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lunedì 12 ottobre 2015

"La società trasparente" di Gianni Vattimo, un commento critico



Finalmente posso commentare questo scritto che mia aveva subito interessato in quanto portava un titolo molto simile all'opera di Byung-Chul Han: "La società della trasparenza", così finalmente posso anche mettere al confronto i due testi. Una prima differenza può essere rilevata: il titolo di quest'opera porta a pensare la trasparenza come qualità di una società, mentre il titolo dell'altra opera porta a pensare quella stessa trasparenza come oggetto particolare di un certo tipo di società. Quando Gianni Vattimo parla di "trasparenza" si riferisce alla piena coscienza di una società che essendo completamente auto-consapevole è trasparente a se stessa, questo poi non era altro che l'ideale di Hegel; quando, invece, Byung-Chul Han parla della "trasparenza" si riferisce all'effetto pornografico dell'esposizione delle cose in questa società nella loro nudità totale (questo non vale solo per la logica della merce, della prostitutizzazione totale, ma vale anche per l'informazione e tutto il mondo che gli sta dietro). Inoltre Vattimo quando parla di "trasparenza" si riferisce a quell'ideale di cui parlavo e che dopo tutto appartiene all'età moderna, dunque la nostra società per Vattimo non è trasparente in quanto società post-moderna che ha cancellato i presupposti per quella autocoscienza (ad esempio la cancellazione della visione del corso storico come unico, la cancellazione dell'illusione del progresso, l'impossibilità di una mono-dimensionalità o del pensiero unico in un mondo frammentato dal multiculturalismo); al contrario Byung-Chul Han intende che la nostra società, quella post-moderna, è una società della trasparenza, per quei motivi differenti che prima ho spiegato. Scusate se la cosa è diventata un confronto tra due autori, ma la cosa è funzionale alla critica di questo scritto. Dopo tutto la cosa può facilmente funzionare perché questi libri hanno anche dei temi comuni: il problema dei mass media, una discussione della nuova tecnologia e anche la questione sull'effetto "schok" nell'opera d'arte in Benjamin. Qui però penso sia corretto cominciare a parlare del problema della storia, che poi è uno dei motivi principali per cui Vattimo parla di post-modernismo. Secondo Vattimo cade oggi la visione unitaria della storia, la visione per cui esiste una sola storia mondiale, un solo tragitto, un progresso della civiltà, tecnologico, forse anche etico che l'umanità percorre. Questa idea in primo luogo non ha senso perché questa visione riflette un punto di vista particolare che è quello europeo, ma evidentemente nel mondo non c'è solo l'Europa, che dire della storia della Cina? della storia degli schiavi neri africani sfruttati dai colonialisti? delle vicende storiche degli esquimesi?. Nelle Tesi sul concetto di storia, Walter Benjamin sostiene che scrivere una storia unica come progresso, come contiuum ininterrotto, vuol dire scrivere la storia dei vincitori e delle loro barbarie. Walter Benjamin non usa mezzi termini quello che leggiamo nei libri di storia è stato scritto dai vincitori, da chi comanda la società, perciò non fa altro che riflettere il loro punto di vista e non può che essere quello che loro vogliono che noi sappiamo. L'intera cultura, dice Benjamin, non è altro che il bottino dei vincitori, così come già Marx denunciava il fatto che la cultura di un tempo rifletteva l'ideologia delle classi dominanti, nel senso che rifletteva in primo luogo le condizioni socio-economiche del tempo, così il Robinson di Defoe non fa altro che esaltare il modello capitalista. Benjamin e Marx sono filosofi del pensiero storico materialista, in particolare Benjamin pensava di scrivere la storia dei vinti cercando di riscattare tutte le promesse, desideri di questi incompiuti e le loro lacrime inascoltate, pensando che solo in questo modo ci possa essere una possibilità emancipatrice. Vattimo partendo dal fenomeno del multiculturalismo crescente pensa che non si possa dare una visione unica della storia, in quanto non esiste più la storia, ma solo le storie di questi popoli diversi. In effetti prima quel modello di storia non poteva che riflettere la prospettiva del popolo europeo colonialista. Questo punto forse è meno chiaro di quello di Benjamin, perché chiaramente il nostro mondo è sempre più connesso e sempre più uno, per esempio adesso una crisi economica investe l'intero pianeta, ma di questo fenomeno non si può fare una lettura parziale, si deve tenere contro di tutti gli effetti che ha su tutto il pianeta. Vattimo parte dal fatto che il nostro mondo è sempre più composto da una pluralità di centri ed in effetti ognuno di questi è portatore di un punto di vista proprio (del popolo o di chi li comanda?), ma visto che l'umanità sembra andare verso  una nazione universale non c'è il rischio che alla fine si formi un solo centro e il punto di vista torni uno solo?. Dobbiamo sempre tenere conto che questo libro se non erro è stato scritto nel 1989, adesso sono cambiate un po' di cose: gli stati non contano più nulla, i capitali si spostano ad una velocità di un click senza conoscere più confini, l'immigrazione attuale è il fenomeno dell'uomo che non conosce più nazione e nemmeno confini. In pratica noi stiamo andando verso una nazione unica o così sembra, anche se certamente l'immigrazione come fenomeno incentiva il multiculturalismo. Ora è proprio dal multiculturalismo che Vattimo si ricollega ai mass media per dire che questi nel loro grande caos che generano rappresentano una possibilità di emancipazione. Strana posizione questa, molto ingenua, proprio perché i mass media non possono che farci pensare ad un modello di manipolazione dell'opinione, o pilotaggio di essa, come prima si faceva con i giornali. Ovviamente Vattimo non si lascia sfuggire questa posizione, che del resto era già stata sostenuta da Adorno, infatti Vattimo non dice, in verità, che i mass media non possono avere una funzione manipolatrice, tiene sempre presente questo rischio, ma questo lo considera come parte di una società "trasparente" in cui, secondo lui, non siamo. Infatti Adorno criticava la società americana a lui contemporanea che considerava come società del controllo, come democrazia totalitaria. Ora Vattimo considera la possibilità emancipatrice dei mass media a partire dal fatto che TV e radio non fanno altro che, nella loro moltitudine di canali, rappresentare molti punti di vista; questa realtà frammentata e delle molte culture ha del tutto spazzato via l'incubo del pensiero unico. A me verrebbe da pensare che un'idea simile non possa che venire da uno che non ha mai fatto zapping col telecomando per accorgersi che tutti i telegiornali raccontano le stesse cose, che gli stessi programmi con scopo di instupidimento di massa li troviamo su tutti i canali e variano veramente di poco. Oltretutto qui non si riflette sul fenomeno di identificazione della notizia con il fatto o con la realtà tipico del telegiornale (fenomeno del realismo mediatico; per esempio è da osservare il collegamento che fanno alcune persone tra il nuovo realismo e i media). Una telecamera ha un obbiettivo, un quadrato dove entra uno squarcio di realtà, è ovvio la telecamera può mostrare solo alcune parti di realtà e non tutto, quindi sarà sempre una prospettiva. Quello che però è interessante è che qualcuno punta volutamente la telecamere e mostra, altrettanto volutamente, alcune cose e non altre. Ogni telegiornale dovrebbe essere davvero un punto di vista, ma voi avete mai sentito in un telegiornale: "noi la pensiamo così..." o "dalla nostra prospettiva..." o "secondo noi...", normalmente si sente dire che è successo qualcosa, che le cose sono andate in un certo modo, ovvero ci viene già servita in tavola una lettura dalla realtà, che è una lettura, ma viene spacciata per la realtà stessa, ancora prima che noi possiamo obbiettare qualcosa. Il meccanismo della confusione di un punto di vista (quello del potere) con la realtà funziona perché dopo tutto i telegiornali raccontano coattamente tutti le stesse cose senza alcuna differenza. Così forse la televisione potrebbe anche essere o diventare un insieme di punti di vista, ma di fatto non lo è al momento. Potrebbe diventarlo a patto che la si smetta di spacciare per realtà o fatto quello che non lo è e poi ovviamente a patto che i canali televisivi non siano controllati dai soliti monopolisti (ad esempio in Italia Mediaset con Belusconi, ma ci sono banchieri che controllano telegiornali di tutto il mondo). Per il momento varrebbe la pena di ricalcare quello che ha detto Chul Han sui mass media, quando parla di un modello verticale di informazione che viene dall'alto (potere), o volendo anche Lyotard quando parla di due canali dell'informazione: uno per quelli che decidono (la verità, ma mai tutta), uno per chi obbedisce (la grande menzogna). Vattimo, comunque, partendo dalla sua tesi a proposito della molteplicità dei punti di vista, sostiene che è caduta la metafisica che aveva come oggetto un mondo unico per tutti e oggettivo. Il nostro mondo delle merci e delle immagini ha "fabullizzato" la realtà, esattamente come diceva Nietzsche non esistono fatti ma solo interpretazioni e il mondo è diventano una favola. Ovviamente questo fenomeno si potrebbe leggere al contrario, perché se da un lato cancella la "realtà" su cui deve basarsi il pensiero unico per esistere, si può pensare che in realtà spacci per "fatto" quello che è "interpretazione", ad esempio parliamo sempre del mondo delle immagini, delle pubblicità, ma queste che sono sempre delle prospettive in realtà riflettono dei valori del potere "soldi", "successo", "fama" che poi vanno a costituire il pensiero unico della nostra realtà. Il mondo fabula della pubblicità non è altro che il riflesso dell'ideologia dominante, cosa dovrebbe farci pensare il contrario?. Immagini, pubblicità, notizie, caratterizzano il nostro mondo nella sua forma di sapere come "informazione". È veramente triviale chiamare sapere l'informazione, ma forse non abbiamo altra scelta e Lyotard non faceva lo stesso?. La nuova tecnologia, come nota lo stesso Vattimo, non ha più come fine lo sfruttamento della natura, c'è quel tipo tecnologia ancora, ma i mass media servono per diffondere informazione, dunque lo scopo è del tutto diverso. La società dei massa media potrebbe essere definita come società della comunicazione, ma la stessa società della comunicazione era stata pensata da Apel come società illuminata e completamente auto-trasparente. Ora Vattimo pensa i mass media come la coscienza della nostra stessa società post-moderna, solo che al contrario di Apel è convinto che i mass media non muovano a favore di una società trasparente, quanto piuttosto che i mass media muovano contro la società trasparente. Oltretutto, questa idea dello sposalizio tra trasparenza e mass media, dice Vattimo, potrebbe accadere se i mass media fossero sottomessi a qualcosa di superiore a loro, ad esempio Apel pensava di sottomettere i mass media alla scienza, ma non è proprio questa mossa che rende evidente come la trasparenza totale della società corrisponda all'idea della società completamente controllata e programmata?. Sia Apel che Habermas, che Peirce, afferma Vattimo sosterebbero l'idea di una società scientifica, dunque trasparente, ora il relativismo della nostra società dimostra che la trasparenza è solo un mito. Ora  viene da chiedersi: non è che quel relativismo non sia lo stesso che dopo tutto sta alla base di quella che Marcuse chiama "tolleranza repressiva"? non necessariamente il relativismo è tutto positivo. Ovviamente l'idea di Vattimo è che il relativismo si possa accostare, come del resto è, alla molteplicità di prospettive interpretazioni che poi caratterizza il nostro mondo ermeneutico. L'ermeneutica, dice Vattimo, fa dialogare i testi e non si basa tanto sulla corrispondenza tra enunciato e fatto; che ci sia una corrispondenza tra questo e i mass media mi fa venire i dubbi. L'idea comunque sarebbe non tanto solo che il nostro mondo ha cancellato i suoi vecchi grandi miti come "grandi storie", ma anche che ha cancellato il mito illuminista della ragione come anti-mito, visto che, come hanno già indicato Adorno ed Horkheimer, la ragione stessa è diventata mito. Così come cade il mito della ragione, cade il "valore culturale" per dare passo a quello "espositivo" (il fenomeno della trasparenza secondo Byung Chul Han), l'opera d'arte si trasforma. Secondo Vattimo non è stata mai compresa veramente la lettura di Benjamin sull'arte perché si è sempre parlato della connessione dell'arte con la tecnica, della commercializzazione, ma si è parlato sempre poco del suo effetto "shock". L'effetto "shock" dell'arte, secondo Benjamin, è lo stesso dello "Stoß" di Heidegger, secondo Vattimo, ma sono effetti emancipatori dal momento che provocano invece dell'appaesamento tipico della società trasparente,  una resistenza, una sensazione di essere fuori dal proprio paesaggio, dal nostro mondo. Su questo effetto si potrebbe discutere a lungo, Gianluca Cuozzo, attento lettore di Benjamin, è convinto che questo fenomeno sia stato riassorbito nella pubblicità, Chul Han, invece, pensa che non sia più attuale. In sintesi il libro ci dice che l'ermeneutica, la fine dei grandi miti, il multiculturalismo, il relativismo, i mass media con il loro caos, lo "shock", fanno pensare ad una realtà frammentata piena di punti di vista che rendono impossibile un pensiero unico, nonché una società trasparente. Certamente è molto meglio vivere in un mondo con più prospettive, senza dogmi o verità assolute, ma noi viviamo davvero in questo mondo?.

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martedì 6 ottobre 2015

Passages, Y: Fotografia (Walter Benjamin)






"Q'on ne pense pas que le daguerréotype tue l'art. Non, il tue l'oeuvre de la patience, il rende ommage à l'oeuvre de la pensée." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.744)

"La riproduzione fotografica di un'opera d'arte come una fase della lotta tra fotografia e pittura." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.745)

L'idea non è che la fotografia distrugga l'arte, forse la fotografia muove contro la pittura, ma certamente la fotografia diventa un nuovo mezzo di arte, una nuova forma di arte. Il vero problema che pone la fotografia è, secondo Benjamin, il rapporto tra arte e tecnica. La fotografia implica una tecnica di riproducibilità infinita del tutto assente nella pittura, perché mentre nella pittura si può copiare un quadro, ma l'esperienza dell'originale e quella della copia sono diverse (la prima ha un'"aura"), nel caso della fotografia difficilmente si può parlare di originale, si parla semmai di infinite copie senza originale. La riproducibilità connette la fotografia con l'industria e quindi con la tecnica. Il fatto stesso che nelle esposizioni universali fossero presenti delle mostre fotografiche dice tutto, il fatto poi che sempre in questi luoghi, oltre alle fotografie si facesse sfoggio di bellezze nude femminili, aggiunge un aspetto pornografico/espositivo, ma non credete che poi la mostra fotografica possa avere altre qualità da quelle pornografiche/espositive. Dopo tutto la pornografia sia ha quando un fatto viene dirette mostrato senza alcun velo, non necessariamente il fatto deve essere un seno, nel nostro mondo dell'informazione, come spiega Byung-Chul Han, attento lettore di Benjamin, le notizie diventano pornografiche (è l'ideologia della trasparenza ad essere pornografica). La storia della fotografia poi è del tutto particolare come si vede in Chul-Han. Infatti le prime foto erano ritratti e a queste Benjamin gli accreditava ancora un valore culturale, quelle successive acquisiscono un valore espositivo/pornografico, ma tutte queste foto fino a che sono stampate e hanno ancora una base materiale hanno comunque una storia e una "narratività", come nota Chul Han. Infatti una foto si ingiallisce con il tempo e non riesce spesso a mantenere sempre la sua stessa qualità. Con la fotografia digitale, afferma Chul Han, questa "storia" della foto scompare completamente, la sua moltiplicabilità aumenta e diventa "additivà": semplicemente fa numero. Tornando al problema iniziale: la fotografia non uccide l'arte, aggredisce la pittura, tanto che i pittori sembrano minacciati dall'avvento della fotografia a colori e si salvano ancora perché all'epoca la fotografia era in bianco e nero. Chiaramente la fotografia mette fine all'idea che l'arte debba essere copia della realtà, quindi esplodono forme artistiche nel 900' che non riproducono la realtà ma la restituiscono ogni volta trasformata come il cubismo e il surrealismo. Oggi basta un programmino come "Gimp" per dare alla foto un effetto "cubista", tuttavia l'artista può sempre prendere delle foto e inserirle sulla tela, così come già i cubisti facevano con i pezzi di giornale. Tutto questo porta sempre di più il marchio del legame tra la tecnica e l'arte. Walter Benjamin individua tre tecniche nell'800': la prima è quella del ferro, la seconda quella dell'arte macchina e la terza è quella dell'arte luce e fuoco; la fotografia mette assieme le ultime due?.

"Osservazione su Ludovic Halévy: - On peut m'attaquer sur ce qu'on voudre, mais la photographie, non, c'est sacrée-" (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.748)

"Il tentativo di provocare una contrapposizione sistematica fra arte e fotografia è al momento fallito. Essa avrebbe dovuto rappresentare un momento della contrapposizione storica fra arte e tecnica." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.748)

"Ciò che rende incomparabili le prime fotografie è forse il fatto che esse rappresentano l'immagine del primo incontro fra macchina e uomo." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.751)

"Una delle obiezioni, spesso inespresse, contro la fotografia: è impossibile che il volto umano sia colto da una macchina." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.751)

"Napoleone III, passando nel boulevard davanti alla casa di Disderi, ferma il reggimento di cui è a capo, sale e si fa fotografare." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.752)

Un problema della fotografia: qual'è il suo oggetto? se io vengo fotografato, chiaramente io sono io, ma sono anche quello nella foto?. Di fatto, sopratutto per le prime foto, quando si viene fotografati si deve stare fermi; Nadar dichiara la sua impossibilità nel riuscirci. Non è un caso che Benjamin colleghi la fotografia con le catacombe, alla fine non si tratta di altro che di un'arte della morte. Stare immobili vuol dire tornare al cadavere e quello che ci rende vivi è il fatto che ci muoviamo, con il corpo, con le labbra con gli occhi, in quel modo dimostriamo che abbiamo un'anima. Ho sentito tempo fa che certi egiziani sono convinti che la fotografia porti via l'anima, non è un caso. In Benjamin troviamo però una considerazione del tutto diversa, la fotografia avrebbe come oggetto uno spettro. Le due considerazioni non si escludono a vicenda e si può capire perché citando la concezione della fotografia di Balzac, il quale sembra che sia convinto della teoria dell'Idola o del Simulacro di Democrito in fatto di fotografia. In questo caso si può pensare che il soggetto assunta questa posizione fredda e cadaverica del suo corpo relazionandosi con la macchina fotografica rilasci una specie di pellicola sottile (Simulacro o Idola) che si imprime sull'obbiettivo della macchina fotografica, il risultato è veramente spettrale.

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mercoledì 23 settembre 2015

Dai libri di Byung-Chul Han: Nello sciame





Rispetto a La società della trasparenza Nello sciame di Byung-Chul Han ha molto di innovativo. Nello sciame forse è uno dei libri più interessanti di Han. Nello sciame introduce il lettore alle tematiche del mondo virtuale di internet, oltre il discorso più generico della trasparenza. La critica alla società pornografica o l'evidenza di un fenomeno di prostitutizzazione totale non erano del tutto estranei al secolo precedente e certamente Walter Benajmin era un acuto osservatore di questo fenomeno. La potenza di questo saggio di Byung-Chul Han consiste nel fatto che riesce a descrivere fenomeni più attuali in modo molto più marcato. Immergersi in questo libro significa fare un bagno nella realtà, sempre nuotando contro corrente. Ciò che riesce sicuramente molto bene all'autore del saggio è la critica della società contemporanea, la sua acuta interpretazione. Rimane un mistero se vi siano delle soluzioni a tutto questo, se si nasconda un messaggio più profondo in questi scritti: un'ermeneutica narrativa? Il capitolo iniziale tratta il tema del rispetto e sostiene che questa società trasparente non ha rispetto. La riflessione comincia dalla parola tedesca: "Rücksicht". Essa letteralmente vuol dire "riguardo" (Rück: schiena, dietro; sicht: viene da "sehen" che vuol dire vedere). Il riguardo presuppone, secondo l'autore, uno sguardo distaccato sull'altro. Tuttavia il nostro mondo contemporaneo elimina ogni distanza, tutto è vicino sia per via di internet, sia perché non c'è privacy, sia perché i Google glass trasformano i nostri occhi in macchine fotografiche, cioè la tecnologia ci permette di penetrare ogni cosa.




Tre sono i modelli presentati da Han: quello del potere (Macht), quello del rispetto (Rücksicht) e quello di internet o della shitstorm (Scheißestürm).

1) Il modello del potere è verticale e trascendente. Il potere parte dall'alto e agisce verso il basso. Questo meccanismo è lo stesso dei Mass media come la radio o la televisione, dove il pubblico recepisce passivamente un messaggio senza esserne partecipe. Definizione di potere: "Il potere è una relazione asimmetrica che fonda un rapporto gerarchico." (Han, Byung-Chul, Nello sciame, Figure nottetempo, Roma, 2015, pp.16)

2) Il rispetto presuppone la distanza e può seguire una logica asimmetrica, ossia sposarsi con il potere, oppure può seguire una logica simmetrica secondo l'idea del "rispetto reciproco".

3) La Shitstorm non è altro che la tempesta di informazioni che è internet. Essa segue una logica simmetrica, ma senza rispetto, perché non conosce le distanze. Qui si manifesta lo sguardo acuto di Byung-Chul Han: i mass media come la televisione e la radio hanno una funzione verticale. Noi recepiamo soltanto passivamente il messaggio che ci viene mandato. Essi hanno certamente uno scopo di indottrinamento e manipolazione, ma internet compie una rivoluzione come modello: il suo sistema è puramente orizzontale. Così come noi possiamo leggere articoli, così possiamo anche scriverli.


Una domanda sorge spontanea: dal momento che il modello qui presentato del potere, almeno in ambito filosofico sembra un po' superato, per esempio dallo stesso Foucault, potrebbe essere che la shitstorm costituisca una forma di potere orizzontale, un potere diffuso? Non si può escludere questa eventualità, tenendo presente due cose: la prima è che Han parla comunque di sovranità su internet; la seconda è chel Han, e qui sta la parte più bella del libro, cerca di superare il concetto di biopolitica foucaultiano. Possiamo dire che mettere un video su youtube e prendere tante visualizzazioni oggi è potere, così come i blogger possono pilotare la domanda delle merci, convincendo persone a comprare prodotti, grazie al loro potere di influencer dato dai post che scrivono. Oramai possiamo sostenere che il livello orizzontale di potere è prevalente. Questo offre delle possibilità di contrasto a quel potere verticale che ancora persiste (Europa, governi, banchieri, grandi uomini della finanza). La rete è come una ragnatela: tutto si propaga, non per filiazione, ma per contagio. Il fenomeno del contagio lo ha ben presente anche Han, ma a questo punto, cosa che lui non fa, sarebbe quasi irresistibile non fare riferimento al modello biologico e di evoluzione delle specie tipico della schizoanalisi di Deleuze e Guattari: un animale appartiene ad una specie quando questo è portatore di un determinato codice; essere portatore di un codice più che essere una questione di essenza è una questione di appartenenza ad una determinata molteplicità o banda; quando questo animale perde le caratteristiche sue essenziali e ne acquisisce altre, prima si decodifica e poi si surcodifica diventando quello che Goeffroy Saint-Hilaire avrebbe definito come mostro. La genetica ha cambiato l'immagine dell'evoluzione, ha definito la propagazione per contagio. Questo è internet: siamo tutti mostri contagiati, siamo tutti contagiati dalle informazioni e noi stessi ce ne facciamo carico riportandole e propagandole dappertutto. Per avere potere da blogger su internet basterebbe semplicemente fare in modo che il blog sia molto visualizzato (numero dei contagiati) e fare si che chi lo visualizza ne faccia lui stesso pubblicità (condivisione del contagio). Chi è in grado di fare questo meglio di tutti potrebbe dirsi il signore di internet. Anche nei modelli della geografia, che non compaiono nell'opera di  Han, ma che, secondo me, meritano un po' di attenzione, è presente il fenomeno del contagio. In primo luogo esistono studi geografici sulla diffusione delle malattie, ma qui il contagio è un fenomeno che la geografia non usa, semplicemente descrive. Molto più interessante è il caso del modello di Hägerstrand che crea un sistema di diffusione delle innovazioni tramite celle. In questo caso il modello usa il contagio come fenomeno che prende parte nella teoria, come lettura della diffusione dell'innovazione. Hägerstrand dice che la maggiore probabilità che qualcosa si diffonda sta nelle celle vicine e via via diminuisce in quelle lontane. Così la diffusione della tecnologia (contagio tecnologico) nella sua probabilità dipende dalla distanza dal centro: più è distante, meno ci sono probabilità; più è vicino, più è probabile.  Han afferma che internet cancella le distanze, ma questo va riferito solo alla distanza fisica, al fatto che persone che vivono una a New York e l'altra ad Hong Kong possono vedersi su Skype. Invece internet in senso vero e proprio sembra più un sistema di scatole a livelli: un sito ha delle pagine oltre alla homepage, su queste pagine ci sono dei link ad altri siti e così via. Se io voglio arrivare a quei link dovrò cliccare più volte e i click misurano una qualche distanza. Chi lo sa se il modello Hägerstrand si possa applicare al contagio informativo di internet.







Ovviamente internet presuppone delle persone che ci navighino, quindi il problema consiste nel capire l'identità del soggetto. Mentre Horkheimer aveva decretato la lenta scomparsa della figura dell'individuo nella massa, qui Han, rifacendosi al concetto di massa di Le Bon, sostiene che non ci sono masse oggi. Il concetto di massa viene trasformato in quello di "sciame". Ecco un altro motivo per dire che internet è diverso dai "Mass" media. Forse lo sciame è quel che resta della moltitudine di Hardt e Negri. Han denuncia l'inefficacia della "moltitudine" e della rivoluzione sciamante, in quanto questa consiste solamente in una forma di "smath mob", una rivoluzione improvvisa, ma poco efficace. Questo fenomeno dell'anonimato non è mai un caso: le nuove rivoluzioni sono senza soggetto, rimandano all'uomo qualunque e all'anonimous con la maschera di V per vendetta. Quello che interessa ad Han è che questo anonimato non è in opposizione alla società della trasparenza, dunque l'anonimato diventa solo una forma di qualunquismo e il qualunquismo è ciò che caratterizza molti partiti da società trasparente come ad esempio il Piratenpartei tedesco, il quale trova un corrispettivo perfetto in Italia nel Movimento 5 stelle. Questi due sono i classici movimenti da shitstorm, integrati perfettamente nell'era del capitalismo digitale dove la rete è il potere. Essi tentano di pensare una democrazia diretta a partire dalla tecnologia di internet (altra caratteristica che gli connota Han è la seguente affermazione: "il mio pubblico di elettori sono io"). Ma perché pensare a internet, direbbe Han, quando c'è già QUBE (question your tube)? QUBE è una televisione in cui il soggetto può scegliere: per esempio può interagire con il televisore e selezionare determinati prodotti di suo gradimento. Perché non usare questa come vorrebbe lo stesso Flusser? In questo caso, ossserva Byung-Chul Han, l'atto del votare diventerebbe shopping. Non è forse vero che il voto è già compravendita, campagna politica marketing e così via? Di fatto, come già facevo notare nell'altro commento, non si può pensare che tutto sia trasparente e infatti qualcosa non lo è mai. Han mostra come Facebook e Google di fatto stanno diventando o lo sono già, come dei servizi segreti; inoltre si noti quanto Han afferma su Acxiom (società di big data americana), la quale sembra avere molti più dati dell'FBI. Che il proprio destino non dipenda più dai singoli, ma da organizzazioni sempre più grandi, è quel che diceva già Horkheimer nell'Eclisse della ragione. Ciò che va aggiunto che dovrebbe aggiungersi oggi è che comunque esiste questa simmetria su internet, che è possibile diffondere più facilmente informazione alternativa con questi mezzi.


Il giudizio di Han rimane sempre negativo: l'informazione è sempre integrata nella società dell'apparenza e non è necessariamente sinonimo di verità, anzi la verità dipende sempre dall'ermeneutica, dalla tensione narrativa e così via. Non può non saltare all'occhio il fatto che Byung-Chul Han afferma che viviamo in una società post-politica, post-metafisica e post-ermeneutica. I primi due potevano andare anche d'accordo con l'ermeneutica che parla di fine degli ideali e di caduta della metafisica in favore di un mondo che diventa un insieme di prospettive. Il problema è che anche l'ermeneutica è stata superata dalla trasparenza dell'informazione. Han contrappone l'additività del sapere dell'informazione, il suo modo di essere computerizzato, alla narratività del sapere in senso vero e proprio, alla teoria e all'interpretazione. Con tutti questi dati, a che serve interpretare? si chiede l'uomo contemporaneo. Questo può dirlo qualcuno che non ha capito la differenza tra accettare la realtà così come è "data", riprodurla, descriverla e criticare la realtà così com'è, per superarla. L'ermeneutica di Chul Han deve essere quella del distacco, una "dialettica negativa"?. Certamente lui è abbastanza distaccato da poter dire ora che abbiamo finito con la biopolitca, adesso cominciamo come la psicopolitica digitale. Qui cambiano le cose perché possono essere controllati anche i pensieri e non solo i corpi, perché basta guardare il cervello, colori e reazioni, si possono tentare di comprendere i pensieri delle persone e poco interessa alla gente, ma dovrebbe interessare invece, come il potere abbia sempre saputo servirsi della psicologia.


lunedì 14 settembre 2015

Dai libri di Byung-Chul Han: La società della trasparenza





"La società della trasparenza" è un saggio del filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han, tradotto in italiano da "figure nottetempo". Uno dei maggiori libri del filosofo Han, oramai divenuto famoso. Han riesce a tradurre in sole 80 pagine circa una verità abbatanza dffusa che nessuno aveva ancora trasformato in scritto  e a darci una buona lettura della società contemporanea. Molte cose che sono dette in questo libro sono assolutamente vere, potremmo osservarle anche solo cacciando la testa fuori dalla finestra e sforzandoci di guardare la realtà. La trasparenza è ovunque perché nulla è davvero segreto, tutto è sempre sotto controllo. Il significato della parola trasparenza, in questo caso, consiste nella realtà senza veli, senza il suo aspetto narrativo. Mi vengono in questo momento in mente alcune affermazioni di un certo Ai Wei Wei (artista cinese) sulla Cina. Ai Wei Wei sostiene che la Cina ha occhi ovunque e in qualsiasi momento conosce le sue mosse. Ai Wei Wei è stato arrestato improvvisamente dal governo cinese in segreto, deportato in un luogo di cui non è possibile conoscere la collocazione e solo recentemente è stato liberato. Il caso Snowden, le intercettazioni telefoniche alla Merkel e così via, sono sufficienti come prove che la nostra è una società trasparente. La cosa curiosa di questo libro è che porta quasi lo stesso titolo di un altro. L'altro si libro si intitola: "società trasparente", il libro è di Gianni Vattimo, Vattimo crede che in questa società esistano i mezzi per un'emancipazione, crede che la televisione deformando l'immagine della realtà restituisca una molteplicità di prospettive che cancella la visione piatta del modello del pensiero ad una dimensione. Han non direbbe una cosa del genere né della televisione e tanto meno di internet. Vattimo, in ogni caso, non è mai citato nell'opera da Chul-Han, non so nemmeno se Han sia a conoscenza di questo altro libro scritto tra l'altro nel 1989. Tuttavia ci interessa questo accostamento perché Vattimo era un esponente dell'ermeneutica e il libro di Byung-Chul Han ha un sapore molto ermeneutico.



Ciò che viene comunicato dal filosofo coreano-tedesco è una verità oramai molto diffusa, una considerazione che riassume riflessioni di pensieri da Walter Benjamin a Baudrillard. Byung Chul-Han parte dalla constatazione che noi siamo in una società dove tutto è  illuminato, niente si  può nascondere. L'illuminazione non è più solo la luce che cade sul corpo del soggetto nella prigione, nell'ospedale o sul banco di scuola, come nei testi di Foucualt, ma è una luce che illumina i contenuti interni. Questa illuminazione la chiamo " pornografia dell'anima". Così come nei Passagenwerk di Walter Benjamin si assisteva alla prostitutizzazione globale di ogni cosa: delle merci nelle vetrine, della donna, dei cospiratori la notte, del Flaneur, di ogni cosa in quanto direttamente esposta nella sua nudità, anche oggi questo fenomeno pornografico non poteva che diffondersi ancora di più, ma ora è peggio di prima. Han distingue l'Eros dalla pornografia, affermando che la seconda consiste nell'esposizione del corpo nudo: il disvelamento spogliarellista. L'Eros, al contrario, presuppone il segreto. Byung Chul-Han, ad esempio, considera erotico il polso del braccio tra il guanto e la manica. Nell'"epoca delle passioni tristi" di Benseyang e Schmitt si parla di una questione simile. I due autori, ad esempio, riflettono sul fatto che una nudista non ha nulla di erotico, mentre è erotica una ragazza in minigonna, proprio perché non offre direttamente le parti sessuali alla vista, ma le tiene velate, lasciando alludere a queste attraverso le gambe nude tra la gonna e gli stivali. Sempre in quel libro è riportata un'inchiesta sugli arabi, perché nei paesi arabi le donne sono coperte da capo a piedi.  Domanda: cosa guardano gli uomini arabi delle loro donne? la risposta: le caviglie. In pratica per Byung-Chul Han sono erotiche le caviglie di queste donne e non il seno nudo delle Femen. L'opera di Han è attraversata da un dualismo tra segreto e nudità. Egli sostiene che la verità non necessariamente coincide con la nudità. La società trasparente, secondo l'autore del saggio, non conosce in nessun negativo (segreto), essa si manifesta come pura positività. Per questo la società trasparente manca di tensione narrativa ed è una società porno. Han, servendosi della psicoanalisi, cerca di dimostrare che il segreto è parte di noi, così come la psicoanalisi in particolare Freud, ma anche Lacan, afferma che esiste una crepa tra l'Io e l'Es. L'inconscio è qualcosa che rimane inaccessibile se non attraverso una decifrazione. Esso non è, invece, una vasta terra da illuminare con la coscienza (la trasparenza).

Si può dire che siamo individui e siamo liberi perché abbiamo segreti. Anche Hegel, dopotutto, dice Byung Chul-Han, non ha mai abbandonato l'aspetto negativo. Quest'ultimo viene sempre conservato nella sua Aufhebung. L'assenza di negativo, secondo Han, produce infelicità e distruzione perché la bellezza presuppone il segreto, così come Benjamin sosteneva che le cose possono essere belle solo in un involucro. Ma anche perché l'amore scompare se non esiste un mettersi in gioco, un fall in love. La critica di Han all'amore contemporaneo è molto simile a quella di Badiou e Žižek. Badiou e Žižek attaccano ogni forma commerciale di amore. La logica dell'amore commerciale costituisce la logica dei siti di incontri come Meetic. Badiou cita spesso la frase: "si può essere innamorati, senza innamorarsi". Finché si crede che la fidanzata ideale è una donna con determinate caratteristiche, si considera l'oggetto dell'amore al pari di una merce. Se dovesse esistere un amore vero, questo non avrebbe una definizione, nella misura in cui dovrebbe essere del tutto casuale. Una società positiva non conosce il rifiuto, non conosce mai un No. Per questo, come si legge in una delle frasi più afficaci del libro è vero che: "Il giudizio comune della società positiva dice "mi piace". È indicativo che Facebook si sia rifiutato, conseguentemente, di introdurre un pulsante per il "dislike"." (Han, Byung-Chul, La società della trasparenza, Figure nottetempo, Roma, 2014, pp.20)



Tutto questo può essere accostato ai discorsi di Marcuse e Adorno sulla cultura di massa dove tutto è mischiato, il negativo è soppresso e il rifiuto rifiutato. Non c'è alternativa ad un "mi piace" su tutto e allo "stai sereno" di Renzi, che sono entrambi espressioni della società positivo-trasparente. Tuttavia, anche se Han parla di linguaggio operazionale, come Marcuse nell'Uomo a una dimensione parlava di linguaggio operativo, non fa mai riferimento alla scuola di Francoforte tranne che a Walter Benjamin, uno dei personaggi più borderline e outsider dell'Istitut für Sozialforschung. 


Benjamin è molto importante per il suo concetto di "valore di esposizione", un valore che, dice Han, supera per forza di cosa sia il concetto di "valore di scambio" che quello di "valore d'uso" di Karl Marx. Il valore di esposizione costituisce il valore pornografico che hanno le cose in quanto ogni cosa in un certo senso, in questa società, potenzialmente si trova "sotto i riflettori". Una luce pervade ogni cosa rendendo tutto accessibile e tutto visibile. Non solo! Han sostiene che siamo noi a contribuire a tutto ciò. Dopo tutto chi non vorrebbe, dico io, rinunciare a quei 15 minuti di fama a cui alludeva la frase di Warhol?

Cito due frasi effaci del testo:

"Nella società esposta, ogni soggetto è l'oggetto pubblicitario di se stesso." (Han, Byung-Chul, La società della trasparenza, Figure nottetempo, Roma, 2014, pp.25) 

"Le Cose non svaniscono nel buio, bensì nell'eccesso di illuminazione (...)" (Han, Byung-Chul, La società della trasparenza, Figure nottetempo, Roma, 2014, pp.26) 

Il piacere che deriva dal segreto non esiste nella società pornografica. Mentre il potere è possibile solo con la segretezza, nota giustamente Han, la trasparenza è l'opposto del potere. Ora in questa società dove tutto è visibile, in realtà qualcosa rimane comunque oscura: il potere. Accetto quello che dice Han sulla trasparenza, ma quando siamo di fronte ad una telecamera, una cosa non è trasparente: quello che sta dall'altra parte della telecamera che mi sta fissando. Ora Han non si è lasciato sfuggire questa punto, infatti cita Bentham e il suo Panopticon: l'edificio labirintico in cui tutti si perdono (labirinto della società) e dove qualcuno osserva ogni cosa senza essere visto (Il Dio della società trasparente). Tutte le teorie sul governo occulto si basano sul fatto che nella società della trasparenza compare una tenebra, ora noi di fatto non sappiamo chi controlla la società, i loro volti. Si dice siano le banche, ci sono sempre più uomini di finanza che hanno molto più potere degli Stati, che decidono prima di loro e che conoscono tutto prima di questi. Il rischio è che si crei una società del controllo. Per uscirne potremmo pensare una soluzione democratica sulla sorveglianza, come ha fatto David Brin, che consiste nel permettere a tutti di controllare tutto e non solo ad alcuni. Un modello del genere dal punto di vista Han mostra gli effetti comici della trasparenza, perché questo creerebbe una società degli spioni e porterebbe a questa conclusione: la libertà è controllo.


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