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giovedì 3 dicembre 2015

Passages, a: Movimenti sociali, p.I (Walter Benjamin)






La sezione si apre con una serie di considerazioni sul surrealismo, il surrealismo come da un lato dalla parte del materialismo antropologico e   contro il progresso, ma dall'altro avverso al marxismo. Non è chiaro cosa si intenda, nel senso che l'identità tra materialismo storico e critica al progresso è un classico in Benjamin, non è altro che la considerazione della critica della storia come storia dei vincitori, come bottino delle classi dominanti, ma come questo si colleghi con il surrealismo è meno chiaro. Diciamo che Benjamin parte da una citazione di Emmanuel Berl in cui si legge che il surrealismo confonde un anticonformismo morale con la questione della rivoluzione proletaria. Sembra che al surrealismo, che non a caso viene dal dadaismo, interessi il primo momento della rivoluzione, quello del caos. Il senso è puramente nichilistico credo, così come lo è anche il totale anticonformismo morale, quindi la caduta dei valori. Il marxismo non è questo, anzi: "tutto sarà profanato" o quello che viene chiamato capitalismo tecno-nichilista non è in contrasto con la nascente società dei consumi. Quando Benjamin parla del surrealismo sembra sempre parlarne come qualcosa che è un prodotto di una data società, una società sognante come quella dell'800'. Diciamo pure che il surrealismo nasce in un Passage, come dice lo stesso Benjamin, nel Passages come luogo fatato dei desideri consumistici. La realtà da sogno o il trascendentale della merce non possono essere diversi dall'oggetto surrealista. Anche quando Benjamin parla di Baudelaire, certamente ne riconosce il carattere di bohemiène, nel senso del debosciato e dell'a-morale, tuttavia non sembra convinto che questo sia anticonformista, nel senso che vada contro il sistema, spesso il capitalismo consumista ci invita a rompere con i tabù della vecchia società, l'importante del resto sono i soldi. Di fatto, però, Benjamin in tutte queste cose, intendo dire il surrealismo, l'hashish e simili, non vede semplicemente delle caratteristiche di questo mondo inebriante come il battello ebbro di Rimbaud, si tratta anche di momenti sacri nel profano. Quello che importa per Benjamin è trovare delle porte per lo Jetztzeit (l'adesso), questo "sacro" è come la madelaine di Prouste, diciamo è qualcosa che ci permette di accedere al passato come incompiuto. Perché forse non è che Benjamin stia dicendo che non esista nessun carattere di promessa nell'arte, ma forse questo non sarebbe un carattere del tutto peculiare dell'arte, così come invece pensa Adorno. Ad ogni modo in tutto questo discorso si infila di mezzo il marxismo in quanto Benjamin afferma che in esso è presente il misticismo, ma questo non va confuso con la religione. Certamente il marxismo è mistico, nel senso, è mistica l'interpretazione di Marx del capitalismo perché non è mai riduzionismo materialista, ma c'è sempre un riferimento ad un trascendentale, alla merce come oggetto trascendente e vale lo stesso per il denaro. Poi è da notare l'aspetto comunitario del comunismo e l'abolizione della proprietà privata che poi sono tipici anche di certe comunità spirituali. Ovviamente può essere che qui Benjamin abbia forse più in mente la teologia sottesa al materialismo storico, la storia di Marx comunque conduce alla società della classe con l'apocalittica fine del capitalismo e quello l'anticristo dei banchieri e dei grandi monopolisti che avrebbero comandato la società prima della fine.
Dopo questo inizio partono una serie di citazioni varie da differenti fonti per parlare delle lotte sociali nella Parigi e la Francia dell'800', in particolare si riferisce al 48'. Per esempio c'è la descrizione di un episodio misterioso, in particolare per la questione numerica: il 23 Febbraio, alle 23:00, muoiono 23 persone in una sparatoria. I cadaveri illuminati dalle luci dei lampioni, la gente che ha sentito gli spari che si è chiusa in casa per la paura e non una finestra aperta, non una persona affacciata a vedere, un ragazzo del popolo grida vendetta. La sensazione è che episodi del genere non fossero isolati a quel tempo chiaramente, che erano tempi di lotta sociale. Da un lato il potere repressivo della polizia napoleonica, dall'altro operaio in rivolta, operaio che ancora credeva negli ideali del 1789, nel progresso, nei diritti del cittadino e così via. La rivoluzione operaia in quest'opera è paragonata a quella pianta tropicale che rimane per lo più sempre uguale a se stessa, invariata nel suo aspetto, per poi di colpo, quasi in un boato, far spuntare il suo fiore magnifico. Walter Benjamin sa che ciò che muove la rivoluzione operaia è qualcosa di completamente diverso da un movente puramente razionale, nel senso che non è la ragione a guidare il rivoluzionario, ma in primo luogo il sentimento. La rivoluzione è fatta per grandi ideali come quelli della libertà o dell'uguaglianza, ma sempre per quattro stracci e per dei tozzi di pane, perché l'operaio spesso non aveva nemmeno quello, così spesso si leggeva negli slogan degli operai: "pane e lavoro" o "attenti alla proprietà, morte ai ladri!". Da questo punto di vista è interessante come la rivoluzione francese sia nata in buona parte dall'ispirazione al pensiero di vari filosofi come Voltaire, Rousseau, Montesquieu, oltre al fatto che sia stata necessariamente voluta dalle sette massoniche, di cui questi stessi filosofi facevano parte (dopo tutto non è strato, il libro di Benjamin è pieno di riferimenti al contributo delle società segrete alle rivoluzioni e agli attentati, come ad esempio i Carbonari). Questa nascita è la componente razionale, ma poi come si vede in una canzoncina rivoluzionaria di quei tempi, citata dallo stesso Hugo, i filosofi citati venivano in parte presi in giro:

On est laid à Nanterre,
C'est la faute à Voltaire,
Et bête à Palaiseau,
C'est la faute à Rousseau.

Je ne suis pas notaire,
C'est la faute à Voltaire,
Je suis petit oiseau,
C'est la faute à Rousseau.

Joie est mon caractère,
C'est la faute à Voltaire,
Misère est mon trousseau,
C'est la faute à Rousseau.

Je suis tombé par terre,
C'est la faute à Voltaire,
Le nez dans le ruisseau,
C'est la faute à... [Rousseau]

I motivi dei motivi sociali sono l'evidente sfruttamento della classe operaia, ciò che poi è oggetto della parte centrale del primo libro del Capitale di Karl Marx in cui parla della situazione nelle industrie inglesi. Qui, nell'opera dei Passagenwerk, si possono vedere invece una serie di informazioni che sono riferite alla Francia, ovviamente uno dei fatti è la questione dell'estensione dello sfruttamento alle donne e ai bambini, spacciata per filantropia dai capitalisti in quanto così avrebbero aiutato a nutrire famiglie e gli operai francesi gridavano in risposta: "Poiché non possiamo nutrirli, almeno vogliamo morire tutti insieme!". La rabbia è questo, tanto per ricollegarmi a quello che dicevo prima, nel senso che lo stato del rivoluzionario non è quello della ragione o della razionalità che magari guidano i filosofi (quelli che, secondo Deleuze, sono gli unici a creare rivoluzioni, infatti anarchismo, comunismo, socialismo, prima di essere politica o pratica, erano filosofia politica e in nessun altra scienza si trova qualcosa di simile, la rivoluzione è sempre venuta dalla bocca dei filosofi), la rivoluzione dipende da uno stato febbrile, da uno stato ebbro e in parte alterato. Il sentimento rivoluzionario, la sua rabbia distruttrice e il suo desiderio creativo, dipendono tutti da uno stato ubriaco. In un certo senso potrebbe dire Benjamin: segui le vie del vino e troverai i rivoluzionari e i cospiratori. Come ho già detto in passato i cospiratori sono grandi frequentatori di osterie, le osterie sono luoghi dove scorre il vino.

"I proletari hanno composto una Marsigliese che fa paura, che essi cantano in coro nelle officine e che si può giudicare dal ritornello:
Sème le champ, Proletaire;
C'est l'Oisif qui récoltera." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.777)

La rivoluzione deve essere immaginata nel modo più cruento più possibile, con uomini che mozzavano le teste ai poliziotti e poi potevano appenderle alle barricate, poliziotti che non si facevano scrupoli ad usate tutta la violenza che potevano contro gli operai, il fare i pezzi i corpi e usare i cadaveri per fabbricare nuove barricate. Non c'era molta scelta, si diceva infatti: "Vivere lavorando o morire combattendo", anche si riusciva a trovare un lavoro si sapeva che questo non poteva essere una certezza, il posto fisso eterno, la disoccupazione, così come un mancamento potevano essere un futuro prossimo sempre, non molto lontano. Lione è un esempio che viene qui fatto della violenza rivoluzionaria, Lione è coinvolta nella rivoluzione francese da uno scontro tra giacobini e girondini, i primi scacciano i secondi dalla città. Da segnalare è anche l'Ode alla ghigliottina come espressione poetica del tempo.

" «Dés les premiers jours qui suivrent la Révolution de 1830 une chanson, Requête d'un ouvrier à un juste milieu, circulait à Paris. Le refrain en était très expressif:
J'ai faim!
C'est bien, mang'ton poing.
Gard'l'aut'pour demain.
C'est mon refrain.
... Barthélmy... dit... que... l'ouvrier sans travail est obligé de travailler au "chantier du tumulte"... Dans la Némesis de Barthélemy... le pontife Rothschild, avec une foule de fidéles, dit la "messe de l'agio", chante le "psaume de la rente"». Jean Sjerlitch, L'opinion publique en France d'après la poesie, Lausanne, 1901, pp. 97-98 e 159." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.789)

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