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sabato 21 dicembre 2013

Un commento al "proslogion" di Anselmo D'Aosta



Anselmo uno dei filosofi della filosofia medievale, quest'opera assieme a Monologion, è considerata una delle sue opere più importanti, già nel Monologion Anselmo aveva tentato di dimostrare l'esistenza di Dio, nel Proslogion in effetti fa lo stesso ma per un'altra via, in quest'opera infatti cerca quell'unico argomento attraverso il quale sia possibile cogliere direttamente Dio come esistente. Non si tratta di una prova dell'esistenza di Dio nel vero senso vero e proprio del termine, quella nascerà con i moderni,  proprio perché in effetti non che attraverso questa prova fondi la sua fede, è abbastanza chiaro quando dice che non   conosce per credere, ma crede per conoscere, è già convinto che Dio esista ancora prima di dimostrarlo, come del resto questo accade con tutti i filosofi medievali, i quali sovente hanno portato argomenti come prova dell'esistenza di Dio. Il libro sembra avere un tono di preghiera, a parte per le pagine della dimostrazione, Dio è ovviamente soventemente lodato per la sua grandezza. L'opera è suddivisa in 26 capitoli, dove però la dimostrazione dell'esistenza di Dio occupa solo due capitoli, ovvero il 2 e il 3, mentre quelli successivi sono discussioni sugli attributi divini. Quindi in primo luogo conviene parlare della dimostrazione dell'esistenza di Dio, del ragionamento che viene sviluppato in quei due capitoli, approfittando magari dell'occasione per mostrare come l'argomento segui uno schema formale di ragionamento auto-fondante. L'argomento si poggia sul fatto che sia l'ateo ( qui chiamato lo stolto ), che il credente hanno in comune una nozione di Dio e che viene compresa da entrambi. Infatti nessuno che dica: " Dio non esiste ", può mai dire di non avere nozione di Dio, se così fosse non saprebbe quel che dice quando afferma quello che c'è scritto sopra. Insomma il bello di questo argomento è che trova un terreno comune tra atei e credenti, quello mentale della nozione. L'argomentazione nella sua formulazione la si trova all'inizio del capitolo 3 ed è la seguente:

" Questo ente esistente veramente in modo tale da non potersi nemmeno pensare che non è. Difatti, si può pensare qualcosa, di cui non si possa pensare che non è: e questa è più grande di quello di cui si può pensare che non è. Perciò, se si può pensare qualcosa di più grande, quello stesso di cui non si può pensare qualcosa di più grande non è ciò di cui non si può pensare qualcosa di più grande. Ma ciò è contraddittorio. Così dunque esiste veramente qualcosa, di cui non si può pensare nulla di più grande, in modo tale che non si possa nemmeno pensare che non sia" ( Anselmo )

voglio proprio provare a formalizzarlo :

~  Ǝx ( Dx ) → ~ ( D = G ), D = G ├  Ǝx ( Dx )

Vi aiuto a leggere quello che c'è scritto sopra, anche perché  non so se capite i caratteri logici, dunque tradotto in parole sarebbe questo: se Dio non esiste allora non è quel qualcosa di cui non si può pensare nulla di più grande, ma in realtà Dio è quel qualcosa di cui non si può pensare nulla di più grande, dunque Dio esiste. Ho usato la lettera D per Dio e la lettera G sta per quell'essere di cui non si può pensare nulla di più grande. Per risolvere la questione basterà fare questo, dunque partiamo da un ipotesi in negativo e poi eseguiamo come si fa in logica formale.

 ~  Ǝx ( Dx ) → ~ ( D = G ), D = G ├  Ǝx ( Dx )

~  Ǝx ( Dx ) → ~ ( D = G )

D = G

H ~  Ǝx ( Dx )

 → 1    ~ ( D = G )

& 2  ~ ( D = G ) & D = G

   3  ~ ~  Ǝx ( Dx )
 
 ~ 4 Ǝx ( Dx )

Insomma siamo partiti dal fatto che sia l'ateo che il credente hanno una nozione di Dio e che si suppone che sia quella di essere di cui non si può pensare nulla di più grande, come del resto si vede nel secondo dato ( D = G ). Ora il problema se dico che Dio non esiste per Anselmo vuol dire che allora Dio non sarebbe l'essere di cui non si può pensare nulla di più grande ( cioè in termini logici: ~  Ǝx ( Dx ) → ~ ( D = G ) ), infatti il punto è che se Dio fosse solo un'idea nella testa di una persona avrebbe meno realtà delle cose che sono realmente la fuori, quindi ci sarebbe qualcosa di più grande di Dio, ma è contraddittorio perché Dio è quel qualcosa di cui non si può pensare nulla di più grande, per cui Dio deve esistere per davvero. Nello svolgimento presentato sopra, si supponeva per ipotesi che Dio non esistesse per poi arrivare alla contraddizione ( cioè questa:  ~ ( D = G ) & D = G ), quindi si nega l'ipotesi per cui si coglie che Dio esiste. Tutta questa formula usata da me era per spiegare in effetti le strutture logiche del ragionamento filosofico, far notare che questi sono i meccanismi formali attraverso i quali ragionano i pensatori occidentali, in questo caso tutto è applicato ad un caso specifico come quello del ragionamento di Anselmo. A questo punto non ci resta da vedere cosa dice Anselmo su Dio, vedere quindi come giustifica  vari attributi che solitamente gli vengono assegnati, anche perché qualcuno si sarà accorto del peso nel ragionamento di questo dato: D = G, come infatti si dimostri questa uguaglianza. Per esempio se si dice che Dio è sommo bene, questo per Anselmo è detto quasi in senso platonico, nel senso del bene sommo paragone e metro di tutti i beni esistenti, senza il quale i beni vari non sarebbero misurabili. Dio è sommamente sensibile non già quanto corporeo, cosa che non è affatto, ma perché il sensazione qui è da prendere come conoscenza, quindi l'essere sommamente sensibile è da intendere nel senso della somma conoscenza. O anche il problema dell'onnipotenza, se Dio può tutto, per esempio io mi sono sempre chiesto questo: ma se Dio è immortale, però può tutto, allora potrebbe suicidarsi, ma se è immortale non può, come è possibile? ecco che finalmente Anselmo risponde alla mia domanda, dicendo che certe cose non sono affatto potenza ma impotenza, per esempio mentire in realtà è solo una debolezza, così come per molte altre azioni immorali ed a questo punto anche il suicidio sarebbe manifestazione di impotenza, non di potenza. Dio è ovunque perché non ha luogo, non è fatto da parti quindi è unità, non ha tempo, non ha principio e non ha fine, è il secolo dei secoli ( espressione curiosa che compare nel testo e ricorda la preghiera quando si dice: nei secoli dei secoli ) nel senso di quel secolo che li comprende tutti, infatti Dio è eternità. In questo modo si può dire che Dio sia quel qualcosa di cui non si può pensare nulla di più grande, visto che nient'altro potrebbe avere attributi superiori, dunque D = G.

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