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martedì 6 ottobre 2015

Passages, Y: Fotografia (Walter Benjamin)






"Q'on ne pense pas que le daguerréotype tue l'art. Non, il tue l'oeuvre de la patience, il rende ommage à l'oeuvre de la pensée." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.744)

"La riproduzione fotografica di un'opera d'arte come una fase della lotta tra fotografia e pittura." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.745)

L'idea non è che la fotografia distrugga l'arte, forse la fotografia muove contro la pittura, ma certamente la fotografia diventa un nuovo mezzo di arte, una nuova forma di arte. Il vero problema che pone la fotografia è, secondo Benjamin, il rapporto tra arte e tecnica. La fotografia implica una tecnica di riproducibilità infinita del tutto assente nella pittura, perché mentre nella pittura si può copiare un quadro, ma l'esperienza dell'originale e quella della copia sono diverse (la prima ha un'"aura"), nel caso della fotografia difficilmente si può parlare di originale, si parla semmai di infinite copie senza originale. La riproducibilità connette la fotografia con l'industria e quindi con la tecnica. Il fatto stesso che nelle esposizioni universali fossero presenti delle mostre fotografiche dice tutto, il fatto poi che sempre in questi luoghi, oltre alle fotografie si facesse sfoggio di bellezze nude femminili, aggiunge un aspetto pornografico/espositivo, ma non credete che poi la mostra fotografica possa avere altre qualità da quelle pornografiche/espositive. Dopo tutto la pornografia sia ha quando un fatto viene dirette mostrato senza alcun velo, non necessariamente il fatto deve essere un seno, nel nostro mondo dell'informazione, come spiega Byung-Chul Han, attento lettore di Benjamin, le notizie diventano pornografiche (è l'ideologia della trasparenza ad essere pornografica). La storia della fotografia poi è del tutto particolare come si vede in Chul-Han. Infatti le prime foto erano ritratti e a queste Benjamin gli accreditava ancora un valore culturale, quelle successive acquisiscono un valore espositivo/pornografico, ma tutte queste foto fino a che sono stampate e hanno ancora una base materiale hanno comunque una storia e una "narratività", come nota Chul Han. Infatti una foto si ingiallisce con il tempo e non riesce spesso a mantenere sempre la sua stessa qualità. Con la fotografia digitale, afferma Chul Han, questa "storia" della foto scompare completamente, la sua moltiplicabilità aumenta e diventa "additivà": semplicemente fa numero. Tornando al problema iniziale: la fotografia non uccide l'arte, aggredisce la pittura, tanto che i pittori sembrano minacciati dall'avvento della fotografia a colori e si salvano ancora perché all'epoca la fotografia era in bianco e nero. Chiaramente la fotografia mette fine all'idea che l'arte debba essere copia della realtà, quindi esplodono forme artistiche nel 900' che non riproducono la realtà ma la restituiscono ogni volta trasformata come il cubismo e il surrealismo. Oggi basta un programmino come "Gimp" per dare alla foto un effetto "cubista", tuttavia l'artista può sempre prendere delle foto e inserirle sulla tela, così come già i cubisti facevano con i pezzi di giornale. Tutto questo porta sempre di più il marchio del legame tra la tecnica e l'arte. Walter Benjamin individua tre tecniche nell'800': la prima è quella del ferro, la seconda quella dell'arte macchina e la terza è quella dell'arte luce e fuoco; la fotografia mette assieme le ultime due?.

"Osservazione su Ludovic Halévy: - On peut m'attaquer sur ce qu'on voudre, mais la photographie, non, c'est sacrée-" (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.748)

"Il tentativo di provocare una contrapposizione sistematica fra arte e fotografia è al momento fallito. Essa avrebbe dovuto rappresentare un momento della contrapposizione storica fra arte e tecnica." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.748)

"Ciò che rende incomparabili le prime fotografie è forse il fatto che esse rappresentano l'immagine del primo incontro fra macchina e uomo." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.751)

"Una delle obiezioni, spesso inespresse, contro la fotografia: è impossibile che il volto umano sia colto da una macchina." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.751)

"Napoleone III, passando nel boulevard davanti alla casa di Disderi, ferma il reggimento di cui è a capo, sale e si fa fotografare." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.752)

Un problema della fotografia: qual'è il suo oggetto? se io vengo fotografato, chiaramente io sono io, ma sono anche quello nella foto?. Di fatto, sopratutto per le prime foto, quando si viene fotografati si deve stare fermi; Nadar dichiara la sua impossibilità nel riuscirci. Non è un caso che Benjamin colleghi la fotografia con le catacombe, alla fine non si tratta di altro che di un'arte della morte. Stare immobili vuol dire tornare al cadavere e quello che ci rende vivi è il fatto che ci muoviamo, con il corpo, con le labbra con gli occhi, in quel modo dimostriamo che abbiamo un'anima. Ho sentito tempo fa che certi egiziani sono convinti che la fotografia porti via l'anima, non è un caso. In Benjamin troviamo però una considerazione del tutto diversa, la fotografia avrebbe come oggetto uno spettro. Le due considerazioni non si escludono a vicenda e si può capire perché citando la concezione della fotografia di Balzac, il quale sembra che sia convinto della teoria dell'Idola o del Simulacro di Democrito in fatto di fotografia. In questo caso si può pensare che il soggetto assunta questa posizione fredda e cadaverica del suo corpo relazionandosi con la macchina fotografica rilasci una specie di pellicola sottile (Simulacro o Idola) che si imprime sull'obbiettivo della macchina fotografica, il risultato è veramente spettrale.

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