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mercoledì 30 marzo 2016

Il capitalismo come religione (Walter Benjamin)

























"Im Kapitalismus ist eine Religion zu erblicken, d.h. der Kapitalismus dient essentiell der Befriedigung derselben Sorgen, Qualen, Unruhen, auf die ehemals die so genannten Religionen Antwort gaben. Der Nachweis dieser religiösen Struktur des Kapitalismus, nicht nur, wie Weber meint, als eines religiös bedingten Gebildes, sondern als einer essentiell religiösen Erscheinung, würde heute noch auf den Abweg einer maßlosen Universalpolemik führen. Wir können das Netz in dem wir stehen nicht zuziehn. Später wird dies jedoch
überblickt werden."

"È da vedere una religione nel capitalismo, cioè il capitalismo serve essenzialmente al soddisfacimento delle stesse preoccupazioni, tormenti, agitazioni, alle quali un tempo le così dette religioni davano risposta. La prova della struttura religiosa del capitalismo, non solo come crede Weber, come una creazione causata dalla religione, bensì come un fenomeno essenzialmente religioso, condurrebbe ancora oggi sulla cattiva strada di una smodata polemica universale. Non possiamo stringere la rete nella quale noi stiamo. Più tardi, tuttavia, ciò sarà compreso."

Parole da profeta-filosofo, Walter Benjamin indica un'essenza religiosa del capitalismo, come? non ci siamo ancora liberati dalla religione?. Non è forse la mercificazione di ogni cosa il perfetto ateismo? mercificare come profanare, il senso satanico del capitalismo. Ah, già! il diavolo! nessuna religione è andata perduta. Proprio questo è il punto, non è la questione del capire se il capitalismo viene dalla religione, c'è una struttura ideologica che viene da lì, come Weber del resto ha detto: il problema del protestantesimo. Poi però quando si mette al posto di Dio il denaro si pensa che la religione sia finita, in realtà è proprio quella la religione. Marx ad esempio ha mostrato che i veri problemi di  conflitto sono sempre di natura economica, anche i conflitti di religione e le religioni sono problemi di economia. È importante il testo di Marx sulla questione ebraica, è proprio lì che afferma che il denaro è per gli ebrei il loro dio e con questo in realtà si dovrebbe dire molto di più, non è una questione di razze o di culture, appunto solo l'economia, monismo economico, va presa come piano di battaglia sul quale si redistribuiscono i rapporti di forza. Capitalismo come religione del denaro, questo è un primo punto.

"Il denaro è l'essenza, resasi estranea all'uomo, del suo lavoro e della sua esistenza: e questa essenza aliena lo domina ed egli la adora." (Marx)

Ci si può chiedere se non finisca tutto qua e chiaramente non finisce tutto qua, solo una religione del denaro? l'ennesimo idolo?. Gott non è Götze, il problema è capire la religione nel capitalismo come fenomeno o meglio il capitalismo come fenomeno religioso. Ma questo comporta il comprendere davvero l'essenziale della religione, la religione non è spiritualità liberatrice dell'uomo, Nietzsche ad esempio ci ha insegnato che essa stessa è il fenomeno del debito. Non lo scambio con Dio, ma il dono-sacrificio come paga del debito.

"Drei Züge jedoch sind schon der Gegenwart an dieser religiösen Struktur des Kapitalismus erkennbar. Erstens ist der Kapitalismus eine reine Kultreligion, vielleicht die extremste, die es je gegeben hat. Es hat in ihm alles nur unmittelbar mit Beziehung auf den Kultus Bedeutung, er kennt keine spezielle Dogmatik, keine Theologie. Der Utilitarismus gewinnt unter diesem Gesichtspunkt seine religiöse Färbung. Mit dieser Konkretion des Kultus hängt ein zweiter Zug des Kapitalismus zusammen: die permanente Dauer des Kultus. Der Kapitalismus ist die Zelebrierung eines Kultes sans rêve et sans merci. Es gibt da keinen „Wochentag“<,> keinen Tag der nicht Festtag in dem fürchterlichen Sinne der Entfaltung allen sakralen Pompes<,> der äußersten Anspannung des Verehrenden wäre. Dieser Kultus ist zum dritten verschuldend. Der Kapitalismus ist vermutlich der erste Fall eines nicht entsühnenden, sondern verschuldenden Kultus. Hierin steht dieses Religionssystem im Sturz einer ungeheuren Bewegung. Ein ungeheures Schuldbewußtsein das sich nicht zu entsühnen weiß,
greift zum Kultus, um in ihm diese Schuld nicht zu sühnen, sondern universal zu machen, dem Bewußtsein sie einzuhämmern und endlich und vor allem den Gott selbst in diese Schuld einzubegreifen<,> um endlich ihn selbst an der Entsühnung zu interessieren."

"Tre tratti sono tuttavia già riconoscibili del presente su questa struttura religiosa del capitalismo. Per prima cosa il capitalismo è una pura religione del culto, forse la più estrema, che ci sia stata. Egli ha in sé tutto solo immediatamente con relazione al significato del culto, egli non conosce nessuna speciale dogmatica, nessuna teologia. L'utilitarismo vince sotto questo punto di vista la sua colorazione religiosa. Con questa concrezione del culto si collega un secondo tratto: la permanente durata del culto. Il capitalismo è la celebrazione di un culto senza sogno e senza gratitudine. Non c'è qui nessun "giorno feriale", nessun giorno che non sarebbe giorno di festa nello spaventoso senso della manifestazione di ogni sfarzo sacrale dell'estrema tensione dell'adoratore. Questo culto è per terza cosa indebitante. Il capitalismo è probabilmente il primo caso di non espiazione, bensì un culto indebitante. Qui sta questo sistema religioso nella caduta di un movimento orrendo. Una orrenda coscienza di colpa la quale non sa espirarsi, raggiunge il culto per non espirare questa colpa in esso,  bensì per renderla universale, per martellare la coscienza e alla fine sopratutto concepire il dio stesso in questa colpa, per alla fine interessare lui stesso all'espiazione."

Tre elementi: capitalismo come culto; durata permanente del culto; culto come debito. Si nota che il secondo e il terzo tratto sono solo delle caratteristiche del primo, nel senso che il capitalismo è culto ed è in quanto culto debito indefinito. Il tema del debito infinito di Deleuze potrebbe sembrare proprio quello, dopo tutto il problema è la religione o il fenomeno religioso nel capitalismo. La colpa (Schuld) viene dai debiti (Schulden), Nietzsche così insegna. La colpa eterna, la coscienza di colpa divenuta lo stesso Dio. Se il Dio nell'economia va inteso come denaro, questo non lo dice Benjamin, ma lo diceva Marx, allora la moneta è moneta debito secondo il senso che gli da Deleuze. Bisogna fare il passaggio di esprimere questo debito di coscienza in termini economici, noi siamo vivi, ma la nostra stessa vita ha un prezzo, noi stessi siamo valutati secondo un prezzo quando vendiamo la forza-lavoro e questo è il nostro prezzo. Lazzarato quando parla di questi bambini in Francia che nascono già indebitati, ma non è forse la stessa idea religiosa della colpa originaria che si trasmette nelle generazioni?. L'ateismo vero è quello che ci salva dai debiti, non dobbiamo credere davvero che il denaro abbia un valore, possiamo credere che questo rappresenti delle merci sotto forma di prezzi, nel senso che in un certa società per convenienza si è usato quel mezzo per lo scambio. Il debito è nella religione correlato del tempo e dell'eternità, la durata permanente del culto garantisce questa eternità, domenica indebitata tutti i giorni, ogni ora, ogni secondo. La religione colpisce quando l'esistenza stessa è una colpa.

"Diese ist hier also nicht im Kultus selbst zu erwarten, noch auch in der Reformation dieser Religion, die an etwas Sicheres in ihr sich müßte halten können, noch in der Absage an sie. Es liegt im Wesen dieser religiösen Bewegung, welche der Kapitalismus ist<,> das Aushalten bis ans Ende<,> bis an die endliche völlige Verschuldung Gottes, den erreichten Weltzustand der
Verzweiflung auf die gerade noch gehofft wird. Darin liegt das historisch Unerhörte des Kapitalismus, daß Religion nicht mehr Reform des Seins sondern dessen Zertrümmerung ist. Die Ausweitung der Verzweiflung zum religiösen Weltzustand aus dem die Heilung zu erwarten sei. Gottes Transzendenz ist gefallen. Aber er ist nicht tot, er ist ins Menschenschicksal einbezogen. Dieser Durchgang des Planeten Mensch durch das Haus der Verzweiflung in der absoluten Einsamkeit seiner Bahn ist das Ethos das Nietzsche bestimmt.
Dieser Mensch ist der Übermensch, der erste der die kapitalistische Religion erkennend zu erfüllen beginnt. Ihr vierter Zug ist, daß ihr Gott verheimlicht werden muß, erst im Zenith seiner Verschuldung angesprochen werden darf. Der Kultus wird von einer ungereiften Gottheit zelebriert, jede Vorstellung, jeder Gedanke an sie verletzt das Geheimnis ihrer Reife."

"Questa non è quindi qui da aspettarsi nel culto stesso, né nella riforma di questa religione, la quale dovrebbe potersi tenere a qualcosa di sicuro in se stessa, né nel rifiuto di questa. Sta nell'essenza di questo movimento religioso, il quale è il capitalismo, la sua resistenza fino alla fine, fino al completo indebitamento di Dio, il raggiunto stato mondiale di disperazione sul quale si spera appena ancora. In ciò sta l'inascoltato storico del capitalismo che la religione non è più riforma dell'essere bensì la sua distruzione. L'estensione della disperazione allo stato religioso mondiale dal quale è da aspettarsi la guarigione. La trascendenza di Dio è caduta. Non è morto, è incluso nel destino dell'uomo. Questo passaggio del pianeta umano attraverso la casa della disperazione nell'assoluta solitudine della sua strada è l'Ethos determinato da Nietzsche. Questo uomo è l'oltreuomo, il primo che comincia a realizzare il riconoscimento della religione capitalista. Il quarto tratto è che il suo Dio deve diventare nascosto, deve essere affrontato fino allo Zenit del suo debito. Il culto è celebrato da una non matura divinità, ogni rappresentazione, ogni pensiero ferisce in sé la sua maturità."

Dio non è morto, ha smesso di essere trascendente, è immanente all'economia: debito. Eppure tutto questo deve generare comunque dei rapporti a-simmetrici tra debitore e creditore. Dio immanente all'uomo, la sua stessa coscienza di colpa. L'oltre-uomo come l'unico che ha riconosciuto la religione del capitalismo. Non è chiaro se l'oltre-uomo sia una salvezza qui o una disgrazia, è la distruzione del cielo come distruzione dell'essere lo stato mondiale della disperazione assoluta?.

"Die Freudsche Theorie gehört auch zur Priesterherrschaft von diesem Kult. Sie ist ganz kapitalistisch gedacht. Das Verdrängte, die sündige Vorstellung, ist aus tiefster, noch zu durchleuchtender Analogie das Kapital, welches die Hölle des Unbewußten verzinst. Der Typus des kapitalistischen religiösen Denkens findet sich großartig in der Philosophie Nietzsches ausgesprochen. Der Gedanke des Übermenschen verlegt den apokalyptischen „Sprung“ nicht in die Umkehr, Sühne, Reinigung, Buße, sondern in die scheinbar stetige, in der letzten Spanne aber sprengende, diskontinuierliche Steigerung. Daher sind Steigerung und Entwicklung im Sinne des „non facit saltum“ unvereinbar. Der Übermensch ist der ohne Umkehr angelangte, der durch den Himmel durchgewachsne, historische Mensch. Diese Sprengung des Himmels durch gesteigerte Menschhaftigkeit, die religiös (auch für Nietzsche) Verschuldung ist und bleibt[,] hat Nietzsche pr<ä>judiziert. Und ähnlich Marx: der nicht umkehrende Kapitalismus <102> wird mit Zins und Zinseszins, als welche Funktion der
Schuld (siehe die dämonische Zweideutigkeit dieses Begriffs) sind, Sozialismus."

"La teoria freudiana appartiene anche al sacerdozio di questo culto. Essa è pensata in termini capitalisti. Il rimosso, la rappresentazione della colpa, è dalla più profonda, ancora più illuminante analogia il capitale, il quale concerne l'inferno dell'inconscio. Il tipo del pensiero religioso capitalista si trova grandemente espresso nella filosofia di Nietzsche. Il pensiero dell'oltreuomo rinvia il "salto" apocalittico non nel pentimento, espiazione, purificazione, penitenza bensì verosimilmente in continuo, all'ultimo lasso di tempo ma saltato, discontinuo aumento. Pertanto sono l'aumento e lo sviluppo nel senso del "non facit saltum" incompatibili. L'oltre-uomo è il creato senza pentimento, il cresciuto attraverso il cielo, l'uomo storico. Questo distruzione del cielo attraverso l'innalzamento dell'umanità, il religioso (anche per Nietzsche) è e rimane debito, Nietzsche ha pregiudicato. E similmente a Marx: il capitalismo non mutato diventerà con interesse e interesse composto, come sono le funzioni della colpa (si veda il demoniaco doppio senso di questo concetto), socialismo."

Anche Freud con il debito (Anti-Edipo?), il debito con l'inconscio, il desiderio alienato come alienazione del capitale. Inferno dell'inconscio e contenuti repressi che tornano a galla nella psyche del malato (creditori?). L'oltreuomo è lo stesso uomo storico, esso non è un progresso in una continuità del tempo, ma in un suo salto. Ergo non esiste evoluzione se non per differenziali di velocità, un salto storico. Marx e Nietzsche: socialismo.

"Kapitalismus ist eine Religion aus bloßem Kult, ohne Dogma. Der Kapitalismus hat sich – wie nicht allein im Calvinismus, sondern auch an den übrigen orthodoxen christlichen Richtungen zu erweisen sein muss, auf dem Christentum parasitär im Abendland entwickelt, dergestalt dass zuletzt im wesentlichen seine Geschichte die eines Parasiten, des Kapitalismus ist. Vergleich zwischen den Heiligenbildern verschiedener Religionen einerseits und den Banknoten verschiedener Staaten andererseits. Der Geist, der aus der Ornamentik der Banknoten spricht. Kapitalismus und Recht. Heidnischer Charakter des Rechts
Sorel Réflexions sur la violence p262
Überwindung des Kapitalismus durch Wanderung Unger Politik und Metaphysik S 44
Fuchs: Struktur der kapitalistischen Gesellschaft o. ä.
Max Weber: Ges. Aufsätze zur Religionssoziologie 2 Bd 1919/20
Ernst Troeltsch: Die Soziallehren der chr. Kirchen und Gruppen (Ges. W. I 1912)
Siehe vor allem die Schönbergsche Literaturangabe unter II
Landauer: Aufruf zum Sozialismus p 144"

"Il capitalismo è una religione del puro culto, senza dogma. Il capitalismo ha da essere provato non solo nel calvinismo, bensì anche nelle cristiane ortodosse direzioni restanti, si sviluppa parassitario in occidente sul Cristianesimo, in modo tale che alla fine essenzialmente la sua storia è la storia di un parassita, del capitalismo. Fate una comparazione tra le immagini sacre delle varie religioni da una parte e le banconote dei diversi stati dall'altra. Lo spirito, lo si legge nell'ornamento delle banconote.

Capitalismo e diritto. Il carattere pagano del diritto
Sorel riflessioni sulla violenza p262
Il superamento del capitalismo attraverso la migrazione  Unger politica e metafisica S 44
Fuchs: struttura della società capitalista
Max Weber: saggi sulla sociologia della religione 2 Bd 1919/20
Ernst Troeltsch: la dottrina sociale della chiesa cristiana e gruppi (Ges. W. I 1912)
Vedi in particolare la bibliografia di Schönberg sotto il
 Landauer: chiamata al socialismo p 144 "

Prima viene detto che il capitalismo è solo culto e non ha dogmi, poi però si cerca di rovesciare il rapporto tra la religione e il capitalismo, il capitalismo è sempre stato il parassita della religione, la storia del cristianesimo è storia del capitalismo perché il capitalismo ha sempre vissuto come parassita del cristianesimo. La sua convinzione deve essere che i fondamenti del capitalismo non sono solo nel calvinismo o nella religione protestante, ma anche proprio in quella cattolica e quella ortodossa. Non ci sono riferimenti alla religione ebraica, mancano del tutto. Manca per esempio una riflessione sul problema dell'usura, era la religione una forza frenante dell'usura?. Le immagini delle banconote come effigi di santi? "in god we trust" recita la banconota del dollaro, per il resto le immagini delle banconote concretizzano immagini di personaggi storici spesso o monumenti, spirito umano nella banconota?.

"Die Sorgen: eine Geisteskrankheit, die der kapitalistischen Epoche eignet. Geistige (nicht materielle) Ausweglosigkeit in Armut, Vaganten- Bettel- Mönchtum. Ein Zustand der so ausweglos ist, ist verschuldend. Die »Sorgen« sind der Index dieses Schuldbewußtseins vonAusweglosigkeit. Die »Sorgen« entstehen in der Angst gemeinschaftmäßiger, nicht individuell-materieller Ausweglosigkeit. Das Christentum zur Reformationzeit hat nicht das Aufkommen des Kapitalismus begünstigt, sondern es hat sich in den Kapitalismus umgewandelt. Metodisch wäre zunächst zu untersuchen, welche Verbindungen mit dem Mythos je im Laufe der Geschichte das Geld eingegangen ist, bis es aus dem Christentum soviel mytische Elemente an sich ziehen konnte, um den eignen Mythos zu konstituieren. Wergeld / Thesaurus der Guten Werke / Gehalt der dem Priester geschuldet wird<.> Plutos als Gott des Reichtums
Adam Müller: Reden über die Beredsamkeit 1816 S 56ff"

"Le preoccupazioni: una malattia dello spirito, la quale si adatta all'epoca capitalista, spirituale (non materiale) mancanza di via d'uscita nella povertà, goliardi-mendicante-monachesimo. Uno stato il quale è così senza via d'uscita, è indebitante. Le "preoccupazioni" sono l'indice di questa coscienza di colpa dell'assenza di alternative. Le "preoccupazioni" nascono nella paura, la non individuale-materiale assenza di uscite. Il cristianesimo ai tempi della riforma non ha promosso l'ascesa del capitalismo, bensì si è convertito nel capitalismo. Metodicamente all'inizio sarebbe da ricercare, quali collegamenti con il mito nel corso della storia il denaro ha ricevuto, finché poteva attrarre a sé dal cristianesimo così tanti elementi mitici, per costruire il proprio mito. Giudrigildo/Tesauro delle buone opere/contenuto dovuto al prete <.> Plutone come dio della ricchezza.
Adam Müller: discorsi sull'eloquenza 1816 S 56ff"

"No way out", le preoccupazioni sono la malattia dello spirito dice, dopo tutto è peggio quello della situazione materiale che sta dietro il problema della nuda vita che lascia il capitalismo, dopo tutto se non ci dovessimo preoccupare forse vedremmo altre soluzioni. Il debito è nella nostra stessa coscienza, un problema di religione, non abbastanza atei, non abbastanza vuoti, ma pieni di una coscienza indebitante, coscienza della colpa. Buone opere e risarcimento, lavoro per pagare i debiti, denaro-salario-tasse. La moneta è nata dai tributi, dice Deleuze. Qui il problema sembra essere: quando il cristianesimo è diventato capitalismo? la cultura della povertà cristiana, cultura del proletariato?. Povertà come condizione iniziale nel capitalismo, la borghesia che pone le condizioni perché non ci sia altra via d'uscita, circuito di passaggi obbligati: lavoro-denaro-merce. Mito del denaro, il denaro prima di tutto era oro, poi la banconota prende il posto dell'oro. Giudrigildo era la somma che corrispondeva al valore di una persona in certi popoli germanici, tanto valore tanto risarcimento, tanto debito.

"Zusammenhang des Dogmas von der auflösenden, uns in dieser Eigenschaft zugleich erlösenden und tötenden Natur des Wissens, mit dem Kapitalismus: die Bilanz als das erlösende und erledigende Wissen.  Es trägt zur Erkenntnis des Kapitalismus als einer Religion bei, sich zu vergegenwärtigen, daß  das ursprüngliche Heidentum sicherlich zu allernächst die Religion nicht als ein »höheres« »moralisches« Interesse, sondern als das unmittelbarste praktische gefaßt hat, daß es sich  mit andern Worten ebensowenig wie der heutige Kapitalismus über seine »ideale« oder  »transzendente« Natur im klaren gewesen ist, vielmehr im irreligiösen oder andersgläubigen  Individuum seiner Gemeinschaft genau in dem Sinne ein untrügliches Mitglied derselben
sah, wie das heutige Bürgertum in seinen nicht erwerbenden Angehörigen."


"Il collegamento del dogma della natura risolutiva, a noi in questa capacità allo stesso tempo redentrice e assassina del sapere, con il capitalismo: il bilancio come il sapere redentore e distruttore. Contribuisce alla conoscenza del capitalismo come religione, di rammentarsi, che l'originale paganesimo sicuramente ha adottato il più immediatamente la religione non come un "alto" "morale" interesse, bensì come il più immediatamente pratico, che in altre parole proprio come l'attuale capitalismo nel suo ideale o natura trascendente è stato chiaramente, molto di più nell'irreligioso e eterodosso individuo della sua comunità proprio nel senso di un membro inconfondibile della stessa, come l'attuale borghesia nei suoi membri non acquisiti."

Il testo: Kapitalismus als Religion di Walter Benjamin. Le traduzioni: dei miei tentativi. Lo sforzo di rendere più accessibile un testo poco noto che sembra parlare di passato, ma se per esempio lo si vede nell'ottica dell'economia del debito parla di oggi. Schizzi di appunti e commenti che si insinuano tra i testi, il cui fine è quello di far partire altri pensieri e riflessioni, rivoltare il testo, far risplendere lo specchio del futuro. Si tratta di un testo non completo, lo dice all'inizio: "Più tardi, tuttavia, ciò sarà compreso.", noi o forse qualcuno di noi deve completare il lavoro, scrivere quello che manca perché Benjamin ha scritto solo quello che era visibile ai suoi tempi, tutti germi.


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giovedì 3 dicembre 2015

Passages, a: Movimenti sociali, p.I (Walter Benjamin)






La sezione si apre con una serie di considerazioni sul surrealismo, il surrealismo come da un lato dalla parte del materialismo antropologico e   contro il progresso, ma dall'altro avverso al marxismo. Non è chiaro cosa si intenda, nel senso che l'identità tra materialismo storico e critica al progresso è un classico in Benjamin, non è altro che la considerazione della critica della storia come storia dei vincitori, come bottino delle classi dominanti, ma come questo si colleghi con il surrealismo è meno chiaro. Diciamo che Benjamin parte da una citazione di Emmanuel Berl in cui si legge che il surrealismo confonde un anticonformismo morale con la questione della rivoluzione proletaria. Sembra che al surrealismo, che non a caso viene dal dadaismo, interessi il primo momento della rivoluzione, quello del caos. Il senso è puramente nichilistico credo, così come lo è anche il totale anticonformismo morale, quindi la caduta dei valori. Il marxismo non è questo, anzi: "tutto sarà profanato" o quello che viene chiamato capitalismo tecno-nichilista non è in contrasto con la nascente società dei consumi. Quando Benjamin parla del surrealismo sembra sempre parlarne come qualcosa che è un prodotto di una data società, una società sognante come quella dell'800'. Diciamo pure che il surrealismo nasce in un Passage, come dice lo stesso Benjamin, nel Passages come luogo fatato dei desideri consumistici. La realtà da sogno o il trascendentale della merce non possono essere diversi dall'oggetto surrealista. Anche quando Benjamin parla di Baudelaire, certamente ne riconosce il carattere di bohemiène, nel senso del debosciato e dell'a-morale, tuttavia non sembra convinto che questo sia anticonformista, nel senso che vada contro il sistema, spesso il capitalismo consumista ci invita a rompere con i tabù della vecchia società, l'importante del resto sono i soldi. Di fatto, però, Benjamin in tutte queste cose, intendo dire il surrealismo, l'hashish e simili, non vede semplicemente delle caratteristiche di questo mondo inebriante come il battello ebbro di Rimbaud, si tratta anche di momenti sacri nel profano. Quello che importa per Benjamin è trovare delle porte per lo Jetztzeit (l'adesso), questo "sacro" è come la madelaine di Prouste, diciamo è qualcosa che ci permette di accedere al passato come incompiuto. Perché forse non è che Benjamin stia dicendo che non esista nessun carattere di promessa nell'arte, ma forse questo non sarebbe un carattere del tutto peculiare dell'arte, così come invece pensa Adorno. Ad ogni modo in tutto questo discorso si infila di mezzo il marxismo in quanto Benjamin afferma che in esso è presente il misticismo, ma questo non va confuso con la religione. Certamente il marxismo è mistico, nel senso, è mistica l'interpretazione di Marx del capitalismo perché non è mai riduzionismo materialista, ma c'è sempre un riferimento ad un trascendentale, alla merce come oggetto trascendente e vale lo stesso per il denaro. Poi è da notare l'aspetto comunitario del comunismo e l'abolizione della proprietà privata che poi sono tipici anche di certe comunità spirituali. Ovviamente può essere che qui Benjamin abbia forse più in mente la teologia sottesa al materialismo storico, la storia di Marx comunque conduce alla società della classe con l'apocalittica fine del capitalismo e quello l'anticristo dei banchieri e dei grandi monopolisti che avrebbero comandato la società prima della fine.
Dopo questo inizio partono una serie di citazioni varie da differenti fonti per parlare delle lotte sociali nella Parigi e la Francia dell'800', in particolare si riferisce al 48'. Per esempio c'è la descrizione di un episodio misterioso, in particolare per la questione numerica: il 23 Febbraio, alle 23:00, muoiono 23 persone in una sparatoria. I cadaveri illuminati dalle luci dei lampioni, la gente che ha sentito gli spari che si è chiusa in casa per la paura e non una finestra aperta, non una persona affacciata a vedere, un ragazzo del popolo grida vendetta. La sensazione è che episodi del genere non fossero isolati a quel tempo chiaramente, che erano tempi di lotta sociale. Da un lato il potere repressivo della polizia napoleonica, dall'altro operaio in rivolta, operaio che ancora credeva negli ideali del 1789, nel progresso, nei diritti del cittadino e così via. La rivoluzione operaia in quest'opera è paragonata a quella pianta tropicale che rimane per lo più sempre uguale a se stessa, invariata nel suo aspetto, per poi di colpo, quasi in un boato, far spuntare il suo fiore magnifico. Walter Benjamin sa che ciò che muove la rivoluzione operaia è qualcosa di completamente diverso da un movente puramente razionale, nel senso che non è la ragione a guidare il rivoluzionario, ma in primo luogo il sentimento. La rivoluzione è fatta per grandi ideali come quelli della libertà o dell'uguaglianza, ma sempre per quattro stracci e per dei tozzi di pane, perché l'operaio spesso non aveva nemmeno quello, così spesso si leggeva negli slogan degli operai: "pane e lavoro" o "attenti alla proprietà, morte ai ladri!". Da questo punto di vista è interessante come la rivoluzione francese sia nata in buona parte dall'ispirazione al pensiero di vari filosofi come Voltaire, Rousseau, Montesquieu, oltre al fatto che sia stata necessariamente voluta dalle sette massoniche, di cui questi stessi filosofi facevano parte (dopo tutto non è strato, il libro di Benjamin è pieno di riferimenti al contributo delle società segrete alle rivoluzioni e agli attentati, come ad esempio i Carbonari). Questa nascita è la componente razionale, ma poi come si vede in una canzoncina rivoluzionaria di quei tempi, citata dallo stesso Hugo, i filosofi citati venivano in parte presi in giro:

On est laid à Nanterre,
C'est la faute à Voltaire,
Et bête à Palaiseau,
C'est la faute à Rousseau.

Je ne suis pas notaire,
C'est la faute à Voltaire,
Je suis petit oiseau,
C'est la faute à Rousseau.

Joie est mon caractère,
C'est la faute à Voltaire,
Misère est mon trousseau,
C'est la faute à Rousseau.

Je suis tombé par terre,
C'est la faute à Voltaire,
Le nez dans le ruisseau,
C'est la faute à... [Rousseau]

I motivi dei motivi sociali sono l'evidente sfruttamento della classe operaia, ciò che poi è oggetto della parte centrale del primo libro del Capitale di Karl Marx in cui parla della situazione nelle industrie inglesi. Qui, nell'opera dei Passagenwerk, si possono vedere invece una serie di informazioni che sono riferite alla Francia, ovviamente uno dei fatti è la questione dell'estensione dello sfruttamento alle donne e ai bambini, spacciata per filantropia dai capitalisti in quanto così avrebbero aiutato a nutrire famiglie e gli operai francesi gridavano in risposta: "Poiché non possiamo nutrirli, almeno vogliamo morire tutti insieme!". La rabbia è questo, tanto per ricollegarmi a quello che dicevo prima, nel senso che lo stato del rivoluzionario non è quello della ragione o della razionalità che magari guidano i filosofi (quelli che, secondo Deleuze, sono gli unici a creare rivoluzioni, infatti anarchismo, comunismo, socialismo, prima di essere politica o pratica, erano filosofia politica e in nessun altra scienza si trova qualcosa di simile, la rivoluzione è sempre venuta dalla bocca dei filosofi), la rivoluzione dipende da uno stato febbrile, da uno stato ebbro e in parte alterato. Il sentimento rivoluzionario, la sua rabbia distruttrice e il suo desiderio creativo, dipendono tutti da uno stato ubriaco. In un certo senso potrebbe dire Benjamin: segui le vie del vino e troverai i rivoluzionari e i cospiratori. Come ho già detto in passato i cospiratori sono grandi frequentatori di osterie, le osterie sono luoghi dove scorre il vino.

"I proletari hanno composto una Marsigliese che fa paura, che essi cantano in coro nelle officine e che si può giudicare dal ritornello:
Sème le champ, Proletaire;
C'est l'Oisif qui récoltera." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.777)

La rivoluzione deve essere immaginata nel modo più cruento più possibile, con uomini che mozzavano le teste ai poliziotti e poi potevano appenderle alle barricate, poliziotti che non si facevano scrupoli ad usate tutta la violenza che potevano contro gli operai, il fare i pezzi i corpi e usare i cadaveri per fabbricare nuove barricate. Non c'era molta scelta, si diceva infatti: "Vivere lavorando o morire combattendo", anche si riusciva a trovare un lavoro si sapeva che questo non poteva essere una certezza, il posto fisso eterno, la disoccupazione, così come un mancamento potevano essere un futuro prossimo sempre, non molto lontano. Lione è un esempio che viene qui fatto della violenza rivoluzionaria, Lione è coinvolta nella rivoluzione francese da uno scontro tra giacobini e girondini, i primi scacciano i secondi dalla città. Da segnalare è anche l'Ode alla ghigliottina come espressione poetica del tempo.

" «Dés les premiers jours qui suivrent la Révolution de 1830 une chanson, Requête d'un ouvrier à un juste milieu, circulait à Paris. Le refrain en était très expressif:
J'ai faim!
C'est bien, mang'ton poing.
Gard'l'aut'pour demain.
C'est mon refrain.
... Barthélmy... dit... que... l'ouvrier sans travail est obligé de travailler au "chantier du tumulte"... Dans la Némesis de Barthélemy... le pontife Rothschild, avec une foule de fidéles, dit la "messe de l'agio", chante le "psaume de la rente"». Jean Sjerlitch, L'opinion publique en France d'après la poesie, Lausanne, 1901, pp. 97-98 e 159." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.789)

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mercoledì 21 ottobre 2015

Walter Benjamin








Nasce a Berlino il 15 luglio 1892, figlio di un ricco antiquario ebreo e di una ebrea proveniente da una famiglia di ricchi commercianti. Studierà filosofia a Berlino, seguirà le lezioni di Heirich Rickert a Friburgo. Conosce Martin Buber,  Gershom Scholem con il quale studia Cohen, Ernst Bloch e frequentando il Lehrhaus conosce anche Rosenzweig, sempre là incontra Fromm e quindi successivamente Theodor Wiesengrund Adorno. Benjamin cercherà di diventare professore a Francoforte, ma non riesce. Nel frattempo Benjamin lavora a traduzioni come a quella dell'opera di Proust in tedesco, va a Parigi, comincia il progetto sui Passagenwerk, inizia a pensare di andare a insegnare a Gerusalemme, si mette ad imparare l'ebraico, pensa di iscriversi al partito comunista, ma alla fine non farà nessuna di queste due cose. Passerà un paio di altre volte a Parigi, più volte si scrive con Scholem, pensando di andare in Palestina, cosa che non farà mai. A Parigi si scrive con Adorno e pubblica sulla rivista della scuola di Francoforte: L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. Nel 1939 quando scoppia la guerra viene internato prima nello stadio di Colombes, poi nel campo di lavoro volontario nei pressi di Nevers. Nel 1940 scrive le Tesi sul concetto di storia con una copia per Adorno e una per Scholem. Quando i nazisti arrivano a Parigi Benjamin arriva verso sud, arriva a Lourde, passa per Marsiglia e si dirige  verso il Portogallo. Benjamin fuggiva con altre persone, cercava di superare i Pirenei passando per Portbou. La polizia spagnola minaccia di rispedire i tre indietro alle autorità francesi, allora quella stessa notte Benjamin si ucciderà con la morfina, lasciando passare gli altri, di cui uno era suo figlio. Le sue opere più fondamentali scritte sono: Charles Baudelaire: tavole parigine (1920), critica della violenza (1923), Franz Kafka (1934), L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), Tesi sul concetto di storia (1940), I Passages (1983).
Qui palerò non di tutte le opere, tanto meno delle più importanti, per questo non ha senso prendere questo testo come un riassunto generale; per scrivere su Benjamin si dovrebbe scrivere all'infinito. Questo testo si basa su alcune opere come: L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), Tesi sul concetto di storia (1940), I Passages (1983). Si potrebbe cominciare il discorso dalla prima, passare per la terza e arrivare alla seconda. L'idea di Benjamin fondamentalmente è questa: un'analisi del rapporto tra arte e tecnica, di come la seconda abbia modificato la prima, non solo in senso materiale, ma proprio nell'essenza. Possiamo dire che cose come la fotografia e il cinema che sono in primo luogo prodotti della tecnica, in realtà non hanno ucciso affatto l'arte, semplicemente sono diventante nuove forme di arte. Non si sta dicendo che tutte le foto sono arte, ma che di fatto vi sono foto artistiche, come non tutti i filmati fanno un film, ma il film è arte. Ciò che si mette in primo luogo in discussione è magari una forma di arte come la pittura e non la scultura, perché dopo tutto l'idea di poter avere una visione totale dell'oggetto semplicemente fotografandolo da tutti i lati è un vantaggio per lo scultore in quanto gli da una visione tridimensionale dell'oggetto e così nasce la fotoscultura. Ciò che però conta di più alla fine è la trasformazione dell'essenza dell'opera d'arte, in quanto l'opera d'arte perde la sua aura, come si diceva già che il poeta perde la sua aureola. Solo che nel caso dell'opera d'arte non è semplicemente una questione di perdita di autorità, di fenomeno di mercificazione, è un problema che concerne il fatto che l'opera non ha più il suo carattere di originale ed è infinitamente riproducibile (infinite copie senza originale). Ad esempio Benjamin fa notare che un film può essere trasmesso in diverse sale alla stessa ora, lo stesso giorno, allora chi sta vendendo il nastro originale? oppure anche il caso della fotografia è importante perché è davvero difficile distinguere la prima foto dalle successive riproduzioni (non parliamo delle nostre foto digitali). Il fenomeno della riproduzione dell'arte però non riguarda solo la fotografia e il cinema, anche l'art nouveau rappresentava all'epoca una forma di arte riprodotta a volontà tecnicamente, nelle case, sui balconi, per quel che riguarda scale, mobili e così via. Sarebbe un errore pensare che Benjamin voglia dire che l'opera d'arte si sta degradando e mercificando, così che foto, film e art nouveau non sono altro che prodotti di consumo. Certamente Benjamin non nega il fenomeno del capitalismo che tende a trasformare tutto in merce, oppure come diceva Marx: "tutto sarà profanato", tuttavia il problema sta in questo cambiamento di essenza, quindi anche nel cambiamento di funzione. La caratteristica essenziale dell'opera d'arte attuale è lo "shock", l'opera d'arte costringe a fermare il contiuum della tua vita per gettarti in un presente immediato che viene vissuto come fosse sganciato dal tempo. C'è da dire che Benjamin era poi anche convinto che l'effetto "shock" avesse in sé delle possibilità emancipatrici e del resto è su questo stesso concetto che si è basato per costruire la sua filosofia della storia. Dopo tutto Benjamin non leggeva il film nel senso di un contiuum, ma il film è fatto da tanti frammenti fatti scorrere velocemente che ci danno l'illusione del tempo e dello spazio, quando non sono altro che istanti monadici eterni, tanti piccoli "shock". Più che montaggio c'è uno "smontaggio", si perché Benjamin parla tanto di "montaggio letterario", ma questo presuppone sempre uno "smontaggio letterario". Ad esempio se prende delle citazioni o stralci da testi per rimontarli in una certa sequenza in un libro, non può che farlo se non dopo averli precedentemente smontati dai libri che leggeva. Perché in realtà Benjamin parte sempre dal singolo fotogramma per costruire, dallo scarto o dallo straccio/frammento, quindi prima "smonta" ed è in un secondo momento che "monta". Per quanto riguarda la questione della mercificazione dell'opera d'arte Walter Benjamin parla di "valore espositivo", cioè parla del fatto che l'opera d'arte diventa merce, non tanto e semplicemente perché ha un prezzo o perché ha perso il suo "valore culturale", nemmeno il valore d'uso sarebbe adeguato all'opera d'arte, piuttosto si tratta del fatto che l'opera d'arte come la pornostar si offre nella sua totale nudità ad un pubblico senza più nessun velo, senza stare più nel suo tempio (museo), ma magari può essere messa all'aperto in un'esposizione universale accanto a qualche donna poco vestita. Ovviamente si può rimediare a tutto, perché per esempio i valori più estetici ed espositivi dell'arte li troviamo tranquillamente nell'arte fascista, ma questa è una valenza politica che può assumere l'arte. Ad esempio il culto del divo, l'estetizzazione del film, hanno caratteri completamente fascisti, perché il divo diventa subito idolo delle masse, il grande modello di comportamento che tutti imiteranno e così via, sotto molti aspetti nessuno dei divi può essere meglio di Hitler. Così Benjamin condanna in primo luogo il cinema hollywoodiano come cinema fascista, tuttavia immagina la possibilità di una politicizzazione del cinema in senso comunista. Per esempio dice che se l'operaio si spoglia della sua dignità davanti ad una macchina, l'attore al cinema lo vendica sul set esprimendosi liberamente proprio davanti ad un'altra macchina. In pratica il comunismo politicizza l'arte.
Ora quello che dice Benjamin sull'arte vale anche per le trasformazioni che erano in atto nell'800', prima parlavo della questione dell'art nouvau, in quel caso il problema riguarda un'arte del ferro che è diventata riproduzione e che si è diffusa tantissimo a Parigi, così come a Barcellona, quindi che è diventata un moda vera e propria. Tuttavia forse è meglio analizzare le trasformazioni della società dell'800' descritte da Benjamin nei Passages partendo da dei temi generali come possono essere "la società dell'esposizione", ma si potrebbe dire delle prostitute, "la perdita dell'interiore", "il problema della tecnica". Il punto da capire è che anche se Walter Benjamin è consapevole del fenomeno della mercificazione totale, nonché di quello che Marx chiama "feticismo" della merce, Benjamin non lo analizzerebbe mai a partire dal "valore di scambio". Benjamin infatti parla di "valore espositivo"; questo concetto, come del resto nota un certo Byung-Chul Han, non è mai né il "valore di scambio" e tanto meno il "valore d'uso". Insomma se per Marx il problema del feticismo si esprimeva nel prezzo, perché il prezzo poi in quanto tale non viene riferito al lavoro dell'operaio, ma a delle presunte qualità naturali dell'oggetto che verrebbero in tal maniera misurate, questo non vale Benjamin. Perché il feticismo esiste quando il processo lavorativo è nascosto dietro alla merce, la merce viene considerata in quanto tale come qualcosa che ha determinate caratteristiche  per natura, quando in realtà sono frutto del lavoro di qualcuno. Il problema di Benjamin non sta tanto in questo feticismo che poi viene a condensarsi nel prezzo, la questione è questa: immaginatevi qualcuno che cammina per questi Passages, ovvero questi corridoi pieni di negozi di lusso con questo soffitto con l'impalcatura di ferro che regge delle lastre di vetro, immaginatevi lui con un passo da tartaruga attratto da tutta la magia dei prodotti che gli si offrono nelle vetrine, non importa se siano oggetti utili o qualunque cosa siano, l'importante è che catturino la sua attenzione, che siano belli o meglio sexy, che riescano a stimolare i suoi desideri, quelli più bassi, il suo sex appeal. È chiaro che in questo mondo fatato scorre il denaro, che il denaro apre le porte dell'appagamento del desiderio, che le cose sono messe lì perché qualcuno le compri. Il punto però non sta tanto nell'atto della vendita vero e proprio, ma nel fatto che sono lì nella vetrina esposte alla vista di tutti nella loro nudità, magari illuminate da qualche luce a gas (sotto i riflettori?). Il fatto che qualcuno si mostri nudo, per esempio una donna, è una prestazione, se poi lo fa davanti a tutto un pubblico diventa pura esposizione o spogliarellismo. Sono proprio quelle immagini proibite che colpiscono e interessano ai "clienti", tutti vogliono vedere le immagini "segrete", ma cosa succede quando queste ci vengono offerte facilmente davanti ai nostri occhi senza più nessun velo? cosa succede al nostro interiore, al nostro mondo interno quando viene sufficiente illuminato e viene messo sotto i riflettori davanti a tutti? in sostanza: cosa succede quando la nostra anima si prostituisce?. Quando questo succede abbiamo una perdita di interiore, insomma Benjamin denuncia una società della prostitutizzazione totale, che non è un fenomeno che riguarda solo le donne, riguarda tutta la società ed in primo luogo quello che è il mondo delle merci. Noi vediamo sempre di più il nostro interiore nelle cose esterne, in ciò che possediamo, tracce di noi stessi chiaramente sono nei nostri oggetti che più ci rimandano al nostro passato, questo effetto, che Chul Han definirebbe come "narrativo", in realtà è morto con l'esposizione e la mercificazione di ogni cosa, per cui da tempo ogni cosa ha perso il suo valore; per Benjamin da questo punto di vista ci sarebbe salvezza solo nei collezionisti. Per noi art noveau, scale a chiocciola, case, macchine sono sempre di più ciò in cui riconosciamo la nostra anima, solo che il punto non è semplicemente il fatto che l'anima non è nelle cose perché non è un oggetto, mentre noi materialisti e feticisti la trasmutiamo in merce, il problema è che esiste davvero un'anima negli oggetti, in un certo senso, ma l'unico che sa leggerla davvero è il collezionista, perché solo il collezionista vede il passato dell'oggetto lo coglie come valente in sé a prescindere dall'utilità dell'oggetto e dal suo valore commerciale ed in più conosce sempre l'oggetto come qualcosa che ha un destino ancora incompiuto. Alla fine i Passages sono il libro su questa società consumista folle della continua produzione, dello sfruttamento incondizionato della natura, della tecnica innovata che poi non ha altro che questo scopo,  del finanzcapitalismo nascente e il suo mondo della borsa. Questo mondo chiaramente non ha valori, ma probabilmente questo è anche falso, il valori del capitalismo sono: il profitto e l'accumulazione, forse anche il potere; il problema è la scomparsa di un soggetto etico capace di pensare con la propria testa e di nuotare contro corrente, sembra sempre più di far parte di un mondo dove tutti collaborano per un sistema, ma quando succede qualcosa nessuno sembra il diretto colpevole. L'egoismo e la chiusura mentale portano a un uomo ad una sola dimensione per dirla alla Marcuse, ma si tratta di un uomo che non conosce nemmeno le conseguenze vere dei propri atti, perché lo sappiamo tutti che se davvero dovessero sciogliersi i ghiacciai dei poli i capitalisti ne troverebbero occasione per sfruttarlo e farci altri soldi e non gli interessa nulla del disastro ambientale. Dico questo perché nei Passages si legge che Fourier era convinto che i ghiacciai si sarebbero ritirati dai poli nel 1828, all'epoca una frase del genere poteva essere presa come "bella profezia", ma non come "previsione di disastro ambientale", erano più ottimisti? sicuramente Fourier era più che ottimista, era un utopista, ma forse non sapevano quello che dicevano. Oppure quando Saint-Simon affermava che bisogna fare una statua di Napoleone con le montagne della Svizzera sembra che all'epoca, come accade anche adesso con le "trivellazioni", non ci fosse tanto scandalo all'idea di "bucherellare" le montagne. Io l'ho messa molto sul tema ambientale, ma la tecnica  normalmente è definita come qualcosa che ha come scopo l'assoggettamento della natura all'uomo. C'è una soluzione a tutto questo, secondo Benjamin, questa soluzione la troviamo a partire dallo scarto, dall'oggetto dimenticato, si deve partire da ciò che la società e il sistema rifiutano, lo scarto del sistema (Cuozzo dice:l'immondizia), per costruire un nuovo mondo.
Parlando sempre di scarto ci si può ricollegare a quello che per Benjamin era il singolo fotogramma del film e ora potremmo dire anche istante monadico storico. Per Benjamin si parte sempre da quello: smontare la società, smontare i film, smontare la storia. Secondo Benjamin l'immagine classica della storia come contiuum, progresso e come storia unica in realtà non è altro che immagine che gli hanno dato i vincitori, perché poi non è alto che la storia stessa dei vincitori. Prima di tutto, come fa notare lo stesso Vattimo, è difficile dare una visione unitaria della storia che non sia la classica prospettiva degli europei; in secondo luogo chiediamoci davvero quale sia il progresso della storia, perché vediamo dei popoli vincere ed abbatterne degli altri: i romani sconfiggono molti popoli, i barbari fanno crollare l'impero romano e così via, tutte queste sono storie dei vincitori e delle loro barbarie, ma ovviamente il cattivo è sempre il nemico perché così il vincitore vuole che lo si dipinga. Adorno diceva che ogni documento culturale è insieme un documento di barbarie. Dunque il problema di Walter Benjamin era che il progresso non è altro che una distruzione compatta che avanza. Perché tutto questo? il nazismo mette in discussione ogni concezione del progresso storico perché non ha senso dire che il progresso della civiltà è tale da essere continuo per cui il futuro sarà sempre migliore del passato e del presente dopo quanto è successo con il nazismo. Forse prima si pensava che con la rivoluzione francese fossero avvenuti dei passi verso una società più giusta, poi Marx l'aveva criticata questa società con la sua ipocrisia, così cominciano le lotte di classe e così via, ma anche Marx credeva nel progresso storico. Con l'arrivo del nazismo, delle sue stragi e delle sue barbarie non si può che pensare che le barbarie possano tornare in qualsiasi momento (cosa forse detta già in parte da Giabbattista Vico). È come se la battaglia della storia fosse giocata tutta sul presente e non sulle speranze future, come del resto fa vedere lo stesso Benjamin in quell'immagine del turco con il narghilè e il nano gobbo che gioca a scacchi. L'idea di Walter Benjamin sostanzialmente è questa: che la rivoluzione consiste nel fermare il treno della storia; che il passato non si sia mai risolto definitivamente perché rimangono in esso molte cose irrealizzate come speranze, lacrime, sofferenze che chiedono di essere rivendicate; tutto questo materiale deve venire alla luce ed è la vera dinamite della storia; in ogni momento è possibile riaprire quelle stanze buie e accendere la miccia della storia, si tratta di far convergere la costellazione del passato con quella attuale per innescare l'esplosione storica rivoluzionaria. Se il problema riguarda le speranze non appagate, il dolore e le lacrime sepolte nel passato della gente oppressa, in sostanza dei vinti, allora il problema è la redenzione, la salvezza. Qui viene fuori la questione del massianismo in Benjamin perché secondo Benjamin il messianismo ebraico va inteso nel senso che ogni presente può essere la porta in cui potrebbe arrivare il messia redentore, così essere ebrei significa anche credere sempre nel fatto che questo messia arriverà, ma che quel momento potrebbe anche essere adesso.


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Un commento a “l'opera d'arte nell'opeca della sua riproducibilità tecnica” ( Walter Benjamin) 

giovedì 15 ottobre 2015

Passages, Z: La bambola, l'automa (Walter Benjamin)



Noi pensiamo che i robot siano una novità dell'ultimo secolo, ma in realtà non è proprio così, già nel Medioevo si costruivano queste specie di automi, uno dei più famosi era la canard digérateur di Vaucasson del 1739. Questo automa dava impressione all'esterno di essere un'anatra meccanica capace di digerire il cibo, in realtà se si inseriva un chicco di grano nella bocca, l'anatra defecava, ma le feci non erano il risultato del processo, sembra che fossero già inserite dell'anatra meccanica e il meccanismo dava solo l'illusione che fosse una digestione reale. In passato sono stati costruiti numerosissimi automi delle specie più varie: c'erano automi che giocavano a scacchi, altri sapevano scrivere, ecc... L'automa era caricato in modo tale che si sarebbe mosso in un certo modo così come era stabilito fin dall'inizio, allora due automi potevano giocare una partita a scacchi e quando qualcuno guardava la partita non sapeva chi avrebbe vinto, ma in realtà era tutto già scritto nel meccanismo. In effetti un meccanismo come quello, assieme a quello dell'orologio, hanno posto ai moderni i seri problemi sul determinismo. Per esempio: e se tutto quello che facciamo fosse solo frutto di un meccanismo ad orologeria? il problema del moderno allora era che tipo di libertà può avere l'uomo dato che ogni cosa è già calcolata, ad esempio dalla provvidenza di Dio, oppure è determinata dalle leggi di natura. Leibniz pensava le sue monadi come orologi caricati che interagivano nello stesso mondo per un fenomeno di sincronicità, ma tutto era già scritto; Spinoza pensava che un essere come Dio conoscendo tutti i fenomeni del mondo potesse prevedere quello che avremmo fatto noi nel futuro. Idee di questo tipo avranno avuto un certo credito fino a Kant quando disse che la libertà di Leibniz è solo la libertà del "girarrosto" e a proposito di Spinoza Kant è riuscito a concepire una libertà come inizio di una serie causale, la libertà come origine nel noumeno, completamente indipendente rispetto al mondo dei fenomeno che segue la serie causale necessaria e che può inserirsi in esso per fare modifiche.


Il meccanismo è quello ad orologeria, del resto sono così anche gli automi che non sono altro che bambole meccaniche.


"Ero sempre stata, fra gli esseri umani l'unica bambola con un cuore." (Amelie Winter)

"I bambini possono anche ignorare l'esistenza di giocattoli viventi, ma il malvagio incantesimo di questa via infida ha ancor oggi spesso la forma di grandi bambole che camminano." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.765-766)

Le bambole sono usate, dice Benjamin, come sostitute delle modelle, usate per le creazioni della moda. Quando guardiamo una donna che ci sembra priva di imperfezioni alle volte diciamo "sei come un bambola", l'affermazione contiene una verità: l'indiscernibilità di una macchina dall'uomo, di una bambola dall'uomo. Frankenstein: una bambola mostruosa?.

"Victor Hugo, mentre scrive i Travailleurs de la mer, teneva davanti a sé una bambola vestita nell'antico costume di una signora di Guersney. Qualcuno gliel'aveva procurata, gli servì come modello per Dérouchette." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.767)

Questa volta Victor Hugo aveva scelto un bambola, nei Miserabili si dice che per un personaggio si fosse ispirato al ragazzino con le pistole che compare nel quadro: La liberté guidant di Delacroix. Perché le bambole e gli automi? già Walter Benjamin paragonava la centralina elettrica nella sua moltitudine di fili ai nervi dell'essere umano, il passo verso la robotica è vicino, la tecnica ingloba l'umano. Non siamo più in età moderna con il suo concetto di determinismo e il suo orologio, ma comunque percepiamo sempre di più di essere ingranaggi del sistema, di essere della pedine, percepiamo la morte del soggetto, percepiamo la morte dell'autodeterminazione e della capacità del singolo di essere costruttore del proprio destino, ci muoviamo verso l'era dei computer. La differenza tra l'orologio e il computer sta nel fatto che mentre il primo si basa sul determinismo, il secondo è invece fondato sulla probabilità e il calcolo probabilistico. Secondo Karl Marx le basi materiali per la manifattura sono il mulino e l'orologio, il primo da origine all'idea della macchina e del motore, il secondo invece è il primo oggetto meccanizzato. Aggiunge inoltre Marx che le rivoluzioni industriali si hanno quando le macchine liberano posti di lavoro, l'innovazione tecnologica come sintomo di licenziamenti e forse di uno spostamento del lavoro.

"Aristote déclare que l'esclavage cesserant d'être nécessaire si les navettes et les plectres pouvaient se mettre en mouvement d'eux-mêmes: l'idée s'accorde à merveille avec sa definition de l'esclave, instrument animé... (...)" (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.769)

L'automazione libera la schiavitù secondo Aristotele, ma è così nel capitalismo? la tecnologia non ha liberato nessuno, ma perché questo è successo? la tecnica è uno strumento, ovviamente dipende da come è usato; alla fine anche Marcuse era arrivato all'idea che la tecnica potesse essere neutrale in sé stessa, mentre la sua politicizzazione e la sua strumentalizzazione fossero successive e dipendessero da chi ne fa uso. Forse automi, robot, bambole che camminano, tecnica in generale non sono un incubo in sé, la domanda è come lo sono diventati e la risposta parte dal possibile uso strumentale di essi.

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martedì 6 ottobre 2015

Passages, Y: Fotografia (Walter Benjamin)






"Q'on ne pense pas que le daguerréotype tue l'art. Non, il tue l'oeuvre de la patience, il rende ommage à l'oeuvre de la pensée." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.744)

"La riproduzione fotografica di un'opera d'arte come una fase della lotta tra fotografia e pittura." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.745)

L'idea non è che la fotografia distrugga l'arte, forse la fotografia muove contro la pittura, ma certamente la fotografia diventa un nuovo mezzo di arte, una nuova forma di arte. Il vero problema che pone la fotografia è, secondo Benjamin, il rapporto tra arte e tecnica. La fotografia implica una tecnica di riproducibilità infinita del tutto assente nella pittura, perché mentre nella pittura si può copiare un quadro, ma l'esperienza dell'originale e quella della copia sono diverse (la prima ha un'"aura"), nel caso della fotografia difficilmente si può parlare di originale, si parla semmai di infinite copie senza originale. La riproducibilità connette la fotografia con l'industria e quindi con la tecnica. Il fatto stesso che nelle esposizioni universali fossero presenti delle mostre fotografiche dice tutto, il fatto poi che sempre in questi luoghi, oltre alle fotografie si facesse sfoggio di bellezze nude femminili, aggiunge un aspetto pornografico/espositivo, ma non credete che poi la mostra fotografica possa avere altre qualità da quelle pornografiche/espositive. Dopo tutto la pornografia sia ha quando un fatto viene dirette mostrato senza alcun velo, non necessariamente il fatto deve essere un seno, nel nostro mondo dell'informazione, come spiega Byung-Chul Han, attento lettore di Benjamin, le notizie diventano pornografiche (è l'ideologia della trasparenza ad essere pornografica). La storia della fotografia poi è del tutto particolare come si vede in Chul-Han. Infatti le prime foto erano ritratti e a queste Benjamin gli accreditava ancora un valore culturale, quelle successive acquisiscono un valore espositivo/pornografico, ma tutte queste foto fino a che sono stampate e hanno ancora una base materiale hanno comunque una storia e una "narratività", come nota Chul Han. Infatti una foto si ingiallisce con il tempo e non riesce spesso a mantenere sempre la sua stessa qualità. Con la fotografia digitale, afferma Chul Han, questa "storia" della foto scompare completamente, la sua moltiplicabilità aumenta e diventa "additivà": semplicemente fa numero. Tornando al problema iniziale: la fotografia non uccide l'arte, aggredisce la pittura, tanto che i pittori sembrano minacciati dall'avvento della fotografia a colori e si salvano ancora perché all'epoca la fotografia era in bianco e nero. Chiaramente la fotografia mette fine all'idea che l'arte debba essere copia della realtà, quindi esplodono forme artistiche nel 900' che non riproducono la realtà ma la restituiscono ogni volta trasformata come il cubismo e il surrealismo. Oggi basta un programmino come "Gimp" per dare alla foto un effetto "cubista", tuttavia l'artista può sempre prendere delle foto e inserirle sulla tela, così come già i cubisti facevano con i pezzi di giornale. Tutto questo porta sempre di più il marchio del legame tra la tecnica e l'arte. Walter Benjamin individua tre tecniche nell'800': la prima è quella del ferro, la seconda quella dell'arte macchina e la terza è quella dell'arte luce e fuoco; la fotografia mette assieme le ultime due?.

"Osservazione su Ludovic Halévy: - On peut m'attaquer sur ce qu'on voudre, mais la photographie, non, c'est sacrée-" (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.748)

"Il tentativo di provocare una contrapposizione sistematica fra arte e fotografia è al momento fallito. Essa avrebbe dovuto rappresentare un momento della contrapposizione storica fra arte e tecnica." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.748)

"Ciò che rende incomparabili le prime fotografie è forse il fatto che esse rappresentano l'immagine del primo incontro fra macchina e uomo." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.751)

"Una delle obiezioni, spesso inespresse, contro la fotografia: è impossibile che il volto umano sia colto da una macchina." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.751)

"Napoleone III, passando nel boulevard davanti alla casa di Disderi, ferma il reggimento di cui è a capo, sale e si fa fotografare." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.752)

Un problema della fotografia: qual'è il suo oggetto? se io vengo fotografato, chiaramente io sono io, ma sono anche quello nella foto?. Di fatto, sopratutto per le prime foto, quando si viene fotografati si deve stare fermi; Nadar dichiara la sua impossibilità nel riuscirci. Non è un caso che Benjamin colleghi la fotografia con le catacombe, alla fine non si tratta di altro che di un'arte della morte. Stare immobili vuol dire tornare al cadavere e quello che ci rende vivi è il fatto che ci muoviamo, con il corpo, con le labbra con gli occhi, in quel modo dimostriamo che abbiamo un'anima. Ho sentito tempo fa che certi egiziani sono convinti che la fotografia porti via l'anima, non è un caso. In Benjamin troviamo però una considerazione del tutto diversa, la fotografia avrebbe come oggetto uno spettro. Le due considerazioni non si escludono a vicenda e si può capire perché citando la concezione della fotografia di Balzac, il quale sembra che sia convinto della teoria dell'Idola o del Simulacro di Democrito in fatto di fotografia. In questo caso si può pensare che il soggetto assunta questa posizione fredda e cadaverica del suo corpo relazionandosi con la macchina fotografica rilasci una specie di pellicola sottile (Simulacro o Idola) che si imprime sull'obbiettivo della macchina fotografica, il risultato è veramente spettrale.

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domenica 27 settembre 2015

Passages X: Marx (Walter Benjamin)





Karl Marx (1818-1883) nato a Treviri in Renania, è considerato il filosofo per eccellenza del pensiero comunista, anche se non è il primo a concepire un'idea comunista, sicuramente il comunismo dopo di lui aveva trovato in lui stesso un punto di riferimento principale. È difficile fare un riassunto veloce del pensiero di Karl Marx prima di incominciare a parlare di quello che ne dice Walter Benjamin, di sicuro nel testo di Benjamin in questa sezione il libro più citato è i Manoscritti, mentre il Capitale compare spesso citato altrove. Brevemente si può dire che il pensiero di Karl Marx mira direttamente a costruire una forma di anti-economia politica mostrando le contraddizioni insite nel sistema capitalistico, le contraddizioni della società dopo la rivoluzione francese, la condizione del proletariato soprattutto in Inghilterra. Il problema principale da capire è perché in una società dove la produzione è aumentata e in molti casi sembra sempre più ridicolo parlare di penuria o di poche risorse, esista ancora la povertà e ci siano delle persone costrette a vendersi per sopravvivere? Il paradosso della società è che il più delle volte la miseria è creata dalla stessa abbondanza di merci, in quanto il fenomeno della sovrapproduzione produce le crisi. Da queste crisi ci guadagnano solo i capitalisti più ricchi che si arricchiscono ancora di più, mentre ci perde la società e lo stesso proletariato; la ricchezza della società è in totale antitesi con quella del capitalista. Si può dire che Marx denunci un sistema per cui il capitalista guadagna quando il proletariato perde e guadagna dal suo più elevato sfruttamento possibile, cioè il profitto del capitalista dipende dal pluslavoro del proletariato che si concretizza in un plusvalore nella merce e quindi poi in profitto da parte del capitalista. È interessante da questo punto di vista, rispetto alla formula Pl=Pv (pluslavoro=plusvalore), il fatto che Henryk Grossmann affermava che l'operaio con il suo stipendio non era in grado di poter acquistare tutti i prodotti che aveva fabbricato in un giorno, ma solo un parte. Questa affermazione andrebbe collegata con quanto sostengono Deleuze e Guattari in Mille piani rifacendosi all'economista Bernard Schmitt sul fatto che il salario reale (w/p=salario nominale/livello medio dei prezzi) è un differenziale ed è sempre minore del salario nominale. Questo è vero perché tra i due avviene una cattura. Produzione, distribuzione e consumo sono tre categorie della schizoanalisi, dal punto di visto economico corrispondono a tre fasi: stampa di moneta da parte della banca centrale, distribuzione di questi soldi tramite stipendio (W=salario nominale), confronto di questi soldi con un sistema di beni che si esprime secondo un valore di scambio e cioè con un prezzo (w/p=salario reale). Il problema non è tanto nella distribuzione del denaro, nel fatto che il proletariato guadagna di meno o che i soldi non sono distribuiti in parti uguali, ma piuttosto nel fatto che c'è una cattura nel confronto tra salario e prezzi visto che con il nostro salario possiamo prendere sempre una quantità inferiore di beni. Quello che dice Grossmann ora si comprende, Deleuze e Guattari possono confermarlo. Comunque, per Marx, non si tratta solo di una questione di stipendio o di basso potere d'acquisto (M/P=offerta di moneta/livello medio dei prezzi), il problema riguarda un sistema disumano e cercare di capire come lo stesso lavoro del proletariato serva per perpetuarlo. Il concetto più essenziale del pensiero marxiano è quello di alienazione, essa consiste nell'oggettivazione di lavoro vivo nella merce che lo stesso operaio non può possedere, in questo caso il lavoro diventa lavoro morto e l'operaio si aliena o estrania in un oggetto. Il concetto di merce in Marx è piuttosto complesso perché la merce, secondo Marx, non poteva esistere prima del sistema capitalista. Come dice anche Pollock la merce comincia solo quando un certo prodotto acquisisce un certo valore di scambio, alcune caratteristiche come il feticismo sono proprie della merce e in particolare il feticismo è lo stesso fenomeno per cui nascosto il processo dietro il prodotto le qualità dell'oggetto appaiono come sue naturali. La merce è il prodotto del lavoro del proletariato, ma la merce dal momento che non è posseduta dal proletariato, ma dal solo capitalista, essa è proprietà privata del capitalista stesso. In pratica è il proletariato che produce la proprietà privata con il suo stesso lavoro, il capitale o profitto che deriva dalla vendita delle merci, se non è tesaurizzato dal capitalista potrà essere investito di nuovo da esso stesso di modo tale da acquistare altra materia prima e avere altre merci prodotte. Questo meccanismo fa si che il capitale prodotto dalla vendita di merci (proprietà privata) crea altro lavoro. In questo modo è lo stesso proletariato che produce se stesso e produce il sistema dello sfruttamento o comunque contribuisce ad esso, fintantoché è dipendente dal capitalista. Così il comunismo di Karl Marx prevede l'abolizione della proprietà privata perché con questo e solo con questo si elimina l'alienazione; Karl Marx infatti sarebbe contrario all'idea di distribuire semplicemente in modo più equo la proprietà privata, anche perché avrebbe lo stesso effetto della famosa "comunione delle donne" che porterebbe solo alla prostitutizzazione generale, nel caso della proprietà privata di parlerebbe di alienazione generalizzata. 



"Il consiglio del banchiere...più importante di quello del prete." (Karl Marx in  Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.726)
"Marx si oppone alla concezione secondo cui l'oro e l'argento sarebbero solo valori immaginari." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.727)

A parte la prima citazione dal sapore molto ateo, la seconda potrebbe essere una critica ad un capitalismo finanziario che si basa sempre più su denaro astratto piuttosto che su carta reale, inoltre la corrispondeva reale tra  carta moneta e oro reale, non immaginario, evidenzia quella differenza che nota Pollock, in Marx, tra denaro e carta moneta:
«La carta moneta, vale a dire la carta moneta di stato a corso controllato, si distingue dal "denaro" per il fatto che non può abbandonare la sfera della circolazione e perciò, determinando il rialzo dei prezzi, funge, appena viene spesa in una somma nominale maggiore, da quantità (oro) denaro necessaria alla circolazione.» (Pollock, Friedrich, Teoria e prassi dell'economia di piano. Antologia degli scritti 1928-1941, De Donato, Bari, 1973, pp.80)

Ad ogni modo è il denaro che poi rappresenta il valore di scambio, o meglio il danaro è quella merce per eccellenza che può essere scambiata con qualsiasi altra merce. Simmel, sociologo e filosofo, scrittore della Filosofia del denaro, critica Marx per non aver dato giusto valore al valore d'uso e aver considerato solamente il valore di scambio. Ogni volta che compriamo, dice Simmel, mettiamo sempre in rapporto la qualità di una data merce con il suo prezzo, quindi consideriamo sia il valore di scambio (prezzo), ma anche il valore d'uso (qualità). Simmel per esempio dice che quando affermiamo che qualcosa è "a buon mercato" intendiamo che ha un prezzo basso e una buona qualità e non solo un prezzo buono. Simmel, in effetti, era consapevole del grigiore che comportava il valore di scambio dal momento che più merci che hanno lo stesso prezzo, se analizzate solo da quel parametro, sarebbero perfettamente uguali anche se magari hanno differenti qualità. Qui ci si può collegare al pensiero di Korsch, citato da Benjamin, a proposito del problema del livellamento attuato dalla merce. Korsch è consapevole del fatto che, secondo Marx, quel fenomeno che denuncia Simmel, non è un problema della filosofia di Marx, quanto piuttosto un fenomeno caratteristico del capitalismo e della merce in quanto tale: "La merce è il livellar nato" (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.737)

Korsch spiega che in Marx il feticismo scaturisce dal fenomeno dell'autoalienazione del proletariato e quest'ultima viene dal rapporto tra lavoro salariato e capitale. In questo processo chiaramente non c'è solo la produzione di valore di scambio nella merce, ma anche di valore d'uso. Ora se questo valore d'uso ha un senso, lo ha perché l'utilità è sempre "per altri", la merce è "per altri" utile e questo fenomeno è completamente parte dell'alienazione del lavoro. Così è questo il giusto posto che da Karl Marx al valore d'uso nella sua teoria. Sia il valore d'uso che il valore di scambio sono prodotti dell'alienazione, ma non basta dire con Ricardo che "solo il lavoro produce valore" perché questo critica solo ideologicamente l'alienazione e non praticamente. Chi crea dunque il valore delle merci non è altro che il proletariato, il capitalista non crea valore e per di più Adam Smith diceva che: "il lavoro produce ricchezza", ma questa ricchezza che è prodotta dal proletariato diventa oggetto di godimento solo da parte di chi non lavora come il capitalista. Se l'alienazione produce questa ricchezza di cui gode solo il capitalista e perpetua lo sfruttamento del lavoro non ha senso però rallegrarsi per l'introduzione delle macchine nelle fabbriche dicendo come aveva fatto Stuart Mill che: "la tecnologia libera posti di lavoro", tanto è vero che se il proletariato perde il suo lavoro o muore di fame o deve cercarsene un altro. Sia Marx che Hegel fanno notare che l'introduzione delle macchine nel lavoro nelle fabbriche è avvenuto a seguito della divisione del lavoro. Una volta che al lavoratore gli viene assegnato un compito specifico nel lavoro, a quel punto compie solo più azioni meccaniche e ripetute, in quel momento può essere facilmente sostituito da un macchina che costa meno di lui ed essere licenziato.

"L'esperienza della nostra generazione: il fatto che il capitalismo non morrà di morte naturale." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.740)







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lunedì 21 settembre 2015

Passages W: Fourier, pII (Walter Benjamin)





Il Falansterio era l'unità di base della società fourierista, si tratta di un edificio di almeno tre piani dove alloggiavano circa 1620 lavoratori con le loro famiglie. Le attività della giornata sono scandite in modo rigido, non si tratta però di un'imposizione che in qualche modo vada contro gli interessi dei singoli, piuttosto si basa su questi, si accorda con le passioni di chi ci vive. Queste unità di base della società dovevano essere autosufficienti, in questo modo sembra che Fourier superi il modello capitalista cercando di tornare ad una economia chiusa non tanto dell'oikos o della famiglia, piuttosto di una piccola collettività. Il guadagno del singolo dipendeva dai fattori del capitale, del lavoro e del talento e se c'erano delle decisioni da prendere per la comunità, questo dipendeva dall'Accademia, dove si raggruppavano le persone più sagge. Saggi? Fourier chiaramente è un'utopista, se i suoi disegni vi sembrano a dir poco fantasiosi è anche per via di questo, dietro si nasconde un'antropologia delle passioni dell'uomo, un'ideale utopico socialista, un pizzico di misticismo. Ad esempio Victor Prosper Considerant è stato un economista francese discepolo di Fourier, esso considerava la costruzione delle ferrovie come qualcosa di negativo in quanto sono contro il progresso; inoltre affermava che era meglio lavorare sul mezzo (treno) che sulla strada ferrata. Wroński, economista, matematico e filosofo, avrebbe voluto sostituire la ruota con qualcos'altro (cosa?). Sembra una sfilata di visionari dell'epoca (i saggi?), per questo è singolare che nei frammenti di Benjamin faccia capolino Don Chisciotte come lottatore contro la tecnologia. Se non sbaglio i treni per Chisciotte erano dei draghi, questo riferimento epico fa pensare (Considerant e  Wroński, i Don Chisciotte delle ferrovie?).





"La procédé de Chemins en fer...mettrait l'Humanité dans la necessité de combattre sur tuot la Terre l'oeuvre de la Nature (...)" (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.707)

"Engels a proposito di Fourier: - "La critica della civiltà di Fourier emerge in tutta la sua genialità solo attraverso Morgan", dichiarò Kautsky mentre lavorava all'Origine della famiglia. In quest'ultimo libro poi scrisse: "Sono gli interessi più bassi... quelli che consacrano il nuovo dominio civilizzato, il dominio di classe, sono i mezzi più infami... quelli che... fanno cadere l'antica società gentilizia senza classi."-" (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.708)

Da un lato si può parlare di una lotta dell'uomo contro la natura, dall'altro qualcuno lotta contro la tecnica che sembra rivoltarglisi contro. È l'epoca dell'innovazione, anche Considerant e  Wroński cercano di pensare la ferrovia o il treno in modo diverso (innovazione?), l'uomo con la tecnica cerca di sottomettere la natura e ne nascono fantasie di ogni tipo, come questa:

"Nel 1828 i poli dovranno essere liberi dal ghiaccio." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.710)

Con i problemi climatici che abbiamo adesso immaginatevi se Fourier dicesse la stessa frase oggi, non lo prederebbero forse per pazzo? certamente è un profeta che ha sbagliato data, forse se metteva due secoli in più poteva arrivarci a quando sarebbe accaduto realmente (previsioni spaventose?). Nella loro grande immaginazione questi personaggi del passato mancavano poco per azzeccarci, questo fenomeno è interessate, vuol dire che su quello che i mentori del nostro tempo dicono, sorteggiando almeno un 10% deve essere vero; forse non completamente, ma almeno in parte.

"Il falansterio è organizzato come un paese della cuccagna. Vengono remunerati anche i divertimenti (caccia, pesca, fare musica, fioricoltura, fare teatro)" (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.716)

"Fourier non conosce il concetto di sfruttamento." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.716)

"Fourier ama rivestire di considerazioni fantastiche le affermazioni più ragionevoli. Il suo discorso assomiglia a un linguaggio dei fiori più elevato." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.717)

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giovedì 10 settembre 2015

Passages W: Fourier, pI (Walter Benjamin)







 Charles Fourier (1772-1837) era un socialista francese. Il suo pensiero trova le sue radici nel filosofo illuminista: Jean-Jaques-Rousseau, almeno per quel che riguarda il tema dell'educazione e la parità tra l'uomo con la donna. Fourier è conosciuto come oppositore della classe borghese, quindi per essere un anti-capitalista e un femminista. Fourier critica il capitalismo come forma economica disumana, ne condanna la concorrenza e afferma che è un sistema in cui i prezzi non sono più decisi dal lavoro, bensì dalla finanza. Al modello capitalistico  Fourier opponeva un modello socialistico, una società di uomini uguali e liberi, una società dove il salario veniva ripartito di modo tale che fosse sempre più a vantaggio dei poveri, dal momento che questo salario era calcolato a partire dal tempo di lavoro in parte, dal merito e dal capitale posseduto (sembra che venisse facilitato l'acquisto di azioni ai più poveri). Per quel che concerne il femminismo Fourier affermava oltre alla parità di uomo e donna, il diritto della donna ad avere più uomini, così diceva che una donna avrebbe dovuto avere un marito, un genitore e un amante. In Fourier si possono riscontrare degli aspetti edonistici e altri aspetti più cosmologici. Per quanto riguarda l'aspetto edonista, il suo pensiero politico lo porta a concepire una ricerca dei piaceri e una liberazione degli istinti, in particolare per quanto riguarda le donne. Le donne Fourier le divideva in due gruppi: chi aveva più di 18 anni e chi aveva meno di 18. Da comprendere è se Walter Benjamin voglia considerare anche Fourier come un personaggio molto calato nel suo tempo, per esempio quando Fourier si fa difensore della libera prostituzione, dicendo che una donna che ha più di 18 anni può vendere il proprio corpo, oppure quando Fourier descrive questa sua forma di edonismo come forma di libertà sessuale (uomini con più donne, donne con più uomini). Chiaramente l'idea di Fourier è femminista e ha anche come scopo quello di eliminare il modello della famiglia chiusa, in cui il figlio diventa possesso dei genitori, mentre afferma l'educazione da parte della comunità dei figli, quindi la comunione anche di questi figli. Di fatto molte cose che concernono questo femminismo sembrano forse già presenti in questa società solo che sono velate, almeno per quel che riguarda la questione del sesso. La domanda è se davvero il problema sia la libertà sessuale, perché il capitalismo conoscere sempre nuovi metodi per fare soldi con tutto. Dal 1837 si parla di epoca vittoriana e questa epoca è molto conosciuta per le sue restrizioni sessuali, ma come dice Foucault, proprio quando il sesso è più represso la società pullula di discorsi sul sesso. Il libro di Benjamin parla di una sessualità che pullula ovunque in modo molto più velato: la merce che stimola gli istinti più bassi dell'uomo (sex appeal), le prostitute nelle camere chiuse, la seduzione delle vetrine dei Passages, abiti alla moda pronti per usi rimandanti al sesso o che alludono al sesso, ecc... Fourier diceva che era meglio la donna dedita al piacere che la donna sposata, insomma meglio una baccante!, ma l'800' non è privo di baccanti. C'è un altro elemento che inserisce pienamente Fourier nel suo tempo, questo è il suo aspetto cosmologico, le sue speculazioni sul futuro e le varie credenze spirituali. Fourier credeva nella reincarnazione, credeva che il mondo sarebbe finito tra 70.000 anni, che ci sarebbero state varie ere e che l'uomo si sarebbe prima trasformato in pesce e poi in seguito in uccello. Insomma complessivamente come persona e nel suo stile Fourier era stato paragonato a Swedenborg. Swedenborg, mistico svedese che riteneva di parlare con personaggi biblici come Mosé, nonché con angeli e demoni, veggente, chiromante, era chiaramente uno spiritista di un'altra epoca (700'). Forse Benjamin continua a criticare una forma di spiritualità esteriorizzata, un delirio di visioni che ha più del paranoico che del vero visionario, un modo di scrivere, di predicare decorativistico che cerca di abbagliare come quando guardiamo una pubblicità. La sensazione è che si parli di una spiritualità del feticcio, del numinoso, dell'interiore che è estero, del corpo astrale dello Steiner che diventa art nuoveau pubblicitaria, senza che lo volesse lo stesso Steiner, dell'anima che si fa automobile (immagine di Marcuse). Tecnica, merce, acquisiscono qualcosa di magico, questa magia viene espressa nelle pubblicità. Forse il problema è proprio quello della magia che rimanda al mito della Dialettica dell'illuminismo di Adorno ed Horkheimer, il quale non è mai superato dalla ragione, perché la ragione che colpisce alle spalle il mito si fa mito. Così va notata l'affermazione su un certo Cabet (altro utopista) che viene accusato di essere un ipnotizzatore. Benjamin parla di Fourier, Saint-Simon, Cabet come fossero dei "guru" dell'epoca.

"Fra tutti i contemporanei di Hegel, Ch. Fourier è stato l'unico che abbia compreso la natura della borghesia con altrettanta chiarezza di quello." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.693)

Un altro punto che non può passare inosservato è la simpatia di Napoleone III per Charles Fourier, sapendo che stiamo parlando di un tiranno e di qualcuno che si è preso il potere con un colpo di Stato.

"Fourier non è soltanto un critico, la sua natura eternamente serena fa di lui un satirico (...)" (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.695)

"Fourier è stato il primo che si era fatto beffe dell'idealizzazione della borghesia." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.696)

"Significativo (...) il fatto che in Fourier la brama del possesso non sia una passione." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.699)

"Marx definisce l'insufficenza di Fourier che, anziché denunciare il lavoro in quanto tale, in quanto essenza della proprietà privata, ha -concepito come sorgente della dannosità della proprietà privata e della sua esistenza estraniata dall'uomo un tipo particolare di lavoro - in quanto lavoro livellato, parcellizzato e perciò non libero...-" (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.703)

"Le lion ne demande pas mieux...que de se laisser rogner les ongles, pourvu que ce soit une jolie fille qui tienne le ciseaux." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.704)

"Topolino confessa come avesse seguito Marx a vedere in Fourier soprattutto un grande umorista." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.705)

"Filiazione dell'antisemitismo del fourierismo." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.705)

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giovedì 3 settembre 2015

Passages, V: cospirazioni, compagnonnage (Walter Benjamin)

1789 rivoluzione francese
1799 Napoleone I prende il potere in Francia
1804 Napoleone viene incoronato imperatore
1815 cade definitivamente Napoleone I Bonaparte
1830 colpo di mano di Carlo X e tre giornate gloriose
1815-1831 proliferano società segrete
1848 rivoluzioni in tutta Europa
1852 colpo di Stato da parte di Luigi Bonaparte (Napoleone III)
1871 nasce la comune francese, il primo esempio di società anarchica


L'800' in Francia è un'epoca di rivoluzioni e colpi di Stato, un'epoca in cui il potere è molto instabile e le cospirazioni sono quasi all'ordine del giorno. Dal 1851 le associazioni dei lavoratori scompaiono, ma la fine delle corporazioni e tali associazioni, dice Benjamin, preannuncia la nascita delle società segrete. Dobbiamo immaginare poliziotti sospettosi ovunque come i grandi occhi di Napoleone che scrutano dappertutto e cercano sempre di scovare attentatori e insorti. 




Un po' di barricate, dei fucili e qualche uomo disposto a rischiare la pelle, bastano per cominciare una cospirazione. Cospiratori di occasione assoldati per missioni, altri cospiratori più di professione. Si prendeva la gente che non aveva più nulla da perdere, si prendevano i lavoratori e i proletari sfruttati, nelle osterie potevano essere assoldati, sempre nelle osterie si decidevano i piani di assalto e tra un vino e l'altro il tempo trascorreva con le donzelle in cerca di uomini dall'aspetto valoroso. Questa gente rischiava grosso e chi lo faceva di professione viveva di quello che trovava, di quello che rubava. Alcuni morivano sulle barricate e altri finivano in galera, ma per questa gente non doveva essere poi tanto peggio finire dietro le sbarre. Loro, uomini di osterie, uomini in mezzo alla strada di notte come puttane che aspettano la loro paga, uomini mercenari, insorti paragonati sempre più spesso a delinquenti, come fossero ladri furtivi di notte che in realtà accendono scintille di rivoluzione contro il governo costituito. Le società segrete avevano prevalentemente uno scopo politico, ossia quello di far cadere il governo costituito. C'erano sempre delle spie della polizia di Stato che si infiltravano, che cercavano di capire dove queste persone si nascondevano.
"Eppure a Parigi si erano viste sulle barricate spie della polizia combattere e cadere contro il governo da cui erano assoldate!" (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.675)
Esempi di società segrete: Aide-toi, Carbonari, la société des familles. Prendiamo come esempio i Carbonari, che del resto sono una setta segreta piuttosto famosa di origine italiana. Facevano parte dei Carbonari i repubblicani, ogni membro doveva versare 1 franco al mese, dovevano essere abbigliati in un certo modo, eseguire ciecamente gli ordini dei superiori, erano i nemici dei Borboni.
"Adalbert von Bornstedt era una spia del governo prussiano... Engels e Marx lo utilizzarono, ma sapevano bene con chi avevano da fare." ( Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.684)
"I carbonari consideravano Cristo la prima vittima dell'aristocrazia." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.685)
"I gesuiti al pari degli Assassini hanno un ruolo tanto nell'immaginario di Balzac quanto in quello di Baudelaire." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.685)
"(...) il nome carbonari risale a una congiura ordita presso un venditore di carbone durante la lotta dei Ghibellini contro i Guelfi." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.686)
Napoleone III, il tiranno, si oppone alla libertà dei mercanti del vino, perché sa che dove c'è vino, ci sono osterie, dove ci sono osterie ci sono società segrete. Semplicemente seguendo le vie del vino le spie si muovono per scoprire le società segrete e i loro adepti nello stesso tempo stanno già tramando per farli cadere in trappola, pianificando la più grossa congiura. Il tiranno ha sempre paura del popolo e per questo deve infondere paura a tutti, ma lui è il primo spaventato. Uomini invisibili, prostitute rivoluzionarie si spostano nella notte e ogni persona diventa sospetta. È come un grande gioco di guardie e ladri tra la polizia di Stato e le società segrete con i loro cospiratori.


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