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sabato 17 marzo 2018

Gilbert Ryle: sapere come e sapere che (know how e know that) VII










Gilbert Ryle è considerato il padre della filosofia della mente. Ryle è nato a Brighton nel 1900 e morto a Whitby nel 1976. È un filosofo inglese, il suo nome si pronuncia con la “g” dura, non è il “gilbert” francese come Gilbert Becaud. L'opera più famosa di Gilbert Ryle sul tema della mente è The Concept of mind (tr. it. Il concetto di mente). Il testo tratta moltissimi temi relativi alla mente, ogni capitolo ne prende in considerazione uno (sapere, coscienza, immaginazione, emozione, ecc.). La mia intenzione, al momento, è di concentrarmi soprattutto sul secondo capitolo, il capitolo che tratta il tema delle principali due forme di conoscenza: know that e know how. Ryle ha individuato un campo della filosofia che eccede il linguaggio, il campo di studio della mente. Questo costituisce il primo passo della filosofia analitica oltre lo studio del linguaggio. In particolar modo Ryle si interessa della filosofia di Cartesio. Cartesio non è solo il filosofo delle prove dell'esistenza di Dio o del metodo matematico, ma è anche uno studioso della mente. Uno studioso della mente che non tralascia nemmeno la parte anatomica, tanto è vero che Cartesio sezionava cervelli per studiare la ghiandola pineale. È per questo e altri motivi che si può dire che non è così estraneo alla filosofia l'esperimento, soprattutto se si tratta di neuroscienze. Uno dei maggiori scienziati cognitivi in filosofia oggi, Daniel Dennett, è stato allievo di Gilbert Ryle. Il primo capitolo del libro tratta il tema del mito di Cartesio. Esiste una visione classica del rapporto mente/corpo, ispirata a Cartesio, che segue grossomodo questi punti:

1) La mente e il corpo sono distinti. La mente è interna, mentre il corpo è esterno. I contenuti della mente sono privati, mentre il corpo è pubblico. Il corpo è esteso, mentre la mente non è estesa.

2) La mente è perfettamente cosciente di tutto ciò che accade in lei, ma solamente il soggetto sa che cosa pensa, gli altri non possono conoscerlo.

3) La mente è come un teatro: sul palco stanno le idee e le rappresentazioni, ma ci vuole sempre uno spettatore, un soggetto che osservi tutto quel che avviene sul palco. Questo soggetto è il Cogito di Cartesio.

Di questi punti alcune cose possono essere messe in dubbio: non è detto che la mente sia distinta realmente dal corpo, potrebbe essere spiegata semplicemente attraverso la chimica del cervello o gli impulsi elettrici; Freud ha dimostrato che la mente non è realmente cosciente di tutti i suoi contenuti; si può dubitare, inoltre, che oltre al flusso di idee ci sia in origine un soggetto pensante. Tuttavia a Ryle interessa ben altro. Ryle critica Cartesio per aver commesso un errore, errore che definisce "categorico". L'errore è spiegato da Ryle con un esempio di questo tipo: supponiamo che qualcuno viene ad Oxford per vedere la famosa università; al soggetto vengono mostrati gli uffici, la biblioteca, le aule, ecc.; ad un certo punto questo soggetto, dopo aver visto tutto ciò, perplesso, si chiede: dov'è l'università? Il soggetto, in questo caso, crede che l'università sia un'entità in più, non semplicemente l'insieme di tutte le cose e gli edifici che ha visto. Allo stesso modo, se dovessimo spiegare le emozioni dell'uomo ed elencassimo tutti i processi, le parti del cervello e del corpo che sono coinvolte, dovessimo poi chiederci dove sia l'emozione o la mente, ci troveremmo in un caso simile. Il mito Cartesiano, secondo Ryle, consiste nell'idea che esista uno spirito o un fantasma nella macchina umana che guida la macchina, come se l'insieme dei processi nella macchina non fosse sufficiente da solo e bisognasse ricorrere a qualcos'altro per spigare il meccanismo.

Questo è il modo in cui incomincia il testo: un'analisi della teoria classica sulla mente, teoria attribuita a Cartesio. La teoria è oggetto di critica da parte di Ryle. Il secondo capitolo è molto interessante a questo punto perché analizza due forme di pensiero e di conoscenza. Ryle comincia il capitolo discutendo della distinzione tra "intelligenza" e "intelletto". L'intelletto, osserva Ryle, si riferisce all'attività del costruire teorie. L'obbiettivo della mente è arrivare al sapere della verità. Spesso si è pensato in filosofia che tutto ciò che è mentale lo è perché ha come guida l'intelletto. Ryle, al contrario, intende dimostrare che non tutto ciò che è mentale dipende dall'intelletto o è un effetto di esso. Di solito si pensa che la mente sia qualcosa di interno, che il pensare sia una faccenda privata e avvenga nella propria testa. Ryle intende smontare completamente quest'altro mito o leggenda. Chiaramente dire che il pensiero è nella testa è un modo di dire, nel senso che "nella testa" è solo una bella metafora e basta. Il teorizzare, il sapere astratto, ossia il know that, appare completamente interno in quanto quando noi ci pensiamo non è richiesta nessuna azione esterna e non dobbiamo ripetere ad alta voce i nostri pensieri, così come acquistiamo la capacità con il tempo a leggere mentalmente, senza dover pronunciare le parole a voce. Tuttavia, osserva Ryle, l'intelligenza non si riduce semplicemente ad un teorizzare: esiste pur sempre una forma di sapere pratico non meno valido di quello teorico. Meglio ancora sarebbe dire che per Ryle non c'è una differenza netta nell'intelligenza tra il pratico e il teorico, come se il pratico si dovesse ridurre ad una mera applicazione di regole, ad un semplice mettere in atto teorie. Il sapere come (know how) è altrettanto importante quanto il sapere che (know that). Tutte le attività pratiche implicano un sapere come che non è meno mentale di una attività svolta dal corpo. Giocare a scacchi, pescare, programmare app con Java, sono tutte attività che richiedono un sapere come (how to). Ryle perciò critica l'immagine classica dell'uomo intelligente: l'uomo che conosce le regole e sa applicarle quando è il momento giusto, che non agisce e basta, ma agisce pensando. Non si tratta mai solo di sapere che (know that) ci sono determinate regole e sapere quando è necessario applicarle, ma bisogna sapere anche come farlo (know how). Bisogna capire qual'è l'azione si più corretta per applicare una certa massima o principio d'azione, sapere cosa fare e programmare l'azione. L'intelligenza, afferma Ryle, la si riconosce dalla procedura. La procedura prevede un solo passaggio e non un dualismo teorizzare/fare. Fare esercizi di matematica, osserva Ryle, è sì un pensare le formule e tutti i calcoli, ma è anche uno scrivere su carta mentre si pensa alla soluzione. Il know how ha luogo anche quando qualcuno ha dimenticato le regole, perché a quel punto esegue i piani come vanno devono essere svolti, anche se non sa spiegare bene perché li svolge in un certo modo. In effetti, dice Ryle, si può saper giocare a scacchi anche senza conoscere bene le regole, se si fanno le mosse giuste. L'importante è non confondere questo tipo di intelligenza con la mera abitudine, proprio perché l'abitudine è meccanica e non implica la coscienza. Molti hanno ignorato il sapere come in quanto forma di conoscenza ed intelligenza, per questo hanno pensato che l'intelligenza fosse semplicemente un processo che avviene tutto nella mente del soggetto, che ci fossero delle regole che vanno applicate e che questo consista principalmente in un agire pensando. Invece nel know how le cose funzionano diversamente. Non si impara la boxe leggendo libri. Qualcuno ci insegna come tirare pugni, come difenderci, ma poi dobbiamo allenarci, dobbiamo ripetere colpi e impariamo soprattutto dagli errori. Dopo molto esercizio il nostro corpo sarà più elastico e sarà molto più spontanea la nostra posizione e la nostra guardia. Non c'è una teoria da applicare, ci sono delle regole che una volta imparate, possiamo dimenticare perché facciamo tutto oramai solo intuitivamente. Come dice Ryle: conta il procedimento, non semplicemente quanto abbiamo pensato. Quando uno sa come eseguire certe azioni, osserva Ryle, è anche in grado di riconoscere qualcuno che le fa bene e sa giudicare quando qualcun altro fa le cose male.

È molto importante il know how perché è il sapere che più si usa nel campo delle azioni. Ci sono i principi e le massime, ma poi si tratta di capire come metterli in pratica ed è in questo che consiste il know how. Il sapere come, dunque, è la forma di sapere più utile a chi si occupa della teoria delle azioni.

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