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sabato 23 giugno 2018

Politica Aristotele libro VII





Per capire quale sia la costituzione migliore Aristotele ci dice che dobbiamo apprendere quale sia il modo migliore di vivere. Per capire quale sia la vita migliore Aristotele divide tutti i beni dell'uomo in tre parti:

1 i beni esterni

2 i beni del corpo

3 i beni dell'anima

L'uomo beato, afferma Aristotele, li possiede tutti e tre. Il beato vive secondo virtù, è coraggioso e non è sottomesso alle necessità del corpo. Possedere i beni esterni va bene, ma un eccesso di essi è necessariamente dannoso o inutile. Per quanto riguarda i beni dell'anima le cose stanno assai diversamente, in quanto più li si possiedono, meglio è. L'uomo merità tanta felicità per quanta virtù ha e l'anima rispetto a tutti gli altri beni è da preferire, perché l'anima riveste un ruolo centrale. Essa non deve essere mai sottomessa al corpo e non si deve mai preferire a lei ai beni esterni. La fortuna non è infatti la stessa cosa della felicità e Aristotele solitamente fa coincidere la felicità con la virtù. 

Migliore è quella città che è meglio disposta, ma non può essere ben disposto chi non fa del bene. Questo significa che è ben disposto solo chi vive secondo virtù, vale per l'individuo, ma anche per la città stessa. La felicità dei due è dello stesso tipo: se il migliore individuo è quello più virtuoso, la migliore città è quella più felice.  Da questo fatto Aristotele deduce due problemi: se sia meglio per il singolo partecipare alla vita politica; quale sia nello specifico la migliore costituzione per una città. Aristotele si concentra sul secondo problema, perché è quel problema che riguarda da vicino la questione politica e comincia a dire che la costituzione migliore è quella che permette a ciascuno di vivere beatamente. A questo punto Aristotele prende in considerazione molte cose, tra cui se sia meglio vivere una vita dedita alla contemplazione o vivere una vita rivolta ad attività pratiche, se sia meglio vivere sotto la tirannia e il dispotismo o meno, per quale scopo sono nate le leggi. Aristotele considera l'opinione di alcuni che credono che le leggi siano nate con lo scopo della sottomissione e considera tutti quei popoli che hanno leggi il cui unico scopo sembra di natura militare. Aristotele afferma che lo scopo del politico non consiste nella sottomissione del prossimo, dunque scredita quella nozione di legge, appena da me menzionata. Mentre il pilota e il medico devono fare uso dell'arte del dominio, non è lo scopo del politico quello del dominare. Aristotele ammette una forma di dominio sugli schiavi soli, ma si oppone ad ogni forma di dispotismo in quanto tale. 

Sebbene non sia bello dare ordini agli schiavi, né sia nobile ferne uso, osserva Aristotele, questo non significa che ogni forma di autorità sia da disprezzare. In realtà esiste una forma di autorità che viene esercitata dal padrone verso lo schiavo, ma vi è anche un'altra forma di autorità che è esercitata dal politico verso i suoi cittadini, in qualità di uomini liberi. Alcuni pensano che il dominio sia preferibile perché ci dà più potere sugli altri e dunque dovremmo sottrarlo agli altri. Tuttavia, sostiene Aristotele, creare relazioni basate sulla disuguaglianza tra simili è contro natura e dunque non può essere bello. Visto che, se un uomo è virtuoso, è meglio imitare i suoi atti, allora è meglio la vita pratica per la città, piuttosto che la vita teoretica. La felicità, in fondo, dipende dalla virtù e la virtù da un certo modo agire.  Nessuna città, neanche quelle più isolate, può veramente permettersi di rinunciare ad agire. 


Per avere una buona città, dovono esserci delle proporzioni. Bisogna capire il numero di cittadini necessario e la regione dove far nascere la città. Dunque bisogna trovare il numero giusto di cittadini e il giusto terreno per la città. Deve esistere anche una proporzione tra le classi e i lavori: non possono esserci troppi opliti o troppi agricoltori. La città non deve essere troppo popolosa. Il miglior limite per la città è il maggior numero di abitanti compatabile con una vita autosufficente. Anche il territorio deve essere abbastanza grande perché sia autosufficiente e deve essere di una natura tale che tutti possano vivere senza occupazione.  Se il terreno lo si può cogliere d'un colpo d'occhio, lo si può anche difendere. Anche la vicinanza rispetto al mare è un fattore da prendere in considerazione. Se non fosse per gli effetti negativi del commercio, la vicinanza rispetto al mare potrebbe essere vantaggiosa. La città potrebbe importanre prodotti che mancano ed esportare quelli in eccesso, ma nel commercio si genera il vizio della brama del guadagno e del denaro. Inoltre è altrettanto importante avere una buona flotta per difendersi dal nemico.

All'interno della città ogni cittadini ha una sua mansione da svolgere, a seconda del suo compito. Sono molteplici i compiti della città e questi sono tutti riassunti da Aristotele in questo elenco:

- cibo 

- arti 

- armi

- denaro 

- culto divino

- giudizio sui diritti

Ogni compito va diviso in parti uguali e deve esere svolto da una figura specifica e dunque la società sarà divisa in contadini, commercianti, guerrieri, sacerdoti e giudici. Detto ciò: chi deve svolgere una certa attività nello specifico? questo dipende dalla costituzione del singolo, dalla sua età e da molti altri fattori. È meglio che i guerrieri siano giovani e forti, mentre il sacerdote che sia vecchio, di modo che possa avere riposo. La proprietà non deve essere comune, ma le mense possono esserlo. Tutti devono pagare per le mense comuni e per il culto. 

Inoltre Aristotele indica precisamente come va diviso il territorio. Il territorio va diviso in due: una parte pubblica e una privata. La parte pubblica va divisa tra le mense e il culto. La parte privata deve essere divisa ponendo una ai confini e l'altra al centro, di modo che ognuno abbiamo una parte di ciascuna delle due. 

Per decidere dove allocare la città biosgna seguire alcune condizioni:

1 Il sito deve essere salubre.

2 Devono essere favorevoli le condizioni per la guerra. 

3 Il territorio deve permettere al popolo di fuggire e deve rendere la vita dura ai nemici che attaccano. 

4 Biosnga che ci siano in abbondanza corsi d'acqua. Le fortificazioni devono essere diverse per costituzione: una cittadella per il regime oligarchico e quello marchico, una pianura per la democrazie e una serie di posti di fortificazioni per l'aristocrazia. 

È importante, comunque, avere delle mura, perché, altrimenti, è come lasciare campo aperto al nemico. Delle mura poi biosgna farne attivamente uso e prendersene cura.

La cosa imporante per una buona città è capire lo scopo e trovare i mezzi per esso. Tutti vogliono vivere bene, questo è solo scopo. Lo scopo della ricerca della migliore costituzione, ossia quella nella quale l'uomo può vivere meglio. il vivere meglio per l'uomo sta nel suo essere felice.

Molti credono che la felicità dipenda dai beni esterni, ma sarebbe come dire che la cetra suona bene semplicemente perché è una buona cetra e non per la bravura del suonatore. Inoltre l'andamento della città non dipende dalla sorte, ma dalla scienza del governare. Perché una città sia buona devono esserlo tutti i suoi cittadini e ci sono tre modi perché lo siano: la natura, l'abitudine e la ragione. L'uomo, l'unico dotato di ragione, spesso agisce contro le abitudini e contro la natura. Chi comanda non è un giovane, il giovane obbedisce. Tuttavia, anche il giovane, dal momento che crescerà, un giorno dovrà anche lui comandare. Il legislatore deve dunque studiare come rendere buono un uomo, perché la virtù è dell'uomo migliore e chi comanda deve essere un uomo migliore.

L'anima  viene divisa in due da Aristotele, come si è sempre fatto in filosofia, ossia dicendo che una parte dell'anima è razionale, mentre l'altra non lo è. La prima, chiaramente, deve dominare la seconda e questo è esattamente quello che accade nell'uomo veramente virtuoso. La ragione, a sua volta, come farà anche Kant, sarà divisa da Aristotele in teoretica e in pratica. Allo stesso modo nella vita esistono altrettante distinzioni come quella tra la pace e la guerra o quella tra l'ozio e il lavoro. La guerra deve avere come fine la pace e il lavoro come fine l'ozio. Aristotele sostiene, infatti, che solo con il lavoro ci conquistiamo veramente il tempo libero.

Nell'ultima parte del libro Aristotele discute dei matrimoni e dei figli. Egli afferma che bisogna che i matrimoni siano combinati e che le persone sposate abbiamo delle età precise. Airsotele deduce che se un uomo può procreare fino all'età di settanta anni e la donna fino all'età di cinquanta, allora un uomo di tranta sette anni deve sposare una donna di diciotto. Inoltre deve essere stabilità un'età a partire dalla quale gli uomini e le donne possono procreare. Ogni famiglia ha diritto ad avere dei figli, ma questi figli nel complesso non devono superare un certo numero, perché non è conveniente che la città sia troppo popolosa. Inoltre i figli vanno educati in un certo modo: bisogna che essi acquisiscano certe abitudini e che nella prima età facciano molti esercizi fisici.


sabato 3 febbraio 2018

L'avvenire della filosofia è nell'informatica








Negli ultimi anni nella filosofia sono aumentati i campi di studio (neuroscienze, biologia, fisica, mondo sociale, ecc.). Uno degli ambiti più interessanti è l'informatica. Questo ambito aprirebbe sbocchi molto significativi in filosofia non solo nel settore della ricerca, ma anche e soprattutto in quello della tecnologia. In questo breve testo ho intenzione di incominciare a individuare tutti gli ambiti possibili dell'informatica in cui la filosofia potrebbe inserirsi. Del resto, come spiegherò più avanti, è l'informatica stessa ad essersi già interessata di filosofia in tempi recenti. Quando avevo seguito il corso di informatica ricordo che il professore, sapendo che aveva di fronte un pubblico di studenti di filosofia, aveva tentato di avvicinarsi alle nostre tematiche e lo aveva fatto incominciando a parlare di temi di etica in ambito informatico. In effetti se si dovesse pensare un collegamento tra la filosofia e l'informatica la prima cosa che verrebbe in mente è l'etica. Gli esempi di casi che coinvolgono l'etica nell'informatica sono moltissimi: il famosissimo caso Snowden; i video di violenze che girano sui social network; i problemi di privacy rispetto ai dati; il problema della tutela della proprietà intellettuale nel mondo digitale (temi di informatica giuridica e filosofia del diritto). In filosofia ci sono molte teorie sull'etica, il materiale non manca. A dire il vero esiste anche una branca dell'etica che si occupa proprio di temi informatici. Il creatore di questa branca è un filosofo italiano che è andato ad insegnare in Inghilterra, il suo nome è Luciano Floridi. Tuttavia quella dell'etica è solo una delle tante branche della filosofia che è applicabile all'informatica, ce ne sono molte altre: ontologia, epistemologia, estetica, filosofia del diritto, ecc.

Il destino della filosofia ha incrociato abbastanza spesso quello dell'informatica. In passato ho sostenuto che la filosofia è matematica. Il modo più semplice per sostenere una tesi del genere è farlo a partire dalla logica. Lo stesso Aristotele conferma la mia tesi in un passaggio della Metafisica quando scrive:

«Il filosofo è come quello che di solito si chiama matematico, e la matematica ha parti, perché in essa c'è una scienza prima, una seconda, e altre successive.» (Aristotele, Metafisica, Utet, Torino, 2005, p.266)

Non è un caso che cito Aristotele! Aristotele è il vero filosofo dell'informatica. Spero che in questo testo riuscirò a convincervene. Nella rivista americana The Atlantic è comparso un articolo dal titolo How Aristotle created the computer. Secondo l'articolo la creazione del computer va pensata come una storia delle idee che vengono dal campo della logica. La logica matematica è stata sviluppata più recentemente da Boole e Frege, ma il vero padre della logica rimane sempre Aristotele. Mentre la logica aristotelica compie i primi passi verso la formalizzazione, ma rimane sempre sul piano della metafisica, la logica booleana è il primo modello vero di logica matematica. L'articolo sottolinea il fatto che nello spiegare la storia della nascita del computer si fanno molti elogi a Shannon e a Turing, ossia a chi materialmente ha ideato il computer, ma spesso ci si dimentica della storia della logica nella filosofia che ha dato un altrettanto importante contributo alla creazione del computer. In realtà Alan Turing è soprattutto un logico, un logico che, assieme ad Alonzo Curch, ha dimostrato l'indecidibilità della logica predicativa, ossia di quella logica formale che era stata inventata proprio dal filosofo Frege. Frege aveva realizzato il sogno di Leibniz del linguaggio universale per tutte le scienze e soprattutto era il primo ad aver formalizzato i quantificatori. Chi ha scoperto i quantificatori? Aristotele li ha scoperti. Aristotele è famoso per il suo sillogismo, un algoritmo che permette di passare dal generale al particolare. Esempio classico: tutti gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; Socrate è mortale. L'articolo riflette molto sull'influenza che ha avuto Aristotele sul matematico Boole. Boole in Laws of Thought ha formalizzato l'enunciato generale di Aristotele in questo modo: tutto ciò che è dell'insieme x (uomo) è anche dell'insieme y (mortale). Questo si scrive secondo Boole nel seguente modo: x = x * y. Claude Shannon usò la logica di Boole per creare circuiti elettrici. Questo fu anche il tema della sua tesi, tesi che si intitola Un'analisi simbolica dei relè e dei circuiti. Le tecnologie di Shannon, come spiegano nell'articolo, ora sono tecnologie che troviamo ovunque in informatica, anche in un moderno iPhone della Apple. Per capire come è veramente nato il computer, tuttavia, bisogna rivolgersi piuttosto ad Alan Turing e alla sua grande scoperta: l'indecidibilità della logica predicativa. Si dice decidibile un linguaggio della logica quando è possibile dire per ogni formula se questa formula è valida oppure no. La validità è espressa nella logica nei termini della conseguenza logica e una formula è conseguenza logica di un insieme di formule in logica se e solo se è impossibile che ciò che soddisfa tutte le formule dell'insieme non soddisfi anche quella formula. Quello che ha provato Turing è che non c'è un metodo per dimostrare che un dato argomento è valido, ossia che una certa formula è soddisfatta se e solo se appartiene ad un dato insieme di formule logiche. Il problema parte da un quesito di David Hilbert ed è noto come Entscheidungproblem (problema della decisione). Hilbert lo aveva pensato per la matematica, ossia si chiedeva se esistesse un algoritmo per dimostrare che un certo enunciato della matematica è vero oppure che è falso. La così detta macchina di Turing è stata pensata prima di tutto per risolvere un problema di questo tipo. Nell'articolo si dice che Alan Turing è stato il primo a pensare che motori, programmi e dati potessero lavorare assieme. Il primo computer che sfrutta il modello di Turing è l'ACE (Automatic Computing Engine). In sintesi l'articolo sostiene lo statuto di filosofo dell'informatica di Aristotele a partire dagli studi di Aristotele sulla logica. Come ho detto, del resto, il computer funziona anche grazie ad una tecnologia ispirata alla logica matematica, una tecnologia filosofica. Si noti, inoltre, come nella programmazione di fatto si fa molto uso della logica classica e del successo che ha avuto una teoria filosofica, come la teoria dei tipi di Bertrand Russell, all'interno della programmazione informatica.

Il legame tra la logica e l'informatica è molto stretto, ma non credo che l'uso di Aristotele in informatica finisca qui. Ho detto che oggi gli informatici sono molto interessati alla filosofia e questo riguarda soprattutto l'ontologia informatica. Si potrebbe pensare che l'ontologia informatica, dato che l'ontologia è una branca della filosofia, sia una branca della filosofia. In realtà è come un regno di mezzo che congiunge le due materie, dato che gli informatici stessi si interessano del tema. L'ontologia, per come la usano gli informatici, consiste in un gigantesco catalogo di ogni cosa. Spesso è usata per settori come il web o le banche dati. Il problema si capisce molto bene con un esempio di questo tipo: la divisione in cartelle e la distribuzione dei file. Prendo una cartella e la chiamo pdf, supponendo di metterci dentro tutti i libri con quella estensione. Pdf funziona come fosse un genere assoluto, genere sotto il quale ricadono tutte le tipologie di libri che metto nella cartella. Poi nella cartella apro altre cartelle scrivendo i nomi delle specie dei libri: filosofia, informatica, letteratura, storia, fisica, ecc. Nelle singole cartelle metterò altre cartelle con i nomi di autori, per esempio sotto filosofia posso mettere le cartelle: Gottlob Frege, Henri Bergson, Bertrand Russell, Jaques Derrida, ecc. In ogni cartella metto i libri che possiedo relativamente ad ogni autore. Con questo lavoro ho fatto una completa classificazione di tutti i miei file. Questo è quello che intendono gli informatici per ontologia. Chiaramente l'informatico non lo usa tanto per le cartelle, ma per le banche dati piuttosto o altro ancora. Questa accezione del termine ontologia, che non è l'unica, è stata creata dai filosofi. È un grande vecchio sogno dei filosofi quello di trovare un modo per classificare tutto ciò che esiste. Uno dei primi a farlo è stato proprio Aristotele nella sua Metafisica. Questa accezione di ontologia è riscontrabile nel metodo aristotelico della dialettica. Aristotele distingueva il genere dalla specie. Pdf è sicuramente il genere che accomuna tutti i file che hanno quella estensione. Dal momento che non tutti i file pdf sono identici, ve ne devono essere di molteplici specie. Allo stesso modo Aristotele diceva che l'animale è il genere che è comune sia all'uomo che al procione, solamente che il procione non è un animale razionale, ossia non appartiene alla stessa specie dell'uomo. Il problema consiste nel trovare i generi sommi e poi cominciare una divisione. I generi sommi secondo Aristotele sono le categorie. In generale Aristotele usava un metodo di divisione che segue la logica della non contraddizione. Per esempio il genere animale si divide in animali razionali e animali non razionali. Questo permette di generare un albero nel quale non ci sono rombi, ossia non ci sono elementi o sottospecie che ricadano contemporaneamente sotto categorie opposte. Questo problema della classificazione ha continuato a tormentare i filosofi anche dopo Aristotele fino a filosofi come John Wilkins e Roderick Chisholm. È degno di nota il fatto che gli informatici abbiano costruito un linguaggio di programmazione specifico proprio per l'ontologia, il linguaggio si chiama OWL (web ontology language).

Le meraviglie del pensiero di Aristotele non finiscono qua: la logica aristotelica esprime la prima forma di ragionamento deduttivo. È su questa forma di ragionamento che si basa l'intelligenza artificiale. Il computer è programmato per seguire determinate regole (generale) e quando si presenta un caso (particolare) che ricade sotto quella regola, la regola viene applicata. La filosofia è una grande scommessa sulla ragione e su come la razionalità giochi un ruolo essenziale nell'emancipazione dell'uomo e nel progresso. Con l'evolversi dell'informatica le macchine sono diventate sempre più complesse fino ai moderni robot. Il computer è nato come un calcolatore, perciò sorge una domanda spontanea: i computer e i robot hanno la ragione o almeno un modello un modello di razionalità strumentale? Il computer Deep Blue della IBM ha battuto il campione mondiale di scacchi, che conseguenze dobbiamo trarre da questo? che è stato più intelligente? Lo studio della robotica e dell'intelligenza artificiale è oramai entrato da parecchi anni nel dominio della filosofia. Inizialmente soltanto i filosofi analitici si interessavano del tema, ora anche alcuni continentali cominciano scrivere su questi argomenti. Nella filosofia analitica gli autori più interessanti sono Hilary Putnam, John Searle e Hubert Dreyfus. Putnam ha scritto in Mente, linguaggio e realtà alcuni capitoli sul rapporto tra la mente umana e i computer, con un particolare interesse per la macchina di Turing. Searle è famoso per l'esperimento della camera cinese, con il quale il filosofo intendeva dimostrare che il computer, a differenza dell'uomo, non è capace di conoscenza nel vero senso della parola. Hubert Dreyfus ha scritto un importante libro sul tema dei computer dal titolo: Che cosa non possono fare i computer. Dreyfus sostiene che l'intelligenza dei computer è diversa da quella umana. Mentre il computer segue semplicemente il ragionamento logico-deduttivo, l'uomo è capace di intuizioni e quando ha acquisito molto bene delle regole, non ha più bisogno di ricordarsele. Nella filosofia continentale ad interessarsi di intelligenza artificiale sono principalmente due autori: Steven Shaviro e Manuel De Landa. Shaviro ha scritto il testo Discognition in cui studia il pensiero umano e quello del robot. De Landa invece ha scritto un interessante libro sull'impiego dell'intelligenza artificiale in ambito militare (La guerra nell'era della macchine intelligenti) e un libro sul tema del cervello (Philosophy and Simulation: the emergence of synthetic reason) con un interesse per la teoria computazionale. Lo studio comparato della mente umana e dell'intelligenza dei robot è un settore che interessa vari ambiti della filosofia come la fenomenologia, la filosofia della mente e la neurofilosofia.

L'ontologia potrebbe interessarsi di moltissimi altri oggetti. Aristotele afferma che l'uomo è un animale sociale. Anche quando l'uomo è solo nella sua camera al computer si connette con gli amici e chatta. Oggi molta della realtà sociale è come se fosse trasferita su internet. L'ontologia sociale potrebbe studiare ed interessarsi anche dei social network. De Landa, ad esempio, ha dedicato una parte del suo libro sull'ontologia sociale a questo tema. Inoltre, dopo la svolta continentale dell'ontologia orientata all'oggetto e l'ontologia applicata degli analitici, lo spazio di studio sull'informatica potrebbe estendersi a qualsiasi oggetto. Così potrebbero nascere domande come: che cos'è ontologicamente un sito web? Come nascono gli oggetti nel web of things? Si potrebbe andare ancora oltre studiando proprio i meccanismi che stanno alla base di tutto il computer, è quello che sembra fare un libro come The logic of the digital di Aden Evens. Questo solo per quanto riguarda l'ontologia, ma ci sono ancora altre branche della filosofia come l'estetica. È possibile scrivere l'estetica della foto digitale o usare l'estetica come branca per studiare la grafica? Deve esserci un modo. Sono molti gli ambiti dell'informatica in cui la filosofia potrebbe introdursi e siamo solo all'inizio del viaggio.





domenica 14 gennaio 2018

Aristotele come filosofo delle azioni IV










Non sono pochi i filosofi che considerano Aristotele un grande filosofo delle azioni, soprattutto chi nella filosofia analitica si occupa di etica. Il testo fondamentale sulle azioni di Aristotele è L'etica Nicomachea. Aristotele studia le azioni in rapporto ad un fine. Aristotele, infatti, afferma che ogni azione mira ad un bene. È la politica l'arte che permette all'uomo di conoscere il bene. Il bene più grande, secondo Aristotele, è la felicità. Perciò l'azione per Aristotele è un'attività programmata che ha come fine la felicità. Aristotele non ci dà nessuna definizione di felicità, non ci dice cosa la felicità sia, ma ci dice piuttosto che i beni sono molti. Ogni uomo vede la felicità in cose molto diverse: nel successo, nella fortuna, nella saggezza, nella virtù, ecc. Quel che non accetta Aristotele è che ci sia un Bene in sé, al contrario di quanto ha creduto Platone. Infatti Aristotele ammette sia una pluralità di beni sia una pluralità di scienze sul bene. Aristotele distingue tre tipi di vita, ciascuna a seconda del fine delle azioni.

1) vita delle bestie (vita secondo il piacere e il godimento)

2) vita politica (vita passata nella ricerca del bene e dell'onore)

3) vita contemplativa (vita passata nella ricerca del sapere)

Aristotele sostiene che cercare il piacere o il godimento sia più proprio della bestia che dell'uomo e chi vive una vita in questo modo vive come le bestie. La differenza specifica dell'uomo rispetto all'animale è la ragione. Quindi, secondo Aristotele, l'uomo deve vivere seguendo la ragione e solo la ragione gli permette di raggiungere la felicità che gli è più propria. Ho detto che la felicità è il bene supremo ricercato dagli uomini e di beni Aristotele ne distingue tre: beni esteriori; beni del corpo; beni dell'anima. Aristotele afferma che la felicità dell'uomo va cercata nel bene dell'anima, ma sa perfettamente che un povero non sarà mai felice perché è in disgrazia, perciò afferma anche che per essere felici oltre a coltivare le virtù dell'anima è necessario avere dei beni esterni. Aristotele sostiene l'esistenza di tre tipi di anima:

1) anima vegetale (anima delle piante, con la pura funzione del nutrimento)

2) anima animale (anima degli animali, con sensazione e appetito)

3) anima razionale (anima degli uomini, dotata di ragione)

Nell'anima umana sono presenti anche i due tipi di anime precedenti, solamente che l'uomo ha la ragione, mentre le piante e gli animali no. Nell'anima umana il compito della ragione è di comandare sulle altre parti che costituiscono l'aspetto irrazionale dell'uomo stesso. L'uomo che vive secondo ragione si esercita nella virtù e persegue con ciò la felicità. Le virtù secondo Aristotele sono di due tipi: dianoetiche (sapienza, giudizio e saggezza); etiche (liberalità e temperanza). Per natura possiamo accogliere le virtù etiche e con l'abitudine possiamo perfezionarci in esse. È l'azione che segna la virtù, solamente agendo da persone giuste saremo giusti. Aristotele connette l'etica all'azione non solo sul piano dell'abitudine, ma anche su quello del frutto dell'atto. Infatti il malvagio è colui che persegue piaceri da non perseguire e rifugge dolori da cui non dovrebbe astenersi. Aristotele sostiene l'esistenza di tre presupposti per le azioni morali:

1) Il soggetto deve conoscere giustizia, temperanza, coraggio, ecc.

2) Il soggetto deve scegliere giustizia, temperanza, coraggio, ecc.

3) Il soggetto deve possedere una disposizione d'animo ferma nella giustizia, nella temperanza, nel coraggio, ecc.

Secondo Aristotele le virtù sono delle disposizioni dell'animo, non sono passioni e non sono nemmeno supposte capacità che si acquisiscono. Per agire in modo giusto devo essere in una certa disposizione d'animo. In più Aristotele afferma che la virtù consiste sempre nel medio tra l'eccesso e il difetto, il che vuol dire che chi programma l'azione e vuole essere un uomo virtuoso deve giudicare il medio di due opposti (eccesso; difetto). Bisogna tenere conto, osserva Aristotele, che il medio non è lo stesso per tutti,  esso varia a seconda del soggetto. Due esempi di medi:

1) Tra la temerarietà (eccesso) e la paura (difetto), il coraggio è il medio.

2) Tra i piaceri (eccesso) e i dolori (difetto), la temperanza è il medio.

Ho detto che Aristotele misura l'azione secondo il fine, in quanto pensa che l'azione miri alla felicità. La felicità è ciò che tutti stiamo cercando nella vita. In base a dove un soggetto cerca la felicità, visto che la felicità ha molte forme, si possono distinguere differenti modi vivere. L'uomo che cerca la felicità veramente deve essere virtuoso, perciò la virtù si indirizza verso i mezzi utili a raggiungere la felicità in quanto fine. Le azioni non sono tutte uguali: ci sono azioni volontarie e azioni involontarie. Le involontarie dipendono o dall'ignoranza del soggetto o da una forza esterna. Normalmente è una costrizione esterna a trasformare l'azione in una mera reazione. Quando il principio dell'azione è in noi, osserva Aristotele, l'azione si dice volontaria. Non sono volontari atti compiuti semplicemente per impulso e desiderio, bisogna invece che l'atto sia meditato e che si conoscano le circostanze. Dopo aver definito l'atto volontario Aristotele affronta il problema della scelta e dalla deliberazione. Prima che un uomo si decida a compiere una qualsiasi azione, il soggetto agente deve compiere una scelta. La scelta implica la volontà, ma non coincide con essa. La scelta può essere influenzata dal desiderio, ma il desiderio può anche agire contro la nostra volontà. Ovviamente la scelta non è impulso, perché l'impulso non è volontario. La scelta è qualcosa che dipende da noi, ma sempre entro una gamma di possibilità, non possiamo scegliere l'impossibile. Vizio e virtù dipendono da noi e così anche bene e male dipendono da noi, nel senso che noi decidiamo se agire giustamente o meno. Il vero problema è che se noi abbiamo di mira il bene e il bene è la felicità, allora la questione dell'etica riguarda i mezzi che sono necessari per essere felici. Mentre per Platone l'uomo giusto è l'uomo che conosce il Bene, l'uomo che partecipa ad un certo grado dell'idea del Bene, per Aristotele il giusto è l'uomo che agisce giustamente, trovando i mezzi razionali per realizzare come fine il bene. Quindi, a differenza di Platone, Aristotele pensa l'etica a patire dalle azioni. Aristotele forse è il primo filosofo a trattare seriamente il tema delle azioni, perciò la sua lettura diventa obbligatoria per chi si interessa di teoria delle azioni.

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sabato 30 agosto 2014

" Politica " ( Aristotele ), libro VI:



Un libro piuttosto breve, se si considera l'opera complessiva, ma vedrò di dire qualcosa anche a proposito di questo. Ci sono un paio di cose che possono essere dette in qualche modo significative che sono da un lato il discorso che fa su valori come la libertà e l'uguaglianza che sono di non poca rilevanza da un punto di vista politico, contrapposizioni tra democrazia e oligarchia così come il problema della difesa e dei tribunali con le relative magistrature. La libertà presuppone la partecipazione politica, in qualche modo non si può essere liberi in un tirannia, come nella monarchia dove la libertà è di uno solo, se libero è chi davvero comanda, allora la libertà maggiormente si esprime in un regime costituzionale o nella democrazia, la dove in parte le persone comandano e in parte sono comandate. L'altra questione è quella dell'uguaglianza, questo concetto si trova spesso collegato a quello di giustizia, perché entrambe si possono misurare su due parametri, uno è quello del numero preferito dai democratici, l'altro è quello delle ricchezze preferito dagli oligarchici. Nel primo modo, ovvero se ci basiamo sul numero, allora il potere è delle masse, ciò che è giusto è ciò che pare tale alla maggioranza visto che contano i più; secondo il secondo criterio, ci si dovrebbe basare sulle ricchezze, se le cose stanno così, allora è l'opinione dei più ricchi che conta. Questa divergenza tra democrazia e l'oligarchia, non è ovviamente l'unica, quando Aristotele discute sui metodi attraverso i quali sarebbe possibile conservare questi tipi di ordinamento, dice cose differenti per le due, dove per esempio nel caso della democrazia sembra la conservazione dipenda dai cittadini, mentre nel secondo caso dipende dall'ordinamento. Nella democrazia infatti sono i cittadini stessi che come protagonisti difendono quel tipo di ordinamento, non solo con la loro fiducia in esso, con le armi anche se necessario, perché la maggioranza vince con un buon numero e si devono evitare delle insidie, in qual caso una maggioranza unità combatterà un eventuale colpo di stato. Una grande classe media è ciò che tiene viva la democrazia, troppi poveri possono essere un problema, i ricchi e a chi non manca il denaro può essere in agguato. Il caso dell'oligarchia è del tutto diverso perché qui non essendo un governo che si basa sulla maggioranza, esso invece deve avere un buon ordinamento funzionante e degli oligarchi preparati, perché se loro sono in pochi che devono controllare le masse, devono avere dei figli addestrati alle armi che possano difendersi nel caso ci dovesse essere una rivolta popolare, se il popolo costituisce la fanteria leggera, loro saranno la fanteria pesante, i cavalieri in caso. L'ultima cosa di qualche interesse in questo libro è la questione sulla magistratura delle sentenze e chi si occupa dei prigionieri, dato che questa persona durante la sua carriera attirerà su di sé molto odio, allora sarà opportuno che lui stesso non rimanga in carica troppo a lungo, ma che venga sostituito e che i ruoli siano divisi tra persone, per evitare troppi problemi; oltre ancora al fatto che la carica deve essere anche ben pagata altrimenti nessuno svolgerebbe simili compiti.

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lunedì 11 agosto 2014

" Politica " ( Aristotele ), libro V:



L'oggetto primo di questo libro sembra essere il mutamento di costituzione, ovvero com'è che avviene il passaggio da una costituzione ad un'altra?, la risposta sarebbe molto semplice: o si cambia con una rivolta, oppure perché semplicemente vanno al potere delle persone che sono contrarie al potere vigente e questa è una delle cose di cui si deve tenere conto se si vuole mantenere un regime. Il problema quindi adesso diventa sul perché mai debba darsi una rivolta, quali sono le sue cause. Esse sono individuate da Aristotele nella disuguaglianza, che può riguardare il denaro, un ampio divario tra ricchi e poveri, ma soprattutto il fatto che certe persone in un determinato regime non abbiano accesso alle cariche politiche e quindi siano esclusi dalla vita pubblica. Per quanto riguarda gli strumenti che si usano durante la rivolta, Aristotele ne individua almeno due: uno è la forza, la violenza di chi non ha il potere e vuole prenderselo, della massa povera contro la casta ricca, oppure può essere l'inganno, nel qual caso si riesce a fare le cose magari anche con il consenso, solo che, come si sa nella maggior parte dei casi vengono usate entrambe le tecniche. Per fare alcuni esempi di cambiamento di costituzione: per esempio la democrazia nasce dall'oligarchia, da un regime in cui pochi ricchi hanno il potere e la massa dei poveri è tagliata fuori, questa massa che non ne può più si ribella ai ricchi e prende il potere con la forza; oppure la tirannia che nasce dalla democrazia, dove appunto un uomo carismatico, populista, attira masse con l'inganno, facendo belle promesse irrealizzabili a priori, come milioni di posti di lavoro, una sanità impeccabile ed efficentissima, ricchezze per tutti, poi mano a mano un po' con il consenso popolare, un po' magari anche con la forza e brogli elettorali prende il potere e diventa il tiranno. Se interessante capire come muta una costituzione, allora lo è anche capire come si possa conservare una costituzione, come difenderla e impedire il mutamento. A questo punto la cosa più importante è l'uguaglianza, ovvero un regime dove meno persone possibili non hanno accesso alle cariche, per esempio si diceva che una monarchia come quella di Sparta lasciava spazio alla voce del popolo ( gli spartiati ) attraverso gli efori; poi per risolvere il problema delle ricchezze, ci vuole uno Stato in cui ci sia una larga classe media, solo uno Stato con una larga classe media è uno Stato che può reggersi bene. Oltretutto ci sono state delle persone ricche che hanno messo in comune con i poveri, secondo l'uso, parte delle loro ricchezze, questo ha permesso loro di non avere il popolo contro. Quello che conta inoltre per mantenere una costituzione è che ci siano delle leggi che servino per controllare chi è contro un certo regime e che gli stessi magistrati facciano altrettanto, così come si deve garantire maggiore mescolanza tra la popolazione, tra poveri e ricchi, perché gli oppositori sono forti solo quando sono uniti. Le magistrature per non essere contro la costituzione, devono si non esserlo, ma si deve anche controllare per una buona magistratura, che sia competente, giusta, virtuosa. Il tiranno invece, nel suo caso a parte, se vuole mantenere il potere dovrà fare un paio di cose, come per esempio tenere alla larga al popolo da sé e vivere in disparte in un luogo ben difeso, fare si che il popolo sia sempre diviso e impedire qualsiasi tipo di associazione, anche cose come le mense comuni, così come i sudditi non devono fidarsi l'uno dell'altro, come accadeva nei totalitarismi e magari mettere spie in giro che controllino e riferiscano tutto al tiranno, nonché aggiungerei io, pagare dei soldati mercenari come guardie del corpo o almeno che ti difendano il tuo palazzo e la tua famiglia. 

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"Politica" ( Aristotele ), libro VI 

lunedì 28 luglio 2014

" Politica " ( Aristotele ), libro IV:



Il quarto libro in realtà riparte dalle varie costituzioni, solo che va più a fondo, perché ogni tipo di costituzione ha per così dire dei sottotipi, dunque delle declinazioni, non c'è per esempio una sola modalità di democrazia o di oligarchia. In più mano a mano il problema sta diventando come nascono le costituzioni, come si passa da una costituzione all'altra, quali sono gli elementi principali delle costituzioni, per esempio appunto parlare dei tribunali e delle magistrature. Qui intanto voglio segnale la seguente definizione di costituzione:

" La costituzione è un ordine delle magistrature cittadine, concernente il modo della loro distribuzione, il governo della cittadinanza e il fine di ciascuna." ( Aristotele, Politica, Utet, Torino, 2006, pp. 186 )

Rispetto alla Repubblica qui non si parla di una costituzione ideale, ma se mai ci si pone il problema della costituzione più realizzabile; inoltre Aristotele critica la Repubblica per esempio per il fatto che dividendo le classi solo in tre, Platone ha semplificato troppo, per esempio la distinzione tra classe produttiva e classe guerriera finisce per non avere senso, non appena ci si rende conto del fatto ci sono nelle varie città stato dei contadini guerrieri che abbracciano le armi. La cosa che però forse è la più importante di questo libro sono tutti i sottotipi dei governi e delle costituzioni, c'è poi la discussione su come sia formata una costituzione, i suoi vari elementi. Cominciamo a parlare dei  vari sottotipi dell'oligarchia:

1 possibilità di adire a cariche tramite il censo, ovviamente in modo che sia a vantaggio dei più ricche a svantaggio dei più poveri.

2 in un altro caso sono i magistrati che scelgono tra chi ha il censo chi deve occupare le cariche vacanti.

3 c'è sempre la forma ereditaria, tra le famiglie dei più ricchi.

4 in questo caso non è più la legge che governa, ma i magistrati si sono posti al di sopra della legge.

Segue un discorso sulla democrazia, nella quale vengono individuati i seguenti sottotipi:

1 dove la legge è sovrana, la popolazione partecipa al governo solo in minima parte, perché molti hanno da lavorare dei campi e non hanno tempo per darsi alla politica.

2 dove i diritti politici sono concessi a tutti, tutti gli uomini liberi, liberi però si intende dalle necessità, liberi dal lavoro, cosa che non è facile a dirsi, anche per il problema che si diceva prima.

3 può capire che invece le cariche siano retribuite e questo diventi un modo per convincere persone ad entrare nella politica o almeno chi prima non lo avrebbe fatto per problemi di denaro e lavoro, adesso sarebbe più invogliato.

C'è un discorso anche per il regime costituzionale:

1 essendo che questo tipo di costituzione non è altro che la fusione tra quella democratica e quella oligarchica, si possono prendere delle cose dalle due costituzioni e metterle assieme, si prende ciò che si considera migliore e si crea una costituzione mista.

2 si può trovare il medio tra le due costituzioni e fare un regime costituzionale in questo modo.

3 si possono usare entrambi i sistemi legislativi, sempre che non si contraddicano.

Si finisce con la tirannia:

1 la tirannia sarà sicuramente dispotica, ma le leggi si conservano.

2 ereditaria.

3 si parla di potere assoluto, dove il bene è l'utile del più forte.

La costituzione più realizzabile per Aristotele è il regime costituzione, perché è la più salda ed evita i conflitti, perché è una mescolanza tra tutto; oltretutto uno dei problemi relativi alle rivolte dipende dal fatto che certe persone non partecipano alla sfera politica perché gli viene impedito, invece il regime costituzionale essendo mescolanza di un regime dove il potere e della massa povera e un altro dove il potere è della minoranza ricca. Tre sono in particolare gli elementi della costituzione:

1 l'assemblea.

2 magistrature.

3 tribunali.

L'assemblea era costituita da tutti quelli che avevano diritti politici, nel caso delle magistrature dei tribunali tutti i cittadini hanno diritto a candidarvisi. Il punto è chi decide? perché per esempio si può pensare che nelle decisioni, per esempio se entrare in guerra oppure no, possano concorrere sia i cittadini che i magistrati, oppure solo i magistrati o i cittadini. Un altro problema può essere quanti devono essere i magistrati e quali sono i ruoli dei magistrati? dipende dalla costituzioni, dice Aristotele, perché certi magistrati in certe costituzioni non hanno senso, per esempio il consiglio ha senso nella costituzione democratica, dice Aristotele, ma non i probuli. In ogni caso le differenze tra le magistrature, secondo Aristotele, sono principalmente tre:

1 chi nomina.

2 tra chi si nomina.

3 il modo in cui si nomina.

Ci sono però ancora le seguenti caratteristiche:

1 o tutti i cittadini possono nominare o solo alcuni di certi gruppi.

2 possono essere nominati tutti o solo alcuni di certi gruppi privilegiati.

3 o si vota o si sceglie per sorteggio.

Quando invece ci si vuole occupare dei tribunali si deve guardare chi occupa le cariche e vedere a chi viene concesso, qual'è l'oggetto della sua funzione e la metodologia per l'elezione del giudice. I tipi di tribunali sono diversi dagli omicidi, ai danni ai beni pubblici, quello sugli stranieri e così via.

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lunedì 21 luglio 2014

" Politica " ( Aristotele ), libro III:



Il soggetto della città è il cittadino, questa è la prima osservazione di Aristotele nel terzo libro, perché giustamente ci si chiede, visto che si sta analizzando la polis, quale sia l'agente nella polis. Chi sono però questi cittadini? quando una persona può dirsi cittadina? il caso più ovvio come lo ero del resto per quanto riguardava già lo schiavo, è quello della persona che sarebbe già figlia di due genitori entrambi cittadini, in quel caso non ci sono dubbi, però ovviamente si può sempre continuare a chiedere  perché i suoi genitori sono cittadini, così che se la risposta fosse la stessa, si dovrebbe prima o poi arrivare ad un caso non spiegabile con quella semplice formula. Teniamo presente che per Aristotele, si deve avere almeno una certa età per essere cittadini, non essere troppo giovani, ma anche essere troppo vecchi, cosa curiosa che dice Aristotele, non va bene per essere cittadini, quando appunto parla, Aristotele, di cittadini scaduti. Allora i cittadini devono avere un'età media, ma non sono certo cittadini gli schiavi, le donne sono cittadine? cittadini, dice Aristotele, sono le persone che hanno accesso alle cariche delle magistrature e a quelle dei tribunali. Da questo consegue che gli schiavi non avendo accesso a tali cariche non possono essere cittadini, ma non possono essere cittadini anche i meteici, gli stranieri, quindi in realtà principalmente il cittadino era un greco. C'è una contraddizione per quanto riguarda la donna che poteva essere cittadina, ma non godeva di potere politico. L'altro problema, a parte il fatto che non sempre l'accesso alle cariche è possibile a tutti, dipende un po' dalla costituzione, ma come si è già visto anche nelle monarchie il popolo poteva avere la sua voce, ad ogni modo l'altro problema che nota Aristotele stesso, è che può capitare che ci sia un rivolgimento politico, che cambi la costituzione e che con questo passaggio ci siano persone che prima non erano cittadine e che poi lo diventano. È per questo che l'attenzione di Aristotele si sposta, inizia a chiedersi cosa determini l'identità della città e quando possa mutare la costituzione, a che condizioni. L'identità di una città, dice Aristotele, dipende dalla costituzione e dalle leggi. Ci deve essere un governante, ma questo è chiaro e si parla anche della differenza di virtù tra governante e cittadino, quando quest'ultimo spettano temperanza e giustizia, il primo deve essere oltre a ciò prima di tutto giusto. La giustizia e saggezza messe in insieme fanno si che il governante possa fare leggi e agire nell'interesse del bene comune. Prima si diceva che due cose erano importanti per l'identità di uno stato, una è la costituzione, l'altra sono le leggi, ma quante e quali tipi di costituzione ci sono? la classificazione va fatta a partire da un certo modello, che poi verrà molto usato e dovranno essere distinte le forme politiche corrotte da quelle giuste. Il metodo è questo: dividere secondo il numero delle persone che hanno potere, se il potere è di uno, di pochi o di molti. Se il potere è di uno si può avere un governo giusto come la monarchia o un governo corrotto come la dittatura, in questo caso il potere è assoluto e la legge è fatta per il vantaggio dell'unico governante. Se il potere è di pochi, allora può essere secondo una versione giusta, l'aristocrazia, da aristos che sta per migliore ed è quindi il governo dei migliori, oppure può essere un governo corrotto come nel caso dell'oligarchia, dove governano una minoranza di ricchi. Se il potere è di molti, può trattarsi di un regime giusto come quelle del regime costituzionale, che in fondo Aristotele non descrive se non come una mescolanza tra democrazia e oligarchia, oppure può trattarsi di un regime corrotto come la democrazia, che non è altro che la tirannia della massa dei poveri. Cosa distingue i due tipi di regime? una cosa è il fatto stesso che i regimi giusti agiscono in conformità delle leggi esistenti, a differenza di quelli corrotti e che poi questi non mirano affatto al benessere collettivo, ma solo a quello di chi governa. A questo punto viene da chiedersi se ci sia un tipo di costituzione, tra quelle giuste, che sia preferibile, al che Aristotele fa un paio di considerazioni, ovvero è certo che è meglio se al governo ci fossero i migliori, non sempre ciò accade nella monarchia dove il figlio che succede al padre potrebbe non essere all'altezza del padre, l'aristocrazia d'altro canto è il governo dei migliori, però potrebbe essere, dice lui, che la massa nel suo insieme e non come singoli, sia migliore della minoranza dei migliori. La costituzione preferibile secondo Aristotele è il regime costituzionale, perché è un po' quello a metà fra tutto, una mescolanza un po' tutto, del resto come dire il meglio per Aristotele sta sempre a metà.


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" Politica " ( Aristotele ), Libro II

differenza tra identità e il modello aristotelico

martedì 8 luglio 2014

" Politica " ( Aristotele ), libro II:



Il secondo libro della politica di Aristotele comincia con il problema dei beni da mettere in comune, che se si vuole può essere visto anche come una discussione sul pubblico e sul privato, quando per esempio si dice che qualcosa o tutto deve essere comune, penso sia anche possibile trasformarlo in qualcosa o tutto deve essere pubblico. Ci sono ovviamente tre casi che si possono dare, come osserva Aristotele, alcuni di questi sono stati già sostenuti e anche da illustri pensatori, per cui vale la pensa discuterne e del resto poi sostenere una tesi o l'altra fa la differenza, anche perché tutto ha delle conseguenze e poi ci sono delle varianti in ogni singola posizione. Le posizioni possibili sui beni comuni, si diceva che erano tre e sono:

1 nessun bene è in comune, da che ne consegue che tutto è privato.

2 alcuni beni sono in comune, questo vuol dire che alcune cose sono di tutti, o almeno non solo di pochi.

3 tutti i beni sono in comune, questa posizione è il comunismo.

La prima posizione, come osserva Aristotele, ha il difetto che in quel caso tutto sarebbe privato, non avrebbe nemmeno senso la città, perché la città in primo luogo nasce come comunità e la comunità senza nulla in comune non è una comunità. Le famiglie che si riuniscono nel caso nulla sarebbe in comune, rimarrebbero in qualche modo lo stesso divise. Il terzo caso invece è quello di Platone, in particolare per quel che riguarda la Politica e in parte anche le Leggi. Nella Politica Platone afferma che per le prime due classi, ovvero quella dei governanti e quella dei custodi che i beni devono essere completamente in comune, tutto vale per i beni come gli oggetti, ma anche cose come i figli e   le mogli; nel caso invece delle Leggi, si dice che nel caso dello Stato ideale, in esso non dovrebbe esserci proprietà privata. Platone è un comunista? beh, non lo direi così affrettatamente, in realtà a parte questa idea di tipo comunistico, la costituzione di cui parla Platone nella Repubblica non ha nulla a che vedere con il sistema comunista e poi ovviamente il comunismo ha senso solo in quanto precedentemente si sia data una società capitalista, cosa che non ha senso per un pensatore dell'epoca. Vediamo però che Aristotele, in realtà, non si trova d'accordo con questa posizione, essa era nata, secondo Platone, dal fatto che ciò avrebbe favorito l'unità della città, ma come dimostra Aristotele, la città non è tanto unità, ma molteplicità di cittadini e non può che essere così, altrimenti  il cittadino sarebbe uno solo, ma i cittadini sono molti e sopratutto diversi, diversi come sono le idee e i valori che hanno. Il raggiungimento di una qualche unità, se si può parlare di unità, per Aristotele  deve dipendere dall'educazione e non da altro, del resto, come dirà nel libro ottavo, l'educazione non è semplicemente fatto privato, ma dovere di tutta la città, l'intera città contribuisce all'educazione. Vediamo però quali sono le varie obbiezioni che contrappone Aristotele alla posizione platonica, oltre a quello che si è detto prima. Infatti Aristotele fa notare una serie di conseguenze della posizione platonica, alcune a noi note, per esempio quando a scuola ci dicevano se avremmo mai trattato i beni pubblici scolastici nello stesso modo se fossero stati beni privati a casa nostra e noi siamo costretti a dire di no, ma cosa vuol dire questo no? noi tendiamo, dice Aristotele, a trattare meglio le cose che consideriamo nostre, ma non ci curiamo molto delle cose che non sono private e che diciamo pure che sono di tutti. Guadiamoci attorno, le fermate dei pullman con le palette rotte, treni pubblici rovinati da scritte, tutto ciò che è pubblico viene continuamente danneggiato da parte di vandali, ma perché? farebbero lo stesso se fossero completamente loro? Aristotele ci dice di no. Altri due punti sono più delicati, sono anche strani per noi, uno è quello della comunione dei figli, l'altro è quello della comunione delle donne. La comunione dei figli crea un problema secondo Aristotele, infatti come accade nel caso del bene pubblico, se i bambini fossero di tutti, sarebbero maggiormente trascurati, questo poi avrebbe delle ricadute sull'educazione. L'attenzione per l'educazione dei figli deriva prima di tutto dal fatto che tale persona la consideri tuo figlio e non di tutti. L'altro problema potrebbe generare degli scandali, perché in effetti, fa notare Aristotele, in una società dove i figli sono di tutti, quindi nessuno conosce i propri reali genitori, dove le donne non sono precisamente mogli di qualcuno, dove appunto non si conoscono i parenti, da un lato succederebbe che i figli potrebbero accoppiarsi sessualmente anche con le loro ignote madri e sorelle, anche senza volerlo, semplicemente perché non lo sanno e l'omicidio dei genitori sarebbe più semplice. La posizione di Aristotele a questo punto sarà quella intermedia, che dice che solo alcune cose devono essere in comune. Aristotele infatti dice:

" A questo modo la separazione delle incombenze non provocherà recriminazioni reciproche, e ognuno darà contributi maggiori badando a ciò che gli spetta in proprio, mentre, grazie alla virtù, quanto all'uso, comuni saranno i beni degli amici, come dice il proverbio." ( Aristotele, Politica, Utet, Torino, 2006, pp. 102 )

Le proprietà possono essere messe in comune solo in quanto all'uso, del resto è quello che già facciamo proprio con gli amici, quando li invitiamo a casa e gli diciamo: fai come fossi a casa tua!, ma ovviamente la casa è ancora nostra e nessuno ce la toglie, noi mettiamo solo in comune in quel momento delle cose per quel che concerne l'uso. La proprietà privata però genera un problema, che è quello della ricchezza, ci sono persone che hanno tanta proprietà privata, alcuni direbbero troppa, altri aggiungerebbero che è un'ingiustizia, ma cosa vuol dire tutto ciò? in base a cosa alcuni hanno più ricchezze e altro meno, c'è una giustizia distributiva?, questo è per esempio un buon argomento di cui parlare. Aristotele dice che nelle Leggi di Platone, non è molto chiaro come debba avvenire la distribuzione delle ricchezze, Aristotele è convinto che la ricchezza deve avere un certo limite, in fondo come dice troppe ricchezze attirano nemici e ladri, ma poi è ovvio che tutto ciò deve essere pensato nell'ottica di una migliore distribuzione, almeno che tutti abbiano il minimo per vivere. Nelle Leggi si parlava di un massimo e si diceva che tutto ciò eccedeva di ricchezza oltre quel massimo doveva essere dato in mano allo Stato che meglio avrebbe saputo distribuirlo. Oltretutto le ricchezze sono anche una delle cause delle rivolte, sopratutto si immagina in casi come nelle oligarchie dove i ricchi sono i pochi al governo e i poveri sono la massa fuori dal governo. Già però allora qui ci vanno di mezzo anche gli onori, gli onori sono l'altra causa della rivolta, per esempio il fatto stesso che una parte sia esclusa dalla partecipazione politica. Quindi? Aristotele durante tutto il libro ci parlerà delle varie forme di costituzione, ma ci parla anche di quelle che appunto sono a lui conosciute, delle città non solo della Grecia. Parliamo per esempio di Sparta, Cartagine e Creta. A Sparte a governare c'erano due re, ma il potere non era solo regio, era lasciato spazio anche a dei rappresentati del popolo, si tratta di cinque magistrati, detti efori, nominati dalla parte più alta della società che sono gli spartiati. Seguono sotto gli spartiati, i perieci, piccoli proprietari terrieri, per poi finire con gli iloti che sono appunto gli schiavi. Il vantaggio degli efori è quello di dare voce al popolo, almeno agli spartiati, di modo che non siano del tutto esclusi in qualche modo dagli onori, che in caso contrario potrebbero essere potenziali ribelli contro i re. Il regime spartano, come si sa del resto è orientato verso la guerra,. il cittadino viene addestrato alle armi sin da piccolo e in questo è simile a Creta, dove anche in quel caso la finalità dell'organizzazione della costituzione è quella. La costituzione cartaginese, Aristotele la considera simile a quella spartana, è però una specie di misto tra oligarchia e aristocrazia, perché non vengono solo scelti a comandare quelli di valore, ma anche quelli più ricchi. Anche in questo caso ci sono degli analoghi agli efori. Queste sono costituzioni simili, Aristotele parlerà nel prossimo libro delle varie forme di costituzione, di tutte quelle possibili.


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differenza tra identità e il modello aristotelico

PNL 3: vendite ( Aristotele in un negozio di footlocker )

lunedì 30 giugno 2014

" Politica " ( Aristotele ), libro I:






Avevo intenzione di cominciare un commento al libro Politica di Aristotele, il quale secondo me è come una grande fenomenologia di tutte le forme di costituzione, del resto penso sia un po' distante dal classico libro di filosofia politica che ci aspetteremmo, anche se certe preferenze dell'autore espresse in modo esplicito non mancano. Il mio interesse in questo caso è quello di fare degli approfondimenti sulla polis, intendo con questo certamente in primo luogo la città, ma che poi questa città era una città stato, quindi una città con un proprio governo che aveva un potere che si estendeva anche sulle varie colonie. Certo non dimentichiamoci mai che Aristotele ha vissuto nell'impero di Alessandro Magno e poi regni ellenici vari. Il primo libro tratta molte cose diverse, da un lato un piccolo abbozzo sulla formazione della città, la differenza tra i vari tipi di potere, l'origine della schiavitù e questioni sull'economia antica. Vediamo appunto partendo dal primo punto, che del resto poi si collega agli altri, come è vero che tutti sono intrecciati; la città sembra che prima di tutto nasca dalla famiglia, che come si dice sempre è quasi come fosse il suo atomo, essa è poi, come si dice, il punto di partenza, perché tutto parte da famiglie che erano separate le une dalle altre. Queste famiglie da sole non sarebbero vissute, quindi  si organizzano in villaggi, con il vantaggio di essere in molti e di avere più protezione contro il nemico esterno, più aiuto in caso di bisogno, più collaborazione. Nemmeno in villaggi da soli sono indipendenti e quindi devono per necessità costituire una città prima o poi. La città è l'unica che è effettivamente autosufficiente sotto ogni punto di vista, o almeno quello è l'obbiettivo minimo che vorrebbe raggiungere. Il secondo tema che invece si voleva affrontare erano i vari tipi di potere, questo è del resto molto connesso a quello che si è detto prima perché se si tiene conto che l'unità prima dell'intera società è la famiglia, le prime forme di potere vengono lì, si parla infatti di padronanza, di cognugalità e di paternità. La padronanza si instaura tra il padrone e lo schiavo, quindi tra chi comanda e obbedisce, dove quest'ultimo non è più di una cosa. Qui viene il terzo tema, quello degli schiavi. Gli schiavi in questa società non avevano nessuna libertà, erano considerati come oggetti e potevano essere anche venduti come merci, però nello stesso tempo lavorando per altri, gli viene dato da mangiare, hanno un posto dove vivere, possono anche sposarsi e avere dei propri figli, che però saranno fin dalla nascita a loro volta anche loro schiavi. La società del resto era fatta da questi cittadini greci liberi, che vivevano perché mantenuti dai loro stessi schiavi e avevano tutto il tempo libero per poterlo dedicare alla politica, come in certi casi, ma non in tutti, oppure alle armi come in altri. C'erano poi i meteici, anche loro liberi, senza diritti politici, erano in realtà persone magari non greche che venivano fuori, non saprei se dargli degli immigrati. Alla fine c'erano anche gli schiavi, ricordiamo però che alcuni di essi riuscivano a raggiungere la libertà, cosa affatto non impossibile. A questo punto però, si chiede Aristotele, ma da dove nasce lo schiavo e in cosa differisce dall'uomo libero, perché in fondo visti dal di fuori apparirebbe che non c'è nessuna differenza e questo quasi ci fa pensare che lui stesse cominciando a rendersi conto che in fondo anche loro sarebbero uomini, ma allora com'è che ci sono gli schiavi? Ovviamente se qualcuno è nato figlio di uno schiavo è chiaro che è uno schiavo, ma questo non spiega niente, se chiedessimo del perché suo padre fosse schiavo, forse si arriverà a fare appello al nonno, ma insomma prima o poi si arriva ad un primo di cui non sarebbe chiaro del perché sia schiavo, non essendo in alcun modo figlio di chissà quale altro schiavo. Ci sono schiavi che sono tali per leggi, per esempio persone che per i troppi debiti nei confronti di una certa persona, hanno deciso di estinguere quei debiti facendosi schiavi di quella stessa persona; oppure capita che in guerra si facciano dei prigionieri e che questi poi diventino schiavi del popolo vincitore. Ciò che fa notare in modo particolare Aristotele stesso, è che tra questi ultimi casi, ci possono essere persone magari greche, che fino a poco tempo erano liberi, cosa che lo colpisce, del resto non dovrebbe essere così. Aristotele, infatti, se parla di schiavi parla di persone che sarebbero schiave, ma per natura. In fondo, dice Aristotele, che fa parte già dei rapporti naturali,  che ci sia qualcuno che comanda e qualcuno che obbedisce, per esempio nel caso dell'anima e del corpo, la dove in quel caso è l'anima che comanda e il corpo che obbedisce. Anche nel caso degli esseri umani qualcuno è fatto di una natura che è portato all'obbedienza e altri al comando, però questo come si vedrà lo si può dire anche del potere statale, dove in fondo anche lì c'è qualcuno che obbedisce e qualcuno che comanda, ma qui lo schiavo non è libero, non è libero nel corpo, pur rimanendolo nell'anima. Così poi ci sarà il problema successivo su quale debbano essere le virtù che debbano essere assegnate a i vari tipi, per esempio Aristotele pensa che la temperanza sia una virtù che spetta a tutti compreso lo schiavo, ma ognuno poi deve avere delle virtù secondo i suoi doveri, dato che uno che è padrone deve comandare e l'altro obbedire. Veniamo ora alle altre forme di rapporto di potere, si parlava per esempio di cognugalità, quindi del rapporto tra marito moglie. Aristotele dice che presso i barbari la donna era trattata al pari dello schiavo, non aveva nessuna libertà di alcun tipo; mentre Aristotele fa notare che lo schiavo è qualcuno che non ha per niente facoltà deliberativa, mentre la donna la possiede ma è incapace. Il rapporto tra uomo e donna nell'antichità, del resto non c'è da stupirsene, era di disparità assoluta, anche se la donna presso i greci non era cosa come gli schiavi. Noto che Aristotele non si occupa molto di quello che invece rivoluzionariamente aveva detto Platone nella Repubblica, le donne, almeno per quello che riguarda le prime due classi, quella dei governanti e dei guerrieri. C'è poi il rapporto tra i padri e i figli, dove i figli hanno il dovere di obbedienza nei confronti del padre. Infine il potere del sovrano che non è lo stesso di quello del padrone, perché si suppone che esso sia esercitato su persone libere, non dei servi; si può fare forse eccezione, nel caso della dittatura. L'ultimo argomento che ci rimaneva è quello dell'economia, anche in questo caso si deve partire sempre dalla famiglia, perché come ho notato, la concezione dell'economia dipende da cultura a cultura, spesso lo si vede nella stessa parola. Nel caso dei greci la parola era oikonomia, da oikos, che è in fondo la casa, quindi l'economia nasce dal nucleo famigliare; mentre per esempio la parola tedesca per dire economia sarebbe Wirtschaft, da Wirt che è l'oste, perché l'economia in quel caso inizia dalle osterie. Partendo da questa distinzione che sembra prima di tutto semantica, si capisce che la prima economia è quella domestica, la quale ha come unico compito quello di rendere autosufficiente la famiglia. La famiglia doveva disporre di tutti i suoi mezzi per farlo, mezzi inanimati, come per esempio il caso dei terreni, altri strumenti tecnici e così via, ma poi c'era ancora i mezzi animati, che sono in particolare gli schiavi, anche quelli devono poi essere mantenuti. C'è poi un altro tipo di economia, che consiste, in effetti, prima di tutto nello scambio, esso dipende dal mercato, ci sono mercati al minuto e mercati più grandi. Ad ogni modo ogni cosa era cominciata dal baratto, perché serviva per appagare quei bisogni che non si riuscivano ad ottenere da soli come famiglia, ma appunto si dovevano ottenere con baratti con altre merci, secondo i bisogni di ciascuno; poi è stato messo di mezzo il denaro come valuta per lo scambio, il che non è un male, se non che poi qualcuno ha pensato di sfruttare il mercato e lo scambio per farci molti soldi, questo tipo di economia Aristotele la chiama crematistica. La cosa però più ignobile è invece il prestito ad interesse, ovvero il fatto stesso di fare soldi con i soldi stessi, questo ovviamente corrompe i costumi e crea quella famosa fetta di indebitati che un giorno non riuscendo a pagare questi debiti si fanno schiavi, ecco come nascono quelli!.