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mercoledì 29 aprile 2015

Deleuze: il Nietzsche quadrato




Deleuze è un nietzscheano di sinistra, ma uno molto particolare. Si potrebbe dire che sia riuscito a far quadrare tutta la teoria di Nietzsche. Vorrei far notare il paradosso della parola "quadrare"; nel vocabolario deleuziano troviamo sempre la parola "quadrettare", che viene da "quadrilage" di foucaultiana memoria. Per far "quadrare" Nietzsche Deleuze trasforma i concetti del filosofo in un'equazione: eterno ritorno = superuomo = volontà di potenza = morte di Dio (il lati del quadrato sono tutti uguali). Forse non è mai l'Identico che passa in questa equazione, ma sono sempre rapporti singolari, tuttavia la "quadratura" funziona perfettamente. Deleuze, infatti, risolve i paradossi di Nietzsche e le sue incoerenze, per esempio le contraddizioni tra i termini: la volontà di potenza sembrava in contraddizione con l'eterno ritorno perché questa si riferiva a potenze che sembravano crescenti; il super-uomo sembrava in contraddizione con l'eterno ritorno, in quanto la sua venuta doveva essere un evento straordinario e nuovo, tanto quanto la resurrezione di Gesù, che, stando ad Agostino, una volta sola può accadere e non si può ripetere; la morte di Dio sembrava in contraddizione con l'eterno ritorno perché l'eterno ritorno è stato letto nel senso dell'Identico, il ritorno della forma e dell'essenza, un eterno ritorno troppo religioso. Molto meno contraddittori sono i concetti di volontà di potenza, di morte di Dio e di superuomo quando questi sono connessi tra di loro, perché questi si implicano a vicenda. Se si diventa creatori di valori, di verità, allora lo si può essere diventando prima dei superuomo, morto Dio, cadute le tavole dei valori. Non ci sono Leggi che non siano quelle dell'uomo. L'equazione di Deleuze funziona in questo senso: la volontà di potenza consiste nel volere gli eventi all'ennesima potenza, ma questa potenza non è altro che una quantità intensiva, dunque non un numero intero, ma frazionario; il superuomo non è mai una trasformazione, ma semplicemente il processo della morte dell'uomo e dell'affermazione della vita, processo che accade secondo le leggi dell'eterno ritorno; l'eterno ritorno è la morte di Dio, nel senso che è il mondo dell'Anticristo o anche la "grande pornografia", un mondo di differenze in sé, eventi, simulacri e quantità intensive che ogni volta ritornano, dove la ripetizione è sempre per sé e si dice sempre del differente. In questo modo c'è un'uguaglianza di tutti i termini, uno si riferisce all'altro, ovviamente sempre in un'equazione che non parla mai dell'Identico. Questa operazione che compone Deleuze è straordinaria, nel senso che riesce a far combaciare tutto; il problema, ecco il secondo termine del paradosso, è che qualcosa non "quadra". Quello che non "quadra" è la "quadratura" stessa, in quanto Nietzsche non ha mai pensato di fare un sistema, non penso nemmeno che credesse di poter combinare tutti gli elementi della sua teoria. Si dovrebbe passare da un elemento all'altro come nel passo del ballerino: ovvero tramite un salto. Nietzsche era una persona che aveva molte intuizioni, ma le intuizioni non sempre "quadrano", solo la riflessione successiva le fa "quadrare". Posso avere due intuizioni diverse contraddittorie, se poi mi interessa eliminare la contraddizione devo sviluppare le intuizioni, per esempio capire cosa manca e che cosa contraddice. Ovviamente farò uso di altre intuizioni perché così funziona il pensiero. Nietzsche aveva molte intuizioni, ma non credo fosse riuscito a farle "quadrare"; Deleuze da coerenza al sistema di Nietzsche, ma a questo punto non è più il vero Nietzsche, ma un Nietzsche "quadrato". A mio avviso si dovrebbe prendere le teorie di Nietzsche come sistemi aperti; in questo senso la "quadratura" è una chiusura del sistema. I concetti di Nietzsche convergono su dei punti e divergono su altri costruendo dei paradossi e delle contraddizioni. Sarebbe strano se Nietzsche avesse sostenuto un eterno ritorno dell'Identico, perché sarebbe troppo platonico; ma su questo si deve lasciare un alone di mistero, del resto Deleuze dice che Nietzsche avrebbe voluto scrivere una continuazione del libro di Zaratustra, parlando della sua morte, ma di questo si sa poco. Per quanto riguarda la volontà di potenza si può dire che, nelle concezione di Deleuze, molti concetti sono suoi e un po' bergsoniani, come quello di quantità intensiva. Deleuze nega che le potenze aumentino perché sono tutte già fissate nell'eterno ritorno, oltretutto non si tratta di una progressione numerica del tipo: "n+1", ma di numeri numeranti, frazionari e irrazionali. Il caso invece più diverso e difficile da sostenere è quello dell'oltre-uomo; qui Deleuze è influenzato da un certo Bichat che sostiene che la vita è una resistenza alla morte. Insomma Deleuze concepisce il superuomo sulla base del vitalismo. Questa sua concezione non convince, perché il super-uomo è sempre inteso da Nietzsche come qualcosa che deve arrivare, un progresso; per esempio parla della corda tesa dalla bestia al super-uomo, dove l'uomo è questa corda e il superuomo un obbiettivo da raggiungere; oppure si dice che l'ultimo uomo deve costruire un ponte per l'oltre-uomo; quando Zarathustra conosce gli ospiti della caverna non scorge in loro nessun super-uomo, perché devono ancora diventarlo e imparare come si fa. Allora il problema è che non "quadra"; l'oltre-uomo è una trasformazione, mentre l'eterno ritorno non concepisce progresso. L'oltre-uomo è colui che ama l'eterno ritorno, ma con questo pone le basi per superarlo. C'è una genialità in Nietzsche: sta nel fatto che scopre che la felicità è una scelta. Amare la vita non è costrizione e non possiamo costringerci, ma possiamo solo volerlo. Amare la vita significa provare gioia, ma se per amare la vita si deve volerlo, allo stesso modo si vuole essere felici. La felicità è una scelta, vuol dire che non dipende dal mondo esterno. Se io voglio davvero essere felice, chiedetevelo: cosa dovrebbe impedirmelo? il fatto che non ho un lavoro? il fatto che sono solo? il fatto che mi va tutto storto? se noi riusciamo ad accettare la nostra vita e volerla, queste cose non ci diranno più nulla; se vogliamo davvero essere felici, lo saremo. In effetti, è proprio nello Zarathustra che si legge che noi abbiamo inventato la felicità, ma si deve intendere che dipende da noi, che noi la scegliamo e non centra con il mondo esterno. Così potremmo distinguere la gioia dalla semplice felicità, che è esterna. Amare l'eterno ritorno, per l'oltre-uomo, non può essere altro che una scelta di felicità. Se nasce la felicità in noi quando tutto ci sembrava così tristemente uguale, vuol dire che qualcosa cambia già. Non è solo la questione che l'oltre-uomo non combacia con l'eterno ritorno, ma anche che l'amore della vita non coincide con esso; se riusciamo ad amare la vita abbiamo già prodotto un progresso. Quello che manca in Nietzsche è il fatto di non essersi reso conto che con l'amore per la vita ha trovato un concetto che va oltre l'eterno ritorno; solo quando accettiamo le cose che si ripetono, possiamo cambiarle. La felicità come scelta è una sfida, perché ogni evento esterno potrà dirci di essere infelice: hai perso il lavoro, sii triste!; non hai un vita, devi piangere!. La scelta della felicità diventa un atto coraggioso, sorridere sempre anche quando va tutto male. Questo elemento squarcia il quadrato e apre nuovi sentieri per pensare a partire da Nietzsche.

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