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lunedì 16 marzo 2015

Passages, N: Elementi di teoria della conoscenza, teoria del progresso. (Walter Benjamin)





(La Dresda bombardata, non assomiglia all'immagine dell'angelo della storia che ne da Benjamin?)

Progresso, una parola che sembra caduta nei nostri secoli di disillusione, ma perché? perché noi abbiamo visto le conseguenze del progresso, il progresso della scienza, la bomba atomica, i missili, i droni; il progresso della tecnica, il mondo del controllo, le telecamere, i computer; il progresso nella produzione, lo spreco, i problemi ambientali e così via. 






Cos'è il progresso? Benjamin lo descrive come una specie di continuum uniforme, in questo senso diventa piatto ed è anche progredire della distruzione. Andare avanti in questa direzione, è questo il progresso? in che direzione stiamo andando come umanità? austerity, disoccupazione, disboscamento, terrorismo, terza guerra mondiale. Quello che vuole fare Benjamin è mostrare che in fondo non è vero che la civiltà si contrappone alle barbarie o meglio il progresso non ha le barbarie come suo opposto, questo muove contro una certa concezione hegeliana. In effetti per come la spiega uno come Benaseyang la teoria del progresso di Hegel potrebbe essere letta nel senso che il bene avanza eliminando sempre più il male e superandolo, per arrivare alla sua stessa realizzazione, in fondo si può dire l'idea del bene platonica in atto. Noi sappiamo che le cose non stanno propriamente così o almeno, se leggiamo le cose in questo modo, cosa succede? dovremmo pensare che quello che sta succedendo ora devia dal progresso oppure che sia necessario per esso, per esempio una logica hegeliana considera le guerre come morali e completamente inserite nel progresso, anzi in parte sono motore e condizione, anche se magari il fine è la società senza guerra. È contraddittorio dire che la guerra serva per la pace, così sarebbe difficile dire dove abbiamo deviato dal progresso nel passato, di fatto Benjamin è convinto, come del resto si convinceranno anche Horkheimer ed Adorno, che in fondo le barbarie fanno già parte della logica del progresso. L'Isis è una prova, certo non è l'unica, in fondo Horkheimer ed Adorno quando parlano di progresso pensano quel progresso della civiltà spiegato da Freud in Totem e tabù, un progresso per cui il principio di realtà si sostituisce un po' alla volta al principio di piacere, il primo implica la repressione delle pulsioni, la sublimazione dell'Eros. Dunque ha senso per questi pensatori e per Benjamin pensare se mai un progresso come salto, ma a questo ci si deve arrivare. Dunque da questo punto di vista la concezione del progresso di Benjamin differisce molto da quella di Marx, non si tratta di far accelerare il treno della storia, ma di fermarlo, di arrestarlo per quel che si può. Per comprendere tutto questo la cosa migliore sarebbe partire da una certa lettura che fa Benjamin di Proust, non a caso in effetti lui aveva tradotto la Ricerca in tedesco. Secondo Benjamin il romanzo di Proust dice che ogni passato ha un suo grado di attualità, in fondo quando questo viene risvegliato, succede che questo stesso si trovi a coesistere virtualmente con il presente del momento, come nel caso famoso delle madelaine. Questo incontro di passato e presente, per Benjamin, è un incontro di due costellazioni, la formazione di un'istante monadico, un nocciolo di verità, verità temporale, che però in quella monade si trova sbalzata dal continuum del tempo. Sotto certi aspetti, il problema proustiano della coesistenza, la lettura di Benjamin, trovano dei collegamenti in Gilles Deleuze, questo autore considera il libro di Proust come il romanzo dei segni, i segni sono proprio quelle cose, oggetti empirici, che ci fanno accedere al virtuale, che fanno violenza al pensiero e ci costringono a pensare e a porre problemi, sono folgore che stanno a capo della genealogia dell'idea e del problematico. Ovviamente la lettura nel senso del virtuale ha molto del bergsoniano, però in fondo parlando di virtuale non si fa che parlare di memoria. Di fatto per Benjamin il passato non è qualcosa di dato, non credo che lo sia nemmeno per Deleuze, non è una questione del passato fisso, quella è la storia raccontata dai libri, la storia o bottino dei vincitori, Benjamin invece vorrebbe riaprire le stanze buie, ripensare una storia dal basso, dagli oppressi, perché in fondo è di questo soggetto che non si parla e la rivendicazione della rivoluzione non è l'utopia che deve venire, la promessa che verrà, ma la promessa non mantenuta, un modo per rivendicare gli oppressi stessi. Dal grado di attualità di un passato si deriva l'immagine della bilancia di Benjamin, passato e futuro, è la bilancia storica, ma è in fondo il lavoro dell'autore, se si mettono su un piatto della bilancia i Passages del XIX secolo. Essi sono un pezzo di storia oggetto dell'opera, ricostruiti con una tecnica di montaggio letterario, ogni straccio e tutto quello che si trova, senza falsificare nulla, niente interpretazioni, solo mostrare. Il progresso come salto in fondo non si costituisce se non a partire dallo sbalzo monadico e dall'uscita dal continuum storico.

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