Cerca nel blog

Choose your language:

lunedì 31 agosto 2015

Lezione III: il paradosso tra strutture e stati dell'Uno, analisi della metafisica orientale con René Guénon







Nella lezione precedente avevo mostrato come la divisione tra le due forme di filosofie dell'Uno esistesse prima della scissione successiva al fallimento della filosofia platonica, perché dopo tutto Parmenide può rappresentare l'Uno trascendente, l'Uno al di là del divenire, al di là del molteplice, mentre Eraclito è il filosofo dell'Uno dell'immanenza, il filosofo che dice che l'Uno non è al di là del divenire, ma è il divenire stesso. Platone va inserito sulla scia di Parmenide nel suo tentativo di correggere l'effetto dualista della filosofia parmenidea dicendo che anche il non essere è, infatti il non essere è differenza. La sua concezione della differenza lo ha portato ad un nuovo dualismo, quello tra le strutture (le idee) e la materia. Eraclito era forse il filosofo che creava più problemi nella teoria platonica, l'impossibilità di ridurre il divenire alle idee. Il bello è che in Eraclito esiste una risposta al problema delle differenze in Platone, questa risposta consiste nel rovesciare completamente il modello. Così Eraclito diceva:

“Se tutte le cose che sono diventassero fumo, le narici, le riconoscerebbero come distinte l’una dall’altra.”(Eraclito)

Quasi come in Deleuze sembra che la differenza sia in sé e non per sé. Questa concezione però va completamente contro l'idea delle strutture, delle essenze, semplicemente perché abbatte ogni idea di un modello originario. Salvo pensare che l'unico livello dell'Uno sia la materia, il che creerebbe una visione molto piatta e certamente immanente, si deve pensare che l'Uno abbia vari stati. Intanto c'è una complicazione iniziale: Parmenide intendeva l'Uno come essere, Eraclito come divenire, nessuno dei due però avrebbe mai pensato, come invece fa Plotino più avanti, che l'Uno possa essere oltre l'essere. Per il momento lasciamo perdere la posizione secondo cui l'Uno trascende l'essere e immaginiamoci che l'Uno sia l'essere, intendendo alle volte questo essere come ciò che è e magari altre volte il sistema più complesso di tutto ciò che si da, quindi potenzialmente anche il divenire. Il molteplice nella teoria dell'Uno-essere come stati diventa semplicemente la moltitudine degli stati di questo Uno. Se l'Uno è la radice ultima di tutte le cose, allora le cose si differenzieranno semplicemente per lo stato in cui si trovano. Ci saranno vari stati: materia, spirito, anima e mente, per ognuno di questi stati ci saranno altrettanti individuali che si distinguono per altre vibrazioni differenti, ma che hanno in comune lo stesso stato. Da questo punto di vista, prima di vedere Guénon, Spinoza è il personaggio più vicino a questa concezione dell'Uno. Spinoza parla di una sostanza con le sue proprietà, per esempio pensiero ed estensione, poi dice che queste proprietà dice che hanno degli attributi che sono gli individuali, i singoli pensieri e i singoli corpi. Dato che tutto viene dalla stessa Sostanza si può spiegare la connessione tra i corpi e i pensieri.  Guénon parla di stati molteplici dell'essere, questa è la metafisica orientale. Immagino che qualcosa di simile valga anche per quel che si dice sui corpi sottili, che dovrebbero risultate come stati differenti dell'essere. Il problema di una teoria di questo tipo è che si rischia di cadere nel dualismo se in questa teoria si introduce il modello strutture e quindi la sfida consiste sempre nel cercare di evitare questo modello cercando di trovare delle altre soluzioni. Immaginiamo che l'essere sia un codice, che se le cose che sono devono condividere la radice di questo codice ed immaginiamo che questo codice abbiamo come elemento radice: 1. In questo modo sapremo che se compare 1, quella cosa è. Gli stati dell'essere devono condividere questo elemento per poi aggiungere elementi nel loro codice che differiscano e determinano i vari stati, per questi elementi del codice useremo delle lettere. Così accade che: la materia ha il codice:1A, la mente: 1B, lo spirito: 1C, l'anima: 1D. Queste lettere potrebbero rappresentare delle variazioni di stato, anche se hanno la stessa radice. Dal punto di vista di Spinoza potrebbero essere anche le varie proprietà della sostanza. A questo devono seguire le individualizzazioni di queste cose, per esempio i singoli corpi o menti, per cui aggiungiamo dei numeri alle lettere da 2 in poi. Per esempio potremmo pensare che i corpi abbiano codici come 1A2, 1A3, 1A4, ecc... Il paradosso che si produrrebbe è che ci sarebbero dei codici, per esempio il codice della materia, che devono ripetersi per ogni molteplice e ogni singolo elemento in uno stato che condivide la struttura dello stato. Dal momento che nello stesso stato non potrebbe ripetersi il codice completamente uguale per ogni elemento, questi codici o strutture devono essere separati da tutte le individualizzazioni, provocando il dualismo indesiderato tra l'universale e l'individuale. In questo modello tutte le individualità sono costruite a partire da variazioni di codice che stanno sul termine, sulla coda.  Vediamo questi casi ad esempio: 1A34, 1C25, 1A35, 1D33. Ci sono due casi di codici che si riferiscono alla materia, mentre abbiamo un codice di uno spirito e quello di un'anima. Nei due casi dei codici di materia possiamo parlare dei corpi di Alberto e di Stefano, se il primo codice è il corpo di Alberto, il corpo di Alberto differisce da quello di Stefano perché nel codice ha 4 anziché 5. Una teoria delle essenze porta ad una teoria dei codici, la teoria dei codici è esattamente paragonabile a quella dei codici genetici; del resto, nell'ontologia della biologia, quando ci si chiede perché un animale sia di una specie, alcuni rispondo per via del codice genetico. Se è così la tigre è una tigre per via del suo codice genetico. Per evitare il paradosso dell'Uno molteplice si devono cercare altre strade. Si potrebbe per esempio continuare a pensare gli stati dell'essere come dei codici, ma pensare che quello che valga per l'Uno, debba valere anche per tutti i vari stati, per esempio che esista una materia in sé come un Uno e che tutto ciò che è materiale è sempre variazione di questo Uno e così anche per ogni altra cosa, persino il corpo di Alberto. Su questo punto Plotino per la sua teoria dell'Uno era partito dal fatto che aveva constatato che ogni cosa effettivamente è una. Il problema di questa teoria è che se ogni cosa è una, è anche vero che le cose hanno oblio e che si dividono all'infinito, a voler puntare tutto sull'unità si cade in un nuovo dualismo tra unità ed oblio. Qui si aprono due strade: quella di Proclo che cerca di portare l'Uno al di là dell'unità e una strada che cerca di concepire l'Uno senza l'unità, l'Uno come unico flusso di molteplicità. Si può comunque cambiare rotta fin da subito cercando di concepire un'altra teoria dei codici, una teoria in cui l'originalità degli elementi non venga da variazioni di code dei codici, ma che i codici non siano nati né per standardizzare, che si caratterizzino per essere in origine originali e che non siano delle gabbie, ma lasciano sempre spazio ad una decodificazione. In pratica chi si impegna per una filosofia dell'Uno e per una filosofia di tipo monista avrà sempre la sfida di fronte di ridurre tutte le dualità all'Uno, perché non devono essere cose che non possano essere riducibili.


Altri post correlati: 

Lezione II: due filosofie moniste, Eraclito e Parmenide 

Lezione IV: Ricomprendere le strutture come codici. Variare la teoria del codice come essenza: la biologia dei mostri. 

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.