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martedì 10 gennaio 2017

Spinoza: contratto sociale e democrazia p VI









13 Spinoza: sulla democrazia

Un altro filosofo degno di nota sul tema della democrazia, oltre a Rousseau, è certamente Spinoza. È vero che Spinoza nel suo Trattato politico non ha scritto nulla sulla democrazia, forse perché non è riuscito ed è morto prima, è vero anche che quel che sappiamo sul concetto di democrazia di Spinoza non è tantissimo e ciò che sappiamo si trova prevalentemente nel Trattato teologico-politico, tuttavia questo filosofo ha ispirato grandi pensatori rivoluzionari come Antonio Negri e Gilles Deleuze che hanno visto nel concetto di democrazia di Spinoza un modello che supera il vecchio contratto sociale e il concetto di volontà generale pensando la democrazia come potere diretto della moltitudine rivoluzionaria.

Non parlerò qui di Antonio Negri, ma solo di Spinoza, facendo riferimento ai capitoli XVI e XX del Trattato teologico-politico. Spinoza all'inizio del XVI capitolo sembra delineare come oggetti di ricerca lo Stato dove è possibile la libertà di pensiero e i limiti che ha questa libertà in quello stesso Stato. Il capitolo riguarda i fondamenti della vita politica, la nascita di uno Stato e del potere sovrano. Il capitolo mette in luce una specie di teoria del contratto, questa teoria del contratto a dispetto delle altre è molto singolare. In primo luogo Spinoza non crede che lo stato civile rappresenti il superamento dello stato di natura e in secondo luogo Spinoza non crede che esista una forma di mediazione, come vedremo, nel contratto.

Il capitolo comincia con una definizione:

«Per diritto e istituto di natura non intendo altro che le regole della natura di ciascun individuo, secondo le quali concepiamo ciascun individuo come determinato naturalmente ad esistere ed ad agire in un certo modo. Ad esempio, i pesci sono determinati dalla natura a nuotare e i più grandi a mangiare i più piccoli: per supremo diritto naturale, dunque, i pesci sono padroni dell'acqua e i più grandi mangiano i più piccoli.» (Spinoza, Baruch, Trattato teologico-politico, Mondadori, Milano, 2007, p.660)

Gli individui per natura sono determinati ad agire in un certo modo, questo dipende dalla loro costituzione e ciò è vero ed accade secondo diritto naturale. Ora si tratta di vedere quali sono le condizioni dell'uomo in natura: se la natura ha diritto su ogni cosa, dice Spinoza, se la potenza della natura è Dio ed essa stessa è la potenza di ogni individuo, dunque ogni individuo ha il diritto su tutto ciò che può; ogni uomo per diritto naturale tende a conservare la propria esistenza, per questo motivo egli ha diritto a compiere qualsiasi azione per conseguire questo obbiettivo. Nello stato di natura non vige nessuna legge, per questo motivo, dice Spinoza, nessuno è colpevole e nello stesso tempo l'uomo razionale non ha più diritto di uno stolto. Infatti Spinoza afferma:

«Gli uomini, perciò, non sono tenuti a vivere secondo le leggi di una mente sana, così come un gatto non è tenuto a vivere secondo le leggi della natura leonina.» (Spinoza, Baruch, Trattato teologico-politico, Mondadori, Milano, 2007, p.661-662)

Questo accade nello stato di natura perché infatti nulla è proibito in quella condizione. Ogni uomo perseguirà i propri appetiti e i propri desideri cercando di realizzarli, non importa se per questo dovrà danneggiare la vita di un altro. Questa situazione è precaria e misera, è il conflitto tra gli uomini e non è veramente utile a nessuno. La ricerca di Spinoza si rivolge dunque a ciò che veramente è utile; non è ci è veramente utile seguire ognuno per conto proprio i nostri interessi personali: prima o poi ci danneggeremo a vicenda. Per superare questa situazione di miseria nello stato di natura gli uomini devono fare un patto. L'uomo pensa qualcosa come buono, dice Spinoza, se con esso può evitare un male maggiore o se ne riceve un bene maggiore. Il patto avviene perché si scorgono in esso dei vantaggi rispetto alla situazione precedente; lo si recide, invece, nel caso in cui questi vengano meno. Si mantiene una promessa, dice Spinoza, se si scorge da essa un bene maggiore o se si teme un male maggiore. Questo passaggio è importantissimo perché secondo Spinoza se non ci sono più vantaggi reciproci in un patto, il patto stesso deve cadere. È inevitabile, egli dice, che se un soggetto promette ad un altro di non toccare cibo per un certo numero di giorni, appena questo si accorge che non può mantenere il patto senza morire di fame, decide di recidere il patto perché gli è impossibile mantenerlo. La nostra epoca è anche costituita da questi patti assurdi che non possono stare in piedi: per esempio non ha più senso che ci siano Stati che paghino debiti infiniti perché è evidente che non possono stare ad un certo patto e non ne traggono nessun vantaggio loro, mentre il patto deve essere basato su un vantaggio reciproco.

Ora ci sono effettivamente dei vantaggi che si traggono dalla nascita di una società e di uno Stato: essi sono la conservazione del proprio corpo e la pace la quale crea le basi per cui ogni individuo possa raggiungere la propria destinazione, cioè soddisfare il proprio desiderio, in un sistema razionale. L'uomo quindi sperimenta con il patto un nuovo modo di esistere che è sempre la prosecuzione dello stato di natura, nel senso che non c'è una rottura con il passaggio allo stato civile. Gli uomini uniscono le loro potenze, tutto il potere viene trasferito alla società e al sovrano che ha il potere di imporre la legge di questo nuovo Stato. La legge qui non limita le libertà dei singoli, ma permette proprio al desiderio di trovare una sua realizzazione in questa nuova sperimentazione. Il sovrano è lo stesso popolo, ma, come spiegherò, non si tratta di un individuo trascendente come nel caso della volontà generale che trascende i singoli. Non c'è mediazione.

«Così, dunque, senza alcuna contraddizione con il diritto naturale si può formare una società e rispettare sempre, con la massima lealtà, ogni patto: ciascuno trasferirà tutto il proprio potere alla società, che da sola manterrà il supremo diritto di natura, ossia il potere sovrano su tutto; ogni suo membro, o per una libera scelta o per il timore dell'estremo supplizio, sarà tenuto ad obbedire. Questo diritto della società è chiamato democrazia, che perciò si definisce come l'assemblea di tutti gli uomini che ha collegialmente il diritto sovrano su tutto ciò che può.» (Spinoza, Baruch, Trattato teologico-politico, Mondadori, Milano, 2007, p.665-666)

La democrazia come potere del popolo, come assemblea del popolo, potere di tutti, in Spinoza riguarda semplicemente l'unione delle potenze degli uomini in questa sperimentazione, queste potenze che formano una potenza maggiore, ma non c'è individuo trascendente in questo. Forse questa è davvero una volontà di tutti. I singoli, dice Spinoza, hanno trasferito tutto il proprio diritto di difendersi allo Stato, infatti nello Stato c'è un organo giuridico che si occupa del crimine, di chi non rispetta la legge; nessuno può fare giustizia privata. Trasferiti i diritti allo Stato noi dobbiamo eseguire da quel momento in poi gli ordini del sovrano, ma il sovrano è la volontà di tutti.

« (...) ai poteri sovrani compete il diritto di comandare ciò che vogliono solo finché detengono realmente il potere sovrano. Se lo perderanno, perderanno ad un tempo il diritto di ordinare qualunque cosa. Perciò, può accadere raramente che i poteri sovrani comandino le cose più assurde. È nel loro supremo interesse, infatti, se vogliono provvedere a sé stessi e conservare il potere, aver cura del bene comune e dirigere ogni cosa per dettato della ragione.» (Spinoza, Baruch, Trattato teologico-politico, Mondadori, Milano, 2007, p.666-667)

Spinoza afferma che, visto che in una democrazia le assemblee coinvolgono il popolo, cioè un grande numero di persone, è quasi impossibile che convenga qualcosa di assurdo. Qui è apprezzabile in Spinoza una delle ragioni per la difesa della democrazia: si difende la democrazia perché molte ragioni messe assieme si avvicinano di più al bene comune e al vero che una sola ragione o poche. Inoltre Spinoza ci spiega che quando qualcuno obbedisce ad una legge che mira al bene comune e del popolo quella persona può essere definita suddito e siccome agisce razionalmente ha un senso dire che è libera; al contrario se qualcuno obbedisce ad una legge che fa solo gli interessi di chi comanda è uno schiavo. Anche qui torna il problema dell'utile proprio, del vero utile; il vero utile è il bene comune. Se le leggi si ispirano ad esso, obbedire ad esse significa compiere ciò che ci è veramente utile. Se questo modo di agire è razionale allora noi siamo liberi quando agiamo, ma la democrazia presuppone agenti liberi o cittadini liberi, dunque essa presuppone cittadini razionali.

«Ritengo così di aver mostrato con sufficiente chiarezza i fondamenti dello Stato democratico. Ho preferito trattare di questo Stato a preferenza degli altri, poiché mi sembrava il più naturale e vicino alla libertà che la natura concede ad ognuno. (...) ciascuno (...) trasferisce il suo diritto naturale alla maggioranza della società di cui fa parte. (...) Ho voluto poi trattare esplicitamente del solo Stato democratico poiché ciò si accorda perfettamente con il mio intento, che è quello di mostrare l'utilità della libertà nell'ordinamento politico.» (Spinoza, Baruch, Trattato teologico-politico, Mondadori, Milano, 2007, p.668)

Nella pagina successiva Spinoza comincia a definire il diritto e la giustizia in un simile ordinamento. Per prima cosa definisce il diritto privato penale come libertà di ciascuno di conservarsi nel proprio essere, libertà che dipende dagli editti emanati dallo stesso sovrano. Si parla di torto quando si subisce, contro un editto sancito dal sovrano. un danno da parte di un altro. Inoltre Spinoza afferma che la giustizia consiste nell'attribuire a ciascuno ciò che gli compete per diritto civile, dove l'ingiustizia corrisponderebbe ad una sottrazione.

Il capitolo XX Spinoza lo dedica al tema della libertà di pensiero nello Stato libero e democratico. Spinoza afferma che non si può costringere un certo individuo a pensare esattamente come pensiamo, non si può cioè costringere gli uomini ad opinioni di un certo tipo, se non con la violenza. L'uomo per natura è dotato di una capacità di pensare da sé, esso può essere influenzato nel suo pensiero, ma non lo si può forzare in tutto e per tutto a opinare cose che lui stesso non opinerebbe. I sovrani che impongono un pensiero unico non possono che farlo contro la volontà dei sudditi, contro la loro libertà, usando una massiccia e pesante violenza. Lo scopo dello Stato, dice Spinoza, non è quello di controllare i cittadini e di farli servi, ma di liberarli dal timore e fare sì che possano vivere in sicurezza.

«Il fine dello Stato è dunque, nei fatti, la libertà.» (Spinoza, Baruch, Trattato teologico-politico, Mondadori, Milano, 2007, p.727)

Non conviene, dice Spinoza, privare completamente della libertà di espressione un popolo, così come non converrebbe concederla indiscriminatamente e senza criterio. Lo stato democratico si fonda sulla libertà di espressione, paradossalmente è forse quell'unica costituzione, la democrazia, dove anche chi non è d'accordo con questa forma di costituzione stessa può esprimere il suo disappunto e spiegarne le ragioni, ma c'è sempre un limite. Quel che è più interessante della libertà di espressione sono i casi in cui non può essere concessa o in cui deve essere considerata dannosa, perché una volta compresi questi, tutti gli altri casi descriveranno il campo della libertà di espressione. In generale Spinoza afferma che la libertà di espressione trova un limite là dove può essere considerata deleteria alla salvaguardia della pace dello Stato. Il problema sono, evidenzia Spinoza, le opinioni sediziose.

Per esempio sulle leggi Spinoza giudica che un uomo non può agire contro una legge, ma che può giudicare questa legge sbagliata e anche contro la ragione. Perciò, dice Spinoza, qualcuno potrebbe dimostrare che una legge si trova in contrasto con la ragione e nello stesso tempo può sottomettere il suo pensiero contrario al giudizio del sovrano, continuando a seguire tutte le leggi. Questo è, dice Spinoza, un buon cittadino e questo è un esempio di come si può usare in modo proficuo la libertà di espressione senza ledere lo Stato.

La libertà di giudizio, con i limiti già menzionati, deve essere concessa a tutti in uno Stato democratico. Non c'è nulla da temere in questo, anzi si può scommettere con ciò sul progresso delle scienze e della cultura in uno Stato dove regna la libertà di pensiero. La filosofia ha sempre prosperato in quei luoghi: ad esempio nell'Atene di Socrate o nell'Olanda di Spinoza. L'unica cosa che qualcuno può temere è che venga denunciata l'ingiustizia, ma che venga denunciata l'ingiustizia è esattamente ciò che dovrebbe accadere in una vera democrazia.

«Pertanto, affinché sia apprezzata la lealtà e non l'adulazione, e affinché i poteri sovrani controllino lo Stato in modo ottimo, senza dover cedere ai sediziosi, si deve necessariamente concedere la libertà di giudizio e gli uomini si debbono governare in modo che vivano in concordia, pur esprimendo opinioni diverse e persino contrastanti. (...) Abbiamo anche dimostrato che nello Stato democratico (che più di tutti si avvicina allo stato naturale) tutti pattuiscono di agire, ma non di giudicare e ragionare per comune decreto.» (Spinoza, Baruch, Trattato teologico-politico, Mondadori, Milano, 2007, p.732)


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