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sabato 15 settembre 2018

Nietzsche e Cioran al confronto



Nietzsche e Cioran




Cioran legge Nietzsche


«A uno studente che voleva sapere la mia posizione riguardo all'autore di Zarathustra, risposi che da molto tempo avevo smesso di frequentarlo. Perché? mi chiese. - Perché lo trovavo troppo ingenuo... Gli rimprovero le sue infatuazioni e persino i suoi fervori. Non ha abbattuto idoli se non per sostituirli con altri. Un falso iconoclasta, con tratti da adolescente, e non so che verginità, che innocenza, inerenti alla carriera di solitario. Ha osservato gli uomini solo da lontano. Se li avesse guardati da vicino non avrebbe mai potuto concepire e celebrare il superuomo, visione bislacca, risibile, se non grottesca, chimera o capriccio che poteva scaturire solo dalla mente di qualcuno che non avesse avuto il tempo di invecchiare, di conoscere il distacco, il disgusto sereno.» (Cioran, Emil, L'inconveniente di essere nati, Adelphi, Milano, 1991, p.82)

Cioran ammette di non frequentare Nietzsche da molto tempo. Una volta dunque lo frequentava? Del motivo di questo risponde che lo trova troppo ingenuo. Quando si spiega rivela il fatto che il superuomo non può essere meno idolo degli idoli che Nietzsche intendeva abbattere. Nietzsche si è fatto una falsa immagine dell'uomo: credeva che ci fossero ancora delle speranze per lui, che esistesse un avvenire. Tuttavia, Cioran, come si vede in altre opere, stimava Nietzsche, se non altro perché, come lui, era un solitario.

Più dettagli sul tema si trovano nelle interviste in Un apolide metafisico. In un'intervista Cioran discute vivacemente del suo rapporto con Nietzsche. In questa intervista continua a riferire che considera Nietzsche un ingenuo e infatti si legge:

«Perfino Nietzsche mi sembra troppo ingenuo. Io mi sono allontanato da Nietzsche, per il quale ho nutrito molta simpatia e ammirazione. Ma poi mi sono reso conto che c'era in lui un lato troppo giovanile. Per me. Perché io ero più marcio di lui, più vecchio. E comunque conoscevo meglio gli uomini. Avevo della vita e dell'uomo un'esperienza più profonda della sua. Non però il suo genio. Ma chiunque, anche una donnetta può avere maggiore esperienza di un filosofo. Sebbene io non abbia una biografia, come dicevo, ho vissuto. Nietzsche era un solitario... In fondo ha conosciuto tutte queste cose da lontano.» (Cioran, Emil, Un apolide metafisico, Adelphi, Milano, 2005, p.65-66)

Cioran, dunque, afferma di aver ammirato Nietzsche. Poi però lo ha abbandonato. Lo ha abbandonato perché, Cioran spiega, Nietzsche era ancora giovane dentro e lui troppo marcio. Nietzsche era un ingenuo, come il giovane che ha molte aspettative sul mondo e poca esperienza.

Ma perché un ingenuo? chiede l'intervistatore. Cioran risponde:

«Mi riferisco a quel suo lato adolescente geniale e impertinente che ha sempre conservato. Lui non si è mescolato con gli esseri umani. Ha vissuto molto intensamente. Un genio immenso. Ma non ha conosciuto la spossatezza di chi vive in una grande città. Di chi si mescola con gli esseri umani. Come invece è successo a me.» (Cioran, Emil, Un apolide metafisico, Adelphi, Milano, 2005, p.66)

Nietzsche era un solitario e ha passato troppo tempo sulle Alpi svizzere, dunque non ha conosciuto davvero la città, la società. Nietzsche stava spesso alla larga dalla città e come il suo Zarathustra si ritirava sui monti. Sui monti, del resto, ha avuto le sue migliori intuizioni. I libri di Cioran, invece, sono ricchi di vita parigina, ricchi di esperienza di vita nella società e con gli uomini. Cioran ha visto gli uomini da vicino. Il problema del rapporto tra Cioran e Nietzsche sembra quindi incentrarsi sulla valutazione dell'uomo.

A questo punto l'intervistatore chiede se Cioran creda che l'uomo sia malvagio per natura. Al che Cioran risponde:

«No. L'uomo, semmai, è un abisso. Per essenza. Più cattivo che buono. Io la penso così. E la pensava così anche Nietzsche. Ma Nietzsche era un puro, come ogni solitario. Per questo mi sento molto più affine a La Rochefoucauld, ai moralisti francesi, a quella gente lì. Secondo me sono loro che hanno capito l'uomo, perché hanno fatto vita di società. Io non l'ho fatta, però ho conosciuto molti uomini, ho una grande esperienza dell'essere umano, nonostante tutto. Nietzsche non ce l'aveva.» (Cioran, Emil, Un apolide metafisico, Adelphi, Milano, 2005, p.66)

L'uomo è un abisso, ecco una definizione dell'uomo, una definizione molto interessante. L'uomo, spiega meglio Cioran in La caduta nel tempo, è essenzialmente non essere. L'uomo è un malato che non poteva accontentarsi dell'Eden, gli stava troppo stretto. Egli soffriva già in paradiso, altrimenti non avrebbe mai voluto lasciarlo. La storia è la condanna eterna dell'uomo, la sua caduta nel tempo. Con tutto questo l'uomo è un animale enigmatico, l'animale che odia se stesso. In un passaggio di La tentazione di esistere Cioran afferma questo sull'uomo:

«Ecco l'uomo fuori del mondo, ed esiliato da se stesso. Non si può, senza raggiri, annoverarlo tra i viventi, tanto il suo contatto con la vita è superficiale; il suo contatto con la morte non lo è meno. Poiché non è riuscito a trovare il suo giusto posto tra l'una e l'altra, ha barato fin dai suoi primi passi: un intruso, un finto vivente, un finto mortale, un impostore. La coscienza, questa non partecipazione a ciò che si è, questa capacità di non coincidere con nulla, non era prevista nell'economia della creazione. L'uomo lo sa, ma non ha il coraggio né di farla propria fino in fondo e di morirne, né di ripudiarla per salvarsi. Estraneo alla propria natura, solo al centro di se stesso, slegato dal quaggiù e dall'aldilà, egli non sposa interamente alcuna realtà: e come potrebbe, visto che è soltanto per metà reale? Un essere senza esistenza.» (Cioran, La tentazione di esistere, Adelphi, Milano, 1984, p.183-184)


Cioran non si trova nella posizione di Nietzsche, ma si identifica in La Rochefoucauld. Se Nietzsche avesse conosciuto da vicino gli uomini, Cioran pensa, egli avrebbe convenuto che La Rochefoucauld ha ragione. La Rochefoucauld è un filosofo francese che, come anche Nietzsche, scriveva aforismi. In particolare La Rochefoucauld scrive le Massime. In questo testo troviamo tanti aforismi sull'uomo che pretendono di estrarre la verità sulla sua natura e il suo comportamento. Lo stile è molto cinico, esso ci rappresenta un essere umano profondamente egoista, vanitoso e narcisista. In uno dei primi aforismi del libro, ad esempio, La Rochefoucauld dichiara che la castità nelle donne spesso è frutto del caso e non della virtù. Nietzsche ha presente anche quest'immagine dell'uomo egoista e narciso, ma crede che una maledizione si sia abbattuta sull'uomo: la morale. Nietzsche pensa che, da un certo momento in poi, gli istinti aggressivi dell'uomo sono stati rivolti dall'uomo verso se stesso. Perseguendo l'altruismo l'uomo non ha più seguito il proprio utile, ma la rinuncia. La Rochefoucauld trasforma l'altruismo in una forma mascherata di egoismo. Nietzsche rimane sulla linea dell'egoismo, ma pensa ad un'altra forma di egoismo: alla virtù che dona. Con questo si capisce che Nietzsche credeva che l'uomo potesse uscire dallo stato di vanità e narcisismo che lo porta a pensare solo a se stesso.

Questo è ciò che pensa Cioran di Nietzsche:

«Era puro come ogni solitario. Ma non ha conosciuto tutti i conflitti che esistono fra gli esseri umani, i retroscena, tutte queste cose, appunto perché è vissuto solo. Naturalmente ha intuito, ha riflettuto molto su questo. Ma la vera esperienza dell'uomo la si trova in Chamfort, o in La Rochefoucauld. Se Nietzsche fosse vissuto in società probabilmente avrebbe visto le cose pressappoco come loro, e non in modo libresco.» (Cioran, Emil, Un apolide metafisico, Adelphi, Milano, 2005, p.66-67)


Cosa hanno in comune Nietzsche e Cioran? Difficile dirlo, forse davvero poco. In parole semplici si potrebbe definire Nietzsche un nichilista attivo e Cioran un nichilista passivo, ma forse è una semplificazione. Prendiamo il caso del superuomo. Il superuomo introduce in Nietzsche un elemento nuovo, un senso e un progresso che non avevano assolutamente luogo nell'immagine dell'eterno ritorno. L'eterno ritorno è un'immagine pessimistica secondo la quale tutto ciò che abbiamo vissuto dovrà riaccadere. Il superuomo rappresenta una novità assoluta nella storia umana. Finalmente l'uomo supera completamente la bestia e diventa creatore dei suoi valori. Inoltre l'eterno ritorno è un tempo che non mira a nulla, dunque non ha senso, mentre nello Zarathustra Nietzsche afferma che il superuomo è il senso della terra. Nietzsche è partito dal pessimismo del dionisiaco e della tragedia, quel pessimismo secondo il quale la cosa più vantaggiosa per l'uomo, come afferma il demone Sileno, è non nascere mai e se si nasce, morire il prima possibile. Successivamente Nietzsche approda ad una filosofia dell'affermazione della vita e sembra quasi introdurre una qualche nozione di progresso, con la venuta del superuomo. Cioran, al contrario, non si fa nessuna illusione sulla specie umana. Egli pensa che sia meglio che arrivi un secondo diluvio, uccida tutti e non se ne parli mai più. Mentre Nietzsche afferma: "rimani fedele alla terra!", ossia rimani fedele alla tua dimensione corporea, Cioran invita a negarla e a seguire piuttosto un'etica orientale del distacco dalla carne. Per Cioran la morale consiste in questo: distaccarsi dall'atto, arrivare a negare completamente se stessi sino alla distruzione. Pensate un po' ad un titolo come "L'inconveniente di essere nati", non fa forse eco a quel che ha detto il demone Sileno? forse Cioran potrebbe contestare a Nietzsche di aver abbandonato quella saggezza? In un passaggio della Tentazione di esistere Cioran afferma di aver cercato un demone così saggio, un non-umano, un individuo totalmente cinico fino alla perfezione, ma afferma non averlo mai trovato.


mercoledì 29 luglio 2015

Confessioni ed anatemi (spiegazione/Cioran)



Confessioni e anatemi  è un libro che contiene vari aforismi ed è diviso in sezioni, tali che potrebbero essere considerati come dei capitoli. L'intero testo è racchiuso tra queste due oscure affermazioni:


"[...] «La felicità del malvagio», la vecchia obiezione contro l'idea di un Dio misericordioso o almeno onorabile, chi l'ha corroborata meglio di quell'eresiarca, chi ha colto con tanta sicurezza ciò che ha di invincibile?" (Cioran, Confessioni e anatemi, Adelphi, Milano, 2007, pp.13)


"Avere inventato il sorriso omicida." (Cioran, Confessioni e anatemi, Adelphi, Milano, 2007, pp.131)




La felicità del malvagio è il sorriso omicida, ci chiediamo spesso se quelle persone che vivono alle nostre spalle,  che rubano, che uccidono e che commettono stermini quotidiani, dormano la notte o meno, ci scandalizziamo a scoprire di sì. Ci hanno sempre insegnato che c'è una sola via per la felicità (paradiso), Cioran ci insegna un'altra strada attraverso le tenebre. Il sorriso omicida è un'arte, non c'è forse altro modo per sopravvivere al nulla del mondo, uccidiamo i fatti semplicemente con la felicità, lucidamente pessimisti e senza speranza, pieni di pensieri taglienti, una trappola nata. Non è questione che la felicità si meglio dell'infelicità, entrambe rendono Cioran infelice, si tratta di allargare le labbra cicatricizzate e aprire una bocca che sembra più il taglio di un coltello e dire con Keats: "Sono un vigliacco, non posso sopportare la sofferenza di essere felice." (Cioran, Confessioni e anatemi, Adelphi, Milano, 2007, pp.16) Si tratta di vedere che reazione fa, questa frase può uccidere un'ultima speranza, suscitare una risata scettico/nichilista, forse solo chi la capisce gode della felicità del malvagio. Il destino è il primo a sghignazzare, l'amor fati è condividere senza pensieri queste risate. Cioran non ha scelto di aiutare gli uomini contro il destino, battaglia del tutto inutile, non si è nemmeno rassegnato come un servo, ma si è messo a cercare l'unica libertà in tutte le disgrazie, quella del distacco. Dopo tutto se nulla è nulla perché non incarnare questo nulla?


"Se l'uomo dimentica così facilmente di essere maledetto, è perché lo è da sempre." (Cioran, Confessioni e anatemi, Adelphi, Milano, 2007, pp.29)


Il destino non è il senso, non c'è cosa più insensata di una disegno scritto da qualcun altro e poi il destino è un disegno imperscrutabile, non un disegno ordinato, è come un quadro di Pollock, anche se lo vedessimo nel complesso non capiremmo molto. Il sentiero interrotto nel destino in Cioran non è in contraddizione con il destino stesso, un destino può essere anche una costellazione di disgrazie, proprio la più bella distribuzione di disgrazie è il migliore disegno provvidenziale per Cioran, anche se questa distribuzione fosse caotica. Ad esempio:


"X., che ha fallito in tutto, si lagnava davanti a me di non avere un destino - E invece sì. La serie dei suoi insuccessi è così straordinaria che sembra rivelare un disegno provvidenziale." (Cioran, Confessioni e anatemi, Adelphi, Milano, 2007, pp.47)


Ci vuole un sorriso omicida per uccidere ogni nostro fallimento, un'enorme risata satanica fa svaporare tutto quello che è successo nella vita in un solo grande incubo, un grande nulla ingordo, l'unica cosa che sembra reale è la nostra sfacciataggine: rido dunque sono. In tutto questo può essere interessante il fatto che Cioran distingua tra Schicksal e Beruf. Beruf viene da rufen che vuol dire chiamare, Beruf è la vocazione, la professione che in questa concezione rimanda sempre ad una chiamata dall'alto, magari per volontà divina. Cioran non smette mai di mettere di mezzo Dio, ma mai crederebbe ad una chiamata da parte di Dio, addirittura diceva di aver parlato con una suora e che questa le aveva rivelato di usare la parola Dio ancora meno di lui. Schicksal vuol dire destino, proprio come lo si intendeva nel mondo pagano, un disegno che non poche volte è crudele, una tela di sangue. In questa riflessione manca la parola Los che in tedesco starebbe per caso o sorte, il quale forse rimanderebbe di più alla fortuna (Glück) e alla sfortuna (Unglück). Probabilmente Cioran si trova più schierato verso l'idea del disegno, molto a prescindere dal fatto che sia voluto da un qualche dio, il che si può sempre mettere in discussione e da un'idea della sfortuna. In tutto questo il destino non ha un fine, ma è per quello che è destino, non hanno senso le disgrazie, la nostra vita non ha senso, ma:


"Il fatto che la vita non abbia alcun senso è una ragione di vivere - la sola, del resto." (Cioran, Confessioni e anatemi, Adelphi, Milano, 2007, pp.48)


È vero, come sopportare una vita sensata? forse l'unica cosa che conta è rendersi conto che è proprio quel non senso ha doverci far sorridere. La nostra vita è vuota, o meglio il Vuoto è padre di ogni cosa o forse si dovrebbe dire la madre, questo lo sapevano gli orientali da molto tempo (buddhismo, induismo, taoismo, ecc...), gli occidentali forse lo hanno scoperto solo nel XX secolo. I primi vedono nel vuoto il culmine della luce, qualcosa di positivo; l'occidentale medio non riuscirebbe a concepire il vuoto in modo diverso da una grande tenebra nera che avvolge ogni cosa. Spesso l'occidentale vede nero quello che gli orientali vedono bianco, Nietzsche diceva che il nichilismo è buddhismo europeo, ma il buddhismo era davvero nichilismo per i buddhisti?. il vero problema degli occidentali (al di là di quello per cui non riescono smettere di pensare), è questo:


"La prima cosa che mi raccontò un amico perso di vista da molti anni: da lunga data aveva fatto scorta di veleni, ma non aveva saputo uccidersi perché non aveva saputo quale scegliere..." (Cioran, Confessioni e anatemi, Adelphi, Milano, 2007, pp.79)


Del resto non è forse vero che non sapeva quale scegliere perché ci pensava troppo sopra?, forse che l'occidentale non conoscere la beatitudine di vivere d'istinto?.


"Dopo tutto non ho perso il mio tempo, anch'io mi sono dimenato, come chiunque altro, in questo universo aberrante." (Cioran, Confessioni e anatemi, Adelphi, Milano, 2007, pp.133)


Dimenarsi! ah, questo è la vita, un'agitazione continua e poi di nuovo immobili e freddi come prima, la conoscenza consiste nel sapere che la somma di questi atti non porta a nessun risultato, il sorriso omicida uccide questo sapere e non prende nulla sul serio: dolore sorridente!.




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La caduta nel tempo 

sabato 25 luglio 2015

Al culmine della disperazione (Cioran)



Si tratta di un'opera che ha scritto Cioran a 22 anni, un'opera che ha come tema principale quello dell'eccesso, tema molto caro alla gioventù, ma questa opera non manca mai di un senso di nullità e di morte che sono già in Cioran fin da giovane. La vita se portata agli estremi è un eccesso, una debordanza, non c'è misura, piuttosto l'incommensurabile e la malattia sono le cose più vicine alla vita. Di fatto sono le tendenze più estreme che ci portano verso la vita più vissuta, una di queste tendenze è la disperazione, forse lo è quasi per eccellenza, ma non si tratta solo di quella. Il malato di mente, come lo psicotico sembra più vivo degli altri, sembra che nella malattia si nasconda un eccesso di vita che altrove non si troverebbe, dopo tutto il malato non fa che esasperare quello che vive il normale, desidera così tanto da proiettare e buttare fuori di sé gli oggetti della sua mente sotto forma di allucinazioni. Ad un certo livello si può dire che il malato ha un eccesso di interiorità e che questo eccesso di interiorità sia quell'eccesso di sé che Freud definiva con il termine "megalomania dell'io". 








In tutto il libro si trovano contrapposti l'io e il mondo, una soggettività molto interiore e il mondo esterno con l'umanità compresa. Si tratta dell'impossibilità di una mediazione tra l'io e il mondo, l'impossibilità di superare una coscienza infelice, l'impossibilità di scendere a patti con la terra, con l'umanità, l'impossibilità di una conciliazione con l'eterno, senza una morte diretta di uno dei due termini. Dal punto di vista di Cioran lui potrebbe vivere tranquillamente nel nulla, nuotare nel vuoto, scegliendo la distruzione del mondo piuttosto che del suo io. L'io si trova di fronte l'eterno del mondo esterno rispetto al quale qualsiasi azione e qualsiasi fatto è una pura nullità, non ha molta importanza che le cose siano andate in un certo modo piuttosto che in un altro, anche perché rispetto all'eternità del tempo tutto è nulla e con tutto l'eterno che abbiamo vissuto in passato in cui non è successo nulla, non ci rimane molto da sperare in proposito dell'eterno del futuro. Tutto è nulla! è la verità che risuona nella grande disperazione, quella della testa tagliata pensante o urlante di pensieri atroci che, sconquassata dal mare un po' ovunque, manifesta il massimo dolore esistenziale. Questa immagine che ci offre Cioran ci ricorda molto quella della testa di Orfeo nel mare macchiato del vino delle baccanti e del suo sangue che grida: Euridice! Euridice!. In questo caso Euridice potrebbe essere la salvezza, non per forza una persona fisica, tuttavia questa non c'è e poco si ha da schiamazzare. "Il fatto che io esisto prova che il mondo non ha alcun senso" (p.25) Non è che la vita=dolore, certo non provando soggettivamente altro che sofferenza ci si chiede se esisti o sia anche solo mai esistita la felicità, ma di fatto ci sono persone che dichiarano di essere felici e non tanto questo che Cioran contesta, Cioran parla di "monopolio del dolore". L'idea è che ci siano delle persone che siano destinate a soffrire, Cioran dice di essee l'unico a soffrire, questo dipende dal fatto il dolore lo si prova nella solitudine o comunque non è diffenziabile da questa. Ci saranno forse altre persone destinate a essere felici, su questo si sa poco, del resto Cioran parla sempre di se stesso, parla di una esperienza personale che diventa universale come nel caso di Kierkegaard perché in molti possono riconoscersi e del resto, soggettività a parte, discute di problemi che comunque riguardano tutti come il non senso della vita che sempre più constatiamo, la morte come fine dell'esistenza, la propria nullità di fronte all'eterno e la vanità delle azioni. Rispetto  a Kierkegaard c'è una differenza enorme, Cioran crede nel destino, Kierkegaard invece nella libertà dell'uomo. Sartre stesso fa notare come una posizione come la prima sia pessimista, ovvero il determinismo o il credere nel destino, mentre la seconda in qualche modo è ottimista, angoscia a parte. Cioran parla di disperazione in questo testo, non tanto di angoscia, la prima deriva da un'esistenza sofferente e senza senso che si è condannati a vivere, la seconda invece dipenderebbe, stando all'esistenzialismo, dalla scelta, dalla scelta originaria e la libertà dell'uomo; la scelta originaria è sempre una scelta tra lo scegliere di scegliere e lo scegliere di non scegliere. Non c'è libertà in Cioran, forse solo qualcosa di più interiore che consiste nel distaccarsi dagli atti, dal rinunciare a tutto e dall'abbandonarsi al vuoto più totale. Il problema in Cioran non è che non ci sia una via per la felicità, ma che l'uomo infelice non possa mai diventare felice e che invece possa tragicamente solo succedere il contrario. Ad ogni modo il problema dell'infelicità dipende dal pensiero e dalla conoscenza, perché la conoscenza ci porta a sapere di quelle cose che tanto temiamo e che ci portano alla disperazione come la certezza della morte, la vanità delle cose e delle azioni nella vita. Così il pensiero è una malattia a cui è condannato l'uomo, solo che per Cioran le due vie d'uscita possibili non sono praticabili, la prima sarebbe tornare all'animale e la seconda sarebbe diventare superuomo; nel primo caso si cercherebbe di tornare all'incoscienza dell'animale e alla sua non conoscenza o noncuranza assoluta, nel secondo caso si punterebbe a diventare un uomo che sappia nonostante la conoscenza della sofferenza della vita amare la vita e sopportare il dolore. Nessuna di queste vie è praticabile, tuttavia se l'uomo vivesse un po' ingenuamente, se cercasse di pensare poco o affatto, se non credesse in nulla (nichilismo), non cercasse la conoscenza, ma semplicemente di godersi lo slancio vitale, a questo punto ci sarebbe una felicità per l'uomo; la sensazione è che per Cioran chi è felice in qualche modo lo è destinato quasi dalla nascita. Ad esempio Cioran dice: "Quando può iniziare la nostra felicità? Quando saremo persuasi che la verità non esiste. A partire da questo punto, ogni modalità di salvezza è possibile, persino una salvezza attraverso il niente. Chi non crede nell'impossibilità della verità, o che non ne gioisce, ha solo una via di salvezza, che tuttavia non troverà mai." (p.131) In teoria è proprio il niente che ci salva, se siamo davvero disposti a non credere più in nulla, a non avere più nessuna aspettativa, cosa potrebbe realmente turbarci? non ci sarebbero più delusioni, dopotutto molte delle sofferenze dipendono da credenze mentali. Rispetto a tutto questo rimane sempre sullo sfondo il problema del destino, Cioran non è un esistenzialista proprio perché non crede nella libertà dell'uomo, resta comunque un pensatore esistenziale, nel senso che pone come suo oggetti quelli che sono i problemi della vita, senza vederli da un punto di vista astratto, ma parlando di sensazioni, scrivendo con il sangue e con tutto quello che ha nel cuore, nelle vene e nei suoi nervi. Cose come la disperazione, la vertigine, sono cose che si vivono e le si capiscono solo in quel modo, se non le hai ancora vissute, sappi che la mannaia del destino è impeccabile.

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Squartamento 

giovedì 12 settembre 2013

Un commento alla: "caduta nel tempo" di Cioran




Questo libro, come Squartamento, comincia con un racconto mitico: il racconto della Genesi di Adamo ed Eva. La caduta nel tempo, come Squartamento, tratta del tema della filosofia della storia parlando prima dell'entrata dell'uomo nella storia, poi dello sviluppo della storia, infine della fine della storia. Il percorso complessivo è: caduta nel tempo verso la caduta dal tempo. Adamo, nella versione di Cioran, è colui che invidia Dio. Adamo non avrebbe mai presagito questo se non glielo avesse fatto capire il serpente, il grande tentatore. Adamo viveva nella più totale innocenza e soprattutto ignoranza, il desiderio della conoscenza è stata la sua rovina. Dio ha messo il divieto ad Adamo di mangiare il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, tuttavia Adamo ha scelto per il consiglio del serpente. Cioran suppone che Dio abbia posto un divieto ad Adamo perché temeva un Adamo in possesso del sapere, mentre non avrebbe mai temuto un Adamo immortale. Ma ad Adamo non interessava l'immortalità. Adamo preferì la morte. Questa fu l'origine di ogni disgrazia umana e la caduta dell'uomo nel tempo. Dio ha posto un divieto, ma forse non sapeva, come sa Freud, che i divieti stimolano il desiderio ad infrangerli. Se qualcosa ci attrae, è perché è proibito. Adamo del resto, osserva Cioran, non doveva nemmeno essere così tanto felice, visto che ha compiuto quella scelta. La scelta di Adamo è dettata dunque da un certo male interno. Si tratta di una vera tentazione, quella del serpente? Cioran suppone che Adamo abbia invocato il serpente, che lo abbia voluto. Il male, allora, era già da sempre in noi, non dobbiamo cercare il male originario in fonti esterne: il serpente. L'uomo non era fatto per l'eternità, aveva passione per l'ignoto e per questa passione ha dovuto pagare a modo suo. Separandosi dal mondo divino, l'uomo si è separato dall'essere stesso e in qualità di individuo si è condannato al non essere. Noi scopriamo noi stessi solo di fronte al nulla. Solo esercitandoci a non essere niente, a non identificarci con niente, possiamo davvero essere liberi. 





Non siamo realmente noi se non quando, mettendoci di fronte a noi stessi, non coincidiamo con niente, nemmeno con la nostra singolarità” (Cioran)

Questo fenomeno può sembrare strano, nel senso che se Dio è essere e noi non siamo, allora perché cercare la salvezza nel nulla? La verità che noi nell'illusione crediamo ancora di essere, di essere queste persone qui, individuali, ma questo è falso. Eppure Cioran parla anche di una salvezza dall'essere, afferma che che più si è, meno si vuole. Questo ci porta all'idea che l'essere non è tanto la determinazione, perché altrimenti gli individui sarebbero, al contrario di quello che ho detto precedentemente. L'unica via, ancora possibile per l'uomo, sta nel negare la specie per cercare la strada verso l'albero della vita. C'è chi pensa che questa via sia ancora aperta. 


Il racconto dell'Eden spiega la caduta nel tempo dell'uomo o la sua caduta nella storia. Con questo evento incomincia l'avventura dell'uomo in questo mondo e la nascita della civiltà. Dal secondo capitolo La caduta nel tempo incomincia a trattare il tema della civiltà come decadenza. L'atteggiamento dell'uomo civilizzato è visto come sospetto da parte di Cioran perché egli vede in questo una forma di invidia e di vendetta. L'uomo civilizzato porta con sé lo stato di degenerazione e di decadenza. Egli intende condividerlo con gli altri, imporlo. Vuole cancellare i non civilizzati e gli analfabeti. Il civilizzato invidia chi ancora non è evoluto e per questo vuole punirlo. La Conquista degli spagnoli è una forma di vendetta, vendetta che si è riversata contro i popoli indigeni del Sud America. Oggi degli indios rimane davvero poco e la civiltà a conquistato quasi interamente quel continente. L'ultimo rifugio: l'Amazzonia. Si potrebbe fare un discorso analogo anche per l'America del nord e tutti quelle tribù che l'hanno popolata per millenni.






venerdì 25 novembre 2011

un commento a "Squartamento" di Cioran




Cioran Squartamento





Squartamento è uno dei migliori libri di Emilio Cioran, un libro con il quale ho incominciato la mia avventura con questo autore. Il testo può essere diviso in due, dal momento che la prima parte consta di capitoli composti da testi, mentre nell'ultima parte sono presenti solamente aforismi. In Squartamento Cioran tratta molti dei temi più ricorrenti del suo pensiero filosofico: la rinuncia all'atto, la fine della storia, il non senso dell'esistenza, la scelta del suicidio, ecc. Si può dire che il testo sia travolgente quanto il titolo, questo perché Cioran ama gli eccessi e non l'equilibrio.

Nella prima parte, parte che porta come titolo "Le due verità", Cioran racconta una leggenda gnostica che rappresenta la condizione umana e la sua spiegazione. Avvenne, secondo la leggenda, in tempi antichi, una lotta tra angeli, nella quale gli angeli di Michele sconfissero gli angeli del Drago. Tutti quegli angeli che non hanno scelto nessun partito e che sono rimasti a guardare la battaglia, sono stati condannati a vivere su questa terra, in questo modo avrebbero potuto effettuare quella scelta che non sono stati capaci di fare prima. L'uomo è dunque condannato alla scelta e alla decisione; l'uomo è condannato all'atto. Questa condanna all'essere umano in Cioran porta il nome di "storia". La condizione umana o la condizione dell'uomo è descritta dalla storia, ma la storia per Cioran è solo l'opera di un funesto demiurgo, una grande maledizione, piuttosto che la costruzione degli uomini. Non esiste progresso per Cioran nella storia. Del progresso etico dell'uomo non vi è traccia, Cioran stesso è vissuto nei tempi dello sviluppo dei totalitarismi, ma anche quello che è venuto dopo non poteva essere meglio. La tecnologia non ha potenziato l'uomo aumentandone le sue capacità, ma lo ha privato dei suoi arti e lo ha reso più decadente. L'automobile lo ha privato delle gambe, le poltrone hanno preso il posto delle caverne, la società è diventata più chiassosa e decadente di qualunque cosa precedesse il diluvio, fatidico evento, nel quale molti in passato hanno visto una punizione divina.




Cioran racconta che nella scuola buddhista Madyamika si insegnava l'esistenza di due verità: paramartha e samvriti. La prima forma di verità (paramartha) è quella vera, l'altra (samvriti) è una verità qualsiasi. La prima forma di verità è tipica, dice Cioran, dell'uomo che non agisce affatto. La seconda dell'uomo storico. La seconda forma di verità è la verità d'errore. Cioran ci sta dunque dicendo che chiunque agisca persegue una verità d'errore? ma cosa fa quello che agisce? Per agire bisogna essere decisi, prima di tutto bisogna avere superato la scelta tra il fare e il non fare e poi bisogna decidere precisamente che cosa fare. Sottolineo questo perché quello che afferma Cioran è in perfetto contrasto con quel che si dice nella storia che lui stesso ha raccontato. L'uomo è stato condannato alla storia, ma Cioran non dice che l'uomo farebbe bene a scontare questa condanna all'azione, egli afferma piuttosto che l'uomo deve perseguire la verità vera, ossia quella della non azione. Cioran prospetta per l'uomo un'uscita dalla storia, uscita, del resto, per lui completamente inevitabile. La verità vera, afferma Cioran, è quella che si assume tutti i rischi, quella disposta ad accettare che la verità potrebbe non essere affatto. Cioran, infatti, segue molto la scuola scettica, ossia quella scuola di filosofia secondo la quale non c'è alcuna verità. Tuttavia lo scettico per Cioran, essendo un soggetto che si adegua perfettamente agli usi e ai costumi del posto, rimane semplicemente un conformista, mentre Cioran non sarebbe mai un semplice conformista, egli è un alieno in un mondo di uomini. 





 

L'etica di Cioran è un'etica della non azione che segue il principio induista della Sarvakarmaphalatyaga. Questo principio indica la pratica del distaccamento dell'uomo dal frutto dell'atto. Nella Bhagavad Gita si parla di questo distacco dal frutto dell'atto come un distacco dal piacere o dal dispiacere che consegue dall'adempimento di una qualsiasi forma di atto. L'uomo che raggiunge questo stato è un uomo illuminato, egli ha rinunciato al piacere e al dolore allo stesso tempo. Solo lui, molto probabilmente, godrà di una pace duratura. È al distacco delle azioni che Cioran ha voluto dedicare una vita. In questo era in contro tendenza con qualsiasi suo contemporaneo. È interessante notare con ciò che, sebbene Cioran amasse Kierkegaard e avesse fatto al pari di Kierkegaard della filosofia una biografia, egli non è affatto un esistenzialista. L'esistenzialista ha posto il problema della filosofia sul piano dell'angoscia della scelta, momento di libertà dell'uomo, in cui l'uomo stesso si scopre come progetto, soprattutto nelle sue azioni. Per Cioran la vita è vana e senza scopo: a che pro agire? perché continuare a sforzarsi di arrivare da qualche parte? a cosa serve l'innovazione se porta le guerre e le disgrazie che l'uomo ha vissuto nella storia? Abbiamo vissuto già fin troppo, anche se siamo ancora giovani, direbbe Cioran, ma non perché egli crede in qualche forma di essere per la morte. Si veda in Cioran piuttosto l'idea che l'esistenza è un errore.

La storia vede la crescita di grandi civiltà e la loro morte successiva (es. impero romano/barbari). Questo processo ciclico non ha nessuno scopo. È una verità d'errore, sostiene Cioran, pensare che esista una qualche relazione tra il senso e la storia, non c'è alcun collegamento tra queste due. Avremo una rivelazione solo quando la storia sarà finita. Questa è l'unica liberazione dalla storia: la sua fine. Non dobbiamo pensare, però, che dopo sarà meglio. Dopo avremo a che fare con una specie di eterno al contrario, come spiega Cioran. Se la storia è condanna all'atto, allora la post-storia deve essere una uscita dalla dimensione dell'azione. Ciò che mi spinge ad agire è l'idea che la mia azione possa portarmi un vantaggio, che abbia almeno uno scopo, ma se non credessi in questo non agirei affatto. La storia è un grande gioco nel quale i soggetti coinvolti credono di esserne i protagonisti, chi più chi meno, ma alla fine sono tutti giocati, perché la storia è la catastrofe, un fenomeno che non dipende strettamente dalle nostre volontà. Cioran spiega questo con un verdetto del Mahabharata che recita: "Il nodo del Destino non può essere sciolto; niente, in questo mondo, è risultato dei nostri atti".

Così Cioran proclama la fine della storia, affermando che la fine per l'uomo è molto vicina e che l'uomo stesso è oramai fuori moda. Nell'ottica di Cioran l'uomo è caduto nel tempo, quindi si è immerso nella dimensione storica e un giorno cadrà dal tempo, dunque attraverserà al dimensione post-storica. Questa descrizione la troviamo in un altro testo famoso di Cioran, ossia La caduta nel tempo, un testo che tratta temi molti simili a Squartamento, ma che parte dal punto di vista diverso: una lettura originale del testo della Genesi. Questo testo, invece, è segnato da quel racconto gnostico che ho citato all'inizio, racconto che pensa la storia come come una condanna per l'uomo all'azione. La condanna sembra funzionare come i cicli di reincarnazione del buddhismo, laddove, tuttavia, il soggetto ha rinunciato a liberarsene e a raggiungere il nirvana, ma è rimasto nel samsara.

Così dice Cioran sulla storia:

«L'uomo fa la storia, la storia a sua volta, lo disfa.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.58)

Il farsi della storia è il disfarsi dell'essere umano: non esiste migliore definizione del regresso. "Disfarsi", appunto: squartamento dell'uomo. E tutto finirà in gran classe come tutto è incominciato: con il fuoco. Nel Samyutta-Nikaya si dice che la terra finirà nel fuoco, esattamente come aveva proferito lo stesso Eraclito. Questa è la fine della storia e l'unico senso. Il senso, osserva Cioran, che può essere trovato nella storia è solamente quello della maledizione. Chi governa la storia è un Funesto demiurgo, giusto per citare un altro famoso titolo di un noto scritto di Cioran. Questo funesto demiurgo porta il nome di Arimane, dio zoroastrista, o di Mara, demone del tibet. Il futuro è nelle mani della sciagura, non è un caso che il paradiso sia sempre posto nel passato e mai nell'avvenire, dice Cioran. Questo paradiso precedeva la storia e la storia non è altro che una sfilata di civiltà, nazioni ed imperi che si sfidano nella decadenza. Ciclicamente nella storia si sono susseguiti imperi, stati e nazioni. Prima vincevano gli uni e godevano di grandi ricchezze, poi era turno degli altri, ma alla fine dei conti la storia è una ruota che gira secondo il capriccio.



(Mara: il demone del Tibet)



Veniamo ora alla sezione con gli aforismi. Ci sono diversi aforismi interessanti, alcuni trattano determinate tematiche come il non senso o il suicidio.

Uno degli aforismi che amo di più è il seguente:

«Parigi si risveglia. In questo mattino di novembre, è ancora buio: nell'avenue de l'Observatoire, un uccello - uno solo - si esercita al canto. Mi fermo e ascolto. All'improvviso dei borbotti nelle vicinanze. Impossibile sapere da dove provengano. Finalmente scorgo due barboni che dormono sotto un camioncino: uno dei due deve fare qualche brutto sogno. L'incanto è rotto. Sloggio. In place Saint-Sulpice, nel vespasiano, m'imbatto in una vecchietta seminuda... Lancio un grido d'orrore e mi precipito nella chiesa, dove un prete gobbo dall'occhio furbo, spiega ad una quindicina di diseredati di ogni età che fine del mondo è imminente e il castigo terribile.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.88)

Questo aforisma spiega un po' da dove ha origine il pessimismo. Non è che si non voglia vedere l'aspetto bello della vita. Ci si sforza di farlo, si ascolta il canto degli uccellini, ad esempio. Ma questa magia viene sistematicamente spezzata da qualcosa di orrendo che irrompe repentinamente nella nostra vita. Visioni orrende che si concludono con parole di verità: il discorso del prete sul giorno del giudizio. Non si deve essere cristiani per avere l'impressione che la fine sia sempre imminente.

«L'esistenza è un plagio.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.93)

Non avendo l'esistenza alcuno scopo, si pone il problema del diritto all'esistenza? Se per diritto intendiamo quello giuridico, siamo d'accordo che questo esiste, ma anche che è una convenzione degli uomini e non vale al di fuori della società. Nel cosmo non c'è diritto all'esistenza, siamo solo dei momenti del grande gioco dell'universo, sacrificati opportunamente dall'universo stesso.

«"Nessuno si è mai potuto liberare dal tempo" Lo sapevo. Ma quando è nel Mahabharata che lo si legge, lo si sa per sempre.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.93)

Di eterno c'è solo il divenire, questo è quello che avrebbe obiettato Eraclito a Parmenide. Se questo è vero, allora dal tempo e dal divenire non si scappa.

«La morte è uno stato di perfezione, il solo alla portata di un mortale.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.95)

Se la vita non ha scopo in se stessa, l'unica meta diventa la morte, solo in questa troviamo una qualche forma di finalità.

«Il tempo è roso dal di dentro, esattamente come un organismo, come tutto ciò che è intaccato dalla vita. Chi dice tempo, dice lesione, e che lesione!» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.103)

È interessante questo aforisma per il riferimento alla parola “lesione” che rimanda al titolo “squartamento”. L'operatore dello squartamento qui è trovato da Cioran nel tempo stesso.

«Lo stato di salute è uno stato di non-sensazione, anzi di non-realtà. Non appena si cessa di soffrire, si cessa di esistere.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.124)

L'essere presenti in questo mondo dipende dal nostro sentire e il dolore è una delle sensazioni più forti. Quando non proviamo dolore ci sentiamo più leggeri e il mondo stesso sembra solo un riflesso sull'acqua. Nella salute le nostre sensazioni si fanno meno intense.

«"Che cos'è il male? È ciò che è fatto in vista d'una felicità di questo mondo." Abhirdarmakosavyakhya Ci voleva proprio un titolo simile per far accettare una tale risposta.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.146)

Schadenfreude, la chiamano i tedeschi. Essa è la felicità che nasce dal recare danno agli altri, ossia fare il male.

«La morte è ciò che fino ad ora la vita ha inventato di più solido.» (Cioran, Emil, Squartamento, Adelphi, Milano, 2004, p.172)

Si sente spesso dire: “non c'è nulla di più certo della morte”. L'essere delle cose è evanescente, in continuo mutamento e transizione, per questo la cosa più certa è che le cose finiranno.