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lunedì 12 ottobre 2015

"La società trasparente" di Gianni Vattimo, un commento critico



Finalmente posso commentare questo scritto che mia aveva subito interessato in quanto portava un titolo molto simile all'opera di Byung-Chul Han: "La società della trasparenza", così finalmente posso anche mettere al confronto i due testi. Una prima differenza può essere rilevata: il titolo di quest'opera porta a pensare la trasparenza come qualità di una società, mentre il titolo dell'altra opera porta a pensare quella stessa trasparenza come oggetto particolare di un certo tipo di società. Quando Gianni Vattimo parla di "trasparenza" si riferisce alla piena coscienza di una società che essendo completamente auto-consapevole è trasparente a se stessa, questo poi non era altro che l'ideale di Hegel; quando, invece, Byung-Chul Han parla della "trasparenza" si riferisce all'effetto pornografico dell'esposizione delle cose in questa società nella loro nudità totale (questo non vale solo per la logica della merce, della prostitutizzazione totale, ma vale anche per l'informazione e tutto il mondo che gli sta dietro). Inoltre Vattimo quando parla di "trasparenza" si riferisce a quell'ideale di cui parlavo e che dopo tutto appartiene all'età moderna, dunque la nostra società per Vattimo non è trasparente in quanto società post-moderna che ha cancellato i presupposti per quella autocoscienza (ad esempio la cancellazione della visione del corso storico come unico, la cancellazione dell'illusione del progresso, l'impossibilità di una mono-dimensionalità o del pensiero unico in un mondo frammentato dal multiculturalismo); al contrario Byung-Chul Han intende che la nostra società, quella post-moderna, è una società della trasparenza, per quei motivi differenti che prima ho spiegato. Scusate se la cosa è diventata un confronto tra due autori, ma la cosa è funzionale alla critica di questo scritto. Dopo tutto la cosa può facilmente funzionare perché questi libri hanno anche dei temi comuni: il problema dei mass media, una discussione della nuova tecnologia e anche la questione sull'effetto "schok" nell'opera d'arte in Benjamin. Qui però penso sia corretto cominciare a parlare del problema della storia, che poi è uno dei motivi principali per cui Vattimo parla di post-modernismo. Secondo Vattimo cade oggi la visione unitaria della storia, la visione per cui esiste una sola storia mondiale, un solo tragitto, un progresso della civiltà, tecnologico, forse anche etico che l'umanità percorre. Questa idea in primo luogo non ha senso perché questa visione riflette un punto di vista particolare che è quello europeo, ma evidentemente nel mondo non c'è solo l'Europa, che dire della storia della Cina? della storia degli schiavi neri africani sfruttati dai colonialisti? delle vicende storiche degli esquimesi?. Nelle Tesi sul concetto di storia, Walter Benjamin sostiene che scrivere una storia unica come progresso, come contiuum ininterrotto, vuol dire scrivere la storia dei vincitori e delle loro barbarie. Walter Benjamin non usa mezzi termini quello che leggiamo nei libri di storia è stato scritto dai vincitori, da chi comanda la società, perciò non fa altro che riflettere il loro punto di vista e non può che essere quello che loro vogliono che noi sappiamo. L'intera cultura, dice Benjamin, non è altro che il bottino dei vincitori, così come già Marx denunciava il fatto che la cultura di un tempo rifletteva l'ideologia delle classi dominanti, nel senso che rifletteva in primo luogo le condizioni socio-economiche del tempo, così il Robinson di Defoe non fa altro che esaltare il modello capitalista. Benjamin e Marx sono filosofi del pensiero storico materialista, in particolare Benjamin pensava di scrivere la storia dei vinti cercando di riscattare tutte le promesse, desideri di questi incompiuti e le loro lacrime inascoltate, pensando che solo in questo modo ci possa essere una possibilità emancipatrice. Vattimo partendo dal fenomeno del multiculturalismo crescente pensa che non si possa dare una visione unica della storia, in quanto non esiste più la storia, ma solo le storie di questi popoli diversi. In effetti prima quel modello di storia non poteva che riflettere la prospettiva del popolo europeo colonialista. Questo punto forse è meno chiaro di quello di Benjamin, perché chiaramente il nostro mondo è sempre più connesso e sempre più uno, per esempio adesso una crisi economica investe l'intero pianeta, ma di questo fenomeno non si può fare una lettura parziale, si deve tenere contro di tutti gli effetti che ha su tutto il pianeta. Vattimo parte dal fatto che il nostro mondo è sempre più composto da una pluralità di centri ed in effetti ognuno di questi è portatore di un punto di vista proprio (del popolo o di chi li comanda?), ma visto che l'umanità sembra andare verso  una nazione universale non c'è il rischio che alla fine si formi un solo centro e il punto di vista torni uno solo?. Dobbiamo sempre tenere conto che questo libro se non erro è stato scritto nel 1989, adesso sono cambiate un po' di cose: gli stati non contano più nulla, i capitali si spostano ad una velocità di un click senza conoscere più confini, l'immigrazione attuale è il fenomeno dell'uomo che non conosce più nazione e nemmeno confini. In pratica noi stiamo andando verso una nazione unica o così sembra, anche se certamente l'immigrazione come fenomeno incentiva il multiculturalismo. Ora è proprio dal multiculturalismo che Vattimo si ricollega ai mass media per dire che questi nel loro grande caos che generano rappresentano una possibilità di emancipazione. Strana posizione questa, molto ingenua, proprio perché i mass media non possono che farci pensare ad un modello di manipolazione dell'opinione, o pilotaggio di essa, come prima si faceva con i giornali. Ovviamente Vattimo non si lascia sfuggire questa posizione, che del resto era già stata sostenuta da Adorno, infatti Vattimo non dice, in verità, che i mass media non possono avere una funzione manipolatrice, tiene sempre presente questo rischio, ma questo lo considera come parte di una società "trasparente" in cui, secondo lui, non siamo. Infatti Adorno criticava la società americana a lui contemporanea che considerava come società del controllo, come democrazia totalitaria. Ora Vattimo considera la possibilità emancipatrice dei mass media a partire dal fatto che TV e radio non fanno altro che, nella loro moltitudine di canali, rappresentare molti punti di vista; questa realtà frammentata e delle molte culture ha del tutto spazzato via l'incubo del pensiero unico. A me verrebbe da pensare che un'idea simile non possa che venire da uno che non ha mai fatto zapping col telecomando per accorgersi che tutti i telegiornali raccontano le stesse cose, che gli stessi programmi con scopo di instupidimento di massa li troviamo su tutti i canali e variano veramente di poco. Oltretutto qui non si riflette sul fenomeno di identificazione della notizia con il fatto o con la realtà tipico del telegiornale (fenomeno del realismo mediatico; per esempio è da osservare il collegamento che fanno alcune persone tra il nuovo realismo e i media). Una telecamera ha un obbiettivo, un quadrato dove entra uno squarcio di realtà, è ovvio la telecamera può mostrare solo alcune parti di realtà e non tutto, quindi sarà sempre una prospettiva. Quello che però è interessante è che qualcuno punta volutamente la telecamere e mostra, altrettanto volutamente, alcune cose e non altre. Ogni telegiornale dovrebbe essere davvero un punto di vista, ma voi avete mai sentito in un telegiornale: "noi la pensiamo così..." o "dalla nostra prospettiva..." o "secondo noi...", normalmente si sente dire che è successo qualcosa, che le cose sono andate in un certo modo, ovvero ci viene già servita in tavola una lettura dalla realtà, che è una lettura, ma viene spacciata per la realtà stessa, ancora prima che noi possiamo obbiettare qualcosa. Il meccanismo della confusione di un punto di vista (quello del potere) con la realtà funziona perché dopo tutto i telegiornali raccontano coattamente tutti le stesse cose senza alcuna differenza. Così forse la televisione potrebbe anche essere o diventare un insieme di punti di vista, ma di fatto non lo è al momento. Potrebbe diventarlo a patto che la si smetta di spacciare per realtà o fatto quello che non lo è e poi ovviamente a patto che i canali televisivi non siano controllati dai soliti monopolisti (ad esempio in Italia Mediaset con Belusconi, ma ci sono banchieri che controllano telegiornali di tutto il mondo). Per il momento varrebbe la pena di ricalcare quello che ha detto Chul Han sui mass media, quando parla di un modello verticale di informazione che viene dall'alto (potere), o volendo anche Lyotard quando parla di due canali dell'informazione: uno per quelli che decidono (la verità, ma mai tutta), uno per chi obbedisce (la grande menzogna). Vattimo, comunque, partendo dalla sua tesi a proposito della molteplicità dei punti di vista, sostiene che è caduta la metafisica che aveva come oggetto un mondo unico per tutti e oggettivo. Il nostro mondo delle merci e delle immagini ha "fabullizzato" la realtà, esattamente come diceva Nietzsche non esistono fatti ma solo interpretazioni e il mondo è diventano una favola. Ovviamente questo fenomeno si potrebbe leggere al contrario, perché se da un lato cancella la "realtà" su cui deve basarsi il pensiero unico per esistere, si può pensare che in realtà spacci per "fatto" quello che è "interpretazione", ad esempio parliamo sempre del mondo delle immagini, delle pubblicità, ma queste che sono sempre delle prospettive in realtà riflettono dei valori del potere "soldi", "successo", "fama" che poi vanno a costituire il pensiero unico della nostra realtà. Il mondo fabula della pubblicità non è altro che il riflesso dell'ideologia dominante, cosa dovrebbe farci pensare il contrario?. Immagini, pubblicità, notizie, caratterizzano il nostro mondo nella sua forma di sapere come "informazione". È veramente triviale chiamare sapere l'informazione, ma forse non abbiamo altra scelta e Lyotard non faceva lo stesso?. La nuova tecnologia, come nota lo stesso Vattimo, non ha più come fine lo sfruttamento della natura, c'è quel tipo tecnologia ancora, ma i mass media servono per diffondere informazione, dunque lo scopo è del tutto diverso. La società dei massa media potrebbe essere definita come società della comunicazione, ma la stessa società della comunicazione era stata pensata da Apel come società illuminata e completamente auto-trasparente. Ora Vattimo pensa i mass media come la coscienza della nostra stessa società post-moderna, solo che al contrario di Apel è convinto che i mass media non muovano a favore di una società trasparente, quanto piuttosto che i mass media muovano contro la società trasparente. Oltretutto, questa idea dello sposalizio tra trasparenza e mass media, dice Vattimo, potrebbe accadere se i mass media fossero sottomessi a qualcosa di superiore a loro, ad esempio Apel pensava di sottomettere i mass media alla scienza, ma non è proprio questa mossa che rende evidente come la trasparenza totale della società corrisponda all'idea della società completamente controllata e programmata?. Sia Apel che Habermas, che Peirce, afferma Vattimo sosterebbero l'idea di una società scientifica, dunque trasparente, ora il relativismo della nostra società dimostra che la trasparenza è solo un mito. Ora  viene da chiedersi: non è che quel relativismo non sia lo stesso che dopo tutto sta alla base di quella che Marcuse chiama "tolleranza repressiva"? non necessariamente il relativismo è tutto positivo. Ovviamente l'idea di Vattimo è che il relativismo si possa accostare, come del resto è, alla molteplicità di prospettive interpretazioni che poi caratterizza il nostro mondo ermeneutico. L'ermeneutica, dice Vattimo, fa dialogare i testi e non si basa tanto sulla corrispondenza tra enunciato e fatto; che ci sia una corrispondenza tra questo e i mass media mi fa venire i dubbi. L'idea comunque sarebbe non tanto solo che il nostro mondo ha cancellato i suoi vecchi grandi miti come "grandi storie", ma anche che ha cancellato il mito illuminista della ragione come anti-mito, visto che, come hanno già indicato Adorno ed Horkheimer, la ragione stessa è diventata mito. Così come cade il mito della ragione, cade il "valore culturale" per dare passo a quello "espositivo" (il fenomeno della trasparenza secondo Byung Chul Han), l'opera d'arte si trasforma. Secondo Vattimo non è stata mai compresa veramente la lettura di Benjamin sull'arte perché si è sempre parlato della connessione dell'arte con la tecnica, della commercializzazione, ma si è parlato sempre poco del suo effetto "shock". L'effetto "shock" dell'arte, secondo Benjamin, è lo stesso dello "Stoß" di Heidegger, secondo Vattimo, ma sono effetti emancipatori dal momento che provocano invece dell'appaesamento tipico della società trasparente,  una resistenza, una sensazione di essere fuori dal proprio paesaggio, dal nostro mondo. Su questo effetto si potrebbe discutere a lungo, Gianluca Cuozzo, attento lettore di Benjamin, è convinto che questo fenomeno sia stato riassorbito nella pubblicità, Chul Han, invece, pensa che non sia più attuale. In sintesi il libro ci dice che l'ermeneutica, la fine dei grandi miti, il multiculturalismo, il relativismo, i mass media con il loro caos, lo "shock", fanno pensare ad una realtà frammentata piena di punti di vista che rendono impossibile un pensiero unico, nonché una società trasparente. Certamente è molto meglio vivere in un mondo con più prospettive, senza dogmi o verità assolute, ma noi viviamo davvero in questo mondo?.

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