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domenica 10 dicembre 2017

Il campo di studio delle azioni nella filosofia. I








Da diversi anni in filosofia è nata la teoria delle azioni come campo di studio specialistico delle azioni. Questa branca della filosofia si è sviluppata principalmente nella tradizione analitica, in particolare all'interno della filosofia della mente e dell'etica. Nomi famosi tra gli analitici in questo campo sono: Michael Bratman, Donald Davidson, Alvin Goldman, Arthur Danto. Tuttavia uno studio delle azioni che possa dirsi completo deve considerare molti campi del sapere. In primo luogo bisogna tenere conto anche della tradizione continentale, che vanta alcuni nomi importanti sulle azioni come Henri Bergson, Maurice Blaudel, Paul Ricoeur, Hannah Arendt. In secondo luogo sono altrettanto importanti branche scientifiche come le neuroscienze, la sociologia, l'economia e la matematica. Il mio lavoro ha l'obbiettivo di individuare una filosofia delle azioni nell'ambito del pensiero filosofico, mostrando quali siano i suoi problemi e il vasto campo di studio che essa comprende. Il lavoro sarà diviso principalmente in tre parti: una prima parte dedicata allo studio dell'azione e di ciò che essa implica; una seconda parte che vede l'azione collocata all'interno della società e della realtà economica; una terza che tratterà del tema delle azioni da una prospettiva matematica. Per scrivere questo lavoro scelgo di usare una larga letteratura, fatta di studiosi che provengono da tantissimi ambiti del sapere, perciò non mi soffermerò troppo su nessuno di essi, ma cercherò di tenere come argomento il tema dell'azione. C'è chi considera come padre della teoria delle azioni il filosofo hegeliano August von Cieszkowski, non esprimo giudizi su questo fatto, anzi, non ho intenzione di citare solo studiosi che sono collocati nella teoria delle azioni, ma chiunque torni utile per lo studio delle azioni.

Il primo punto da considerare nello studio delle azioni è la struttura delle azioni. Con questo intendo dire l'azione stessa come movimento del corpo, ciò che l'ha resa possibile e ciò che questa azione ha prodotto come suo effetto. Prima che l'azione si compia il soggetto la pensa e la pianifica. In questa fase sono molte le componenti che hanno una certa influenza sull'azione (desideri, emozioni, sentimenti, credenze, ecc.). Quando un soggetto prende una decisione compie l'azione programmata o pianificata. Questa azione spesso consiste in un movimento del corpo che agisce su un soggetto o su un oggetto che patisce l'azione. L'azione ha degli effetti sulla realtà, perciò il soggetto che la compie è responsabile della sua azione. Infine l'azione produce piacere o dispiacere in chi la compie. In generale nell'azione si possono distinguere queste componenti:

1 Pre-azionale

2 Azione in svolgimento

3 Morte dell'atto

4 Immagine dell'atto

5 Frutto dell'atto

Intendo per "pre-azionale" tutto ciò che precede l'azione e la influenza. Il "pre-azionale" va considerato come una dimensione abitata da pensieri, emozioni, sentimenti e desideri che influenzano l'azione e fanno sì che noi agiamo in conseguenza. Dopo di ché troviamo l'azione come movimento e la morte dell'atto non appena l'azione è terminata. "Immagine dell'atto" è un termine che riprendo da Nietzsche e indica, nel mio caso, l'effetto prodotto dall'azione. "Frutto dell'atto" è, invece, un termine che riprendo dal testo orientale Bhagavadgītā e indica il piacere o il dispiacere che deriva da una determinata azione. Un esempio molto semplice di tutto ciò è questo: supponiamo che ci troviamo in pizzeria, siamo seduti ad un tavolo e abbiamo una bella margherita proprio davanti a noi; normalmente una serie di pensieri sul cibo, emozioni di felicità e vari desideri influenzano il nostro comportamento in quel contesto; così prendiamo forchetta e coltello e tagliamo una fetta di pizza; portata alla bocca la addentiamo e la mastichiamo. L'immagine dell'atto in questo caso è la fetta di pizza morsicata. Il frutto dell'atto, invece, è il piacere che proviamo per la nostra azione. Si noti come spesso sia il piacere a portarci a compiere una seconda volta la stessa azione. Sicuramente il frutto dell'atto ha delle influenze sul "pre-azionale" della prossima azione.

La prima parte di questo lavoro, dunque, deve considerare ognuno di quei passaggi che ho descritto nella struttura delle azioni. Il primo, ossia il "pre-azionale", riguarda moltissimi temi: pensieri, emozioni/sentimenti, desideri, ricordi. Seguendo questo ordine il primo tema è quello del pensiero. Nel caso del pensiero l'oggetto di studio è la ragione, in particolare la ragione pensata come mezzo per pianificare azioni. Non tutto il pensiero deve interessare la teoria delle azioni, molto spesso passiamo il tempo a pensare e non agiamo, oppure, come sembra insegnarci Amleto, spesso il pensiero impedisce l'azione. Emozioni e sentimenti intendo trattarli assieme, anche se non è detto che siano la stessa cosa. Il desiderio è un tema molto importante nella teoria delle azioni, spesso viene catalogato sotto il nome di "preferenza", soprattutto in certe teorie economiche o nella filosofia politica analitica. Il desiderio è spesso considerato ciò che sta alla base dell'azione, questo accade per esempio nel filosofo Donald Davidson che considera il desiderio con la credenza le basi dell'agire. La memoria, invece, è semplicemente un tema associato, il quale gioca il suo ruolo soprattutto nel caso dell'abitudine o nell'apprendimento a patire da esperienze pregresse. Considerando tutti questi ambiti ci si può chiedere se si influenzino a vicenda e se esista un termine più primitivo rispetto agli altri, mentre gli altri non sarebbero che degli effetti di questo. È interessante capire, cioè, se esista una qualche gerarchia tra tutti questi termini. Ad ogni modo, per ciascuno degli argomenti (ragione, emozioni, desiderio, ecc.) non userò solo la filosofia per studiarli, ma anche altre scienze come le neuroscienze, la psicologia e la psicoanalisi. In alcuni casi, per essere più chiaro, scriverò delle sezioni introduttive a queste discipline.

Per quanto riguarda l'azione in se stessa, ossia l'azione mentre viene svolta, i temi sono molti. Prima di tutto bisogna capire che cos'è un'azione. L'azione è come minimo un movimento del corpo, ma può anche non esserlo [1] e comunque non basta questo a definirla. Perciò sorgono domande spontanee: gli animali agiscono? i robot agiscono? Ricoeur sostiene che l'azione possiede il carattere dell'intenzionalità. Se così fosse, hanno gli animali e i robot intenzionalità? Secondo Dreyfus i computer non hanno intenzionalità. Se ha ragione, allora, se per i robot vale quel che vale per i computer, i robot non agiscono. Due rami filosofici che tornano utili sulle azioni sono la fenomenologia e l'ermeneutica. La fenomenologia in questo caso studia la struttura dell'esperienza cosciente dell'azione. Il più famoso fenomenologo sulle azioni è chiaramente Paul Ricoeur. L'ermeneutica, invece, deve studiare l'aspetto interpretativo. Se io alzo un braccio e faccio un certo gesto, quel gesto ha un significato, può essere un saluto, un "vieni qua" oppure un'alzata di mano in occasione di un voto. Non basta il movimento del corpo da solo, bisogna saper interpretare il gesto. Da questo punto di vista sono entrambi importanti l'ermeneutica continentale e la filosofia del linguaggio analitica. Famoso è l'episodio in cui l'economista Sraffa ha fatto l'ombrello a Wittgenstein chiedendogli come la sua filosofia del linguaggio avrebbe interpretato quel gesto. Il gesto provocatorio di Sraffa mostra un legame tra la filosofia del linguaggio e lo studio delle azioni. Un altro filosofo molto importante sul tema delle azioni è Arthur Danto, forse più noto per i suoi contributi nella filosofia dell'arte. Ovviamente se l'azione è prima di tutto un movimento del corpo, bisogna considerare come funziona il sistema motorio nell'essere umano e poi bisogna prendere in considerazione tutto ciò che rende possibile le azioni, ciò che Manuel De Landa chiama "capacità". De Landa, attento lettore di Gilles Deleuze, ha trovato in questo filosofo una intera parte dedicata al tema degli affetti, ossia la capacità di produrre affetti e quella di subirli. Sono questi i presupposti per le azioni. Un esempio: la penna ha la capacità di scrivere, il foglio ha la capacità di subire l'azione della scrittura da parte della penna. Siccome queste capacità sono possedute dagli oggetti, anche quando gli oggetti non le esercitato attualmente, pensare queste capacità richiede una buona teoria del virtuale.

Normalmente il tema delle azioni è connesso con i temi trattati nell'etica e io non intendo trascurare questo fatto, anzi, penso che grazie alla struttura che io ho posto alle azioni, si potrebbero classificare le varie forme di etica. Un'etica basata principalmente sulle intenzioni (es. Kant) rientrerebbe nel contesto del "pre-azionale". Un'etica che si interessa principalmente dei risultati delle azioni (es. l'utilitarismo di Mill) si concentra sull'immagine dell'atto. Un'etica edonista (es. Epicuro) si concentrerà, invece, sul frutto dell'atto.

Nella seconda e terza parte del lavoro ho intenzione di studiare le azioni con un metodo matematico e concentrarmi principalmente su temi sociali ed economici. Dal punto di vista matematico i rami di interesse sono principalmente tre: logica; teoria degli insiemi; calcolo delle probabilità. Ci sono filosofi analitici politici che trattano le decisioni in senso matematico come Robert Nozick. Inoltre è importante, in questo caso, la teoria dei giochi di von Neumann e il calcolo delle probabilità. In questo contesto le azioni sono studiate all'interno dell'ambito sociale e spesso diventa un'occasione per rileggere, attraverso nuove teorie matematiche ed economiche, vecchie teorie filosofiche. Un caso celebre riguarda il problema del conflitto originario di Thomas Hobbes letto da Ralws attraverso il dilemma del prigioniero. Nell'ambito sociale, per quanto riguarda le azioni, è considerare soprattutto l'ontologia sociale nelle sue varie declinazioni: quella analitica di Searle e  quella continentale di Lukács.

[1] Si pensi al caso degli speech-acts di John Austin. Non c'è nessun movimento, se non della lingua, quando prometto qualcosa. Eppure, come sostiene Austin, anche questi sono degli atti.

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