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domenica 14 dicembre 2014

Lezione XIX: La filosofia dell'Uno su problemi di origine e di senso






Questa è l'ultima lezione, perché del resto ho affrontato i problemi delle domande principali, che mi ponevo fin dall'inizio, sono passato per dei problemi più parcellizzati e qui sono passato per la questione della conoscenza, almeno per vedere nello specifico come si configurasse la stessa struttura che stava in grande, in piccolo. Quindi sono partito dal fatto che la filosofia qui viene studiata in quanto si pone le tre domande fondamentali: chi siamo? da dove veniamo? verso dove andiamo?, per cercare di capire come non si sia arrivati ancora ad una risposta e cosa sia successo nel mentre. Ho detto che quello che è successo nelle ultime filosofie è che si è messo in discussione le basi che si nascondevano dietro queste domande, ovvero si mette in discussione che vi debba essere un io con certe caratteristiche, che ci debba per forza essere un'origine e che le cose abbiano un senso, quindi un fine e perciò che relamente noi stiamo dirigendoci verso qualcosa. Nello specifico ho affrontato il problema della conoscenza mostrando che quelle domande fondamentali si possono trovare formalmente anche in un problema più piccolo e che nel caso della conoscenza sono: che cos'è la conocenza? da dove viene, quali sono le sue fonti? verso dove va, ha uno scopo? Su tutto questo mi sono soffermato per tempo, poi ho deciso di tornare al problema fondamentale delle tre domande, ogni volta dicevo quello che è stato detto da un certo punto di vista, poi come questo sia stato superato, per alla fine parlare di alcune posizioni della filosofia dell'Uno. In questo caso, appunto, voglio dire cosa ha da dire la filosofia dell'Uno sul problema dell'origine e del senso, ovvero sulle domande: da dove veniamo e verso dove andiamo. In sostanza come avevo fatto notare nelle prime lezioni, in realtà uno come Plotino ci avrebbe detto che tutte e tre le domande fondamentali avrebbero avuto la stessa risposta: l'Uno, noi siamo l'Uno, veniamo dall'Uno e il nostro scopo è tornarci. Su ciò dico che è tutto vero, ma l'Uno è il più alto grado di noi stessi come radice ultima, è luogo da cui le cose sono emanate e nello stesso tempo può essere un fine quando lo si riferisce all'evoluzione, ma solo nel senso del proprio realizzarsi nell'Uno. Immaginiamo le cose in questo modo: un Tutto si può concepire nel senso del suo autoconcepirsi come Tutto in se stesso, qui si pone da sé, in seguito il Tutto si concepirà come insieme di parti, qui il Tutto è la base per le parti e non il contrario; dopo sarà questo Tutto a pensarsi come se le parti formassero il Tutto, così che la cosa si ribalta, perché non è il Tutto insieme di parti, ma le parti che insieme danno il Tutto. Queste sono le prime tappe fondamentali, l'emanazione concepisce queste prime tappe ad ogni suo livello, ma se le cose finissero così non si spiegherebbe nessun dualismo, così si deve pensare che ogni cosa possa concepirsi al tempo stesso come unità ed oblio, dove queste due sono parti di una sola, ma quando questo va perduto sembrano due cose completamente diverse e sono anche ordine e caos e tanto altro. Passando alle parti il Tutto alla fine si perde illusoriamente e le parti che conquistano sempre più coscienza individuale si pensano come delle totalità loro stesse e così via. In questo caso si comprende che vi è solo un'anima, questa anima si è concepita come in sé, poi deve essersi pensata come insieme di anime, le anime si saranno successivamente pensate come anime che formano l'anima unica ed infine avranno conquistato la loro totalità. Il processo si basa su differenze che sono poi solo castelli di carta e sotto, tutto rimane ancora connesso. Invece parliamo del fine, esso esiste se lo pensiamo come evoluzione, nel senso che noi conquistiamo coscienza per ritornare realizzati nell'Uno, ma una qualsiasi anima potrebbe muoversi contro l'evoluzione, non guadagnandoci nulla, rimanando bloccata in un cerchio ripetitivo, che è quello che noi definiamo come "inferno", quando diciamo la nostra vita è un'inferno, ma è anche una catena che sta per i vari legami karmatici. Non c'è dunque un senso, perché l'unica cosa che facciamo qui è il gioco della vita, il gioco non ha mai un senso, perché è il giocare che non ha mai qualche fine, è sempre libero da qualsiasi obbiettivo. Il nostro gioco che poi vediamo riprodotto in varie reincarnazioni, anzi l'incarnansi volontario è un scegliere di entrare nel gioco, ha una serie di caratteristiche:


1 non prevede un vincitore necessario e nemmeno che qualcuno perda, potrebbero benissimo perdere tutti o vincere tutti.

2 la vita è un continuo scopire le regole del gioco, non si sanno prima di giocare e scoprire le regole è esercizio di saggezza.

3 possiamo subire gli eventi e non scegliere nulla, questo livello lo chiamo: livello del dado, oppure possiamo giocare come giocatori attivi, questo è il: livello della carta. Le carte sono azioni.

4 le carte che abbiamo in mano cambiano completamente ogni volta che cambiamo la nostra situazione di gioco. Non sle sappiamo tutte, dobbiamo goni volta scoprirle.

5 non c'è un solo modo di vincere il gioco, nel senso ognuno realizza la propria vita e quindi vince a seconda dei suoi obbiettivi o sogni, oppure a seconda del realizzarsi di un modello di vita.

6 siamo nel mondo come segnalini (Ego), siamo però Io, qualcosa di più, come giocatori siamo indipendenti potenzialmente dal gioco.

7 ci sono molte strategie, una delle migliori è quella dello stratega, quella del piano. Un piano razionale prevede gli errori, apre molte varianti e cerca di calcolare in anticipo gestendo secuenze di carte giocate.

Queste sono le risposte ai due punti, infatti qui finisce l'ultima delle lezioni, lezioni che avevano da un lato lo scopo di mostrare un mio modo di vedere la storia della filosofia. Spero il mio esperimento e la mia forma siano funzionati. 

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