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sabato 12 aprile 2014

Lezione IV: l'essere della conoscenza







Se nella lezione precedente avevo cercando di dare delle soluzioni sulle origini della conoscenza, ora invece converrebbe rispondere alla domanda su cosa mai fosse la conoscenza. Che poi non è che io darò mai una risposta, altrimenti parlerei del mio pensiero, che non è ancora il momento, ma appunto conviene snocciolare qualcosa sulle risposte date un po' nella storia della filosofia. Sembra esserci una connessione con la domanda precedente, perché per esempio se dicessi che la conoscenza è ricordo, non solo dico cosa è la conoscenza, ma parlo anche della fonte, quindi mi rifaccio ad una certa memoria, oppure dico che la conoscenza sono immagini date dai sensi, anche in questo caso andrei a identificare la fonte. Il punto quindi è che l'essere in questo caso sembra dipendere o addirittura coincidere con la fonte, quindi un originario che è il da dove di un essere, al conoscenza è figlia della sua fonte, prima a questo punto parlavamo solo della madre e che non è poco. Nei primi filosofi c'è uno stretto collegamento tra originario e la conoscenza stessa, perché conoscere, che il primo luogo voleva dire un conoscere la natura, è un conoscere i suoi originari, dunque coglierne i principi; se pensate ai pre-socratici la cosa diventa ovvia. Poi se prima gli occhi era puntati verso il basso, dopo il filosofo aveva alzato gli occhi al cielo, ma forse questo non funziona nemmeno come ragionamento, se scomponiamo in atomi questi pensieri, vediamo appunto che la conoscenza è qualcosa che vuole trascendere sempre l'aspetto esteriore, perché esso è apparenza, ma non è mai semplice inganno, qualcosa di superiore si annida in esso, questa cosa si chiama struttura. Vi assicuro che ha lungo i filosofi hanno cercato le strutture delle cose, perché il resto è solo pazzo divenire, nient'altro. Il pre-socratico, guarda quello che trova sotto i suoi piedi, si interessa di ciò che sta calpestando, della terra non come elemento, ma come pianeta, cerca di capire da dove venga tutto quello che vede e conclude che vi debbano essere uno o più principi di questa realtà. Platone invece pensa che si la realtà sia apparente, che vi debba dare una struttura delle cose, solo che appunto la struttura non è tanto quel principio della materia che è puro divenire folle, qualcosa di del tutto incomprensibile, caos puro, un elemento quasi scomodo, la struttura è l'originale delle cose, quindi ciò che le cose hanno in comune la loro essenza, per cui essa si fa del tutto originario. Aristotele rispetto a Platone non ha pensato questo modelli come parte separata, ma è arrivato al quasi contraddittorio pensiero che il modello fosse lo stesso in ogni cosa, inscrivendo dell'irreale nel mondo. Vedete Platone in realtà ha pensato che l'uomo trovasse una relazione con le cose, ma che le cose osservate fossero solo un mezzo per raggiungere qualcosa dentro sé, quella risposta che è già interna, perché noi dentro noi stessi abbiamo uno stampo dell'originale delle cose, le strutture che sono poi il condiviso degli enti, non sono altro che il mezzo per tonare alla conoscenza dell'originale rispetto al quale tutti gli enti del mondo non sono che delle copie. Io posso conoscere quello che so, ma questo è ovvio, per conoscere quello che non so, se non lo so, come faccio mai a conoscerlo? se lo so non c'è bisogno che lo conosca, se non lo so, allora come posso arrivare a conoscerlo? Platone dice lo sai e non lo sai, ovvero non lo sai, perché non te lo ricordi, ma qualcosa è dentro di te, c'è qualcosa di nascosto, insito in te, che devi potare alla luce; insomma devi tornare a ricordare. L'originale come sembra ovvio che sia è separato dalle copie e non si confonde con esse, almeno questo accade in Platone, perché in Aristotele per esempio si trova la struttura non separata dalle cose, ma se mai in esse, che potrebbe sembrare più sensato, se non fosse che in questo caso non avremmo più il rapporto originale/copie, se mai si trova in Aristotele, una concezione degli originali dell'essere che sono le famose categorie, anche queste non pensate come qualcosa di staccato dalla materia. Ad ogni modo parte questo nuova concezione che appunto sembra tagliare l'originario, in ogni caso la conoscenza rimane conoscenza di strutture. Si può ancora parlare del rapporto tra empirismo e razionalismo, qui nel primo caso la conoscenza viene intesa come conoscenza sensibile, perché in fondo le idee hanno tutte quella origine; mentre nel secondo caso si pensa esistano anche delle idee innate, quindi un materiale che da sempre si trova nella mente, un materiale che può dirsi auto-evidente, la conoscenza è frutto di connessioni a partire da questo materiale. Nell'empirismo dunque appunto si dice conoscenza empirica, riferendosi anche alla fonte, come nel razionalismo la definizione di conoscenza è strettamente legata alla sua origine. C'è tempo in effetti per inoltrare queste cose, nel senso di entrare magari un po' più nello specifico, ma il punto sta qua, prima si diceva che questa concezione che presuppone originari, parte da una relazione soggetto e oggetto, che si potrebbe superare con l'evento, o anche con altre vie e di questo ne parlerò più avanti, per ora posso aggiungere che la domanda cosa sia la conoscenza, si può superare o dicendo che la conoscenza non si da, ma si danno solo punti di vista, o che la conoscenza non esista, oppure ancora una posizione più vicina al pensiero hegeliano. Partiamo da quest'ultima, dunque se io dico cosa è la conoscenza, la definisco, ma così pongo dei limiti, però appunto commetto un errore secondo Hegel. Kant che già si faceva portatore di un nuovo pensiero, tenta ancora secondo un modello più vecchio di rispondere alla domanda su cosa sia la conoscenza, se però questo vuol dire un determinare un natura, vuol dire cercare dei limiti e nei limiti della conoscenza che Kant trova l'essere della conoscenza, quindi la conoscenza è sempre quella sensibile, perché parte sempre dai sensi, però appunto questo è il campo in cui è confinata. Hegel invece si è reso conto di un problema iniziale, se io cerco di sapere cosa sia la conoscenza, non posso pormi fuori dalla conoscenza, perché già tento di conoscere, come se già sapessi cosa sia la conoscenza; siamo sempre già gettatati in acqua e la dovremmo imparare a nuotare, non prima, quindi noi siamo nella conoscenza, ci siamo dentro perché in ogni domanda cerchiamo questa conoscenza, cerchiamo risposte, la ricerca è un fatto, è quel movimento del pensiero che è un dato, questo se mai è la conoscenza, ma non si può dare limite o definizione, nel senso di determinazione perché vorremmo conoscere qualcosa in cui siamo dentro e che potremmo conoscere più facilmente se gli fossimo fuori, ma non sarebbe più conoscenza. Per quanto riguarda le soluzioni che venivano prima, si può pensare, beh a parte lo scetticismo che nega l'esistenza di certezze e adotta quelle consolidate ma solo come mere convenzioni, se mai esserne convinto nel suo profondo, c'è questa posizione che afferma la pluralità dei punti di vista, che può essere una modello che sposta l'accento dalla conoscenza all'utile, nel caso di Protagora e Nietzsche, ma forse anche il pragmatismo in un certo senso. Protagora in effetti non valuta le opinioni nel dualismo vero/falso, ma se mai cerca quelle più utili, infatti non ci sono verità assolute, tutte le opinioni dipendono un po' da come è l'individuo il suo stato, in generale la sua soggettività, solo che ci sono stati migliori di altri, che producono sensazioni soggettive migliori di altre, per esempio meglio la salute della malattia, se sono sano i cibi sono più buoni e si fanno le cose meglio, anche le sensazioni che produce, da cui nascono le opinioni sono migliori. Nietzsche invece prende il concetto classico della verità e ne rompe un elemento, lo fa esplodere; perché il punto è che qui si sta introducendo anche la questione della verità, si dice che una proposizione sia vera quando è specchio di un fatto naturale, se dico che Socrate corre, è vero solo che la mia proposizione rispecchia il fatto. Nietzsche ci dice che si fa filosofia con il martello, quindi appunto tiriamo una bella martellata allo specchio, cosa succede? avremo molti frammenti di specchio, i quali ognuno a modo suo rifletteranno il fatto, così abbiamo più verità, più sfaccettature, non c'è più l'unità, ma abbiamo verità che sono vere solo nel tenere per vero, ma questo dipende da chi la ha poste come tali e la ragione è sempre l'utile nel senso del fatto che dovevano avere un certo fine, per esempio per Nietzsche le verità scientifiche hanno senso perché permettono all'uomo di avere dominio sulla natura, ma non ci sono verità eterne e sopratutto la verità non è una. 


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