Cerca nel blog

Choose your language:

sabato 29 novembre 2014

Lezione XV: il concetto di Io in filosofia





Volevo tornare alle questioni iniziali delle lezioni in generale, cioé alle prime tre domande, le quali erano queste:

chi sono?

da dove vengo?

verso dove vado?

In questo caso il problema riguarda la prima domanda, perché mi voglio concentrare sulla questione dell'io. Voglio quindi tracciare una piccola storia del problema dell'io in filosofia, questa deve partire dal detto dell'oracolo delfico: conosci te stesso, questo è il sapere supremo, chi conosce davvero se stesso non può che arrivare a tutte le sue possibilità e scoprire il suo vero potenziale interiore, del resto il nostro stesso io è riflesso degli dei e dell'universo, la conoscenza di noi stessi implica quasi una conoscenza totale. Vedremo questa cosa come si sviluppa nel corso degli eventi, nel senso di come questa idea attraverserà la filosofia. Il primo filosofo che si butta su questa strada è Socrate, in questa teoria si vede dal suo punto di vista un'essenza di noi stessi, come una struttura da contemplare, da conoscere, ecco cosa è il nostro io. Questa essenza ha un tale potere che può essere pensata anche senza l'esistenza, del resto almeno per quel che concerne l'esistenza materiale è solo incarnazione di un'anima, anima che trova un corpo come sua abitazione. Socrate era considerato il più saggio dall'oracolo di Delfi perché sapeva di non sapere, non aveva né preconcetti, né voleva vivere di certezze, due cose che sono per natura completamente contrari ad un atteggiamento da filosofo; solo con questo atteggiamento si parte verso la conoscenza di sé stessi, non dicendo io sono quello che vedo allo specchio oppure sono i miei pensieri, il mio carattere, altrimenti vuol dire che si da una risposta prima della domanda, se si è ciò che si pensa di essere questo è da vedere. Platone quando parlerà dell'io parlerà dell'anima, l'anima per Platone è composta di tre parti, una razionale, una irascibile e un'altra concupiscibile. L'uomo viurtuoso che sa controllare se stesso, secondo Platone, è colui che con la ragione fa leva sulla parte irascibile per avere dominio sulla quella concupiscibile, del resto la razionalità è la parte migliore dell'uomo. Le tre parti dell'anima quasi rappresentano le tre parti del suo Stato ideale, per esempio la parte concupiscibile è quella desiderante corrisponde alla classe dei produttori, quella irascibile corrisponde alla classe dei guerrieri, mentre la ragione a chi controlla la sua società ideale che sono i filosofi. L'anima si relaziona con il corpo, nel senso che il corpo è veicolo, l'anima si trova al suo interno, ma non vanno mai scambiate le due cose, anzi si dice che il corpo sia anche tomba dell'anima. È particolare il nostro io perché in quanto anima c'è scritto tutto dentro, cose registrate come ricordi, non solo di questa esistenza, ma anche vite precedenti, perfino ricordi di questo mondo originario delle forme e delle idee, di cui non dobbiamo parlare adesso, ma ciò che conta è rendersi conto che in fondo il concetto di anima e di io sono connessi a quello di traccia e scrittura. In questo senso l'anima non è bianca, ma è sempre già scritta prima di nascere, ha già un contenuto di per sé e questo può dipendere dalle vite precendenti, dai ricordi del mondo delle idee. Rudolf Steiner sostiene che il nostro stesso carattere non dipenda dai nostri genitori, per esempio si dice che x è un buon musicista perché ciò dipende dal materiale genetico, per esempio ci sono famiglie che hanno avuto una serie di buoni musicisti, ma perché sia vera la teoria materialista dice Steiner questi membri della famiglia dovrebbero trovarci in cima all'albero genalogico, per spiegare come mai figli di musicisti erano diventati musicisti, invece si trovano a metà o al fondo. Steiner dice che il carattere nostro dipende dalle vite precendenti, mentre ciò che ci perviene dai nostri genitori è solo come acqua, è la stessa cosa di un corpo bagnato, dove l'acqua e il corpo non sono la stessa cosa, ma rimangono separati. In questo modo di pensare l'io non è mai una tabula rasa, come invece diranno altri più avanti. Dopo Platone vediamo Aristotele, il cui concetto di io si differenzia un po', diciamo che Aristotele distingue tre tipi di anime, una vegetale che ha la vita, una animale quindi senziente, una razionale, quindi umana. La pianta vive e basta ma non ha né memoria e nemmeno sensazioni, come direbbe anche Steiner del resto, l'animale invece rispetto alla pianta ha delle sensazioni, quindi vede il mondo che gli sta attorno, ma vive solo di ciò che è nel presente, quindi non ha una memoria e del resto anche qui Steiner ci dice che tutte le volte che un cane riconosce il padrone quella non è memoria, ma è un ripresentarsi delle stesse sensazioni che prova il dato cane alla vista del padrone, in senso quasi meccanico. L'uomo ha quindi memoria, nonché capacità di pensiero, dunque la ragione. Nell'età moderna invece nuovi concetti di io verranno esposti da Descartes, Locke e Leibniz o almeno di questi ho intenzione di parlare io. Descartes concepisce l'io come l'altro del mondo esterno, in senso dualistico, uno degli elementi dualistici la res cogitans rispetto al mondo esterno che è res exstensa. Il Cogito di Descartes è il soggetto pensante, è il soggetto che concepisce il mondo, perché se io dico che voglio spiegare chi sono, non voglio presupporre nulla rispetto alla mia domanda, ma vedo effettivamente che dubito, se so di dubitare perché ammetto di sapere di non sapere, questo mio sapere mi fonda come dubitante ed è così che ritrovo il mio io pensante. Si può vedere la cosa in altro modo, per esempio con la questione della cera, perché se prendo il pezzo di cera solido, lo metto vicino al fuoco, se prima aveva certe caratteristiche ora queste sciogliendosi mutano, eppure dico che è la stessa cera, questo perché concepisco la cera, il mio concepire la cera, il mio stesso rappresentare il mondo diventa motivo di credere che vi sia un soggetto cocepiente e rappresentatore. L'io di Cartesio ha in sé idee, che poi non sono delle immagini, ma cose concepite, idee fattizie, idee avventizie, idee innate, le prime vengono da ciò che noi vediamo e percepiamo con i sensi, le seconde sono mescolanze delle prime, come l'idea di drago e le terze sono idee che sono sempre state in noi, come quelle di triangolo e di Dio. In effetti l'idea di triangolo non può venirci dall'esterno perché secondo Descartes non ci sono triangoli nel mondo, il disegno migliore di triangolo è sempre storto se lo si osserva bene, il triangolo ha due dimensioni, tutti i triangoli nella realtà hanno sempre uno spessore e dopo tutto se diciamo che le montagne ci sembrano triangolari è perché abbiamo un concetto di triangolo innato in noi. Per questo motivo l'anima in Cartesio, che pur non crede nella reincarnazione, non è tabula rasa, ma è già impregnata dalle idee innate fin dalla nascita. Per Cartesio il corpo non può essere veicolo dell'anima, altrimenti se mi taglio un braccio sarebbe lo stesso che se mi si strappasse la manica del cappotto, insomma non proverei dolore, perciò anima e corpo sono congiunti e solo tramite la ghiandola pineale. Locke collega l'io con la memoria ed invece di quello che si è detto prima afferma che l'anima è un foglio bianco dato che non può avere nessun contenuto senza mai aver avuto una sola esperienza. La memoria in questo caso svolge la funzione di collegare me stesso a quello che ero, poiché tra l'altro sperimento questa continuità, ciò mi da più certezza di me, visto che questa continuità non è presente nei sogni, dove si può saltare da una situazione all'altra senza criterio e non c'è connessione causale, so di non essere solo parte di un sogno. Leibniz introduce qualcosa di completamente nuovo, questo è il suo concetto di monade. Che cos'è la monade? un io che non ha né porte, né finestre, un io chiuso in sé stesso che sviluppa tutta la realtà in sé, ma che condivide con altri il mondo solo per il semplice fatto che la sua monade rispecchia l'intero universo. In questo concetto si vede come appunto una conoscenza di se stessi, comporta anche la conoscenza dell'universo e se aggiungiamo quello che dicono i cristiani, ovvero che siamo immagine e somiglianza di Dio, in qualche modo una conoscenza di noi stessi finisce per implicare anche una certa conoscenza di Dio. Ora voglio concentrarmi su una particolare parola tedesca: Vielfältigkeit, questa parola significa molteplicità, ma ha delle parole in sé stessa che sono "viel" e  "fältig", la prima vuol dire molto, la seconda a mio avviso va riportata alla parola "faltig", che sembra che in tedesco voglia dire a piega, dunque il concetto di molteplicità implica quello di "essere a molte pieghe". Questa immagine ci porta a pensare una realtà che è una, ma è molteplice solo perché piegata tante volte. Questa immagine è la stessa della monade di Leibniz vista dal punto di vista di Deleuze, di questa monade che ha l'intera realtà piegata dentro di sé, per cui lo svolgersi della monade, nonché l'esistenza è un dispiegarsi, ma nel senso delle pieghe che non sono più pieghe e che manifestano tutta una realtà interna non ancora nota. Il concetto di Io si capisce che ha dei punti fondamentali, da un lato l'unità, perchè alla fine anche se ha molte caratteristiche sono tutte dell'io, come una cosa sola; dall'altro l'identità, che si collega all'unità; ancora un'essenza che può essere concepita come precedente all'esistenza, nel senso che noi eravamo prima di incarnarci, un'immutabilità, Schopenhauer dirà che conviene conoscere sé stessi perché così si sanno i propri difetti e si può evitare di fare certe figuracce, oltretutto si parla di essenza eterna e data. C'è però una differenza che non si è ancora fatta, per esempio si è parlato quasi sempre di io come anima, ma l'io qualcuno lo ha concepito come corpo, altri hanno concepito la stessa anima come corporea. È quasi inevitabile che nella filosofia l'io coincida con un soggetto pensante, ma posso pensare che la ragione sia un elemento della mia anima, che sia la mia anima, oppure posso far coincidere tale soggetto con il nostro cervello. Anche nel caso dell'anima posso concepirla come immortale, immateriale oppure posso dire che è fuoco sottile, fatta di atomi sottili ed in ogni caso mortale. La vera rivoluzione in questo caso bisogna pensare che sia stata fatta dalla psicologia, perché la psicologia alla fine ci dice quasi che i nostri pensieri su cui facciamo tanto affidamento in realtà spesso sono menzogne, qualcosa che maschera, ciò che conta sono le variazioni di questi pensieri e questo ci rivela un'altra realtà che è quella dell'inconscio.

Per esempio:

prima dico qualcosa sul fatto che sono andata a casa e ho visto il gatto passare davanti a me.

chiedendomi di vedere la realtà in un altro modo posso accorgermi che la risposta cambia, qualcosa è intervenuto, qualcosa affiora alla coscienza, qualcosa che prima non era cosciente.

Il concetto di inconscio freudiano complica la questione del nostro io, perché introduce qualcosa di nuovo, qualcosa che noi non sapevamo, qualcosa di nascosto. L'immaginazione per esempio non è semplicemente replica di cose esterne, ma spesso e volentieri si trova a fare i conti con influenze inconsce, ciò può avere a che vedere con paure, desideri e altro ancora. Ci sono pensieri ossessivi, persino una teoria di un filosofo molto rinomata potrebbe essere influenzata dal suo inconscio senza che lui stesso possa aspettarselo. Ora il concetto di io non fa altro che sottolineare che noi di noi stessi abbiamo ancora moltissimo da scoprire, che un nuovo regno oscuro si apre da esplorare e che la nostra conoscenza di noi stessi, è anche conoscenza dei nostri problemi, conoscenza di qualcosa che ha agito su di noi senza che noi potessimo accorgercene. La prossima lezione deve riguardare le vie per evitare l'io, concezioni alternative che schivino la domanda: chi sono?.


Altri post:

Lezione XIV: rapporto tra concetti e linguaggio 

Lezione XVI: la caduta dell'io come originario 

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.