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sabato 7 aprile 2018

Levi Bryant: il virtuale nella sostanza III b2





2 Ontologia orientata al virtuale: come usare Deleuze nell'ontologia orientata all'oggetto

In questa seconda parte su Levi Bryant intendo addentrarmi sempre di più nel tema ontologico del libro Democracy of the objects (democrazia degli oggetti). In questo articolo tratterò meglio del tema della sostanza. Secondo la terminologia della filosofia classica un oggetto è fatto di sostanza e qualità; le qualità sono attributi della sostanza. Di solito si distingue nella sostanza ciò che è accidente da ciò che è essenziale. Se pensiamo ad una sedia come oggetto, l'oggetto ha una sostanza e una serie di proprietà (materiale, colore, forma, numero gambe, schienale, ecc.). Ci sono proprietà tolte le quali la sedia non potrebbe più essere definita sedia. Supponendo che queste siano l'avere quattro gambe e uno schienale, ne segue che queste sono proprietà essenziali, mentre tutte quelle proprietà che non sono essenziali sono accidentali. Questi sono i termini classici usati nello studio dell'oggetto in filosofia, ma ci sono filosofi che non ammettono l'esistenza di essenze e altri che non credono nemmeno nell'esistenza della sostanza. Vediamo meglio questo secondo problema: l'esistenza della sostanza. Molta della terminologia classica dell'ontologia in filosofia viene dal testo Metafisica di Aristotele. Aristotele è il filosofo a cui si deve la teoria della sostanza. La sostanza in Aristotele è ciò che non può essere predicato di qualcos'altro ed è qualcosa di semplice (non divisibile). Le sostanze, inoltre, secondo Aristotele, non sono dialettiche, al contrario delle qualità. Per ogni qualità esiste un suo contrario, per esempio una cosa o è rossa o è non rossa. La sostanza non funziona come la logica dei contrari della dialettica. La sostanza sta per l'individuo, mentre la qualità rimane ancora su un piano generale. Le sostanze normalmente si distinguono per numero e per via delle qualità che possiedono, tuttavia la sostanza non è mai l'insieme delle qualità e tanto meno la mera somma delle sue parti. Se la sostanza non è la somma delle sue parti e non è nemmeno la semplice unione delle sue qualità: che cos'è la sostanza? La sostanza per definizione è qualcosa che sta sotto, come un sostrato; così almeno era pensata dai primi filosofi. Questo concetto è rimasto a lungo dominante nel campo della filosofia sino alla sua messa in discussione da parte degli empiristi. L'empirista, il quale fonda il proprio sapere sulla pura realtà empirica, critica il concetto di sostanza come qualcosa di oscuro. Dal punto di vista sensibile non si vedono che qualità, perché allora aggiungere la sostanza? Come ho spiegato nell'articolo precedente, questo problema emerge nell'empirista perché l'empirista riduce la realtà all'empirico, ossia a ciò che possiamo esperire con i nostri cinque sensi. Da quella prospettiva la sostanza appare come un'entità supposta, oscura e del tutto invisibile. John Locke è stato il primo a mettere in discussione l'esistenza della sostanza, ma Locke continuava ancora a sostenere che qualcosa come la sostanza, sebbene si tratti di qualcosa di non conoscibile, deve esistere. Solamente con Berkeley, e successivamente con David Hume, la sostanza è stata completamente eliminata a favore delle sole qualità. In questo senso l'oggetto è ridotto alle sue qualità sensibili e diventa, come nel caso di Hume, una semplice impressione. Il passaggio successivo, come è successo con la causalità, è stato quello di porre il fondamento della sostanza non nella cosa esterna, ma nella struttura dell'intelletto umano. Dunque il passo successivo è stato compiuto da Kant. Kant ha pensato la sostanza come categoria dell'intelletto.

Oggi la categoria di sostanza torna a giocare un ruolo importante nella filosofia continentale, soprattutto nell'ambito dell'ontologia orientata all'oggetto. Senza la sostanza non vi sarebbe un oggetto propriamente detto. Chi ha negato l'esistenza della sostanza ha negato l'esistenza degli oggetti o ha ridotto gli oggetti a mere impressioni. L'ontologia orientata all'oggetto intende difendere la nozione di oggetto di fronte a qualsiasi tipo di riduzione. La categoria di sostanza gioca un ruolo importante nel pensiero di Graham Harman, ma ne gioca uno altrettanto importante in quello di Levi Bryant. Detto ciò: come si risolve il paradosso della sostanza? Bryant lo risolve pensando la sostanza come una frattura tra le qualità e la sostanzialità. L'essenza della sostanza consiste nell'alienarsi da sé e questa frattura genera una differenza. Secondo Bryant ciò che definisce l'oggetto non è tanto l'insieme delle sue qualità, ma le sue capacità e i suoi poteri. Di fatto un oggetto potrebbe non avere qualità, ma necessariamente avrà delle capacità. Non solo! le relazioni sono sempre esterne rispetto all'oggetto e non interne. Bhaskar distingue tra il sistema chiuso e il sistema aperto. Solo nel sistema chiuso avvengono fenomeni di costanti connessioni di eventi, per questo la relazione non può essere interna all'oggetto. Più precisamente Levi Bryant distingue due forme di relazioni: endo-relazioni (endorelations) come relazioni che costituiscono la struttura interna degli oggetti; exo-relazioni (exorelations) come relazioni che intrattiene l'oggetto con altri oggetti. L'oggetto, dunque, non è definito dalle sue qualità o dalle relazioni con altri oggetti (exo-relazioni), ma dal suo potere che è un potere di produrre eventi. Bryant definisce la sostanza come un motore di differenza (difference engine). L'ontologia che difende Bryant è un'ontologia orientata alle macchine che, come spiegherò, si ispira molto alla filosofia di Gilles Deleuze. Con Deleuze Levi Bryant sostiene lo statuto di virtualità dell'ente in quanto tale rispetto alle sue manifestazioni locali. Levi Bryant divide la sostanza come essere propriamente virtuale (virtual proper being) dalle qualità e gli eventi, i quali costituiscono semplicemente delle manifestazioni locali (local manifestations). La manifestazione locale potrebbe essere confusa con il dato empirico, ma qui Bryant suggerisce di non farlo, perché la manifestazione locale va distinta dalla manifestazione per un soggetto. Questo lo afferma in quanto sostiene che le manifestazioni locali sono notevolmente maggiori di ciò che è dato nel campo empirico ad un soggetto. La manifestazione locale certamente dipende dal contesto e può essere una qualità o un evento. Tuttavia la qualità, secondo Levi Bryant, non è qualcosa che l'oggetto possiede, ma è qualcosa che l'oggetto fa. La qualità è una produzione a partire dal fatto che l'oggetto ha una capacità o un certo potere. La frattura tra il virtuale e l'attuale, tra la sostanza e le sue qualità, è ciò che viene definito da Bryant con il termine "differenza".

In queste pagine Bryant parla spesso di Graham Harman, filosofo con cui condivide alcuni punti cruciali nell'ontologia. Prima di tutto Bryant sostiene che l'oggetto non è solamente in quanto è accessibile ad un soggetto, ma che il soggetto, lui stesso, è un oggetto come gli altri. In secondo luogo Bryant afferma che l'oggetto non deve essere mai ridotto né alle impressioni sensibili che si danno al soggetto e nemmeno alle parti o componenti più piccole che lo costituiscono. Prendendo un esempio da Harman citato da Bryant: non è che l'esercito debba essere ridotto ai suoi soldati, come se l'unica cosa che esiste fossero solamente i soldati, mentre l'esercito non esiste. Il problema diventa, a questo punto, quello di costruire un'ontologia che possa tenere conto di entità molto complesse e spiegare in che modo queste non siano riducibili alle loro parti. Ogni livello dell'ontologia deve essere tenuto distinto, assegnandogli un'esistenza sua propria. L'esercito, in questo esempio, è sostanza quanto i singoli soldati. Un'ultima cosa: se anche il soggetto è un oggetto, questo significa che l'ontologia orientata all'oggetto rompe con la tradizione che pensa l'oggetto come opposto al soggetto, cioè rompe con l'origine stessa della parola oggetto, la quale sia in latino che in tedesco sta a significare etimologicamente ciò che sta contro.

Il problema della sostanza consiste nel fatto che giace al di là del campo che comprende tutto ciò che è sensibile, perciò non è accessibile all'uomo attraverso i sensi. Questo costituisce un problema tipicamente correlazionista, in quanto, essendo che la sostanza non è conoscibile, non è possibile dire che esiste. Questo problema nasce dal fatto che il correlazionista fa dipendere l'essere della realtà dalle nostre facoltà cognitive e dalla nostra possibilità di accadere ad essa. Il realismo speculativo rompe completamente con l'idea che l'essere dipenda dal sapere. In questo senso, per il realismo speculativo, la sostanza è completamente indipendente rispetto a ciò che noi sappiamo sulla sua natura e non dipende per nulla dalla nostra conoscenza di essa. Nel caso di Levi Bryant le sostanze non sono unità, ma delle molteplicità. In questo Bryant segue Giles Deleuze come filosofo del virtuale nella sostanza. Un caso presentato di sostanza, usato come esempio, da parte di Bryant, è la tazza di caffè blu. Levi Bryant distingue l'essere propriamente virtuale (virtual proper being) come struttura formattata e unità che dura nel tempo dalle manifestazioni locali (local manifestation) che sono rappresentate dalle differenti qualità dell'oggetto. L'oggetto in quanto tale è costituito dal suo essere propriamente virtuale, rispetto al quale ogni qualità è una pura attualizzazione di questo essere virtuale. Le attualizzazioni costituiscono la parte manifesta dell'oggetto. Tuttavia, la manifestazione, come osserva Bryant, non va intesa come una presentazione dell'ente ad un soggetto. La manifestazione resta tale anche senza alcun osservatore. Ciò che dipende dall'osservatore è l'apparenza o il fenomeno, ma questo costituisce solo un sottoinsieme della manifestazione. Secondo Levi Bryant la sostanza, a differenza di quel che si dice nell'ontologia classica, non è un sostrato, ma una organizzazione di qualità. Sapendo che le qualità mutano dell'oggetto, gli ontologi classici per cercare la sostanza hanno intrapreso la via dell'astrazione, ossia hanno sempre cercato quel che rimaneva identico nei vari mutamenti. Bryant prende un'altra strada: quella del virtuale. In questo modo l'oggetto è definito da Bryant a partire dai suoi poteri, ma l'insieme dei poteri dell'oggetto è necessariamente maggiore rispetto a tutte le qualità e le manifestazioni locali che di volta in volta si danno dell'oggetto. Levi Bryant riprende la teoria del virtuale dal filosofo Gilles Deleuze, ma adotta anche una certa versione più recente di questa teoria sviluppata dal filosofo Manuel De Landa. Bryant, ad esempio, condivide con De Landa la distinzione tra lo spazio di fase dell'oggetto e i poteri dell'oggetto. De Landa rilegge il concetto di molteplicità deleuziana a partire dalla teoria dei sistemi dinamici della fisica. Secondo Deleuze, così come nel matematico Riemann, matematico da cui Deleuze riprende il concetto, la molteplicità è uno spazio n-dimensionale. Questo spazio nella teoria del virtuale di De Landa diventa lo spazio di tutte le trasformazioni possibili dell'oggetto. Se prendiamo un oggetto come un pendolo, asserisce De Landa, questo oggetto può mutare nella posizione o nello slancio. Il pendolo dunque ha due gradi di libertà e due mutamenti possibili, perciò la molteplicità corrispondente al pendolo ha due dimensioni. Lo stato attuale del pendolo è definito da un punto in quello spazio che costituisce uno spazio di fase. Tra un massimo e un minimo il pendolo attraversa diversi punti. De Landa cita anche altri esempi: la bicicletta, essendo composta di manubrio, ruota davanti, ruota posteriore e due pedali, potendo questi cinque elementi mutare solo in due modi (posizione e slancio), avrà dieci gradi di libertà e corrisponderà ad uno spazio a dieci dimensioni. Anche qui, a seconda dei mutamenti attuali della bicicletta, la bicicletta occuperà uno punto nello spazio di fase. 







 

Con questa visione del virtuale, quella di De Landa, Levi Bryant intende intraprende una strada diversa da quella di De Landa in quanto De Landa pensa il virtuale come insieme di processi nei quali l'ente avrebbe potuto essere stato coinvolto, ma non lo è stato, mentre Bryant pensa il virtuale come insieme dei poteri che l'ente stesso possiede. Per esempio, Bryant afferma che la tazza blu non è blu nel senso che possiede la qualità del blu, ma nel senso che blueggia (the mug is bluing), che ha il potere di manifestarsi come blu. Questo potere è il potere si assumere un certa gamma di colori, non tanto potere di essere solamente blu. La nitidezza e la chiarezza del colore blu o dei colori della tazza può mutare completamente, ma quando, ad esempio, la tazza appare nera, non bisogna pensare semplicemente che il suo colore è nascosto, che l'assenza di luce non lo mostra, ma bisogna pensare piuttosto che quello è un altro modo di manifestarsi della sostanza della tazza. Ovviamente i colori che assume la tazza dipendono dalle exorelazioni che intrattiene la tazza stessa e certamente dipendono anche dalla luce, ma queste exorelazioni sono molte. L'insieme delle exorelationi spiegano il mutamento delle qualità di un ente. Per esempio il cambiamento della temperatura.

Questo riferimento alle exorelationi nel virtuale è molto importante, in quanto, mentre le attualizzazioni locali seguono la logica della geometria, il virtuale segue la logica della topologia. Bryant cita Steven Connor, il quale definisce la topologia come lo studio delle strutture spaziali che rimangono invariate rispetto a deformazioni come l'allungamento o la piegatura. Bryant interpreta la geometria e la topologia come due modi differenti di approcciarsi allo spazio, due aspetti della sostanza: virtuale e attuale. Questo aspetto è importante perché con questo Bryant si distanzia ulteriormente da Manuel De Landa, il quale pensa comunque una continuità tra la topologia e le altre geometrie, una continuità resa possibile da un fenomeno di rottura di simmetria che permette di passare da una geometria più simmetrica ad una meno simmetrica, seguendo la gerarchia delle geometrie sognata da Felix Klein, il quale poneva la topologia al vertice e la geometria euclidea ai piedi della piramide. In Bryant, al contrario, si riscontra piuttosto una cesura tra i due termini. I poteri dell'ente in quanto virtuale sono tutti sul lato della topologia e sono funzioni di exorelazioni che l'ente intrattiene con altri enti. Ogni variazione topologica costituisce un punto nello spazio di fase.

Sembra strano dover pensare che le qualità non sono cose possedute dall'oggetto, ma effetti dei suoi poteri e che quindi l'oggetto agisce. Questo, secondo Levi Bryant, dipende dal fatto che non siamo molto abituati ad osservare variazioni nell'oggetto, che l'oggetto spesso ci appare in quiete e piuttosto stabile. Bergson è stato il primo ad osservare che la percezione è di natura fotografica, che quindi tende a non cogliere il divenire che pure è implicito in ogni cosa. Simondon è un altro ad aver sottolineato il pregiudizio dell'uomo a favore delle manifestazioni locali, dell'individuo già dato. Non cogliamo l'oggetto come qualcosa che agisce. In effetti, afferma Bryant, nel nostro mondo una serie di condizioni sono piuttosto stabili (gravità, pressione e temperatura), per questo si confondo le qualità con gli oggetti, per questo le exorelazioni dell'oggetto sono relativamente stabili. 

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