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domenica 14 febbraio 2016

Frédéric Lordon: capitalismo, desiderio e servitù










Frédéric Lordon, sociologo ed economista francese, direttore della ricerca al CNRS (centro nazionale della ricerca scientifica), famoso collaboratore per la rivista: Le monde diplomatique, ha scritto un libro dal titolo: Capitalism, désir et servitude. Marx et Spinoza, unico suo libro tradotto in italiano con il titolo: Capitalismo, desiderio e servitù, pubblicato da DeriveApprodi.

Si parla di un economista spinozista, il libro avrebbe come scopo anche quello di trovare le connessioni tra Marx e Spinoza. Non sarebbe certamente il primo a farlo, ma ha il suo senso riproposto in questi anni perché diventa abbastanza attuale il discorso e vedremo anche perché. Infatti si tratta di completare il discorso di Marx con quello sulle passioni di Spinoza e mostrare come queste sono implicate nel discorso di Marx. Ovviamente Spinoza e Marx non convergono su tutti i punti, per esempio non convergono tanto sul tema dell'immanenza, la teoria del valore marxiana ne è un esempio, tuttavia Lordon se la cava benissimo a spiegare come si potrebbero accordare le cose. La prospettiva è materialista, ma non sembra che si tratti solo di materialismo storico, è il materialismo di Spinoza. Una delle cose belle di questo libro è che ricorda sempre il problema della povertà di fondo nella nostra società. Aristotele diceva che l'uomo comincia la sua strada per la conoscenza quando è riuscito a sopperire alle sue necessità, ma noi non abbiamo nemmeno risolto il problema della fame. Questo punto deve farci ritornare al discorso di Marx. La condizione dell'uomo nel mondo capitalista è tale per cui esso si trova di fronte a due sole scelte: morire di fame, cercarsi un lavoro per sopravvivere. Ovviamente per capire come ci siamo finiti qui dentro Karl Marx aveva esposto tutta la sua spiegazione sull'accumulazione primaria nel capitalismo. Perché la maggior parte delle persone si trovino nella miseria, bisogna che le ricchezze si siano concentrate in poche mani e questo accadde tramite il furto (es. i capitalisti che espropriano terre e così via).

«L'Antoine Doinel de I quattrocento colpi che, in cerca di mezzi della propria riproduzione materiale, dopo aver rotto con la sua famiglia e con la scuola, considera per un breve sprazzo di lanciarsi negli affari, fornisce al compagno di fuga il riassunto folgorante delle costrizioni di un divenire capitalista: all'inizio è una questione di grana. (...) Benché cosciente della necessità di disporre preventivamente di questo stock, Antoine Doinel che, partendo con niente, immagina di rubare uno dei mobili del padre del suo compagno per convertirlo in (capitale-) denaro, stabilisce con questo il nesso tra riserva preventiva e furto iniziale e scopre - per lui in pratica, per noi come svelamento - il furto originario dell'accumulazione primitiva.» (Lordon, Frédéric, Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo, DeriveApprodi, Roma, 2015, p.36)

Dopo che tutti gli uomini sono stati derubati comincia la Lebensnot, è evidente da quel momento che se vogliamo continuare a vivere, quindi non morire di fame, possiamo fare due cose: rubare o trovarci un onesto lavoro. La condizione è tale per cui solo chi possiede il capitale può quindi investirlo e diventare capitalista, ma il capitalismo nasce dal furto, quindi perché il nostro furto non è legittimo e il loro sì? Gilles Deleuze spiegava che lo Stato è un apparato di cattura (furto), che il diritto dello Stato stabilisce quale tipo di cattura (furto) è legale e poi la polizia fa in modo che questo sia accettato e chi ruba (cioè chi compie furti non legalizzati) sia sbattuto in prigione. Il diritto non sta dalla nostra parte, da quel che sembra. Anche se Lordon cita solo due volte Deleuze, questo discorso va seriamente tenuto presente perché anche Lordon, quando per esempio parla del plusvalore, usa lo stesso termine: cattura. Questa povertà di fondo, o il risultato del furto originario, si è andata perduta per una serie di motivi: Lordon parla di retorica della realizzazione di sé nel posto di lavoro, la possibilità di accedere al mondo del consumo, nel senso di potersi permettere uno spreco o una parziale eccedenza che prima non era possibile. Si possono aggiungere anche due altri punti degni di nota: la retorica dell'imprenditore di sé di foucaultiana memoria, che credo Lordon avesse anche in mente e poi tutti questi discorsi sulla scia del sogno americano che affermano che tutti possiamo essere ricchi e se non lo siamo è solo colpa nostra. Molto di questo, oltre a farci scordare quel problema di povertà già citato, ci rimanda all'introduzione massiccia di passioni gioiose nel lavoro, perché si è scoperto, banalmente, che si mobilitano di più le persone con le carote che con i bastoni, intendo dire con promesse di felicità, piuttosto che con continue minacce. Questo è un primo punto che spiega la prospettiva puramente spinozista, infatti si tratta di una introduzione delle passioni nell'economia. Non è che prima non ci fossero, ma adesso è come se la cosa fosse esplosa e nello stesso tempo si fosse moltiplicata (il marketing e la sua vendita di emozioni, le pratiche del coaching spacciate per cura di sé, la promessa gioiosa della futura carriera con un maggiore asservimento al sistema: confusione tra fini del capitalista e fini del lavoratore). Un altro punto prettamente spinozista, punto che caratterizza la lettura di Lordon, consiste nel fatto che qualsiasi lettura dell'asservimento del lavoratore al proprio padrone nei termini della "servitù volontaria" è completamente falsa e non rispecchia lo stato delle cose. Ci sarà molto da dire su questo punto, in quanto è discorso più o meno condivisibile che parte da una prospettiva particolare: quella di Spinoza, che è il punto di partenza per leggere certi fenomeni come: l'asservimento o l'eventuale ribellione. L'uomo è libero o no? Spinoza diceva di no, diceva anche che chi credeva che lo fosse, lo credeva semplicemente perché l'uomo è consapevole delle sue azioni, però non conosce le cause che stanno dietro di esse. Spinoza, occorre anche ricordarlo, è stato uno dei più grandi difensori della libertà intellettuale. Tuttavia devono trattarsi di libertà decisamente diverse. Questo discorso che si sta facendo, andando più nello specifico sulla questione della condizione del lavoratore, ricorda la critica di Marcuse a Sartre:

«L'antifascista torturato a morte può anche conservare la sua libertà morale e spirituale per trascendere questa situazione: ma viene tuttavia torturato a morte. La libertà umana è la negazione diretta di quella libertà ontologica che Sartre determina come sua essenza.» (Marcuse, Herbert, Cultura e società, Einaudi, Torino, 1969, p.214)

Il punto è che Marcuse parlava di liberazione dell'uomo, di libertà come qualcosa da conquistare e questo processo si da nella rivoluzione, ma la rivoluzione o la protesta, come vedremo, per Lordon, coerente con Spinoza, comincia con un affetto particolare: l'indignazione e non è il risultato di una scelta libera. Se il problema non è com'è che qualcuno ha scelto la servitù, allora il problema sarà perché è stato costretto a sceglierla e la spiegazione deve essere molto articolata, almeno per rendere conto del facile inganno, secondo Lordon, di pensare che si tratta di "servitù volontaria". La spiegazione deve prendere in considerazione una vera ingegneria del desiderio. Ci sono due soggetti: capitalisti e lavoratori. Entrambi sono guidati da qualcosa che Spinoza definiva con il termine: conatus. Il conatus è il desiderio si preservare nel proprio essere, di incrementare la propria potenza, che non vuol dire solo sopravvivere, ma nella condizione del lavoratore il suo desiderio è in primo luogo quello di sopravvivere. Il capitalista desidera di far fare e il lavoratore di fare. È davvero strano: il lavoro è spossante, sfruttato, malpagato, indesiderabile, i greci dicevano che lavorare deforma il corpo, eppure oggi sentiamo tutto il popolo gridare: vogliamo lavorare! vogliamo lavorare!. Come è possibile? dopo tutto vogliamo lavorare = vogliamo lo sfruttamento. Lordon comunque ci dice che non si tratta di "volontà", piuttosto si deve fare appello ad un sistema di ingegneria del desiderio. Vediamo come funziona: il lavoratore è messo nelle condizioni per cui non ha nemmeno il minimo per riprodurre la propria forza lavoro (sopravvivere), quindi in primo luogo il lavoratore vuole sopravvivere (potrebbe desiderare altro, se la sopravvivenza gli fosse garantita, ma non è così); sopravvivere significa in primo luogo avere di che cibarsi, bere, vestirsi, quindi questo desiderio diventa immediatamente un desiderio di merci, una volta che i prodotti sono diventati merci, in quanto la merce, come osserva Marx, non è semplicemente l'oggetto puro; le merci si caratterizzano anche per un loro valore di scambio, ovvero hanno un prezzo, questo significa che per acquistarle il lavoratore deve possedere del denaro; il denaro il lavoratore deve procurarselo, per questo motivo il lavoratore non può far altro che cercarsi un lavoro e adesso si capisce perché grida: voglio un lavoro!. Ovviamente questo funziona perché sono stati posti dei punti fissi e rigidi, per esempio il denaro è diventato l'unico mezzo per procurarsi le merci o, come direbbe Marx, la merce per eccellenza. Tuttavia Lordon distingue la moneta dal denaro e li definisce in questo modo:

«La moneta non è un valore in sé, ma l'apertura del valore.» (Lordon, Frédéric, Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo, DeriveApprodi, Roma, 2015, p.25)

«Il denaro è la moneta vista dal lato dei soggetti.» (Lordon, Frédéric, Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo, DeriveApprodi, Roma, 2015, p.26)

Il denaro come merce per eccellenza diventa il punto obbligato per l'accesso al consumo e quindi a qualsiasi merce. Ora questo ce lo dice Marx, ma cosa aggiungerebbe Spinoza a tutto questo?. Il desiderio secondo Spinoza si contrae o tende a contrarsi, quando questo accade si genera un affetto, però questo accade perché il desiderio ha trovato il suo oggetto. Un oggetto, secondo Spinoza, non ha un valore in sé, dopo tutto può aver valore solo in quanto è desiderabile, per questo Spinoza dice che è lo stesso desiderio ha porre il valore nella cosa. Se il denaro e il lavoro di conseguenza sono dei passaggi obbligati, è ovvio che il lavoratore porrà valore in queste cose e queste saranno il suo oggetto del desiderio. Per questo Lordon afferma che non c'è servitù volontaria, ma solo servitù passionale. Il capitalismo genera dei rapporti di dipendenza e dominio. Il capilista ha bisogno del suo lavoratore e il lavoratore del suo lavoro, ma dei due chi può resistere più a lungo senza l'altro è il capitalista stesso. Tuttavia il capitalista dipende sempre da qualcun altro: dal banchiere. Dove trova i soldi per dare origine alla sua attività? deve chiedere dei soldi in prestito, quindi deve disporre di denaro anticipato, questi soldi saranno poi anche distribuiti tra i lavoratori sotto forma di salario, ma il ritorno del capitalismo sarà tanto più maggiore e questo per una cattura (furto): il pluslavoro/plusvalore. Deleuze, che non è estraneo per nulla a questo tema, lui spiegava le cose in questo modo: del denaro viene prodotto dalle banche, questo denaro viene distribuito ai lavoratori in cambio della forza lavoro, qui si ha un salario nominale e successivamente un consumo, ma nel confronto tra il salario nominale e il consumo c'è un differenziale, questa è la cattura o furto (il salario reale, come salario nominale sul livello medio dei prezzi, è sempre minore del salario nominale stesso). Ogni persona si muove a partire dal suo conatus, quindi a partire dal suo desiderio. Il suo desiderio deve aver incontrato un oggetto desiderabile, cioè in cui il desiderio stesso pone un valore. Quando questo accade il desiderio si contrae e produce degli affetti, questi affetti possono essere gioiosi nel caso in cui si spera di avere qualcosa, tristi se si ha paura di mancare qualcosa. L'uomo chiaramente ricerca il piacere e fugge il dolore, quindi quando aumenta la tristezza deve mobilitarsi per evitarla o fuggirgli in qualche modo. Infatti l'uomo in primo luogo desidera l'accrescimento della sua gioia ed è per questo che il capitalismo ha cambiato strategia, ha cominciato a puntare sulla produzione di passioni gioiose, sul rendere appetibile il lavoro, piuttosto che minacciare il lavoratore di licenziamento continuamente. Chiaramente con l'aumento del lavoro diminuiscono i prezzi e così via, il sistema basato sul fordismo aveva dato accesso ad una grossa parte della popolazione ad un mondo dei consumi ampio. Le politiche attuali dell'austerity invece sembrano di più delle vere politiche del terrore. Ad ogni modo è interessante il discorso che cita Lordon su Spinoza, a proposito del fatto che per i padroni, per controllare le persone, è molto più utile l'amore della paura. In fin dei conti è un discorso simile a quello di Byung-Chul Han: il grande fratello è diventato permissivo perché si è reso conto che così non trova più ostacoli, dopo tutto quando qualcuno si oppone a noi usando come potere la paura e la violenza noi possiamo rispondergli con un No! secco, opporci dunque al potere, ma l'opposizione scopare quando sono gli stessi individui che apparentemente vogliono, perché gli produce felicità, servire i loro padroni. Tuttavia Byung-Chul Han, rispetto a Lordon, parte dall'idea che l'uomo è libero.

Da quello che ho detto fino ad ora Lordon deriva un paio di cose: in primo luogo la decrescita felice è un ossimoro, chi mai potrebbe desiderare felicemente una rinuncia? per definizione la decrescita è accompagnata da passioni tristi, non certamente da passioni gioiose; in secondo luogo, se l'allineamento del desiderio del lavoratore al proprio è lo scopo del capitalista, allora più ci sarà allineamento, più il lavoratore sarà asservito al suo padrone. Lordon spiega questa cosa in termini di vettori: ponendo il vettore d come vettore del lavoratore e il vettore D come vettore del capitalista, se v è il vettore direzionale e |v| è l'intensità del vettore, allora: d · D = |d| · |D| · cosα. Ponendo il vettore d come il vettore perfettamente allineato, il vettore d1 sarà un vettore non perfettamente allineato, tale che (|d1| = |d| · cosα) < |d|. Quando l'angolo è uguale a zero, il coseno è uguale a uno. Lo zero α è ciò a cui mira il neoliberismo, il completo asservimento, mentre appena l'angolo di alfa è maggiore di zero il vettore non è completamente allineato.

Diversi sono i cambiamenti e i progetti nel mondo neoliberale. Il primo scopo è il progetto alfa zero, progetto che porterebbe sempre più ad un regime completamente totalitario, il secondo scopo è quello di introdurre sempre più passioni gioiose che mobilitino i lavoratori. Esistono affetti gioiosi estrinseci ed intrinseci, quelli estrinseci sono cose come il consumo, il fatto di potersi permettere oltre alla semplice e nuda sopravvivenza, di comprare molte cose in più tra tecnologia, vestiti e altro, quelli intrinseci sono posti direttamente nel lavoro. Spinoza lo aveva detto: funziona molto meglio l'amore se si vuole comandare gli uomini piuttosto che la paura. Oggi si parla di realizzazione di sé nel lavoro, l'idea è che se lo stesso lavoro è qualcosa di accattivante o lo si rende tale, allora gli uomini lo troveranno più desiderabile, per questo porranno più valore in quell'oggetto e in questo modo ci sarà maggiore mobilitazione. Il caso più estremo, che comunque è in fase di grande diffusione, è l'idea di non richiedere più ai lavoratori di fingere, ma di essere completamente ciò che fingono. Lordon spende diverse parole su questo punto, per cui è necessario parlarne e del resto mi sembra qualcosa di molto attuale. Dei lavoratori di call center indiani che devono vendere prodotti agli americani devono essere credibili, quindi devono essere americani. Ora loro chiaramente non lo sono, quindi dovranno cercare loro stessi di contrarre abitudini da americani, pensare da americani, cambiare tutta la loro vita in funzione del loro lavoro. È quello che Lordon chiama: girl-friend experience, essa consiste in questo: anche una prostituta dovrà baciare il suo cliente come se lo amasse davvero, sforzarsi di essere innamorata di lui e non fare solo finta, così come quando avrà un rapporto sessuale dovrà essere esattamente come se fosse tra fidanzati. Il soggetto nel mondo del lavoro di oggi deve rimetterci il proprio io, la propria personalità, sacrificarsi per il lavoro e questo significa in primo luogo rinunciare a ciò che sì è. Si può davvero, nel tentativo di fare questo, diventare qualcosa d'altro? per esempio un uomo triste che deve sul posto diventare solare a tutti i costi, ci riuscirà o verrà licenziato?. La sensazione è che tutto questo porti ad esasperare la condizione psichica dell'uomo, che sia una forma di auto-sfruttamento, come la intende lo stesso Byung-Chul Han, cioè che porti al collasso mentale. Tutto sembra funzionare perfettamente, da l'illusione alle persone di essere delle auto-mobili, nel senso di mobilitarsi da soli, ma il vero problema, più che una questione di alienazione in senso marxista, è un problema di asservimento passionale. Sono gli affetti che derivano dall'oggetto che mobilitano il soggetto. C'è uno scopo preciso in tutto questo, un interesse da parte del padrone, la cattura (furto). Il lavoro si dice sfruttato per l'eccesso di lavoro che è pluslavoro non pagato che produce plusvalore al capitalista. Dal punto di vista spinozista Lordon non può accettare la teoria del valore di Marx così come viene posta, in quanto non sarebbe conforme all'immanenza di Spinoza e rimanderebbe ancora ad una forma di trascendenza. Tuttavia il problema si può risolvere semplicemente non concependo il plusvalore come una unità di valore, quanto piuttosto come una cattura, un reale spossessamento. Anche il concetto di alienazione dal punto di vista spinozista è poco accettabile, non può esserci una potenza mancante da riconquistare, così come Spinoza non concepisce nessuna differenza tra il potere e il fare. L'alienazione, quindi, nella lettura di Lordon, non è altro che il restringimento delle proprie effettuazioni, la fissazione del desiderio su un numero limitato di desideri. C'è uno spettro del desiderio, questo può essere ristretto fino a lasciare solo il desiderio della sopravvivenza, oppure può riaprirsi. Com'è che accade che l'uomo esce dalla condizione di alienazione?. Lordon spiega che per Spinoza gli affetti sono qualcosa di oggettivo come il caldo o il freddo, l'uomo non compie mai una rivoluzione perché questo è l'esito di una sua libera decisione, piuttosto lo fa perché il suo desiderio si è contratto in un particolare affetto: quello dell'indignazione. Se molti si indignano, allora può cominciare una mobilitazione di massa contro il potere. Si riapre l'angolo alfa, ci sarà maggiore scarto nell'allineamento del desiderio.

«È allora la classe omogenea degli scontenti, in via di allargamento, a minacciare di rivoltarsi contro il capitalismo, rimettendo in moto la storia.» (Lordon, Frédéric, Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo, DeriveApprodi, Roma, 2015, p.190)

Il motivo vero: l'abolizione della proprietà privata, perché? perché, come afferma Lordon, la proprietà privata si basa su rapporti asimmetrici, per esempio la proprietà privata implica l'alienazione, la differenza tra i possessore e il non possessore. Il potere del resto non può che funzionare sulla base di asimmetrie, come su questo si basano le varie gerarchie. La lotta deve abbattere ogni forma di asimmetria.

«Colui che entra nell'associazione con un desiderio di forza superiore, che immagina più degli altri i vantaggi di riconoscimento dell'opera collettiva e li vuole di più, costui è potenzialmente l'appropriatore, l'aspirante monopolizzatore delle gioie estrinseche, la nuova figura del desiderio-padrone ricostituito al di fuori delle strutture formali della cattura, quella dei diversi padroni, e a partire da un fondo di investimento paritario che è tale solo all'apparenza: perché a differire sono le intensità di desiderio.» (Lordon, Frédéric, Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo, DeriveApprodi, Roma, 2015, p.193-194)

C'è anche una definizione di comunismo in stile spinozista:

« (...) lo sfruttamento ha fine quando gli uomini sapranno dirigere i loro desideri comuni - formando si un'impresa, ma un'impresa comunista - verso oggetti che non sono più la materia di catture unilaterali, cioè quando capiranno che il vero bene è quello che occorre auspicare che gli altri posseggano al pari di noi.» (Lordon, Frédéric, Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo, DeriveApprodi, Roma, 2015, p.195)

In pratica nell'idea costruttiva di Lordon c'è la concezione di una impresa comune, intensa come res comune e quindi cosa di tutti, l'autogestione delle fabbriche contro la gerarchia. Non si discute sull'attualità del tema delle passioni o delle emozioni, tanto è vero che il nostro capitalismo può essere definito "delle emozioni", le emozioni come competenza lavorativa, le emozioni mercificate dal marketing. Ci sono diversi punti in cui questo libro può sembrare banale, forse lo è davvero, ma quando sentiamo qualcuno gridare: voglio lavorare! dobbiamo rinfrescargli la memoria su tutti quei meccanismi che stanno dietro e che poi lo conducono a quell'affermazione, cose banali, molto banali e ovvie che chi afferma: voglio lavorare! ha dimenticato. Anche la questione della povertà di fondo la si dimentica facilmente, la nostra crisi però la riporta a galla. Il tentativo di porre Spinoza con Marx non sarebbe il primo a farlo, basti pensare anche solo ad Althusser e tuttavia è funzionale ai punti di cui parlavo prima. Quella spinozista, però, è un tipo di impostazione del problema che genera delle sue soluzioni di conseguenza, per esempio il fatto non credere nella libertà degli individui genera l'idea per cui non c'è servitù volontaria e la rivoluzione non avviene per libera scelta ma per la contrazione di un affetto particolare: l'indignazione. Questo punto è più o meno condivisibile e penso che il dibattito rimarrà ancora aperto su esso.


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