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sabato 26 maggio 2018

Levi Bryant: la democrazia degli oggetti III b3




Levi Bryant, la democrazia degli ogetti




Nell'articolo precedente ho incominciato a spiegare la nozione di virtuale nella sostanza, all'interno del pensiero di Levi Bryant. In questo articolo proseguo quel discorso, andando avanti con la mia analisi del testo: Democrazia degli oggetti. È centrale il concetto di virtuale di Bryant perché spiega in che modo egli intende la sostanza. La sostanza non è un sostrato, ma un insieme di poteri. Il virtuale non è il mondo digitale del computer, il quale, semplicemente, riproduce il mondo attuale. Il termine virtuale, afferma Bryant, viene dal latino "virtus" e in latino questa parola indica proprio la potenza e la capacità. Bryant colloca il virtuale non sul lato del processo, come fanno filosofi come Manuel De Landa, ma sul lato dell'individuo. Se il virtuale è sul lato dell'individuo, allora come conciliare questo fatto con una certa posizione monista assunta dallo stesso Deleuze? Deleuze stesso descrive il virtuale come una realtà unica e continua che si differenzia in sé stessa e con questo processo genera la realtà attuale così come la conosciamo. Levi Bryant distingue due forme di monismo:

1 Tutto è espressione di una sola Sostanza. (Spinoza)

2 C'è un solo modo d'essere, ma gli esseri sono molti e distinti. (Lucrezio)

Sebbene il pensiero di Deleuze sembra sostenere la prima forma di monismo, l'ontologia orientata all'oggetto di Bryant intende muoversi verso la seconda forma di monismo. Bryant cita alcuni passaggi dei testi di Deleuze che fanno pensare che Deleuze avesse ritenuto che il virtuale fosse parte dell'oggetto. In ogni caso Levi Bryant non crede che esista un continuo che si differenzia in se stesso, in quanto questo continuo non sarebbe in grado di spiegare la formazione di sistemi chiusi nei quali gli oggetti possono esprimere i propri poteri. Bryant critica questa concezione dominante nel pensiero deleuziano del virtuale come continuo che si differenzia per generare la realtà attuale, spiegando che, in questo modo, la potenzialità del virtuale consisterebbe semplicemente nel potersi alienare da sé e ridursi ad una semplice, nonché sterile, realtà attuale nella quale ogni differenza è cancellata. Quest'ultimo passaggio suona strano: ogni differenza è cancellata? la differenza in sé domina il piano del virtuale, ma la differenza in sé è ciò che è perché esiste un movimento di differenziazione che fa sì che la realtà virtuale differisca da sé. Solo con questo processo interno la realtà virtuale può generare la realtà attuale. Tuttavia nella realtà virtuale, ossia in quel continuo, non c'è distinzione netta tra una cosa e l'altra, mentre nell'attuale gli enti sono nettamente distinti. Questo secondo concetto di distinzione corrisponde alla differenza empirica o per sé. Quando, per esempio, dico che una palla gialla è diversa da una rossa per il colore. Quando Bryant afferma che la sostanza è motore di differenza, dice differenza nel senso della differenza in sé e non della differenza empirica. La differenza empirica, in ogni caso, non è cancellata nella realtà attuale, ma è cancellata solo la differenza in sé che è alla base del processo di differenziazione. In questa visione del virtuale, visione sostenuta da Deleuze stesso secondo molti, da Manuel De Landa e da Peter Hallward, l'individuo non è altro che un prodotto del virtuale, come la creatura dell'atto di creazione. Il virtuale non è ciò che produce l'individuo, ma una dimensione dell'individuo stesso. Questo è, invece, quello che intende dire Bryant.


Levi Bryant cerca di comprendere quale sia il problema che si nasconde dietro la nozione di virtuale di Deleuze. In questo cerca di seguire lo stesso metodo di Deleuze, il quale affermava che i filosofi costruiscono concetti e questi concetti non sono altro che delle risposte a dei problemi specifici. L'idea che il virtuale sia un continuo, secondo Bryant, non funziona perché non può spiegare come le sostanze possono influenzarsi a vicenda. Al contrario Bryant pensa che il virtuale debba rispondere al problema dello scarto tra l'oggetto e le sue qualità. È chiaro che la sostanza non coincide con le sue qualità, osserva Bryant, altrimenti non potremmo spiegare come l'identità dell'oggetto possa conservarsi attraverso i suoi molteplici mutamenti. Chi ha ridotto l'oggetto alle sue qualità, spesso ha fatto dell'identità di un oggetto una semplice convenzione. Questo porterebbe all'idea che a seguito dei mutamenti dell'oggetto abbiamo sempre un nuovo oggetto e l'oggetto non è mai se stesso, se non per convezione. Se invece crediamo che esista un'identità dell'oggetto, allora dovremmo pensare l'individuo e l'oggetto stesso, non solo nella loro dimensione attuale (le qualità e le manifestazioni locali dell'oggetto ora), ma anche in quella virtuale. Il virtuale ha una natura prettamente relazionale. Nell'articolo precedente avevo distinto due forme di relazioni: endo-relazioni e exo-relazioni. Mentre le exo-relazioni sono quelle relazioni che intrattiene un oggetto con un altro oggetto, le endo-relazioni sono relazioni che costituiscono la struttura interna dell'oggetto. Il virtuale è costituito da endo-relazioni. Deleuze ha pensato la molteplicità, ossia l'unità minima del virtuale, a partire dal concetto di varietà di Riemann, dunque a patire dalla geometria differenziale. La geometria differenziale, osserva Bryant, ci permette di cogliere la struttura interna di un oggetto, ossia le endo-relazioni, senza far riferimento ad uno spazio esterno, dunque senza far riferimento alle exo-relazioni. Le exo-relazioni sono collocate sul piano delle qualità, ma l'ente, come ho detto, non si riduce alle qualità: esso presuppone altro. Dal fatto che le molteplicità di Deleuze sono strutturate, contrariamente a quanto forse avrebbe fatto Deleuze, Levi Bryant inferisce che esse devono essere delle unità e poiché sono delle unità, allora sono delle sostanze. In quanto sostanze, dal momento che le sostanze esistono indipendentemente dalle loro qualità, esse sono forme.

Da cosa è composta la struttura di un oggetto? Qui la struttura non è nulla di eterno e di ideale, ossia non è un'essenza o un'idea platonica, ma una determinata distribuzione di singolarità. È dalle singolarità che dipendono le qualità e le proprietà di un oggetto. Deleuze parla spesso delle singolarità, in senso matematico, ma non è mai chiaro su come è da intendere questo termine. Levi Bryant cerca di essere più chiaro. Queste singolarità abitano uno spazio topologico. La topologia è una branca della matematica che studia quelle figure geometriche che sono omeomorfe rispetto ad una serie di trasformazioni come la tiratura, l'allungamento e la piegatura. Due sfere di raggio differente sono del tutto identiche per la topologia, in quanto da una si può passare nell'altra tramite una di quelle trasformazioni. Bryant spiega che, se prendo un pezzo di carta e ne piego le due estremità, ottengo un diverso spazio topologico con differenti possibilità di mutazioni. I punti classici che costituiscono i vertici di una figura nella geometria euclidea (es. i vertici del triangolo) dipendono dalle singolarità topologiche. Da questo e altri fatti, Levi Bryant riconosce una forma di analogia tra la topologia e l'ontologia. L'analogia è basata su due punti: la topologia si occupa di relazioni spaziali, l'ontologia si occupa delle entità e delle loro qualità; la topologia concerne l'identità strutturale rispetto a entità di diverso tipo, l'ontologia concerne la sostanzialità e l'individuo. Tuttavia, come ho detto, da un lato la sostanza e le qualità, per Bryant, dipendono da relazioni spaziali come endo-relazioni e exo-relazioni. Dall'altro l'ontologia deve spiegare, attraverso la struttura virtuale e interna della sostanza, come può la sostanza rimanere identica rispetto ad una serie di variazioni. Le singolarità topologiche stanno alla base della produzione di qualità nell'ente. Ora Bryant condivide l'interpretazione di Manuel De Landa delle singolarità, ossia afferma che la singolarità è un attrattore. Ogni mutamento di un ente è descritto da De Landa come una traiettoria in uno spazio di fase. L'attrattore o la singolarità produce degli effetti sulle traiettorie. Spesso De Landa spiega questa cosa dicendo che il cuore, ad esempio, funziona e pulsa grazie al fatto che una singolarità agisce da attrattore in esso. Altre volte De Landa spiega che una sfera diventa tale perché un punto singolare ne definisce la forma. Così accade, ad esempio, nelle bolle di sapone, le quali, appunto, assumono la forma sferica. L'utilizzo della nozione di singolarità, da parte di Deleuze, di De Landa e di Bryant, serve a rimpiazzare completamente la vecchia nozione di essenza. Ora l'ente non è definito più dall'essenza, che consiste in una lista ordinata di qualità, ma da singolarità rispetto alle quali le qualità non sono che degli effetti. Per esempio, afferma Bryant, una tazza può assumere diverse colorazioni, dunque le qualità o manifestazioni locali possono variare, ma dietro a tutte queste variazioni sta sempre la stessa singolarità come elemento invariante e strutturale. Questa è una trasformazione pazzesca nella filosofia, essa costituisce un atto rivoluzionario di cui, forse, non tutti sono consapevoli: Bryant sta dicendo che c'è qualcosa che sta ben al di là delle qualità e la natura degli enti non è definita da qualità essenziali, ma da singolarità. Non dovremmo, dunque, in filosofia, più chiederci quali sono quelle qualità condivise da tutti gli enti di un tipo (es. i tavoli), ma andare a studiare le singolarità che stanno dietro a quelle qualità e ne rendono possibile la realizzazione.






Tuttavia Levi Bryant non è d'accordo con Manuel De Landa su almeno un punto: che il virtuale concerni il processo morfogenetico attraverso il quale si è formato l'individuo. Non è d'accordo con questo per tre motivi: il primo consiste nel fatto che, in questo modo, l'individuo è ridotto alla sua storia; il secondo è che l'essere di un ente non può essere pensato solo come causa efficiente, ma deve essere anche pensato come causa strutturale; il terzo consiste nel fatto che la produzione presuppone sempre un individuo che ne è causa, dunque l'individuo precede sempre il processo. Spesso la filosofia si è trovata invischiata in questa dialettica tra la produzione e il prodotto. Karl Marx parlava di alienazione del lavoro e feticismo della merce in quanto accusava il fatto che la merce, come prodotto finito e messo sullo scaffale di un negozio, nasconde il processo lavorativo che vi sta a monte. Simondon ha quasi generalizzato il problema di Marx, in quanto accusava il fatto che l'individuo stesso tende a nascondere il processo da cui è nato, quel processo che Simondon chiama "individuazione". Deleuze denuncia il fatto che la realtà attuale che osserviamo è in realtà qualcosa di rovesciato, rispetto un processo che ha origine nel virtuale e funziona come differenziazione. Adesso gli ontologi orientati all'oggetto fanno una critica opposta: denunciano chiunque riduca l'oggetto stesso, ossia il prodotto, al processo di formazione, ossia alla produzione. Rispetto a questi due movimenti certamente la verità sta nel mezzo. Per questo sarà veramente interessante vedere chi sarà in grado di costruire un modello che tenga bene conto dei due termini della dialettica (prodotto/processo) in eguale misura, senza ridurre l'uno all'altro.

Non tutti sono d'accordo con la teoria del virtuale: Bruno Latour e Graham Harmann, per esempio, criticano questa teoria. La critica viene riassunta da Levi Bryant in questo modo: per estrarre un coniglio da un cappello è necessario averlo inserito prima all'interno, dunque perché il virtuale generi la realtà attuale, esso deve possedere già in sé la realtà attuale. Il primo fatto che si nota in questa obbiezione è che sembra esserci una confusione di fondo tra il virtuale di Deleuze e la potenza di Aristotele. Aristotele, ad esempio, affermava che il seme è una pianta in potenza, mentre la pianta lo è in atto. Il virtuale di Deleuze non centra niente con tutto questo. Deleuze non dice che un seme è una pianta virtualmente. Il virtuale piuttosto riguarda tutti quegli stati e processi in cui l'ente in questo momento non è. Esso riguarda, cioè, quelle condizioni che stanno alla base del fatto che un oggetto può avere altre manifestazioni locali. De Landa, ad esempio, spesso cita il caso dell'acqua: il fatto che l'acqua a 0° diventa ghiaccio e a 100° bolle. Queste due temperature costituiscono due punti singolari che fanno sì che, se l'acqua raggiunge effettivamente quelle temperature, essa cambia di stato e quindi diventa solida o gassosa. Il virtuale nell'acqua non sta nel fatto che è ghiaccio in potenza, ma in quella struttura di singolarità che rende possibile una certa manifestazione locale. Harmann, invece, afferma che la teoria del virtuale presuppone già la realtà che intende realizzare e allo stesso tempo fallisce nel cogliere tutti quei passaggi intermedi che rendono possibile un'azione. Come esempio, nel libro Democrazia degli oggetti, compare quello di un uomo che decide di alzarsi. Questa operazione presuppone tanti passaggi intermedi come l'eccitazione dei nervi che mettono in moto i muscoli. Allo stesso modo Bryant cita il caso di un principe che, per mantenere il suo potere, deve tenere in riga i soldati, mantenere un sistema legale e così via. Bryant risponde a questa critica facendo uso del concetto spinoziano di affetto. Questo concetto era usato dallo stesso Gilles Deleuze ed è stato ripreso, recentemente, da Manuel De Landa. Secondo la teoria degli affetti un oggetto può produrre un affetto su un altro oggetto se e solo se il primo è capace di produrre l'affetto e il secondo di subirlo. Questa teoria si richiama al concetto di "capacità" che è tipico della teoria del virtuale. Una penna ha la capacità di scrivere, ossia di produrre un affetto che definiamo come "scrittura", mentre un foglio ha la capacità di subire questo affetto. Allo stesso modo, afferma Bryant, il nervo del muscolo del soggetto che si alza, nell'esempio di Harmann, per essere eccitato, deve avere la capacità di poter essere eccitato. Nell'affermare l'esistenza della sola realtà attuale, Graham Harmann, secondo Bryant, non può sostenere l'esistenza di una entità che dura nel tempo ed è la stessa nei suoi diversi mutamenti. Anzi, chi adotta la teoria dell'attualismo radicale, come Whitehead o Steven Shaviro, in realtà finisce per sostenere che in ogni momento del tempo si genera una nuova entità e che non esiste più identità di alcuna sorta. Invece nella teoria del virtuale esiste una struttura dell'oggetto che permane, almeno a livello virtuale, grazie a endo-relazioni che la definiscono. Perciò, afferma Levi Bryant, non si tratta di dire che la ghianda contiene la quercia in sé, come se il virtuale, appunto, fosse la potenza di Aristotele. Piuttosto bisogna cercare di comprendere le exo-relazioni che intrattiene la ghianda con altre entità e che le permettono poi di produrre una manifestazione locale come la quercia. Le singolarità che formano la struttura interna dell'oggetto per Bryant non sono qualità e le qualità, inoltre, vanno distinte secondo due forme: le simmetriche e le asimmetriche. Le qualità simmetriche hanno questa caratteristica: sono reversibili. Le qualità asimmetriche non sono reversibili. Reversibile, osserva Bryant, è il colore di un oggetto, il quale, quando spengo la luce cambia, ma se la riaccendo ho di nuovo quello stesso colore di prima. Irreversibile, invece, è il caso del bastoncino spezzato nell'acqua che appare tale per via delle sue exo-relazioni con gli altri oggetti nell'ambiente. Inoltre Levi Bryant distingue anche le endo-qualità dalle exo-qualità. Le exo-qualità esistono solo in quanto un ente intrattiene delle exo-relazioni con altri enti. Un caso citato da Bryant è quello del colore, laddove il colore dell'oggetto dipende da un lato dalla luce, ma anche dalle nostre strutture cognitive. Le endo-qualità sono qualità che possono emergere grazie ai dinamismi interni degli oggetti, senza relazioni con altri oggetti esterni, oppure dipendono da exo-relazioni con altri oggetti, i quali producono trasformazioni irreversibili alla manifestazione locale di una sostanza, dunque si tratta di qualità asimmetriche. Bryant, quindi, risponde attentamente alle critiche fatte alla teoria del virtuale, ma cerca anche di mostrare la vicinanza della teoria del virtuale con altre teorie. Ad esempio afferma che la distinzione fatta da Graham Harmann tra l'oggetto sensibile e l'oggetto reale è la stessa che lui pone tra la manifestazione locale e il virtuale.


Alla fine del terzo capitolo, in Democrazia degli oggetti, Levi Bryant discute una famosa tesi esposta dal filosofo Slavoj Žižek nel libro: Visione di parallasse. In quel testo Žižek tenta di spiegare la differenza tra l'apparenza e la supposta realtà, dalla prospettiva dell'apparenza stessa. Esiste come una separazione o un intervallo tra l'apparenza e la realtà, tra il fenomeno e il noumeno. A partire da questo Žižek concepisce una funzione di parallasse che spieghi la distinzione tra il fenomeno e la cosa in sé, partendo dal fenomeno stesso e mostrando come la cosa in sé sia un'illusione prodotta dal fenomeno stesso. L'oggetto stesso nella sua natura è dato da questo intervallo o frattura, la quale non avviene tra due significanti, ma tra il significante e il luogo di iscrizione o posto vuoto. All'eccesso del significante corrisponde un posto vuoto. Questo eccesso è ciò che Žižek chiama "evento". In un libro su Deleuze Žižek identifica l'evento o l'eccesso d'essere con il virtuale. Questo fatto, l'eccedenza, è ciò che produce l'illusione della trascendenza, che ci sia qualcosa di più. Il problema proposto da Žižek è molto attuale e deve essere collocato, quando si parla di ontologia orientata all'oggetto, sul piano del rapporto tra la sostanza e le sue qualità. Questa differenza, che molti filosofi non sapevano spiegare in passato, ora viene vista in senso positivo da Bryant come motore di differenza che sta alla base del potere creatore del virtuale. Žižek, tuttavia, rimane un correlazionista. Egli afferma che il primo vero filosofo è Kant poiché l'unica filosofia seria è quella che pensa l'ente in quanto è per un soggetto. Questa strada conduce chiaramente verso l'idealismo. Levi Bryant, invece, aderisce al realismo speculativo. Così Bryant spiega che, mentre Žižek parla di una frattura tra l'apparenza e il vuoto dell'oggetto, lui si riferisce alla frattura tra la manifestazione locale e il virtuale. Tuttavia la manifestazione locale non è per un soggetto. La realtà attuale esiste indipendentemente dai soggetti, quel che noi vediamo della realtà è solo una parte di essa: il visibile.

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