Cerca nel blog

Choose your language:

sabato 6 ottobre 2018

Saggio sui dati immediati della coscienza. Bergson (spiegazione/riassunto)












Il saggio sui dati immediati della coscienza è la tesi di Bergson, nonché uno dei testi più noti dell'autore. Nel testo troviamo i temi più importanti della filosofia di Bergson come la coscienza, la durata e la libertà. Il testo è diviso sostanzialmente in tre parti. Nella prima parte (Intensità degli stati psicologici) Bergson analizza la relazione tra la sensazione e la coscienza, scagliandosi contro chi sostiene di poter trattare la sensazione in termini quantitativi. Nella seconda parte (L'idea di durata) Bergson analizza il concetto di tempo, mostrando un errore fondamentale nella concezione del tempo, errore che attraversa la maggior parte degli autori che lo hanno preceduto: la confusione del tempo con lo spazio. La terza parte (La libertà) illustra come la credenza secondo la quale l'uomo non è assolutamente libero deriva da una concezione completamente falsa del tempo.


L'intensità degli stati psicologici


Si tende a pensare che quando una sensazione aumenta, questo significa che la quantità di sensazione è maggiore. Per esempio, come pensano degli psicofisici, una sensazione può essere due volte più intesa di un'altra. La psicologia si è affermata come scienza a partire dal fatto che ha iniziato a pensare che la psiche potesse essere studiata attraverso la matematica. Da questo ne consegue che le sensazioni devono poter essere espresse in termini quantitativi. Nessuno, dopo tutto, si stupisce di questo, infatti è normale sentire espressioni come "sento più caldo di ieri" oppure "fa molto meno più freddo di una volta". Secondo Bergson è sbagliato pensare di quantificare la sensazione e chi crede che questo sia possibile certamente si inganna.

Per prima cosa cerchiamo di capire cosa sono davvero i numeri. Per ridurre la psiche a quantità bisogna almeno assegnare a questa quantità un numero e una misura. Con La critica della ragion pura di Kant, l'abitudine era quella di pensare che i numeri fossero una costruzione a partire dalla forma a priori del tempo. È facile pensarlo, infatti l'operazione del contare sembra proprio una sintesi temporale. Se io procedo con il contare i numeri, non faccio altro che disporre in una sequenza lineare-temporale i numeri stessi secondo una successione precisa, di una natura tale che il numero successivo è sempre maggiore del precedente. Proviamo a contare con le dita fino a dieci e ci sembrerà che Kant ha ragione. Tuttavia, dobbiamo ammettere che se questo ci è possibile, è perché le nostre dita occupano degli spazi diversi. In generale non ha senso parlare di quantità laddove non vi sono due cose distinte, almeno per il luogo. I sei gatti nel giardino sono sei perché occupano degli spazi diversi. Cosa significa tutto questo? Che io posso parlare seriamente di quantità solo quando ho a che fare con l'estensione. Inoltre, dico che due cose sono due, solamente se non occupano lo stesso luogo. Per scorgere un molteplice devo dividere, ma solo l'estensione è divisibile. Dico, per esempio, che un tavolo è lungo 1 metro, proprio perché questa distanza è scomponibile. A questo punto sorge la domanda: come posso applicare la quantità alla sensazione, se la sensazione si suppone inestesa? Ora si aprono due possibilità: posso dire che la sensazione non è inestesa, ma che al contrario coincide con un movimento di molecole nel cervello; posso affermare che esiste una quantità intensiva da opporre alla quantità estensiva. Se pensiamo che la differenza quantitativa di due sensazioni corrisponde ad una differenza nel moto delle molecole, se per esempio crediamo che dipenda da una differente vibrazione, come possiamo passare dalla mera materia ad un aspetto soggettivo? Quando proviamo una sensazione, la proviamo in quanto ne siamo coscienti, ma la coscienza è la facoltà che ci permette di avere esperienze soggettive, dunque: come possiamo far coincidere la coscienza con un movimento molecolare o una particolare vibrazione? L'ipotesi del riduzionista è che il suono intenso corrisponda ad una vibrazione più ampia, che esita un modo per tradurre l'intensivo in termini estensivi. Non esiste ancora prova che la coscienza sia riducibile ai movimenti delle molecole nel cervello, tuttavia esiste la teoria di Cristoph Koch sulla possibile frequenza alla quale opera la coscienza, frequenza che permette al cervello di acquistare una temporanea unità.

Quantificare una sensazione non in tutti casi è semplice. Sicuramente la pietà, la gioia, sono davvero difficili da pensare in termini quantitativi. Tuttavia, cose come lo sforzo muscolare, invece, appaiono molto più facili da quantificare. Lo psicologo Wundt, ad esempio, pensa che la sensazione derivata dai nervi possa coincidere con il movimento del muscolo. Per analizzare questa possibilità Bergson rimanda agli studi di William James. James ha osservato che i paralitici, cercando di muovere un arto malato, non muovono l'arto, ma tendono a compiere un altro movimento. Una cosa simile ha osservato Vulpian nell'emiplegico, il quale, cercando di stringere la mano malata, tende a compiere inconsciamente quest'azione con l'altra mano. Quando pensiamo che una sensazione aumenta, sostiene James, non è la sensazione che aumenta, ma il numero di muscoli coinvolti. Per dimostrarlo Bergson offre questo esempio: supponiamo di chiudere il pugno della mano e premere con forza; mano a mano che stringiamo il pugno sentiremo una sensazione più forte, tuttavia questo non dipende da un aumento della sensazione, ma dal fatto che si contraggono anche i muscoli del braccio e della spalla, oltre che quelli della mano. In questo sforzo che facciamo con la mano noi crediamo che la sensazione sia localizzata nella mano e da qui deriva certamente la nostra illusione sulla variazione quantitativa della sensazione. Anche supponendo che la sensazione dello stringere la mano corrisponda a una vibrazione nei muscoli, bisogna ammettere, tuttavia, che questa sensazione è cosciente, mentre quelle vibrazioni rimangono del tutto inconsce.

Secondo Bergson la differenza di sensazione è di natura qualitativa e non quantitativa. Se premo il dito su un ago penserò che l'intensità del mio dolore stia aumentando, invece ho a che fare con una differenza qualitativa. Questi errori dipendono dal fatto che introduciamo sempre l'estensione. Per esempio, quando sentiamo una melodia, non sentiamo una serie di suoni più o meno acuti, ma percepiamo un continuo che può variare qualitativamente. Ma noi siamo stati abituati a pensare le note secondo altezze e, soprattutto, pensare la melodia come insieme di punti di una linea di note. Un altro esempio di Bergson: diciamo che quando cambia un colore, questo corrisponde ad una variazione di intensità della sensazione, quando in realtà si tratta di una variazione della luce.

Detto ciò, Bergson analizza casi concreti di applicazione della matematica alla psicologia. In particolare rivolge la sua attenzione a Weber e a Fechner. Ernst Heinrich Weber è considerato uno dei padri della psicologia sperimentale. Egli è famoso per la legge di Weber. Se premiamo sull'ago con il dito il dolore aumenta. Perché noi possiamo accorgerci del cambiamento della sensazione, secondo Weber, un'aggiunta di sensazione deve sommarsi alla sensazione precedente. Così Weber individua tre fattori:

E = l'eccitazione per la sensazione (S).

E = la quantità di eccitazione che viene ad aggiungersi.

E/E = k, dove k è una costante.

Bergson spiega che la legge di Weber non ha lo scopo di misurare la sensazione, ma di permetterci di capire quando la sensazione cambierà. Nel caso di Fechner il discorso è diverso, perché Fechner punta proprio all'accrescimento della sensazione. Qui Bergson ricostruisce la trasformazione attuata da Fechner alla legge di Weber. Se prendiamo S come la sensazione, egli dice, ∆S è l'aumento della sensazione. Fechner suppone che questo ∆S sia sempre uguale, cosa che è davvero discutibile. Sapendo che ∆E=f(E), ∆S risulta:

S = C(∆E/f(E))

S e ∆E sono sostituiti da Fechner da dei differenziali (dS e dE), in modo da ottenere la seguente formula:

dS = C(dE/f(E))

Il primo problema che si riscontra nel ragionamento di Fechner è l'idea secondo la quale esistono differenze minime di sensazioni uguali, le quali si sommano alla sensazione già esistente. Queste differenze, sono come delle piccole unità che si aggiungono alla sensazione. Affermare che due sensazioni sono uguali, cosa che potrebbe sembrare vera con la matematica, visto che se due sensazioni corrispondono alla stessa quantità, allora sembreranno identiche, in realtà, dal punto di vista del tempo, è un errore. Infatti se penso che io posso rivivere la stessa sensazione che ho vissuto in passato, questo vuol dire che il tempo non è irreversibile.

Un secondo problema del ragionamento di Fechner è il seguente: definire la qualità in termini quantitativi è come misurare la sensazione di calore con i gradi di temperatura, osserva Bergson. Questo procedimento, ossia quello di usare la temperatura per capire la sensazione del colore, in realtà è una pura convezione. Allo stesso modo può essere una semplice convenzione il tradurre la sensazione cosciente in termini quantitativi, come se fosse misurabile.

Terzo problema: Fechner vede nella sensazione salti bruschi, laddove, invece, esiste un continuo. Il passaggio da S come prima sensazione a S' come sensazione aumentata è un salto quantitativo che presuppone un intervallo, ossia una differenza tra le sue sensazioni. Fechner deve aver pensato che la differenza è uguale a: S' - S. Se noi guardiamo davvero alla nostra sensazione non c'è nessun salto brusco da una sensazione all'altra, piuttosto notiamo un continuo. La quantificazione della sensazione, come ho detto precedentemente, è possibile solo se tutto viene preso in termini spaziali ed estensivi. Questo implica un certo riduzionismo, ma soprattutto l'idea che il tempo, dimensione dove si manifesta l'esperienza, sia spazializzato. Questo punto viene chiarito meglio da Bergson nella seconda parte del libro.



L'idea di durata


All'inizio della seconda parte di il Saggio sui dati immediati della coscienza Bergson torna a parlare di numeri. Il numero è una collezione di unità. L'unità che possiede il numero deriva dalla somma. Infatti 3 = 1 + 1 + 1. Non importa che cosa sia 3, potrebbero essere pavoni, forchette, coltelli o pipistrelli. Il numero è qualcosa che accomuna gli enti in quanto unità di un molteplice. Questo molteplice, tuttavia, nella realtà non è mai unificato in un senso spaziale. Al contrario, se dico che "ci sono tre pavoni nella gabbia", intendo dire che nella gabbia, in luoghi diversi, posso scorgere tre differenti pavoni. Questo fenomeno si dice di giustapposizione. Per esempio quando metto quattro libri uno sopra l'altro e dico di avere una pila di quattro libri. Posso giustapporre solo nello spazio, ma non nella durata. Il tempo non è una semplice giustapposizione di eventi, altrimenti non scorrerebbe mai. Nell'apprendimento dei numeri, nota Bergson, prima partiamo dalla fila di palline e poi arriviamo al numero astratto. In effetti, a meno di non credere che i numeri sono idee innate, dovremmo dire che la nostra idea di "due" dipende dal fatto che siamo abituati a vedere oggetti numericamente uguali a due, come le nostre paia di scarpe, le maniche della giacca o semplicemente il fatto che abbiamo due mani. Noi crediamo, tuttavia, di contare nel tempo e non nello spazio, afferma Bergson, per questo pensiamo il numero come successione temporale. Ciononostante, come ho già detto, basterebbe pensare alla possibilità di concepire due cose nello stesso spazio e vediamo subito che non possiamo farlo. L'impenetrabilità è per Bergson la vera origine del numero.

La tesi fondamentale di Bergson, come ho detto, è che il tempo non è spazio. In molte scienze, o quasi tutte, il tempo è trattato proprio in termini spaziali. Noi stessi siamo abituati a farlo. Ci immaginiamo una linea temporale formata da una sequenza di punti. I punti li definiamo come presenti. Al centro poniamo il nostro presente, prima di esso mettiamo i presenti passati, mentre dopo di esso poniamo i presenti futuri. Questa immagine del tempo, come mostrerò, è del tutto convenzionale. Anche se noi misuriamo il tempo in secondi, minuti, giorni, mesi, anni, non dobbiamo mai dimenticare che questo dipende dal fatto che siamo sulla terra e la terra ruota attorno al Sole. Noi abbiamo pensato questa scansione del tempo in base al moto di rivoluzione della terra intorno al Sole. Tuttavia se abitassimo su un altro pianeta dovremmo molto probabilmente adottare altre convenzioni. A nulla serve dire che il tempo curva, come ha fatto Einstein. Bergson ricordava sempre ad Einstein che il tempo della fisica è pur sempre convenzione e tempo spazializzato, mentre l'unico tempo reale è quello della durata o il tempo della coscienza, il quale non conosce misura.

La durata è un continuo, non è divisibile. Siamo abituati a isolare oggetti nel corso dei nostri vissuti, semplicemente perché la percezione tende ad agire in questo senso: in maniera fotografica. Per questo, ogni volta che si intende dividere il tempo o il movimento si commette un errore. È una concezione spazializzata del tempo che ha portato Zenone di Elea a pensare che il movimento fosse del tutto impossibile. Secondo il famoso esperimento di Zenone, essendo lo spazio divisibile all'infinito, mettendo una tartaruga al confronto con Achille, dando un po' di vantaggio alla tartaruga, Achille non raggiungerà mai la tartaruga. Zenone pone un infinito tra Achille e la tartaruga, infinito che Achille, per quanto veloce, non potrà mai colmare. Bergson, al contrario, sostiene che gli atti nel movimento di Achille non sono affatto divisibili. O si pensa che questi atti sono delle unità, oppure si deve dire che qui il soggetto compie un solo balzo per raggiungere la tartaruga, nel senso che il movimento non è che un continuo. Invece, il movimento è stato spesso concepito come insieme di simultaneità. La simultaneità è il presente, o il fatto che diversi eventi accadono alla stesso tempo. Una simultaneità statica secondo Bergson non esiste affatto, in quanto questa contraddirebbe il tempo, proprio perché è un elemento che non scorre. Il fatto che percepiamo degli eventi come simultanei, secondo Bergson, dipende semplicemente dalla nostra attenzione. In effetti possiamo soffermarci su un particolare o un frammento nei nostri vissuti, oppure osservare gli eventi in maniera più complessiva.

Se il tempo non è spazio, allora il tempo non è una successione di istanti che dipendono l'uno dal precedente. Il tempo, che si voglia rappresentarlo con una linea o meno, è un continuo indivisibile. Il tempo si coglie sempre negli intervalli tra gli istanti, in quei punti che sfuggono alla misurazione. Per questo motivo, se il tempo non è semplicemente un insieme di istanti che si susseguono, non c'è alcuna forma di determinismo causale. È questo il tema centrale della terza parte dell'opera.



La libertà


All'inizio della terza parte Bergson contrappone il meccanicismo al dinamismo. Il dinamismo presuppone l'azione volontaria, mentre il meccanicismo spiega l'universo come luogo governato da leggi meccaniche. Il dinamista, afferma Bergson, scopre fatti che si sottraggono alle leggi. Il meccanicista trova nelle leggi dei fatti. Nel sostenere la libertà umana, osserva Bergson, ci si scontra contro due problemi:

a) L'uomo potrebbe essere determinato psicologicamente da cause interne ad agire in un certo modo.

b) La libertà sembra contraddire la natura della materia.


A proposito del primo punto Bergson distingue una forma di materialismo fisico. Secondo il materialismo fisico tutti i corpi sono composti da particelle in movimento. Ogni cosa che accade è determinata dal fatto che questi corpi agiscono e reagiscono tra loro. Allo stesso modo si può pensare un'insieme di movimenti molecolari nel nostro sistema nervoso.

Questa forma di materialismo, osserva Bergson, presenta un problema principale: non è possibile dimostrare la coincidenza tra i movimenti del cervello e i fenomeni psichici. In generale sappiamo che una certa vibrazione del timpano corrisponde ad una nota di una certa a suoni di una certa gamma. Fin qui, però, abbiamo solo due serie separate: il fisico e lo psicologico. Il problema consiste nel dimostrare che lo psicologico è determinato dal fisico. L'unica prova che viene fornita dai materialisti è l'esistenza dei parallelismi tra il fisico e lo psicologico. Il materialista determinista, afferma Bergson, considererà lo stato psichico come una semplice traduzione di un processo fisico.

Il materialismo fisico riprende dalla meccanica la legge della conservazione dell'energia. Esso non fa altro che generalizzarla ed estenderla a tutto il campo della vita. Questa legge definisce la quantità di energia come una quantità fissa nelle varie trasformazioni del sistema. Questo elemento, ossia la conservazione, è necessario perché si possa prevedere uno stato di un sistema determinato. Inoltre, la legge della conservazione dell'energia stabilisce che tutti i punti di un sistema dovranno prima o poi tornare nella loro posizione originaria. La legge della conservazione dell'energia, notate, era stata usata da Nietzsche come prova scientifica dell'esistenza dell'eterno ritorno. Quella legge, infatti, impone che le cose debbano ritornare prima o poi nello stato iniziale. Bergson obbietta a questa legge la sua non validità all'interno del contesto della vita. Non si è mai visto nel tempo un evento perfettamente identico ad uno passato. L'esistenza cosciente è quella di un continuo divenire.

Se il determinismo fisico si ferma sempre al tentativo di far dipendere due serie parallele (psichico e materiale) l'una dall'altra. L'unica strada ancora aperta è quella del determinismo psicologico. Secondo il determinismo psicologico un evento mentale dipende da un altro evento mentale che lo precede. Spesso si usa, a dimostrazione di questa tesi, l'idea dell'associazionismo. Quando vediamo due cose assieme, dice l'associazionismo, quando pensiamo all'una, tenderemo a pensare all'altra. Noi associamo delle idee, di una natura tale che il presentarsi dell'una comporta il presentarsi dell'altra.

In polemica con il determinismo psicologico Bergson ci offre tre esempi interessanti:

1) Nel primo esempio due uomini hanno interrotto una discussione e decidono di riprenderla, dopo qualche istante si accorgono che entrambi hanno pensato ad un nuovo oggetto di conversazione. I due soggetti prima parlavano di un tema, successivamente, interrotta la discussione, passano ad un altro soggetto. Certamente l'associazionista potrà spiegare il passaggio da un soggetto di discussione all'altro attraverso una serie di idee intermedie che hanno causato l'idea del nuovo soggetto. Tuttavia, osserva Bergson, se chiedessimo ai due di spiegarci dove è avvenuto il cambiamento nella discussione, ecco che i due darebbero risposte diverse, collocando in punti differenti della discussione quell'idea comune.

2) Nel secondo esempio un uomo si alza per chiudere la finestra, ma, una volta che si è alzato, dimentica cosa doveva fare. In questo caso si può pensare che esistano due idee, ma che una sia venuta meno. Quel che non si spiega, dice Bergson, è il fatto che il nostro soggetto non si siede di nuovo, ma pensa, in quanto ha l'idea vaga che doveva fare qualcosa, solo che non ricorda cosa. A partire dal movimento compiuto il soggetto vorrebbe derivare la sua idea o fine. Abbiamo da un lato un rappresentazione del movimento da compiere e dall'altro l'idea di un fine da perseguire. L'associazionista afferma che le due idee sono collegate, ma sostiene che in quel caso viene a mancare l'idea del fine. Tuttavia, sembra che il soggetto ricordi che doveva fare qualcosa e che non lo ha fatto. Secondo Bergson, in questo caso, l'associazionista direbbe che il soggetto associa la sua rappresentazione di movimento con un altro fine, ma sostenere una cosa del genere non ha senso: infatti con un nuovo fine dovrebbe cambiare anche la rappresentazione del movimento da compiere. Bergson suggerisce che a seconda del fine le stesse rappresentazioni di movimento appariranno diverse.

3) Nel terzo esempio un soggetto annusa una rosa e comincia a ricordare eventi del passato. L'associazionista qui dirà certamente che il soggetto associa il profumo della rosa con certi ricordi. È difficile dire, tuttavia, che la rosa è la causa dei miei pensieri. Infatti io sento e ricordo delle cose quando annuso la rosa, ma non è lo stesso per gli altri. In pratica l'associazionista si basa solamente su un elemento oggettivo, ma trascura completamente quelli soggettivi.

Il determinista intende determinare le azioni di un soggetto cercando di comprendere i moventi del soggetto stesso. L'associazionista cercherà di trovare le cause sul piano del puro pensiero. L'errore dei due, secondo Bergson, sta nella concezione del tempo, un tempo pensato come spazializzato.

A questo punto Bergson spiega la differenza tra il determinista e il difensore del libero arbitrio seguendo questo schema. Immaginiamo una retta MO, che nel punto O si apre ad un bivio. Al bivio si aprono due possibilità: la retta OX e la retta OY.

Il determinista pensa il percorso MOX di un soggetto, come qualcosa di già determinato. Il problema del determinista sta nel capire cose ha condotto un soggetto nella sua scelta.

Chi difende l'idea del libero arbitrio si colloca sul punto della scelta per sostenere l'esistenza di una esitazione da parte di un soggetto nella scelta tra due alternative. 

 

Un determinista ragiona in termini di probabilità: più cose sappiamo su un soggetto, più potremmo fare delle predizioni più sicure. Dunque il determinista è convinto se conoscessimo le azioni precedenti di un soggetto, potremmo dire quale sarà la sua mossa successiva. Spinoza sosteneva che un Dio che conoscesse tutte le cause presenti nel mondo, potrebbe predire cosa farà un certo soggetto tra cinque minuti. Bergson propone un esempio analogo: il caso di Pietro e Paolo. Paolo è un filosofo ed è un filosofo che vuol scoprire cosa farà Pietro come prossima azione o mossa. Paolo deve conoscere le azioni di Pietro per sapere cosa farà Pietro. Tuttavia, anche se le conoscesse tutte, non sarebbe sufficiente, egli dovrebbe essere Pietro, vivere tutti quei momenti e arrivare al punto fatidico. Ma dato che questo non è possibile, è molto probabile che se Paolo azzecca l'azione di Pietro è perché la conosce già, perché descrive qualcosa di già accaduto.

Noi pensiamo che sia determinabile l'azione di una persona perché pensiamo: "Io lo conosco, lui ha questo carattere, è fatto così, di solito agisce in questo e quest'altro modo...". Ci sono persone come Kant, che tutte le mattine fanno la stessa passeggiata, che sembrano altamente prevedibili. Tuttavia, osserva Bergson, il carattere, anche se non ce ne accorgiamo, esso cambia continuamente.

I deterministi e i difensori del libero arbitrio propongono due visioni che non portano a nulla. Il determinista dice semplicemente che una volta che l'azione è accaduta è accaduta, si tratta solo di capire perché. Il difensore del libero arbitrio, invece, sostiene che se un'azione non è ancora avvenuta, essa non è ancora avvenuta.

Loro hanno diviso il tempo in punti, si trattava solo di capire se il punto successivo dipende strettamente dal precedente, ossia se un istante è causa di un altro istante.

Problema: è il tempo spazio? Secondo Bergson no. Se il tempo non è spazio non è divisibile, ma se non è divisibile sarà difficile trattarlo come un'insieme di istanti l'uno che dipende dall'altro. Ovviamente il moto dei pianeti è prevedibile, ma non è la stessa cosa per quel che riguarda la vita cosciente di un individuo. Questo perché non si comprende la natura della durata e si continua a trattarla in termini spaziali. Da un lato si pensa il tempo come un insieme di punti, dove i successivi dipendono dai precedenti, dall'altro si crede che le stesse cause producano gli stessi effetti. Certo, dice Bergson, se ci fossero anche solo due cause uguali nel tempo, ma non è così (si possono mica ripetere gli eventi?). Oltretutto, se anche esistessero cause uguali, cosa mi garantisce che se una causa ha prodotto in passato certi effetti, essa continuerà a farlo?

Noi pensiamo che le relazioni causali siano necessarie perché crediamo nell'esistenza di eterne leggi della fisica. Quel che non si capisce è cosa garantisca la necessità e l'universalità di tali leggi. Gli occasionalisti pensavano che fosse Dio il garante. Kant dirà che è la mente umana, ma fondare la causalità sull'uomo perché dovrebbe essere meno problematico di fondarla su Dio?

In conclusione Bergson crede nella libertà. Noi siamo liberi perché i nostri atti hanno carattere di spontaneità e ogni momento è creazione. Siamo liberi proprio perché la durata non è un tempo spazializzato dove gli istanti successivi dipendono dai precedenti. Questa libertà, tuttavia, non può essere definita, essa è rappresentata dallo slancio vitale della vita.


Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.