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sabato 30 gennaio 2016

Analitica trascendentale, p III (critica della ragion pura, Kant)






Kant è un idealista, il problema è capire che tipo di idealismo. Nell'analitica Kant distingue tre forme di idealismo. Un primo idealismo è quello di Cartesio, questo filosofo riteneva i sensi ingannevoli, o comunque una facoltà che non può costituire una conoscenza certa. Cartesio eleva il suo dubbio al livello più alto, prima afferma che la realtà potrebbe essere un sogno, quindi dubita dei sensi, poi afferma che potremmo essere fatti di una ragione tale per cui ci sbagliamo sistematicamente, a questo punto ipotizza che questo potrebbe essere l'effetto del volere di un qualche genio maligno. Se il genio maligno ingannasse qualcuno che non esiste, ingannasse, per così dire, un inganno, si ingannerebbe da solo, ingannandosi di ingannare qualcuno. Non posso ingannarmi sul fatto che sono io ad ingannarmi, tutto ciò che concepisco non posso che concepirlo a partire da me stesso, ogni rappresentazione è una mia rappresentazione ed ogni mio pensiero uguale. Così deve essere dato un Io sono, chiamato Cogito, che è il punto di base, la cosa più certa. Se le cose stanno così, allora tutto il resto esiste solo a partire dal mio Io. Il rischio è cadere nel solipsismo (egoismo ontologico), Cartesio per dimostrare l'esistenza delle cose esterne deve dimostrare prima l'esistenza di Dio. Kant non può essere d'accordo con questa posizione per due motivi sopratutto: i sensi non ingannano, l'io non è la cosa più certa. I sensi non ingannano perché ci mostrano la realtà così come la ricevono, non sono del resto capaci di alcun giudizio. Giudicare lo fa l'intelletto, solo esso esprime giudizi sul sensibile e può sbagliarsi dicendo che il bastone nell'acqua è spezzato. L'io o è inteso come appercezione trascendentale e in quel caso è pura funzione logica, ma non può essere sicuramente derivato a priori, è invece ciò che accompagna ogni nostra rappresentazione, oppure è oggetto del senso interno, in quel caso sarebbe puro fenomeno o meglio una rappresentazione interna che non può costituire un io in sé. Non si da conoscenza dunque di nessun Io sono. Un secondo tipo di idealismo è quello di Berkeley, il quale afferma che si può parlare dell'esistenza delle cose solo nell'attimo presente in cui le osserviamo. Per non cadere nello scetticismo Berkeley garantirà l'esistenza delle cose esterne indipendentemente da noi semplicemente perché non sono altro che sensazioni che vengono da Dio. Il problema di Berkeley è il fatto che non solo le qualità secondarie dipenderebbero dal soggetto, ma anche quelle primarie. Kant però è convinto che di fatto i dati sensibili vengano effettivamente dagli oggetti esterni e che quindi l'unico idealismo accettabile è quello che dice che non possiamo sapere se le cose così come ci appaiono coincidano con come sono davvero. Quindi chiarendo di nuovo i concetti già trovati: possibilità, realtà, necessità, si può dire che non c'è alcuna possibilità in senso analitico e tanto meno questo vale per la realtà o per la necessità. La possibilità in senso analitico sarebbe la semplicemente assenza di contraddizione, mentre la possibilità in senso sintetico dipenderebbe dalle condizioni di possibilità (spazio, tempo, categorie). La realtà di qualcosa dipende dal darsi di una intuizione di quel qualcosa, per questo è presupposta una sensibilità passiva che riceve dei dati immediatamente e non mediatamente. Esiste precisamente nella Critica della ragion pura un ragionamento a favore dell'esistenza delle cose esterne

"Io ho coscienza della mia esistenza come determinata nel tempo. Ogni determinazione temporale presuppone qualcosa di permanente nella percezione. Ma questo che di permanente non può essere qual cosa in me, poiché appunto la mia esistenza nel tempo non può essere determinata se non da questo qualche cosa di permanente. Dunque, la percezione di questo permanente non è possibile se non mediante una cosa fuori di me,  e non mediante la semplice rappresentazione di una cosa fuori di me. Perciò la determinazione della mia esistenza nel tempo non è possibile se non per l'esistenza di cose reali, che io percepisco fuori di me. Ora, la coscienza nel tempo è legata necessariamente con la coscienza della possibilità di questa determinazione temporale; dunque è anche necessariamente legata con l'esistenza delle cose fuori di me, come condizione della determinazione temporale; vale a dire, la coscienza della mia propria esistenza è a un tempo immediata coscienza dell'esistenza di altre cose fuori di me." (Kant, Immanuel, Critica della ragion pura, Laterza, Bari, 2010,p.189-190)

La rivoluzione kantiana può essere considerata anche rivoluzione del possibile, nel senso del mutamento del concetto di possibilità da semplice non contraddizione a qualcosa che sottosta alle condizioni di possibilità prima spiegate. Non si da' nessuna conoscenza se non esistono dei dati sull'oggetto che si vuole conoscere e questa conoscenza che trascende questi dati sarebbe completamente vuota. Per questo motivo le categorie e i concetti puri dell'intelletto non hanno nessuna applicazione trascendentale, ma soltanto un'applicazione empirica. Se le nostre intuizioni sono solo di fenomeni, allora non si possono conoscere le cose in sé o noumeni. Si potrebbero conoscere queste cose in sé solo se si ammettesse un tipo di intuizione diversa da quella sensibile, quindi un'intuizione intellettuale. Non si è dato mai il caso di una intuizione puramente intellettuale. A questo punto Kant si scaglia contro l'ontologia, che vorrebbe sostituire con l'analitica dell'intelletto puro. Non si può dare l'ontologia per Kant semplicemente perché non esiste una conoscenza che possa basarsi su concetti puri e derivare puramente da essi. La cosa interessante è che se si intendesse l'ontologia come la si intende più o meno oggi, ovvero come quella parte della filosofia che si chiede cosa esiste di tutto quello che c'è, allora in Kant esisterebbe una posizione ontologica, questa posizione la si potrebbe derivare dalle sue nozioni di possibile, reale e necessario. Tuttavia si può immaginare che Kant intendesse l'ontologia come la intendevano Wolff e Leibniz. Non si da conoscenza che non parta dai sensi, ma è necessaria una riflessione per capire cosa è sensibile e cosa invece è intellettuale. Qui comincia un discorso contro Leibniz a proposito dei concetti di paragone, i quali Leibniz pensa di poterli derivare in modo puro dall'intelletto. Non basta dire A=A per dare un'identità, noi arriviamo all'identità semplicemente perché constatiamo la permanenza di una sostanza in un oggetto, tenendo sempre presente che Kant non parla mai di sostanza riguardo le cose in sé. Leibniz deriva la differenza o diversità tra due cose dalla semplice proprietà relazionale di una cosa rispetto ad un'altra, dice che per esempio due cose apparentemente identiche sono diverse semplicemente perché una è lì e l'altra là. Tuttavia questo presuppone la nozione dello spazio e non è altro che il risultato della collocazione di diverse intuizioni nello spazio, intuizioni che hanno un senso solo rispetto ad un osservatore che ha di fronte i due oggetti. Leibniz inoltre pensa di derivare il concetto di opposizione dal solo intelletto affermando semplicemente che due cose opposte si annullano (A - B = 0), tuttavia non si può avere conoscenza dell'azione di due cose tra di loro se non empiricamente. Dopo tutto è la stessa esperienza che ci dice che due cose opposte si annullano. Così anche per l'interno e l'esterno, dal momento che Leibniz parte da una concezione come quella della monade, pensa che si possano dare questi concetti in modo puro, senza intuizioni. Non c'è un fuori per Leibniz, c'è solo un dentro e il fuori dipende da un'armonia prestabilita delle monadi. Solo grazie a questo si può dire che tutti noi vediamo lo stesso mondo anche se le monadi non hanno né porte e né finestre. Questo chiaramente richiede come presupposto un certo concetto di Dio, concetto che Kant, escludendo la teologia dalle scienze, non può ammettere in alcun modo. Si può pensare semplicemente che si possa presupporre l'interiore, non derivandolo dall'esperienza, per esempio basandosi sulla relativa indipendenza dell'intelletto rispetto alla sensibilità. Tuttavia è perché vediamo un esterno che possiamo concepire un interno, la conoscenza per Kant parte dalla sensibilità, tutto il resto è vuoto. Leibniz non considera la conoscenza sensibile come una conoscenza affidabile e la giudica oscura, considerando il fatto che l'intelletto è decisamente più affidabile. Kant invece considera semplicemente la sensibilità come l'unica conoscenza possibile che abbiamo, nel senso che senza quei dati non avremmo che un conoscenza vuota o formale. Anche qui le due strade si dividono: per Leibniz la materia precede sempre la forma, per Kant la forma precede la materia come condizione di possibilità, la materia è il dato che se è intuito fa di una cosa, una cosa reale.

Kant costruisce quindi una topica trascendentale che avrà come scopo quello di comprendere quale sia il luogo dei vari concetti. È questa topica che mancava a filosofi come Leibniz e Locke, Leibniz ha intellettualizzato il sensibile e Locke ha sensibilizzato i concetti.

"L'errore, che trae a questi termini nella maniera più manifesta e che può certamente valere di scusa, benché esso non possa essere giustificato, sta in ciò: che l'uso dell'intelletto, contro la sua destinazione, è fatto trascendentale, e gli oggetti, cioè le intuizioni possibili, devono regolarsi secondo i concetti, non i concetti secondo le intuizioni possibili (come quelle su cui soltanto poggia il loro valore oggettivo)." (Kant, Immanuel, Critica della ragion pura, Laterza, Bari, 2010,p.229)

Alla fine dell'analitica Kant presenta quattro concetti di nulla:

1 Nulla come concetto vuoto senza oggetto. (ens rationis)

2 Nulla come oggetto vuoto di un concetto. (nihil privatum)

3 Nulla come intuizione senza oggetto. (ens imaginarium)

4 Nulla come oggetto vuoto senza concetto. (nihil netivum)

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domenica 17 gennaio 2016

Analitica trascendentale, p II (critica della ragion pura, Kant)




Oltre ad una tavola dei giudizi e una tavola delle categorie, Kant presenta anche una tavola dei principi. Questa tavola, come le altre è divisa in 4 grandi classi: assiomi dell'intuizione, anticipazioni delle percezioni, analogie dell'esperienza, postulati del pensiero linguistico in generale.

1 associazioni delle intuizioni:

Ogni intuizione è una quantità estensiva. Ogni fenomeno è una quantità estensiva.

"Chiamo estensione quella quantità, nella quale la rappresentazione delle parti rende possibile la rappresentazione del tutto (e perciò necessariamente la precede)." (Kant, Immanuel, Critica della ragion pura, Laterza, Bari, 2010,p.150)

La quantità estensiva è concetto base della geometria, perché cosa è sempre data in una sua estensione: lunghezza, larghezza, profondità. Tutte le cose in quanto sono estese e limitate sono diverse unità, ognuna collocata in un punto dello spazio.

2 anticipazioni della percezione:

"In tutti i fenomeni il reale che è oggetto della sensazione ha una quantità intensiva, cioè un grado." (Kant, Immanuel, Critica della ragion pura, Laterza, Bari, 2010,p.152)

La sensazione riferita alla quantità intensiva è sempre data dalla materia dell'oggetto, un grado influsso sui sensi. Il grado parte da 0 per arrivare fino a grado n, grado di intensità della sensazione. Si tratta di un passaggio graduale tra coscienza empirica e quella pura. La coscienza empirica si riferisce semplicemente alle varie sensazioni, mentre la coscienza pura si riferisce alle forme pure a priori della sensibilità. Le anticipazioni dell'esperienza sono le forme a priori della sensibilità (spazio e tempo), in quanto rappresentano a priori ciò che poi è dato ai sensi. Spazio e tempo non possono in alcun modo essere derivati dall'esperienza.

3 analogia dell'esperienza

L'esperienza qui è presa come forma di conoscenza empirica. L'analogia concerne all'associazione di diverse percezioni con le altre.

Un primo caso di analogia è quello della permanenza, è il caso di Cartesio quando si chiedeva come si può dire che un certo pezzo di cera nonostante i cambiamenti sia sempre lo stesso pezzo di cera. C'è qualcosa che rimane in ogni cambiamento, questo qualcosa è la sostanza. Perché si diano dei cambiamenti ci deve essere qualcosa che cambia, ma quindi uno stesso si da due volte diversamente. Per cui qualcosa deve rimanere di immutato perché si possa ancora parlare di cambiamenti. La sostanza è in un certo qual modo quel qualcosa che da' unità all'oggetto tale che si può dire che diverse sensazioni rimandano a quell'oggetto ed esso è sempre lo stesso nonostante i cambiamenti. Questa analogia è possibile da un lato perché disponiamo ogni percezione dell'oggetto nel tempo, quindi a partire dalla forma pura a priori del tempo, dall'altro tutto ciò dipende dal fatto che la sostanza non è qualcosa sta là fuori, ma è un concetto puro dell'intelletto. La sostanza è l'oggetto nella sua unità, le varie caratteristiche di questo oggetto si dicono: attributi. L'esistenza della sostanza si dice sussistenza, mentre quella degli attributi si chiama inerenza.

Un secondo caso è quello della causalità. Se si deve spiegare come può qualcosa cambiare, la spiegazione, secondo Kant, non può che venire dalla serie causale, dalla sequenza causa/effetto. La causalità come relazione empirica delle cose, nel senso di una conoscenza a posteriori è impossibile. Non c'è possibilità di derivare empiricamente da una causa il suo effetto, sulla base dei sensi si potrebbe solo dire che di solito le cose vanno in un certo modo, ma nulla ci dice che sia sempre così che devono andare. "Il Sole sorge ogni mattina", anche se questa proposizione non è completamente corretta, questa apparenza che noi vediamo da qui sulla terra, non è detto che dovrà verificarsi sempre. Questo ovviamente dipende dal fatto che l'esperienza non ci da che un insieme di particolari. Il problema quindi deve essere posto in base universale e a priori. In questo senso si può dare una successione temporale a noi solo a partire dal tempo, che per Kant non è altro che un'intuizione pura a priori; a questo va aggiunto il fatto che la causalità è una categoria pura dell'intelletto, la quale determina concettualmente la percezione della successione nei fenomeni.

Un terzo e ultimo caso è quello della simultaneità, questa accade perché alla percezione di qualcosa è seguita la percezione di qualcos'altro. Kant dice:

"Tutte le sostanze in quanto possono essere percepite nello spazio come simultanee, sono tra loro in una azione reciproca universale." (Kant, Immanuel, Critica della ragion pura, Laterza, Bari, 2010,p.179)

Questi tre esempi sono tre modi dei fenomeni nel tempo: il primo concerne la durata dei fenomeni, il secondo la loro successione in serie, il terzo la simultaneità.

4 postulati del pensiero empirico in generale

Ci sono tre postulati del pensiero: la possibilità, la realtà e la necessità. Qui Kant si fa davvero innovativo. Per possibilità non intende semplicemente la non contraddizione, questo è un concetto da semplici inesperti nella materia. La possibilità di una cosa è data a partire dalle condizioni di possibilità di questo qualcosa, se questo qualcosa sta sotto queste condizioni, allora è possibile, altrimenti è impossibile. Le condizioni di possibilità di qualcosa sono le intuizioni a priori della sensibilità e i principi puri dell'intelletto, quindi le categorie. Per esempio qualcosa che va al di là dei confini del tempo, o qualcosa di infinito, sono del tutto impossibili, perché già non starebbero sotto le condizioni di possibilità della sensibilità che sono spazio e tempo. In seguito una cosa si può dire reale se corrisponde ad una qualche intuizione, per cui si può dire che gli esseri razionali non terrestri (alieni) siano possibili, ma non reali o almeno non prima che qualcuno possa averne percezione diretta. Mentre necessario indica ciò che è determinato secondo le condizioni universali dell'esperienza. Le condizioni di possibilità ci dicono cosa è possibile, se poi ne abbiamo intuizione questo è anche reale, tuttavia un mero particolare non è necessario, ma se qualcosa sta sotto le condizioni universali a propri allora è necessario.

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Analitica trascendentale, p I (critica della ragion pura, Kant)








Abbiamo visto nell'analitica la facoltà della sensibilità con le sue condizioni a priori. La facoltà della sensibilità ci da intuizioni che non sono altro che  i dati che vengono dagli oggetti esterni e quindi producono delle modificazioni nei nostri sensi. Noi conosciamo il mondo solo come insieme di fenomeni, non conosciamo il mondo, ma solo i fenomeni in esso. Questi fenomeni sono le cose così come ci appaiono. Quelle sensazioni che noi abbiamo provengono dai 5 sensi, ma non costituiscono ancora una vera percezione, in quanto dovranno essere unificate successivamente dalla sintesi dell'immaginazione. Queste intuizioni possono essere pure o empiriche, nel primo caso si parla delle condizioni a priori della sensibilità: spazio e tempo, che sono pure intuizioni vuote; nel secondo caso di parla di intuizioni che si riferiscono davvero a dati empirici. Adesso parlando dell'analitica si affronterà la questione dell'intelletto. L'intelletto ha per oggetto i concetti, ma anche i concetti possono essere puri, in qual caso si parla delle categorie dell'intelletto, oppure possono essere empirici. I concetti puri sono vuoti, come è vero che i concetti senza intuizioni sono vuoti, questo li rende diversi dai concetti empirici che concetti con intuizioni. Ma le intuizioni senza i concetti sono cieche e questo vuol dire non solo che dopo tutto Kant da ragione sia al razionalismo e che all'empirismo, dicendo che la conoscenza comincia con l'esperienza, ma non finisce con questa, vuol dire anche che non si da conoscenza che non sia quella che si riferisce all'esperienza. In questo senso, oltre a far cadere ogni forma di conoscenza che non si basi sull'esperienza come la metafisica, sta dicendo che quelle che categorie o concetti vuoti, di cui parlerò meglio più avanti, non hanno altra applicazione che non sia quella alle intuizioni, in quanto la sostanza o si riferisce ad un oggetto che abbiamo visto, come quel qualcosa che permane di quell'oggetto nonostante i suoi mutamenti, o non è nulla e vi sono altre sostanze oltre a questa. L'Analitica è preceduta da una Logica trascendentale, la logica non è unica, ne esistono di vario tipo: c'è una logica generale, una logica applicata e poi c'è la dialettica. La logica generale è puramente formale, la logica applicata è psicologica, la dialettica, per cui Kant a poca considerazione, non sarebbe altro che vuol ragionare vuoto dei sofisti che però pretenderebbe di avere un qualche contenuto. Secondo Kant la logica non ha fatto nessun passo avanti dai tempi di Aristotele a lui, essa è sempre la stessa invariata. La logica di Aristotele, che è quella classica, ha tre principi: A=A (principio dell'identità), A v ~ A (principio del terzo escluso), ~(A & ~A) (principio di non contraddizione). I giudizi sono pensati come soggetti a cui viene predicato qualcosa, questi poi dovrebbero, se corrispondono a fatti, se cioè, sono veri, corrispondere a sostanze con determinati accidenti (per dirla alla Tarski il gatto è bianco ↔il gatto è bianco). Nell'esempio: il gatto è bianco, il soggetto è il gatto e il predicato è la qualità bianco, ma mentre Aristotele è convinto che questo può essere vero semplicemente perché effettivamente esiste una sostanza gatto che ha un accidente che è la bianchezza, il discorso di Kant non differisce tantissimo se non che il gatto è determinato come sostante in quanto questa è una delle categorie che vedremo far parte dell'intelletto e la bianchezza rientrerebbe sotto la voce: qualità. Questo perché il fenomeno è anche determinato concettualmente dall'intelletto, ma a ciò ci arriveremo per gradi. In primo luogo per Kant esistono varie forme di giudizio: giudizi categorici e giudizi sintetici; giudizi a priori e giudizi a posteriori. A questo punto ci saranno giudizi categorici a priori, giudizi sintetici a priori e giudizi sintetici a posteriori. Il giudizio categorico è tale per cui nel soggetto è già contenuto il predicato, per esempio quando si dice che il triangolo ha tre lati, o che la molecola d'acqua sia H2O. Questo tipo di giudizio non ci dice nulla di nuovo sul soggetto, quindi ha carattere tautologico, infatti questi due giudizi possono essere anche scritti: quell'ente con tre lati ha tre lati, la molecola H2O è H2O, dopo tutto, tutto questo è vero per definizione e il secondo elemento non aggiunge niente al primo. Per questo motivo, dal momento che i giudizi categorici hanno questa caratteristica, si deduce che non possono esistere giudizi categorici a posteriori, ma solo a priori. I giudizi sintetici invece hanno la caratteristica di costituire veramente una nuova conoscenza, per esempio: 2 + 5 = 7. Quest'ultimo giudizio non duce nulla su un dato soggetto, non si può derivare dal 2 il 5. Il punto per Kant è che esiste una netta differenza tra "Socrate corre" e "la terra ruota attorno al sole", in quanto il primo giudizio è sintetico come il secondo, ma è a posteriori perché non possiamo sapere della sua verità se non qualora dovessimo vedere Socrate correre e questi giudizi sintetici a posteriori non hanno validità universale e necessaria perché infatti Socrate può smettere di correre quando vuole, così come fenomeno non dedotto a priori può cessare in qualsiasi momento. "Socrate corre tutte le mattine, quindi correrà anche questa mattina" si basa semplicemente su una deduzione derivata dall'abitudine, per questo è una deduzione molto debole. Mentre "Socrate corre tutte le mattine", nonostante l'apparenza non ha nulla di universale e necessario, "la terra ruota attorno al sole" invece è un giudizio sintetico a priori, quindi universale e necessario, in quanto è dato come verità da una deduzione pura a partire dalle categorie dell'intelletto.

Esistono per Kant delle tavole vere e proprie del giudizio che classificano le varie forme di giudizio. Queste tavole sono le seguenti:

Quantità: universali, particolari, singolari.

Qualità: affermativi, negativi, infinitivi.

Relazione: categorici, ipotetici, disgiuntivi.

Modalità: problematici, assertori, apodittici.

Queste tavole determinano i giudizi secondo il loro tipo, ad esempio: un giudizio affermativo può essere: "il delfino è un mammifero", uno negativo: "A Matteo non piace il rosso", uno universale: "Tutti gli uomini vengono dalle scimmie", uno ipotetico: "se farai tanto sport, migliorerai il tuo fisico". I generale non è difficile capire il senso di queste forme di giudizio, tranne per una che è quella degli "infinitivi", in cui Kant precisa che dire "l'anima è non mortale" non è lo stesso di dire che "l'anima è immortale", il primo giudizio è detto infinitivo, perché due negazioni non affermano per Kant, anche perché dire che  non si da non X, non significa semplicemente che si da X, per questo il primo giudizio è nettamente diverso dal secondo che è affermativo. Se i giudizi sono ora classificati, sappiamo che un giudizio genericamente è dato da un soggetto e un predicato, qualcosa viene predicata ad un dato soggetto. Devono quindi venire le tavole delle categorie ora. Le categorie  si riferiscono a quel qualcosa che viene predicato al soggetto, per questo diciamo che ognuno dei predicati ricade sempre sotto una categoria, tranne per quanto riguarda la categoria della sostanza che si riferisce direttamente al soggetto del giudizio. Le tavole delle categorie sono queste:

Quantità: unità, pluralità, totale.

Qualità: realtà, negazione, limitazione.

Relazione: inerenza/sussistenza, causalità/dipendenza, reciprocità.

Modalità: possibilità/impossibilità, esistenza/inesistenza, necessità/contingenza.

Ci quattro classi, sotto ogni classe stanno tre categorie. Queste categorie sono concetti puri dell'intelletto alla base della determinazione concettuale del materiale empirico. Prima che avvenga questa determinazione, le varie sensazioni devono aver già subito un processo di sintesi, di unificazione da parte della stessa immaginazione. Questo fatto evidenzia alcune cose strettamente importanti, ovvero non solo il fatto che si deve presupporre questa operazione perché i sensi da soli non basterebbero, ma anche il fatto che questa unità, che poi la troviamo tre le categorie, non è qualcosa che si possa dare prima di questa sintesi. Questo banale fatto ci fa pensare e ci porta a dire che l'unità del fenomeno non esiste prima dell'operazione della sintesi e per questo l'unità dell'oggetto non esiste prima che sia essa stessa costruita dalla sintesi. Della  cosa in sé non si può dire che abbia unità. Le categorie determinano solo successivamente il materiale empirico che è diventato percezione. Queste categorie non hanno nessuna derivazione empirica, esse non possono essere in alcun modo dedotte da ciò di cui noi facciamo esperienza. Infatti già qualcuno aveva tentato questa strada: John Locke, ma secondo Kant è caduto nella fantasticheria e l'altro empirista, quello scozzese: David Hume, era giunto allo scetticismo dichiarando l'impossibilità di derivare a posteriori questi concetti puri o categorie. Kant sostiene che si possono dare semplicemente a priori questi concetti come condizioni di possibilità dei concetti. Chiaramente in questo momento facciamo riferimento non più alla sensibilità, ma all'intelletto. Questa determinazione concettuale, però, ci da solo un molteplice di rappresentazioni, questo molteplice richiede per necessità un ulteriore unità, questa unità sarà l'appercezione trascendentale. Si intende con questo termine una specie di autocoscienza che viene definita con il termine: Io sono, che accompagna ogni rappresentazione. Se non vi fosse questa unità ultima non vi sarebbe che un molteplice di rappresentazioni confuso senza un'unità soggetto a cui si riferiscono, non sarebbero rappresentazioni di nessuno in un certo qual senso. L'Io penso è quindi non qualcosa come un soggetto in sé, ma piuttosto un soggetto fenomenico. Si può dire che l'io penso sia quell'unità soggettiva che più che essere reale, è semplicemente funzione logica, quell'io=io a cui non si può dare contenuto. Tuttavia l'unità, che sia quella dell'io penso o di altro genere, è essenziale in tutto il processo conoscitivo, il quale non è altro che un processo di riduzione del molteplice ad unità. La percezione è l'unità di tante sensazioni, il concetto mette assieme differenti predicati, così come molti accidenti appartengono ad una sola sostanza e le varie rappresentazioni sono riportate ad una sola coscienza. Nel discorso di Kant però sembra che questa unità e il processo di unificazione in realtà sia l'essenziale della conoscenza, così concetti e fenomeni hanno unità, ma non si può dire lo stesso delle cose in sé di cui non si sa nulla. Per questo motivo l'unità si da solo dopo una serie di processi di conoscenza. Il senso esterno ci da le intuizioni come collocate nello spazio secondo le tre dimensioni: altezza, lunghezza e profondità, a queste dimensioni deve essere aggiunta una quarta che è quella del tempo, la quale compete al senso interno. Prima percepiamo delle cose, collocandole nello spazio e poi tutto viene disposto in una sequenza lineare, secondo la linea del tempo e quindi secondo la successione temporale. Il tempo o meglio il senso interno concerne le determinazioni dell'esistenza di ognuno. Ciò che viviamo come esperienza esterna, cose che vediamo, sentiamo coi sensi e ciò percepiamo come sensazioni interne, vitali, tutto viene disposto in una successione secondo la forma del tempo e dal senso interno. L'uomo al di là dell'immaginazione  e della sensibilità possiede tre facoltà: ragione, intelletto e giudizio. Il giudizio non è facoltà di conoscere le regole, quanto piuttosto quella di applicarle. Il giudizio, almeno per quello che si intende nella Critica della ragion pura, è quella facoltà di applicare l'universale al particolare. Non è qualcosa che può essere insegnato o appreso, si può solo sviluppare da sé. Il problema del giudizio nasce quando dobbiamo applicare il concetto al caso specifico o quando dobbiamo applicare la regola al particolare. In questo caso si pone il problema del passaggio dall'universale al particolare e questo passaggio Kant lo risolve in questo modo: ci deve essere qualcosa di mediano tra il particolare e l'universale. questa cosa è la rappresentazione pura che deriva da quello che Kant chiama: lo schematismo trascendentale. L'esperienza richiede sia il concetto che la sensazione, ma nell'esperienza non facciamo altro che applicare concetti alle nostre percezioni, possiamo dire: " il tavolo è rettangolare", "ci sono quattro specchi in bagno", "quest'auto è sporca". Perché si possa dare il passaggio da un universale concetto ad una particolare percezione, per esempio quando dico che "il piatto è rotondo", in quel caso una rappresentazione del cerchio uso per pensare la rotondità del cerchio. I concetti non sono chiaramente immagini, ma le rappresentazioni sì e solo attraverso queste si pensano le cose, come sarebbe difficile dire che quando pensiamo "il pappagallo è verde", non ci raffiguriamo il verde come immagine. Lo schema trascendentale serve perché si possa dare giudizio, questo giudizio è declinabile secondo le tavole che molto prima avevo mostrato e secondo i tipi che avevo detto: analitico, sintetico. Un giudizio analitico è tale per cui il predicato è già contenuto nel concetto, questo vuol dire che in ogni caso che si da un determinata cosa essa ha quel predicato (∀x (Ax →Bx)). Nel caso del giudizio sintetico quel qualcosa che si predica vale per quel caso particolare, per cui si dice che x è y e non che ogni x è y.

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