nei mistici, questi ricercatori del nulla, ossessionati da Dio che compiono una lotta giobbiana continua con lui. I mistici , Cioran dice che sono tutti eretici, perché alla fine sono fuori dal canone della chiesa e dallo stile stresso della chiesa. Ribelli ad un conformismo, sono dei negatori dell’atto, dei veri liberati, hanno seguito certo il bene, ma anche la distruzione, sino ad arrivare ad odiare se stessi, finché non si esaurisce questo odio e alla fine si arriva aduno stato si perfezione. Il santo è colui che in un primo momento è pronto a dire che tutto non è e poi arriva a dire che tutto è, se lo si vuole capire si deve capire questo passaggio, un passaggio che sembra andare dal nichilismo a quello che potrebbe essere un opposto di tale nichilismo. Se pensiamo al nulla ai giorni nostri il nichilismo, erano altri tempi, dove lo spirituale poteva sbocciare più facilmente e ognuno poteva andare di testa senza che corresse il rischio di finire da uno psichiatra.

10 RABBIE E RASSEGNAZIONI


Non parlerò di tutta questa sezione, ma solo dei personaggi che presenta durante questa sezione che è a sua volta divisa in vari capitoletti, i personaggi sarebbero i seguenti: Socrate, Epicuro, S. Paolo, Lutero, Gogol. Su Scorate si interroga a proposito del demone che albergherebbe in tale filosofo , ponendosi la questione se sia stato reale, oppure invece sia solo frutto della furbizia di Socrate stesso, forse non potremmo mai rispondere a questa domanda, ma Socrate sembra interessarci per il problema della sincerità a quanto sembra. La ricerca della sincerità, perché se si vuole bisogna ammettere di non sapere, nulla di più sincero di una persona che ammette di sapere di non sapere, perché solo il dio sa tutto, l’uomo comune vive nella doxa, che è l’opinione, mentre il filosofo si può dire che stia a metà tra i due, da un lato non sa tutto, dall’altro di si scosta dall’opinione e cerca solo ciò che è vero. Così il metodo socratico quello delle domande è volto a scoprire i concetti delle cose, cosa si una cosa in se stessa; ad esempio chiedeva cosa fosse mai il coraggio, cercando una definizione generale di coraggio che valesse per tutti i casi, mentre i suoi interlocutori dicevano solo esempi particolari di coraggio e non cosa fosse esso stesso in generale, dimostrando dunque di non sapere cosa fosse in realtà tale cosa, l’insegnamento della sincerità da parte di un Socrate è visto come un’ammissione dell'altro interlocutore della propria non conoscenza su un determinato argomento. Epicuro è il secondo personaggio presentato, definito quasi come il Freud della Grecia, anche se non vi era la psicologia a quei tempi, questo filosofo si era occupato in modo particolare del problema della sofferenza umana e di come alleviarla, famoso è del filosofo il così detto tetra farmaco, con il quale si cercava di eliminare le sofferenze dell’uomo, prima di tutto dicendo che non bisogna avere paura degli dei, perché anche se esistono vivono nel mondo perfetto e la stanno non si immischiano nelle vicende umane, di certo appunto non si interesserebbero ad un mondo imperfetto come il nostro, secondo il dolore è sempre passeggero, per cui o passa o si muore per il dolore in ogni caso svanisce, terzo, non bisogna avere paura della morte perché quando c’è lei non ci siamo noi e quando ci siamo noi non c’è lei, in questo senso noi non percepiremo mai il dolore della morte per cui di tutto questo non dobbiamo curarcene; anche in Dostoevskij c’è un immagine splendida di questa situazione umana a proposito della morte, dove si immagina l’uomo che si trova disteso sotto un enorme masso, l’uomo ha sempre paura che il masso gli caschi addosso, questa è la paura della morte, ma non ha senso perché il masso è così grande che se cadesse e lo colpisse lui non sentirebbe nemmeno il dolore, morirebbe in un istante. Interessandosi del dolore degli altri, della soluzione a dolore e della ricerca dello stato del non dolore, Cioran fa di Epicuro quasi uno psicologo greco, il che rende interessante il testo, soprattutto per una ricerca dell’inizio della così detta psicologia. San Paolo, il terzo personaggio, definito come un fallito, e non solo la sua stessa opera un fallimento, non ha fatto altro che raffazzonare un insieme di tradizioni che già erano presenti nell’antico testamento e le ha inserite nel nuovo , in modo piuttosto forzato. Ai giorni nostri gli atei polemizzano spesso con San Paolo, nel senso che sapendo che Paolo non ha mai conosciuto direttamente Gesù , si dice che sia un apostolo poco affidabile e che non si può dire nulla di certo su quello che ha detto su Gesù ; in più lo accusano di aver introdotto festività nel cristianesimo che erano pagane , come quella del natale che i Romani festeggiavano perché era una festa legata al sole, ma non solo molto di ciò che è legato a Gesù lo troviamo in una divinità come quella di Mitra, un altro messia venuto prima , che ha perso d’importanza perché prevaricato da Cristo stesso. In pratica possiamo dire che oggi San Paolo è stato tirato giù da quel piedistallo su cui poggiava una volta. Lutero il quarto personaggio introdotto da Cioran, uno strano religioso che sembra che abbia più avuto a che fare con il diavolo che con Dio stesso, ne era tormentato, sembra che satana gli facesse visita molto spesso, tanto è che delle volte si chiedeva se non fosse satana il vero Dio. Nonostante tutto la sua fede fu una continua lotta e un tormento, sempre alla prova con il peccato, sempre vicino al tentatore dei tentatori, il diavolo stesso, che ha dovuto combattere in continuazione, queste re delle sue ossessioni. Gogol il quarto personaggio, sembra che la cosa più interessante di lui sembra sia il fatto che non abbia avuto possibilità di avere degli amori ed in ogni caso se anche gli fosse capitato, lui stesso aveva confessato che l’amore come nato, lo avrebbe bruciato subito. Così partendo da un discorso dell’amore mancato, dell’impossibilità sessuale, Cioran arriva a cominciare un discorso sugli impotenti.

L’impotente dispone di una sua forma interiore che lo distingue, lo rende inconcepibile e paradossalmente pericoloso: fa paura” ( Cioran)

La stranezza dell’impotente, questo è il tema che si delinea , un essere incompreso, perché troppo diverso da i più, considerato un maledetto o un castigato ci fa più paura di un lebbroso. Così diverso a noi, ce ne teniamo alla larga, in fondo come dice Cioran, il sesso è una cosa da plebei e chi non lo pratica non viene considerato dei nostri. Si tende a tenere come diverso o quasi come pazzo chi anche solo per scelta decide di non avere rapporti sessuali, così da farlo sembrare strano a tutti. L’impotente come incomprensibile, troppo distante da noi, ma nonostante tutto possiamo anche dire che non solo sia distante , ma è anche che sia oggetto di un invidia, a lui è stato negata la catena che lega ala sesso, non può ripetere il peccato, non sa come si fa, ci sembra molto più puro di noi, che se anche non lo facciamo fisicamente, tante volte ci esercitiamo a farlo con il pensiero.

L’astinenza, volontaria o forzata, ponendo l’individuo al di sotto e insieme al di sopra della Specie, fa di lui un incrocio fra un santo e l’imbecille che ci incuriosisce e ci deprime” ( Cioran)

    11 LA TENTAZIONE DI ESISTERE

Al contrario di quanto afferma uno “Yesman”, non è vero che è facile dire di no, ma al contrario è facile dire di si, affermare la propria vita , chi non direbbe si di si a una donna dei propri sogni, chi non direbbe di si a un pranzo fantastico che supera i banchetti del re Luigi XIV? Non è affatto difficile dire di si, mentre la rinuncia, soprattutto al materiale a certi piaceri della vita, magari in favore ad un aiuto degli altri e così via, invece è molto più difficile per l’uomo stesso, ma dico sempre io stesso è la negazione che rende liberi, seguendo tale principio la rinuncia risulta come una liberazione di se stessi dalle proprie catene, un vero liberato segue quel principio. Partendo dalla questione dell’affermazione Cioran arriva a parlare della vita e della morte. La vita non sarebbe che un insieme di illusioni e si può vivere fin tanto che si sta nel proprio castello di carta e non si esce da la, chi volesse distruggere il proprio castello di carta e dargli fuoco finirebbe per vivere in un modo fatto di sole ceneri che sarebbero le sue illusioni carbonizzate e nulla di più perché nulla di più è oltre l’illusione, almeno stando ad una visione di tipo nichilistico come quella di Cioran. Per vivere in sostanza bisogna vivere nella menzogna o costringersi a crederci o crederci sul serio come dei tonti. La morte al contrario la postuliamo come un evento nel futuro, un evento che non si ha mai raggiunto, ma Cioran alla fine vuole dirci che siamo già morti, l’evento anche se posto in futuro è già nel presente e moriamo ogni giorno sempre di più , i nostri corpi da sempre cadaveri sono trascinati dal nostro io che a forza li porta avanti finche non se stanca.

Siamo la morte, e tutto è la morte” ( Cioran)

Sembra di sentire Caraco, si parla di una morte onnipresente, una morte perenne, una morte che non inizio ne fine, morti sin da nati, nati sin da morti, da sempre presenti in una morte che si fa principio, per essere vivi bisogna incarnare delle menzogne, mentre per morire basta anche solo volgersi verso la verità una volta sola. Questo anche è nichilismo se il nulla è ciò che sta sotto, la morte non è che l’ennesimo volto del nulla, ancora una vola il nulla che si ritorce contro di noi. Abbiamo lottato per secoli contro il nulla negando il suo essere , ora per usa vendetta finale si fa sempre più sentire e più presente. La vita è paradosso perché non si può affermare la vita se non si ha paura della morte, ma chi ha paura muore ogni giorno, avete capito? La vita è legata alla paura , ma questa è la stessa forza che porta alla morte.

Viviamo nella paura, ed è così che non viviamo” ( Buddha)

Chi vive di paura muore a poco a poco, non lo si può dire un vero vivo, ma nello steso tempo chi non ha paura nella sua quiete ci sembra più cadaverico dell’atterrito, anche Buddha aveva riconosciuto questo stato della vita, ma come vedremo non è solo la vita ad essere un paradosso , ma anche la morte.

Ed è un’ulteriore prova della sua duplice realtà, del suo carattere equivoco, del paradosso insito nel modo in cui la percepiamo, il suo presentarsi allo stesso tempo come situazione limite e come dato immediato. Le corriamo incontro, eppure l’abbiamo già raggiunta” ( Cioran)

Ciò che si trova di paradossale qui è proprio la morte che è un dato immediato, un qualcosa che noi vediamo ogni volta, la nostra è una morte continua, dopo essere arrivati all’apice della propria vita, e da un altro lato è la situazione limite , la linea della nostra vita , oltre la quale ci sta un indefinito, perché chi lo ha conosciuto non è tornato qui per raccontarci; chi lo sa magari è un posto bello quello dopo perché se nessuno è mai tornato è perché non vuole tornare qui, la deve essere meglio; oppure al contrario è un inferno senza ritorno una prigione da cui non si esce anche se si avesse il desiderio. Così in ogni caso la morte ci ossessiona, il male dei mali, se non fosse non saremmo tanto vivi, ma questa cosa ci corrode e se un giorno si dovesse smettere di avere paura credo che proprio perché non vi è male peggiore, allora non si dovrebbe avere paura di nulla. A questo punto dopo aver mostrato la paradossalità della vita e della morte, Cioran conclude con queste parole , la sua opera :

Tuttavia dobbiamo imparare a pensare contro i nostri dubbi e contro le nostre certezze, contro le nostre ubbie onniscienti, dobbiamo soprattutto, forgiando in noi un’altra morte, una morte inconcepibile con le nostre carogne, acconsentire all’indimostrabile, all’idea che qualcosa esista. Il Nulla era senz’altro più confortevole. Com’è difficile dissolversi nell’Essere!” ( Cioran)




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