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domenica 14 gennaio 2018

Aristotele come filosofo delle azioni IV










Non sono pochi i filosofi che considerano Aristotele un grande filosofo delle azioni, soprattutto chi nella filosofia analitica si occupa di etica. Il testo fondamentale sulle azioni di Aristotele è L'etica Nicomachea. Aristotele studia le azioni in rapporto ad un fine. Aristotele, infatti, afferma che ogni azione mira ad un bene. È la politica l'arte che permette all'uomo di conoscere il bene. Il bene più grande, secondo Aristotele, è la felicità. Perciò l'azione per Aristotele è un'attività programmata che ha come fine la felicità. Aristotele non ci dà nessuna definizione di felicità, non ci dice cosa la felicità sia, ma ci dice piuttosto che i beni sono molti. Ogni uomo vede la felicità in cose molto diverse: nel successo, nella fortuna, nella saggezza, nella virtù, ecc. Quel che non accetta Aristotele è che ci sia un Bene in sé, al contrario di quanto ha creduto Platone. Infatti Aristotele ammette sia una pluralità di beni sia una pluralità di scienze sul bene. Aristotele distingue tre tipi di vita, ciascuna a seconda del fine delle azioni.

1) vita delle bestie (vita secondo il piacere e il godimento)

2) vita politica (vita passata nella ricerca del bene e dell'onore)

3) vita contemplativa (vita passata nella ricerca del sapere)

Aristotele sostiene che cercare il piacere o il godimento sia più proprio della bestia che dell'uomo e chi vive una vita in questo modo vive come le bestie. La differenza specifica dell'uomo rispetto all'animale è la ragione. Quindi, secondo Aristotele, l'uomo deve vivere seguendo la ragione e solo la ragione gli permette di raggiungere la felicità che gli è più propria. Ho detto che la felicità è il bene supremo ricercato dagli uomini e di beni Aristotele ne distingue tre: beni esteriori; beni del corpo; beni dell'anima. Aristotele afferma che la felicità dell'uomo va cercata nel bene dell'anima, ma sa perfettamente che un povero non sarà mai felice perché è in disgrazia, perciò afferma anche che per essere felici oltre a coltivare le virtù dell'anima è necessario avere dei beni esterni. Aristotele sostiene l'esistenza di tre tipi di anima:

1) anima vegetale (anima delle piante, con la pura funzione del nutrimento)

2) anima animale (anima degli animali, con sensazione e appetito)

3) anima razionale (anima degli uomini, dotata di ragione)

Nell'anima umana sono presenti anche i due tipi di anime precedenti, solamente che l'uomo ha la ragione, mentre le piante e gli animali no. Nell'anima umana il compito della ragione è di comandare sulle altre parti che costituiscono l'aspetto irrazionale dell'uomo stesso. L'uomo che vive secondo ragione si esercita nella virtù e persegue con ciò la felicità. Le virtù secondo Aristotele sono di due tipi: dianoetiche (sapienza, giudizio e saggezza); etiche (liberalità e temperanza). Per natura possiamo accogliere le virtù etiche e con l'abitudine possiamo perfezionarci in esse. È l'azione che segna la virtù, solamente agendo da persone giuste saremo giusti. Aristotele connette l'etica all'azione non solo sul piano dell'abitudine, ma anche su quello del frutto dell'atto. Infatti il malvagio è colui che persegue piaceri da non perseguire e rifugge dolori da cui non dovrebbe astenersi. Aristotele sostiene l'esistenza di tre presupposti per le azioni morali:

1) Il soggetto deve conoscere giustizia, temperanza, coraggio, ecc.

2) Il soggetto deve scegliere giustizia, temperanza, coraggio, ecc.

3) Il soggetto deve possedere una disposizione d'animo ferma nella giustizia, nella temperanza, nel coraggio, ecc.

Secondo Aristotele le virtù sono delle disposizioni dell'animo, non sono passioni e non sono nemmeno supposte capacità che si acquisiscono. Per agire in modo giusto devo essere in una certa disposizione d'animo. In più Aristotele afferma che la virtù consiste sempre nel medio tra l'eccesso e il difetto, il che vuol dire che chi programma l'azione e vuole essere un uomo virtuoso deve giudicare il medio di due opposti (eccesso; difetto). Bisogna tenere conto, osserva Aristotele, che il medio non è lo stesso per tutti,  esso varia a seconda del soggetto. Due esempi di medi:

1) Tra la temerarietà (eccesso) e la paura (difetto), il coraggio è il medio.

2) Tra i piaceri (eccesso) e i dolori (difetto), la temperanza è il medio.

Ho detto che Aristotele misura l'azione secondo il fine, in quanto pensa che l'azione miri alla felicità. La felicità è ciò che tutti stiamo cercando nella vita. In base a dove un soggetto cerca la felicità, visto che la felicità ha molte forme, si possono distinguere differenti modi vivere. L'uomo che cerca la felicità veramente deve essere virtuoso, perciò la virtù si indirizza verso i mezzi utili a raggiungere la felicità in quanto fine. Le azioni non sono tutte uguali: ci sono azioni volontarie e azioni involontarie. Le involontarie dipendono o dall'ignoranza del soggetto o da una forza esterna. Normalmente è una costrizione esterna a trasformare l'azione in una mera reazione. Quando il principio dell'azione è in noi, osserva Aristotele, l'azione si dice volontaria. Non sono volontari atti compiuti semplicemente per impulso e desiderio, bisogna invece che l'atto sia meditato e che si conoscano le circostanze. Dopo aver definito l'atto volontario Aristotele affronta il problema della scelta e dalla deliberazione. Prima che un uomo si decida a compiere una qualsiasi azione, il soggetto agente deve compiere una scelta. La scelta implica la volontà, ma non coincide con essa. La scelta può essere influenzata dal desiderio, ma il desiderio può anche agire contro la nostra volontà. Ovviamente la scelta non è impulso, perché l'impulso non è volontario. La scelta è qualcosa che dipende da noi, ma sempre entro una gamma di possibilità, non possiamo scegliere l'impossibile. Vizio e virtù dipendono da noi e così anche bene e male dipendono da noi, nel senso che noi decidiamo se agire giustamente o meno. Il vero problema è che se noi abbiamo di mira il bene e il bene è la felicità, allora la questione dell'etica riguarda i mezzi che sono necessari per essere felici. Mentre per Platone l'uomo giusto è l'uomo che conosce il Bene, l'uomo che partecipa ad un certo grado dell'idea del Bene, per Aristotele il giusto è l'uomo che agisce giustamente, trovando i mezzi razionali per realizzare come fine il bene. Quindi, a differenza di Platone, Aristotele pensa l'etica a patire dalle azioni. Aristotele forse è il primo filosofo a trattare seriamente il tema delle azioni, perciò la sua lettura diventa obbligatoria per chi si interessa di teoria delle azioni.

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