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sabato 9 aprile 2016

Lezione VII: Il problema del divenire e la sua logica











L'ultima lezione era finita con il discorso sul divenire, per esempio ci si chiedeva che ruolo avesse la permanenza della cosa nel divenire. La cosa è intesa in questo senso come espressione di struttura e questo suo permanere è un brillare nel grande vuoto. Il reale non è altro che questo, quando per reale si intende l'attuale ci si riferisce immediatamente alla cosa come espressione di struttura. Infatti avevo detto che il divenire apre tutto il possibile, esso non è altro che il possibile aperto e da questo ne consegue che il permanere come il brillare della cosa come singolo nel cielo stellato avvolto dal nero non-essere della determinatezza degli altri possibili come puri potenziali si oppone al divenire stesso. Scusiamo Spinoza del fatto che abbia dato un'immagine delle cose secondo totale necessità causale e abbia detto questo immanenza, questo poteva andare data un'immagine meccanicista della scienza che non conosceva ancora l'improbabilità della fisica quantistica, cioè non conosceva le cose che come sotto la luce della determinazione dell'attualità e non tutto il virtuale dei probabili che stanno dietro a tutto ciò. È la fisica quantistica che ci da una nuova immagine del divenire, il paradosso del gatto di Schrödinger è un paradosso in primo luogo del divenire, dato che è logico che il divenire funzioni per paradossi. Ci è utile pensare come uno spinozista alla Deleuze che ha concepito il divenire come pura virtualità, come lancio puro senza risultati che però purtroppo misconosceva il problema vero del possibile. Si dovrebbe, qui metto solo un appunto veloce, leggere la Logica del senso come un libro della fisica quantistica. Se il divenire è possibile aperto, il reale come attuale è semplicemente un risultato del divenire, ma non c'è risultato mai nel divenire se si prende il divenire in sé. La filosofia è sempre partita dalle cose, un errore che si trascina dietro, poi ad un certo punto ha cominciato a dare valore al divenire e al tempo sull'essere, quindi si sono succeduti filosofi come Nietzshce, Heidegger, fino al problema del post-modernismo e Deleuze. Il problema della permanenza va intenso come il brillare della cosa, attimo che subito scopare, ma è ciò che affiora nel rovesciato rapporto tra possibile e l'attuale, l'al di qua che noi vediamo e diciamo che le cose mutano, diciamo che le cose mutano presupponendo le cose e non parlando mai del mutamento stesso che ci sembra impossibile senza le cose. Per esempio secondo il divenire si possono dare più percorsi delle trasformazioni di un oggetto, anzi il divenire stesso tiene aperto davvero tutto il possibile. Quindi dato un oggetto A questo può seguire dei mutamenti nelle parti della sua identità singolare, quindi fare catena, cioè scrivere su di sé, in molte forme quanti sono i suoi probabili. Quando si parla del divenire puro si intende parlare di tutto il possibile, cioè appunto del lancio senza risultato, ma poiché si danno degli attuali come risultati del divenire considerando le cose nei passaggi vari di trasformazione, se si parte delle cose e si dovesse dire come un oggetto può mutare, non ci sarà un solo mutamento possibile, ma una serie di probabili e una serie di improbabili. Il problema di determinare l'evento successivo dato un evento particolare anche conoscendo davvero tutti i fenomeni non si da nella forma in cui è stato posto il problema, anzi direi che non esiste se si considerano le cose come pura potenzialità. È ovvio che le cose come determinate non tendono verso una trasformazione, ma tendono verso il loro ritorno. Certamente la cosa è molto più problematica, soprattutto se si considera che esiste una differenza tra l'uomo e le mere cose, tra un cambiamento di un carattere, l'evoluzione di una coscienza e il semplice mutamento di un corpo. Allora il primo problema di questa lezione deve essere quello del divenire e della permanenza delle cose. Esiste un carattere permanente degli oggetti perché gli oggetti hanno una resistenza, in primo luogo l'oggetto conosce una resistenza quando si contrappone al soggetto, tuttavia andrebbe indagato se la resistenza dovesse corrispondere solamente a questo o se invece vi sia qualcosa di molto di più. In effetti se poniamo un soggetto possiamo contrapporre ad esso un oggetto, ma questo è il punto di vista del soggetto che conosce l'oggetto come altro. L'idealismo e filosofie di questo genere hanno superato la prospettiva in questo senso, si tratta semplicemente di riconoscere la funzione del pensiero in questo oggetto, riconoscere le cose come mediate. Ogni volta che l'uomo supera la resistenza dell'oggetto in questo senso allora abbatte la cosa per ritrovare di nuovo se stesso. La filosofia quindi è per essenza qualcosa di meglio del puro realismo, anzi essere realisti vuol dire arrendersi alle cose. Il realista argomenta sempre della resistenza degli oggetti e dice: tutte le mattine mi sveglio e la mia stanza è in un certo modo, sono sul letto, ho un sveglia sul comodino e così via. Finché questa realtà rimane in questo modo tutto sembra solido anche nel tempo, ma poi tutto muta e gli oggetti si corrodono fino a rompersi. Se dicessimo che le cose scompaiono ci riderebbero in faccia come se si trattasse di uno stupido trucchetto alla Harry Potter, ma noi che cosa possiamo dire delle cose che non ci sono più? se dovessimo provare a qualcuno che c'erano e che non ce le siamo sognate, come dovremmo fare?. Si può però ancora dire che le cose debbano essere viste alla rovescia nel senso che non c'è l'oggetto che diventa nulla, ma ci sono due nulla e tra questi l'oggetto, dire che le cose sono perché prima non erano e poi non saranno, ma appunto fare leva sul fatto che non ci saranno più per dire al contrario che sono state reali. Questa strada è troppo effimera, le domande che prima ho posto la fanno già crollare e si deve aggiungere che il fatto che una cosa brilli per un po' può parlare di realtà nel momento stesso solo in cui era attuale e poi ciò non si può più fare. Allora il problema qui è il brillare per un po' delle cose, espressione di struttura che emerge nella realtà oceanica come cosa individuale, capire questo fenomeno del divenire e non come presupposto. Capire questo significa capire il tempo, il tempo tende ad abbattere questo fenomeno nella trasformazione. Se pensassimo che le cose hanno un tempo in cui rimangono uguali e un tempo in cui mutano, allora dovremmo pensare che vi sono due tempi o che il tempo differisca dal divenire. Se vogliamo metterla così si può dire che la prima legge del divenire consiste nel fatto che nessuna cosa rimane mai uguale, quindi non c'è mai davvero una permanenza delle cose nel senso della durata dell'Uguale della cosa. Si può dire parimenti che la cosa comunque finché non cessa davvero muta solo di attributi o di qualità in qualche modo permane. È però una falsa illusione perché non c'è in verità nessuna unità trascendente delle cose, c'è identità delle cose solo per catena, come prescrive un'identità singolare delle cose. La permanenza è una falsa eternità, esiste davvero, ma non nel senso delle cose che rimangono uguali, bensì nel ritorno di tutte le cose. Nietzsche parlava di eterno ritorno, ma non doveva intendere l'eternità, bensì la perpetuità degli enti e così che si potesse intendere la permanenza delle cose nel senso del ritorno di esse. Il primo modello del tempo identifica il passato con il futuro, per esso sono la stessa cosa, quindi di necessità le cose devono ritornare. Questo fatto lo si vede decisamente dal problema dell'eterno ritorno che come tempo circolare non definisce mai due direzioni che non siano simultanee, cioè dice sempre che ciò che è stato sarà e ciò che sarà è già stato. È il produttivo di leggere le cose in due direzioni e leggere in un doppio senso le direzioni: il futuro è passato, il passato è futuro. Aiôn fa parte del discorso di Deleuze, lo descrive come tempo dalla direzione simultanea, qualcosa è nello stesso tempo già stato e sarà, ma la cosa va intesa sempre nell'ottica di una sintesi disgiuntiva inclusiva, per usare la sua terminologia e quindi: futuro e passato ma dello stesso perché l'evento è uno solo ed univoco. Un primo modello del tempo dovremmo derivarlo in questo preciso modo:

- il presente come singolo è il carattere della permanenza dell'oggetto come tale, il suo Uguale.

- se il presente è una parte del tempo, esso dovrebbe essere un momento in cui il tempo si arresta, quindi il tempo dovrebbe differire dal divenire e avere dei momenti in cui le cose non si trasformano.

- il tempo non differisce assolutamente dal divenire a meno che il tempo sono si sdoppi, ma il tempo non può darsi che come unico, non nel senso che c'è un solo tempo, ma nel senso che strutturalmente il tempo è una cosa sola, altrimenti per ogni tempo che si da dovrebbe sdoppiarsi. Con questo intendo dire che il tempo in senso fisico-matematico è solo funzione di qualche schema che garantisce una certa comprensione delle cose, ma non è mai il tempo in sé perché ciascuno deve avere il suo tempo.

- allora il presente non rientra nel tempo, ma il passato e il futuro senza il presente non si possono più realmente distinguere, per questo motivo si daranno assieme come la stessa cosa.

La situazione come momento in cui i tempi si incrociano per dare un divenire unico di tutti i corpi e gli spiriti non si da mai se si seguono dai punti di vista dispiegati delle espressioni. Si dovrebbe dire che una sola è l'eternità una volta per tutte, ma i tempi delle cose sono le loro durate. La perpetuità delle espressioni garantisce una permanenza come ritorno, ma altro non esiste che questo e non si conosce momento in cui le cose cessino di mutare davvero. Torneranno a brillare come un tempo! questo si deve dire piuttosto: passato = futuro. Certo il presente esiste davvero, ma solo nella prospettiva dell'eternità, certo non è vero che tutto è determinato, già scritto, anche perché se no perché dire che il divenire tiene aperto il possibile, ma tutto questo solo nella prospettiva dell'eternità. A dire il vero si potrebbe dire che non c'è altro che eternità, ma una si dice invero perpetuità ed è il ritorno delle cose. L'altra eternità è immobile ma non tiene fissa una cosa, tutto il possibile tiene fisso. Il problema è che le due cose si incrociano continuamente, per questo diciamo anche che adesso è presente poi sarà futuro e prima era passato, ma solo nel senso in cui un po' di eternità può inserirsi nella durata, questo fenomeno si chiama: libertà, beati i pochi che la conoscono!. Ho fatto tutta questa carrellata sul tempo, ma forse non era nemmeno il caso, quello che conta è che riprenderò tutti questi argomenti in lezioni future, ora ci dobbiamo avvicinare a determinare le tre leggi di Eraclito del divenire. Scusatemi se le letture dei filosofi sono un po' troppo personali, ma dovrete abituarvi a questo stile se volete seguire questo testo e prendere tutto come se in fondo si trattasse di vedere quel filosofo nell'ottica del formarsi di questo pensiero che qui espongo e in questo senso tutto diventa come particolaristico, fino a ridursi alla prospettiva, cioè al vedere le cose con gli occhiali blu. Quindi le tre leggi di Eraclito sono queste:

1 la legge della guerra o del conflitto

2 la legge del divenire altro o della trasformazione delle cose

3 la legge dell'amore o dell'unità degli opposti

In quest'ottica si legge tutto il divenire:

la prima legge dice che ogni cosa per emergere deve emergere sull'altra, quindi le cose cominciano ad essere negando le altre e in un conflitto con queste. Ad esempio ogni respiro deve vincere una resistenza, il giorno deve emergere sulla notte, ogni espressione di struttura deve scansare le altre per diventare la protagonista del momento. Tutto questo implica un conflitto originario perché qualcosa si possa poi affermare come reale, nel senso di attuale. Si veda Nietzsche e la volontà di potenza come afferma la lotta, non per vita, come pensava erroneamente Darwin, ma per la potenza.

la seconda legge dice che ogni cosa che è qualcosa deve diventare di necessità il suo opposto, diventare il nemico ideale del conflitto. La vita esiste perché resiste alla morte, la morte arriva comunque ed è la stessa vita che muta in morte, non che la morte prenda il suo posto spodestandola. Tutto questo è ovvio: gli affamati siano saziati ha un senso solo in questa legge, per esempio noi possiamo dalla veglia al sonno e ritorno. La legge in realtà deve avere un doppio volto: prima Uno diventa Altro, ma poi Altro torna Uno. Questo accade ovviamente per le determinazioni che hanno un opposto, perché certo qualcosa da non bianco può diventare bianco, poi tornare non bianco, ma solo in questo senso allora la legge si legge in quel caso. Per esempio non si dice che una cosa rossa diventa viola, si dice che una cosa rossa diventa non rossa.

la terza legge dice che non c'è nessuna opposizione, ma tutto è una cosa sola, o la strada all'in sù e quella all'in giù sono la stessa cosa, il che è uguale. Questo lo si dice per esempio del giorno e della notte che sono tutti e due parte di una sola giornata, oppure si può notare come la vita comprenda continui cedimenti e piccole morti e come la morte in realtà sia vita o rinascita, ma forse molte di queste cose non risultano troppo chiare e potremmo dire semplicemente come i taoisti che il bianco implica il nero e il nero il bianco e cose simili.

Mentre le prime due leggi parlano della trasformazione, la terza parla dell'eternità. Una cosa che si dovrà vedere in lezioni successive è come la durata non si opponga all'eternità.

Tesi: si vuole dimostrare che il tempo conosce l'uguaglianza di passato e di futuro.

Ipotesi: il tempo ha tre dimensioni: passato, futuro e presente, queste dimensioni sono diverse tra loro come tre momenti del tempo.

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