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domenica 5 gennaio 2014

" sopra il detto comune - questo può essere giusto in teoria ma non vale per la pratica-", inizio e sez.1 ( Kant)



Si tratta del primo scritto che comprare tra quelli politici di Kant. Nel seguente testo Kant vuole affrontare un problema che nasce in genere da un critica spesso proveniente dal volgo contro il dotto, la quale dopo aver dipinto il dotto come uno intellettuale rinchiuso a meditare nella sua torre, diciamo almeno penso così sia immaginato, afferma che tutta la produzione teoria nel senso dei modelli ha una buona validità in teoria, per esempio può essere comprovata da delle formule, ma non è lo stesso per la pratica, nella pratica quello che si dice in teoria non ha validità. Questo modo di dire, appunto "detto comune", è avvalorato per esempio dal fatto che un modello teorico spesso non tiene molto conto della specificità della sfera pratica e che quando qualcosa poi viene applicata nella sfera pratica si incontrano sempre delle difficoltà dovute proprio alla grande differenza tra il regno teorico e quello pratico. Dall'altro sappiamo che non c'è pratica senza teoria. Se non erro proprio Kant nel libro su questo fa l'esempio della balistica, laddove la conoscenza teoretica è molto importane, se non essenziale per l'applicazione pratica. Vediamo però cosa intende Kant per teoria:

" Si chiama teoria un complesso di regole anche pratiche, quando queste regole sono pensate come principi generali e si fa, inoltre, astrazione da una quantità di condizioni che pure hanno necessaria influenza sulla loro applicazione" 
( Kant, sopra il detto comune - questo può essere giusto in teoria ma non vale per la pratica, Utet, 2010, Torino, pp. 237)


In effetti la critica che prima si faceva alla teoria qui si vede quando Kant stesso dice che ci sono delle condizioni da cui la teoria astrae e che però sono necessarie quando si vuole applicare la teoria; ecco credo che questo sia un elemento importante per la differenza tra teoria e pratica e per il necessario passaggio dall'una all'altra. Invece per pratica Kant intende:

" (...) non si chiama pratica qualsiasi atto, ma solo quello che attua uno scopo e d è pensato in rapporto a certi principi della condotta rappresentati nella loro generalità"
( Kant, sopra il detto comune - questo può essere giusto in teoria ma non vale per la pratica, Utet, 2010, Torino, pp. 237)


Quindi per Kant non ci può essere pratica senza teoria, perché la pratica dipende da quei principi, che però si vedeva dalla definizione di prima che sono quelli della teoria; non è pratica quando non ci sono dei principi a fondamento di natura, guarda caso, generale. Però come si connettono diciamo le due parti? la teoria e la pratica secondo Kant si connettono con il giudizio che è il medium di passaggio da una all'altra; dunque il punto è che può darsi benissimo che qualcosa non si riesca ad applicare in pratica, ma questo perché o la teoria è difettosa, oppure per esempio Kant dice che ci sono persone che hanno una grande capacità teorica, ma scarsissima nel giudizio, da qui ne deriva l'incapacità di trova il ponte con la pratica. Se un insegnate, di qualsiasi specie, dice Kant, dicesse che la teoria non serve a nulla e pensasse di poterne fare a meno, sarebbe un ignorante e ancora peggio se un insegnate insegnasse la teoria ai suoi alunni e poi dicesse che tanto quella teoria non ha nessuna applicazione in pratica,ma cosa vanno a fare gli alunni a scuola a sto punto? che rimangano a casa! insomma a cosa serve se l'insegnamento se poi non può essere applicato? dico fatta eccezione di materie che notoriamente non hanno per oggetto qualcosa di sensibile, per esempio la metafisica, la dove davvero il questo detto comune sarebbe del tutto nel vero. Sopratutto però nel caso della filosofia pratica e quella politica questo detto comune va del tutto smentito. Questo infatti è diviso in tre sezioni ( 1, 2 e 3 ), la prima parla di filosofia pratica e spiega la non validità di questo detto comune proprio nell'etica, rispondendo anche alle varie critiche di un filosofo come Christian Garve, stiamo parlando di uno dei filosofi più famosi tra quelli dell'illuminismo tedesco, sembra che sia stato anche un massone, tanto per la cronaca; la seconda sezione invece tratta del medesimo problema riferito alla filosofia politica, presentandosi come testo critico del famoso filosofo politico inglese Thomas Hobbes e d infine vi è una discussione sempre sul problema del rapporto tra teoria e pratica dal punto di vista cosmopolitico e qui vediamo Kant stesso che critica un suo celebre amico, anche lui noto filosofo illuminista tedesco, nonché ebreo, Moses Mendelssohn. Per adesso parlerò della prima sezione, dove appunto "l'antagonista" è proprio Garve, che in qualche modo sembra quasi rappresentare il modello opposto, nel senso che nelle sue critiche sembra appunto mostrare che secondo lui in realtà non avrebbe senso una morale che astrae dalla pratica, ma è proprio l'esperienza che ci insegna nella pratica. La morale di Kant rispetto a questo è molto diversa. Un'errore che si fa spesso nel leggere quel testo che sarebbe: La critica della ragion pratica, è quello di pensare che secondo Kant la l'uomo per essere morale debba rinunciare alla felicità o ancora peggio che la felicità sia qualcosa come un male, in realtà le teorie kantiane non hanno mai detto niente del genere. Kant infatti afferma solo che la felicità e la moralità sono due cose diverse, che perseguire la moralità non vuol dire perseguire la felicità e questo lo si vede benissimo da un esempio che fa molto avanti, dirà infatti che se noi immaginiamo un uomo che sia venuto in possesso di un deposito ( un esempio classico di Kant ), il quale rappresenta l'eredità di mettiamo una famiglia ricca, diciamo di alcuni figli, che sono del tutto ignari di tale eredità e che sanno della morte del padre; immaginiamo ora che questo uomo sia membro di una famiglia caduta in disgrazia, che sua moglie e i suoi figli soffrono anche la fame, che in fondo tenerselo sarebbe molto vantaggioso, pur trattandosi di un furto perché non è il proprietario, darlo sarebbe come gettarlo in mare visto che i figli del morto sono ricchi sfondati. Secondo Kant quest'uomo deve in ogni caso consegnare il deposito, perché se no sarebbe furto e quindi commetterebbe un'azione immorale, del resto sarebbe facile per lui se si immaginasse un mondo pieno di ladri di depositi e gli si chiedesse se vuole per caso viverci in quel mondo lui direbbe sicuramente di no. Dunque è evidente che si tratterebbe di immoralità nel caso non lo consegnasse, però se lo consegnasse sarebbe un uomo perfettamente etico, ma questo atto non gli darebbe la felicità e sua famiglia continuerebbe ad essere in disgrazia, non solo forse potrebbe prendersi percosse da parte di sua moglie questo poveretto, secondo me, però per Kant ha agito moralmente e c'è di più si è reso degno della felicità. Rendersi degni della felicità è possibile solo per chi agisce in senso etico, non per un assassino o per chi vivendo sulle spalle degli altri, gode delle loro miserie, questo non è degno della sua felicità. È diciamo un esempio un po' estremo quello di Kant, io credo che il problema stia qui ovvero che in realtà se quelle persone che ereditano sono piene di soldi e quella famiglia ha quasi niente, in realtà appunto data la disuguaglianza bisogna pensare un furto originario che spiegherebbe tutte le disuguaglianze tra ricchi e poveri nella società; ora Kant non si pone questo problema, non si chiede dell'origine della disuguaglianza sociale ( come fa Rousseau, altro illuminista), ma qui è interessato al fatto che se siamo d'accordo che: " non rubare", sia una legge morale e che lo è solo se è universale e necessaria, allora ne consegue che tenersi il deposito sarebbe un atto non etico. Ora noi dobbiamo essere morali, ma nulla ci dice che non possiamo essere felici, quello che conta è capire prima di tutto che una cosa non centra con l'altra, che noi possiamo perseguire la felicità, basta che nel farlo non violiamo la legge morale e poi l'altro punto è che l'azione morale mai deve avere come fine la felicità propria perché sarebbe un'azione condizionata empiricamente, dunque egoista. Da qui può seguire il discorso successivo che concerne Dio, ovvero Garve pensa che per Kant Dio sia quasi il fondamento del dovere, della morale, essendo per se stesso il Sommo Bene, ma ciò è falso. Infatti Dio in realtà era già stato detto nella Critica della ragion pura, che non si può dire se esista, mentre nell'altra critica si dice che deve essere pensato, ma non come fondamento del dovere, ma come quell'unione di felicità e virtù che non è realizzabile dall'uomo sulla terra, ma a cui l'uomo tende, quindi si deve pensare Dio come questa unità e la vita dopo la morte come il proseguimento di questo tendere verso il Sommo Bene, quindi questa tensione infinita di estremità quasi intoccabili come felicità e virtù. Garve ad ogni modo ha un pensiero diverso rispetto a quello di Kant sopratutto per quel che riguarda la questione del bene stesso, infatti lui pensa che questo si determini in base all'esperienza, ovvero per esempio ci sono beni che siano preferibili di altri, questi sarebbe meglio sceglierli a dispetto dei primi, ma questa questione di grado noi la sappiamo solo perché ciò ci viene detto dall'esperienza. Secondo Kant invece il bene non viene determinato dall'esperienza e questa affermazione di Garve deriva da un errore, che è quello di confondere due termini tedeschi come Wohl e Gut, il primo si riferisce al piacere, per esempio quando diciamo: questa minestra è buona, ma solo in quel caso ci sono gradi di bene, infatti qualcuno potrebbe fare una minestra ancora più buona o ad ogni modo ci sono cose che producono più piacere di altre, ma la morale non centra nulla con questo, se mai la morale ha a che fare più con il secondo termine, che al contrario sta per il bene etico. Come si determina il bene etico per Kant? in realtà per Kant non ci sono bene e male già dati, se mai questi sono determinati dalla ragione pratica pura, perché per esempio il bene, dunque le leggi morali non sono che massime che, dopo aver verificato se si accordavano alla legge fondamentale della ragion pratica, se la risposta era positiva queste potevano essere dette leggi morali, dunque il bene, ma solo alla fine del processo. La legge fondamentale è questa:

" Handle so, daß die Maxime deines Willens jederzeit zugleich als Prinzip einer allegemeinen Gesetzgebung gelten könne". ( Kant )

Mi piace metterlo in tedesco, per vedere come è nel testo originale, ma adesso ve la traduco io:

" Agisci in modo che la massima della tua volontà possa allo stesso tempo valere sempre come principio di una legislazione generale" ( Kant)

Ciò che è dato nella ragione è questo, mentre il bene è determinato a partire dal fatto che una massima si accordi o meno a questo principio. Un'ultima critica fatta da Garve è la seguente, ovvero si chiede come sia possibile che una persona, secondo Kant, possa nell'agire moralmente essere consapevole di agire nel pieno disinteresse, ovvero in maniera che nessun interesse, specie personale, non concorra nella realizzazione dell'azione. Ora Kant smentisce di aver detto che possa darsi una tale consapevolezza, infatti per esserci si dovrebbe pensare che l'uomo possa conoscere tutte le rappresentazioni possibili che possano concorrere nel realizzarsi della sua azione. L'uomo però può acquistare coscienza del fatto che deve separare la felicità dal conseguimento della morale, nessuno è perfetto, ma questa è la direzione ed in essa deve convergere lo sforzo morale umano.

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