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giovedì 27 ottobre 2016

Rousseau: contratto sociale e democrazia p III










5 Della legge e del legislatore

Nel capitolo sesto del secondo libro Rousseau comincia a parlare del problema della legge: ha potere legislativo la volontà generale o corpo politico. La legge fissa i diritti e lega questi ai doveri. Rousseau definisce come atto di sovranità o atto legislativo un atto politico che ha come oggetto un oggetto generale, si tratta della collettività che prende se stessa sotto un certo aspetto o sotto un certo altro. In questo senso le leggi non hanno mai per oggetto un particolare. Rousseau dice che una legge può dare origine a delle classi specifiche in una società, fissare i criteri di appartenenza ad esse, ma non può dire chi ci deve appartenere; essa quindi non riguarda i singoli. Gli oggetti particolari appartengono infatti al potere esecutivo. È la volontà generale che ha il potere legislativo e la legge, dice Rousseau, non può essere ingiusta. Non può essere ingiusta, egli dice, perché nessuno lo è con se stesso; il sovrano fa la legge, esso è il popolo, il popolo vuole il bene comune, quindi quando promulgherà le leggi non potrà che farlo avendo di mira il bene comune. Si noti che Rousseau crede effettivamente che il popolo conosca ciò che è bene per lui, perché non è ovvio questo: ci sono filosofi che lo hanno negato, ad esempio Platone. Oggi invece nella democrazia è importante pensare che è il popolo che sa davvero ciò di cui ha bisogno e non ci deve essere nessuno che con un atteggiamento più o meno altezzoso affermi di saperne più di lui. È ridicolo che qualcuno venga a dire ciò che è bene per un paese in cui non ha mai vissuto e i cui abitanti nemmeno conosce, sono invece questi che sanno meglio di chiunque altro cosa è necessario. I politici dovrebbero piuttosto chiedersi dei mezzi per arrivarci. Chiediamoci: può esserci qualcuno che sa meglio del popolo che cosa è bene per lui?.

Problema di Rousseau: è vero che il popolo conosce il bene, ma bisogna che la volontà di ciascuno si conformi alla ragione e che riesca ad apprendere ciò che essa vuole. Per questo, dice Rousseau, ci vuole un legislatore. Il legislatore deve mutare l'uomo, deve fare in modo che il singolo non possa nulla se non attraverso gli altri. Il legislatore non è una figura che fa parte della costituzione, si trova al di fuori di essa ed ha il compito di redigere le leggi, ma non ha nessun potere legislativo, né la volontà generale potrebbe conferirglielo. Rousseau ci spiega che il legislatore è un uomo raro, che ha un compito di immensa importanza. Rousseau dice:

«Perché un popolo al suo nascere potesse capire le grandi massime della giustizia e seguire le regole fondamentali della ragion di Stato, bisognerebbe che l'effetto potesse divenire causa (...) che gli uomini fossero prima delle leggi ciò che devono diventare per opera loro.» (Rousseau, Jaques, Jean, Il contratto sociale, Laterza, Bari, 2008, p.61)

Il legislatore è colui che inventa la macchina politica. Esso sta in origine, quando il popolo deve ancora darsi delle leggi e deve capire quando è il momento per farlo, cioè quando il popolo sarà sufficientemente maturo. Ottenere questo, cioè per convincere il popolo, dice Rousseau, non è affatto semplice: ci vuole un sistema che non sia né la forza e nemmeno il ragionamento. In tutta la storia sono stati usati vari stratagemmi basati sul divino o sulla superstizione, questi metodi sono ovviamente inefficaci, salvo quando si abbia a che fare con un popolo superstizioso.

All'inizio sarà necessario comprendere quale sia la costituzione più adatta ad un determinato popolo. Rousseau spiega che in una grande nazione i costi per il mantenimento della macchina statale sono di gran lunga maggior dal momento che ogni singola regione deve avere i suoi singoli ministri fino ad arrivare alla re e i suoi di ministri. Se la nazione è grande sarà più difficile difenderla e nello stesso tempo sarà più difficile controllare i tumulti e le sedizioni che potrebbero anche avvenire nelle regioni più lontane del regno. Inoltre il popolo sarà meno legato ad un re che non vede mai. Così Rousseau spiega che non è adatta a tutti la stessa costituzione, che si devono osservare una serie di rapporti per avere un buon Stato, in particolare la relazione tra il numero degli abitanti e l'estensione del territorio. In una nazione dove il territorio è molto esteso e gli abitanti sono pochi non si riuscirà a difenderne i confini, così come in un territorio piccolo con molti abitanti si tenderà necessariamente alla conquista. L'ideale, dice Rousseau, è che la terra sia sufficiente per sfamare gli abitanti che ci vivono e che questi non siano di una quantità maggiore di persone che la terra attuale con i suoi prodotti può sfamare. Rousseau sottolinea che ogni elemento come il clima o la conformazione del territorio (montagne, spiagge, pianura, ecc.) sono importati per capire quale sia il modo migliore di vivere, le attività a cui il popolo deve dedicarsi per prosperare.

Quali sono allora le condizioni secondo le quali il popolo risulterebbe idoneo a ricevere leggi? Rousseau ne elenca un paio:

1) essere uniti da un legame d'origine o di interesse.

2) non aver già ricevuto delle leggi precedentemente.

3) non vi devono essere costumi troppo radicati.

4) i popoli confinanti non devono essere nelle condizioni di poter invadere il territorio.

5) il fatto che gli uomini possano far conoscenza l'uno dell'altro.

6) l'essere indipendenti dai vicini.

Si può conquistare la libertà una sola volta, sostiene Rousseau, riottenerla è davvero difficile. Chi conquista la libertà merita di poterla difendere, di poter avere leggi. Secondo Rousseau questo è il caso della Corsica. Libertà ed uguaglianza sono i fini dello Stato, ma, dice Rousseau, la libertà dipende dall'uguaglianza. Per uguaglianza Rousseau non ne intende una totale, ma una con dei limiti precisi, di modo tale che, ad esempio, dal punto di vista economico, non ci siano persone troppo povere da essere costrette a vendersi o con sufficienti soldi per comprare un'altra persona. Si noti, ma lo si vedrà meglio ancora più avanti, Rousseau critica ogni forma di schiavitù: naturale, di  guerra, per debiti.  Lo schiavo naturale non è legittimo perché ogni uomo nasce libero, quindi un uomo non può essere schiavo solo perché nato figlio di uno schiavo. Lo schiavo di guerra non è frutto di un contratto alla pari, chi minaccia di ucciderlo decide anziché ucciderlo senza un guadagno, di ucciderlo con un guadagno. Quando uno schiavo obbedisce ad un padrone lo fa per necessità della forza, ma non ha nessun dovere ad obbedirgli, infatti il dovere esiste laddove è la libertà, ma lo schiavo la libertà l'ha persa. Lo schiavo appena può fa bene a ribellarsi. Anche lo schiavo per debiti perde la sua libertà, quindi non ha dovere alcuno nell'obbedire al suo creditore. La finanza crea schiavi, la democrazia presuppone uomini liberi, lo ripeterò tante volte: le due si escludono a vicenda, l'economia del debito va contro la democrazia.

Ho parlato del legislatore, delle leggi in generale, ma non ho ancora detto quali sono i tipi di leggi secondo Rousseau. Rousseau pensa tre tipi di leggi per lo Stato: le fondamentali, le civili e le penali.  Le leggi fondamentali riguardano l'ordinamento dello Stato; le leggi civili regolano i rapporti tra i membri dello Stato; le leggi penali concernono sanzioni delle leggi precedenti. Infine vi è un quarto tipo di leggi, ciò che, secondo Rousseau, rimarrebbe in piedi qualora tutto il resto crollasse: i costumi di un popolo.


6 il governo

Il terzo libro del Contratto sociale di Rousseau comincia con un discorso sul governo. Il governo secondo Rousseau è quell'istituzione che sta in mezzo tra i sudditi e il sovrano, esso non si confonde con il sovrano perché non è costituito dal popolo, infatti il sovrano o volontà generale ha il potere legislativo e i suoi atti hanno per oggetto un oggetto generale, mentre il governo compie solo atti particolari. Il governo è costituito da magistrati, essi compongono un corpo politico che Rousseau definisce con il nome di Principe: il così detto "cervello" dello Stato. Mentre il sovrano sussiste da sé, il governo non può sussistere da sé, tuttavia deve poter distinguersi in qualche modo dal sovrano: assemblee, diritti, titoli e privilegi del magistrato, dice Rousseau, devono servire a rendergli la sua condizione onorevole e allo stesso tempo faticosa. Il magistrato ha tre volontà: quella particolare, quella di corpo e quella comune. La prima volontà del magistrato è la sua egoistica volontà, la seconda riguarda tutti i magistrati presi insieme come corpo politico, quindi è la volontà del Principe, la terza volontà è la volontà rivolta all'interesse comune dei cittadini. Partendo dalla volontà particolare e andando verso la volontà comune, le volontà si fanno sempre più rette e sono più giuste, infatti mentre la volontà particolare tende al proprio interesse, quella comune tende all'interesse di tutti. Più magistrati vi sono, più aumentano la rettitudine del governo perché con più magistrati ci si avvicinerà di più alla volontà comune che con uno solo che sarebbe più prossimo alla sua di volontà. Tuttavia quando il magistrato è uno solo, il governo è decisamente più forte rispetto a quando i magistrati sono più di uno. Esistono tre forme di governo di cui tra poco mi accingerò a parlare: il governo democratico, quello aristocratico e il monarchico. Nel governo democratico i magistrati possono essere dalla metà della popolazione all'intera popolazione, nel governo aristocratico i magistrati sono pochi, mentre nel monarchico il magistrato è un solo. Ho già detto che meno ci sono magistrati, più il governo è forte perché le volontà si radunano sempre più nelle mani di pochi, nel caso del monarca la volontà di corpo e quella propria coincidono. Quando il regno si fa sempre più grande il potere del governo diminuisce con questa estensione, così Rousseau afferma che ad uno Stato grande conviene una monarchia, ad uno Stato intermedio un'aristocrazia, ad uno Stato piccolo una democrazia. Vediamo ora queste tre forme di costituzione:

- Democrazia:

«Se ci fosse un popolo di dèi si governerebbe democraticamente. Un governo tanto perfetto non conviene ad uomini.» (Rousseau, Jaques, Jean, Il contratto sociale, Laterza, Bari, 2008, p.99)

Ho già detto che Rousseau considera la democrazia come una forma di governo e non come un tipo di sovranità, per questo Rousseau afferma che la democrazia non conviene agli uomini. Io in questo articolo quando parlo di democrazia mi riferisco invece a quella costituzione in cui la sovranità è nelle mani del popolo. Invece per Rousseau la democrazia è un tipo di costituzione dove il potere legislativo e quello esecutivo sono entrambi nelle mani del popolo. Rousseau spiega che ci sono due esiti possibili della democrazia intesa in questo senso: che il popolo riesca perfettamente a governare se stesso, ma in questo caso vorrebbe dire che questo popolo non ha affatto bisogno di un governo (si noti come questa forma si avvicina all'anarchia); nel secondo caso tutto vada a rotoli, il legislatore è corrotto dall'influenza delle volontà particolari, il popolo potrebbe abusare del governo.
Non è un governo semplice da attuare la democrazia, Rousseau elenca una serie di condizioni per la sua possibile attuazione: lo Stato deve essere piccolo; i costumi devono essere semplici; il popolo deve essere uguale nei gradi e nelle fortune; non ci deve essere lusso. Rousseau quindi non raccomanda questo tipo di costituzione se non in casi eccezionali, ma è anche un fatto che il modello roussoviano può probabilmente essere attuato, proprio perché una specie di democrazia diretta, solo in piccoli Stati come quelli che Rousseau indica per il governo democratico (es. la sua Ginevra).

- Aristocrazia:

Nella costituzione aristocratica il governo è diviso dalla sovranità, questo è un primo vantaggio. Inoltre, dice Rousseau, è meno difficile tenere assemblee. Non sono richieste così tante condizioni come nel caso della democrazia, ma è necessario una forma di disuguaglianza che è derivata dal fatto che chi svolge il ruolo del magistrato deve poterlo fare come lavoro, quindi avere pieno tempo libero e perciò i magistrati devono essere pagati abbastanza perché possano svolgere il proprio lavoro. Esistono, secondo Rousseau, tre forme di aristocrazia: naturale, elettiva, ereditaria. L'aristocrazia naturale è tipica di popoli semplici, in genere selvaggi, per esempio Rousseau si riferisce agli indiani d'America. In questo caso il governo è nelle mani dei più potenti o dei più anziani o i più saggi. L'aristocrazia elettiva è, secondo Rousseau, la forma migliore di governo perché permette al popolo di scegliere i propri magistrati eleggendoli. La peggiore forma di governo invece sarebbe l'aristocrazia ereditaria, dove il potere passa di mano dal padre al figlio, perché non si sa mai se il figlio sarà all'altezza del padre. Ovviamente Rousseau nota che il governo aristocratico funziona quando fa gli interessi del popolo e non quando fa i propri.

- Monarchia

Nel caso della monarchia vi è un solo magistrato al governo, questo magistrato si trova a rappresentare una collettività. Lui è come immobile, spiega Rousseau, ma allo stesso tempo dal suo trono muove ogni cosa. Non esiste maggiore distanza tra il governo e il popolo che nella monarchia, questo significa che la monarchia richiede tutto un apparato di figure intermedie tra il re e il popolo, tuttavia ciò comporta delle maggiori spese per lo stesso popolo, tradotte in tasse, per mantenere il sistema completo del governo. Platone, dice Rousseau, ci ha detto che un buon re è piuttosto raro. Il re spesso è corrotto e vorrebbe fare il malvagio, diventare monarca assoluto non conquistandosi l'amore del popolo, ma cercando sempre di avere un popolo misero e debole; questo probabilmente gli da il vantaggio di controllare meglio un popolo che non sarebbe in grado di ribellarsi. Rousseau dice che i sovrani vogliono essere malvagi senza smettere di essere padroni. Uno dei più grandi problemi della monarchia è trovare un buon re, normalmente questo non si da.

«Per vedere che cosa sia questo governo in se stesso, bisogna considerarlo sotto principi limitati o malvagi; infatti o arriveranno tali al trono o il trono li renderà tali.» (Rousseau, Jaques, Jean, Il contratto sociale, Laterza, Bari, 2008, p.111)

Rousseau spiega che è proprio l'educazione all'arte di governare che corrompe i re, bisognerebbe, egli dice, educare prima i re ad obbedire. L'arte di governare in realtà trasforma il sovrano semplicemente in un freddo calcolatore, quando salirà sul trono sarà facile per lui usarla a suo vantaggio e imporsi come monarca assoluto. Machiavelli, sostiene Rousseau, ha scritto un libro che ha dato lezione ai popoli. Uno dei problemi maggiori della monarchia, al di là della ricerca di un buon re, consiste nella successione. Rousseau spiega che mentre negli altri tipi di governo nella successione c'è una continuità, nel caso della monarchia ci sono delle nette discontinuità che spesso hanno portato a tumulti e guerre interne al regno. L'unica soluzione che è stata adottata è quella di rendere la monarchia ereditaria, questa soluzione ha il grosso difetto che il successore non è quasi mai all'altezza del predecessore e spesso si sono visti al trono imbecilli, bambini, ecc.

Queste forme di governo sono definite da Rousseau: forme di governo semplice; tuttavia di governi semplici, per quanto preferibili, ce ne sono pochi, per lo più si danno governi complessi. Essi diventano necessari, dice Rousseau, quando il rapporto tra principe e sovrano è maggiore del rapporto tra il popolo e il principe, si pensi al caso dell'Inghilterra.

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