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sabato 26 aprile 2014

XVI° Lezione sulle prove dell'esistenza di Dio ( Hegel)






Qui vediamo nella lezione Hegel che affronta il problema della necessità, su come sia stata vista nella storia, in particolare dalle religioni per esempio e in questo caso ne troviamo due particolari, da un lato una discussione tra un politeismo greco o uno induista, poi invece una discussione che va a toccare casi di altre filosofie come quella eleatica e quella di Spinoza. Nel primo caso possiamo parlare di quelle che Hegel potrebbe definire come forme religiose primitive, le prime forme religiose. Si tratta del caso delle religioni politeistiche, da un lato affermavano l'esistenza di una pluralità di Dei, i quali alla fine potevano avere sembianze umane o sembianze animali anche, ma in ogni caso erano rappresentati da una ben distinta immagine che permetteva di riconoscerli, ma sempre al di là di questi dei individuali si trovava questa dimensione dell'assoluto necessario. Una necessità assoluta di cui queste divinità potevano essere manifestazione, in un caso come nel caso appunto della religione greca, si tratta del destino che troviamo come più potente degli dei stessi, l'ananke, mentre nel caso della religione induista, si parla di un'altra cosa come la Brahman, anche questo caso sempre si parla di necessità, solo che in questo caso le divinità diventa rappresentatrici di questo Brahman, dove appunto la rappresentazione non risulta adeguata al suo contenuto, perché il singolo, la divinità come tale non è assoluta, anche perché l'assoluto qui non è ancora concepito come uno, ma come pluralità di espressioni. In ogni caso la percezione della necessità era evidente anche in età più antiche, la differenza per esempio nel moderno, è che in ogni caso al di là di questa necessità puramente esteriore, come mera necessità esterna, si è affermato anche l'esistenza di una dimensione interiore in cui l'uomo ha trovato la sua libertà, però questa è ancora un'altra storia. Passiamo invece al caso delle filosofie eleatiche e quella di Spinoza, perché qui sembra che il problema sia del tutto diverso, queste filosofie in effetti risolvono l'accidentale come qualcosa che accade all'interno del contesto dell'essere stesso, nel senso della necessità e quindi in un caso l'essere che è e nell'altro caso la sostanza, quindi Dio medesimo. Nel caso della filosofia eleatica, personaggi come Parmenide affermano che la realtà come qualcosa di mutevole è contraddittoria, perché appunto l'accidentale è e nello stesso momento non è, come quando decidiamo camminare, non è mai del tutto individuabile il punto di inizio, sappiamo che c'è un momento X in cui si realizza il paradosso Y che dice che nel momento X, un tale Z, era A e non era A. Nel senso in cui noi come soggetti siamo fermi e poi decidiamo di muoverci, nel farlo realizziamo quella che chiamo la morte dell'atto, il passaggio di morte implica il paradosso che l'azione di prima deve ancora finire, mentre comincia l'altra. Ogni cosa che muta si trova ad essere e non essere quello che è, perché se lo è dopo non lo sarà più e così è già sempre quello che non è. L'essere sembra quasi un'astrazione. La realtà vista in questo senso non viene lasciata come tale e viene detta contraddittoria, per questo l'Immutabile, nel senso di quell'essere che sempre è e che non è qualcosa, ma è semplicemente, si trova qualcosa di non contraddittorio. La realtà ovviamente si risolve in questo essere immutabile, che poi è l'unica cosa davvero reale in confronto ad un mondo di alquanto contraddittorie ombre, che si trovano sempre in uno proteso stato di morte azionale. Spinoza afferma che la Sostanza come tale deve essere qualcosa che non è sorretto da altro e tutto sostiene come una colonna eterna di tutto il reale per capirci, la realtà, le cose che sperimentiamo sono solo delle espressioni dei suoi attributi e in qualche modo tutto si risolve nella Sostanza, quel processo necessario causale del reale, che è sempre lo stesso e ben giustificato, immutabile, sta a noi conoscere quella serie e comprenderla. Non c'è appunto movimento in questi modelli, c'è solo un eterno stare, da un lato perché l'essere o la sostanza non si rapportano con un altro, come invece nel cristianesimo il mondo è altro rispetto a Dio, esso infatti lo ha creato ex nihilio, dall'altro è un Immobile che non ha progresso, perché il movimento comporta prima di tutto la trasformazione e l'elevazione. Jacobi avrebbe sbagliato perché la sua veduta sarebbe limitata al semplice intelletto, dove appunto questo in realtà non fa altro che generare contrapposizioni, l'intelletto è quello che ti dice che i tavoli non sono sedie, che i serpenti non possono essere confusi con i fagiani, così appunto l'intelletto ci dice che il finito è contrapposto all'infinito e non c'è passaggio. Qui sta la scommessa di Hegel questa sua scoperta del negativo. Questo permette il passaggio, ma appunto il passaggio non va letto come dipendenza del finito dall'infinito, ma al contrario il finito non è che solo parvenza. 


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