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sabato 4 agosto 2018

Cartesio: Il Cogito (seconda meditazione)

Cartesio scioglie la cera al fuoco


Il Cogito come evidenza assoluta


La seconda meditazione delle Meditazioni metafisiche di Cartesio mette in atto una ricerca che ha per oggetto qualcosa di indubitabile, un punto fermo da cui costruire le fondamenta del sapere, qualcosa di assolutamente evidente. È in questa meditazione che Cartesio scopre l'esistenza del Cogito come fatto assolutamente certo.

Cartesio riprende dal punto in cui aveva lasciato il lettore nella meditazione precedente, ossia dall'ipotesi del genio maligno e dal dubbio totale. Dunque Cartesio comincia supponendo che tutto quello che sa sia falso. Dubita dell'esistenza dei corpi esterni e dubita dei principi delle scienze. Cartesio, inizialmente, arriva a dubitare dell'esistenza anche di noi stessi. Infatti se pensiamo di essere corpo e sensibilità, essendo corpo e sensibilità niente di più che immagini, come tutte le cose che percepiamo, allora anch'esse potrebbero essere immagini di sogno. Tuttavia, non appena io penso, devo almeno concedere questo: che io sono, visto che sto dubitando. Infatti, se dubitassi del mio dubbio, starei ancora dubitando, dunque io almeno devo esistere. Notate questo: quando Cartesio pensa l'io o il Cogito come qualcosa di esistente, lui ha già messo in dubbio l'esistenza del corpo. Con questa mossa Cartesio dimostra che si può pensare l'io senza il corpo, in quanto posso dubitare dell'esistenza del mio corpo, ma non posso dubitare della mia esistenza in quanto dubito.





Ecco il passaggio famoso:

«(...) io esistevo senza dubbio, se mi sono convinto di qualcosa, o se solamente ho pensato qualcosa. Ma vi è un non so quale ingannatore potentissimo e astutissimo, che impiega ogni suo sforzo nell'ingannarmi sempre. Non v'è dunque dubbio che io esisto, s'egli mi inganna; e m'inganni fin che vorrà, egli non saprà mai fare che io non sia nulla, fino a che penserò di essere qualche cosa. Di modo che, dopo avermi ben pensato, ed avere accuratamente esaminato tutto, bisogna infine concludere, e tener fermo, che questa proposizione: Io sono, io esisto, è necessariamente vera tutte le volte che la pronuncio, o che la concepisco nel mio spirito.» (Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.24)

Ecco come fare con il genio maligno! Il genio maligno mi può ingannare su tutto quello che vuole, ma non può ingannarmi sul fatto che io sono. Infatti, se io non fossi, chi pretenderebbe di ingannare? Non si starebbe forse ingannando da solo? L'inganno presuppone sempre almeno due figure: un ingannatore e un ingannato. Quando le due figure coincidono, allora l'ingannatore è allo stesso tempo ingannato. Ma è ovvio che, se non esiste nessun ingannato, allora l'ingannatore è lui stesso ingannato, quando crede di ingannare qualcuno. Questa è la verità che io posso opporre al genio maligno: che io sono, anche se ingannato su quasi tutto, ma non su questo.

Adesso so che sono, ma chi sono? Ho dimostrato la mia esistenza, tuttavia non so ancora cosa sono io. Per questo Cartesio ritorna a pensare a tutte le cose che aveva messo in dubbio e cerca di capire se tra queste ve ne sia almeno una a cui io corrispondo e che io sono. Prima prende in considerazione il corpo, ma Cartesio ha già dimostrato che se io non posso dubitare della mia esistenza, posso comunque dubitare dell'esistenza del mio corpo. Se non sono un corpo, allora sarò almeno un'anima. Quali sono le caratteristiche dell'anima? l'anima può percepire, muoversi e pensare. La percezione non esisterebbe senza la sensibilità e la sensibilità non esisterebbe se non vi fossero organi di senso, dunque un corpo. Il movimento presuppone sempre il corpo, anche se, senza l'anima, secondo Cartesio, il corpo non si muoverebbe affatto. Questi primi due attributi dell'anima non possono essere senza il corpo, ma l'esistenza del corpo è dubitabile e Cartesio ha già dimostrato che quel che noi siamo è qualcosa che può esistere senza il corpo. Siccome percezione e movimento non possono avere esistenza senza il corpo, allora noi non siamo esattamente percezione e movimento. Questi sono possibili solo grazie all'iterazione dell'anima con il corpo. Il pensiero, invece, è completamente diverso. Il pensiero, infatti, non ha assolutamente bisogno del corpo per esistere. È da questa osservazione che Cartesio deduce la sua famosa formula "Cogito, ergo sum", ossia "penso, dunque sono". L'idea di Cartesio è la seguente: posso pensare tutto quello che voglio, ma se penso di non essere, devo essere per poterlo pensare, dunque non posso veramente pensare di non essere. Io sono una mente, mente che può sussistere in modo del tutto indipendente dal corpo e più avanti vedremo perché.

Nella seconda meditazione Cartesio ci offre una sua immagine della mente. Egli pone la mente come soggetto di una serie di operazione tra cui la percezione, il movimento e il pensiero. Afferma che percezione e movimento non possono esistere senza il corpo, mentre il pensiero sì. Con pensiero Cartesio intende tante attività come il concepire, il dubitare, l'affermare, il negare e il giudicare. Se esistono cose come il concepire, il dubitare, l'affermare, il negare e il giudicare, Cartesio pensa che questo significhi che deve esistere un soggetto che dubita, concepisce, afferma, nega o giudica. Non avrebbe senso, secondo Cartesio, una mente senza io. L'io, oltretutto, secondo Cartesio, è una sostanza: una res cogitans. Il pensiero differisce dal corpo, in quanto il primo non è esteso, mentre il secondo sì. Cartesio dunque appartiene a quella posizione che nella filosofia della mente viene definita come "dualismo". Il dualismo è la posizione di chi sostiene che la mente e il corpo sono due sostanze distinte, l'una irriducibile all'altra. Inoltre Cartesio pensa la mente secondo un modello che è stato successivamente definito in filosofia della mente come "teatro cartesiano". Secondo questo modello della mente, da un lato sta il palcoscenico con i suoi attori, i quali rappresentano le idee, dall'altro sta lo spettatore, ossia l'io che pensa queste idee. 

 

Cartesio: l'esperimento della cera


Per analizzare meglio la mente e definire la portata della sua scoperta, Cartesio usa come esempio quello della percezione di un pezzo di cera:

«Cominciamo dalla considerazione delle cose più comuni, e che noi crediamo di comprendere nel modo più distinto, cioè i corpi che tocchiamo e vediamo. Io non intendo parlare dei corpi in generale, perché queste nozioni generali sono d'ordinario più confuse, ma di qualche corpo in particolare. Prendiamo, per esempio, questo pezzo di cera, che è stato proprio ora estratto dall'alveare: esso non ha perduto ancora la dolcezza del miele che conteneva, serba ancora qualcosa dell'odore dei fiori, dai quali è stato raccolto; il suo colore, la sua figura, la sua grandezza sono manifesti; è duro, è freddo, lo si tocca, e, se lo colpite, darà qualche suono. Infine, tutte le cose possono distintamente far conoscere un corpo, s'incontrano in questo. Ma ecco che, mentre io parlo, lo si avvicina al fuoco: quel che vi restava di sapore esala, l'odore svanisce, il calore si cangia, la figura si perde, la grandezza aumenta, diviene liquido, si riscalda, a mala pensa si può toccarlo, e benché lo si batta, non renderà più alcun suono. Ma la cera stessa resta dopo questo cambiamento? Bisogna confessare ch'essa resta; e nessuno può negarlo. Che cosa è, dunque, ciò che si conosceva con tanta distinzione in questo pezzo di cera? Certo non può esser niente di quel che vi ho notato per mezzo dei sensi, poiché tutte le cose che cadevano sotto il gusto e l'odorato o la vista o il tatto o l'udito si trovan cambiate, e tuttavia la cera stessa resta. forse era ciò che io penso ora: la cera cioè non era né quella dolcezza del miele, né quel piacevole odore dei fiori, né quella bianchezza, né quella figura, né quel suono, ma solamente un corpo, che poco prima mi appariva sotto queste forme, e adesso si presenta sotto altre. Ma, parlando con precisione, che cosa è ciò che immagino quando la concepisco in questa maniera? Consideriamolo attentamente, e, allontanando tutte le cose che non appartengono alla cera, vediamo quanto resta. Certo non resta altro che qualcosa di esteso, di flessibile, di mutevole. Ora, che cosa vuol dire: flessibile e mutevole? Non significa forse che io immagino che questa cera, essendo rotonda, è capace di divenir quadrata, e di passare dal quadrato in una figura triangolare? No di certo, non è questo, poiché io la concepisco capace di ricevere un'infinità di simili cangiamenti, e non saprei, tuttavia, percorrere quest'infinità con la mia immaginazione; e, per conseguenza, questo concetto che ho della cera non si ottiene per mezzo della facoltà dell'immaginare.» (Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.28-29)

L'esempio della cera è molto famoso, ma cosa significa? Cartesio immagina di prendere un pezzo di cera con determinate qualità di odore, forma, colore e suono. Quando questo pezzo di cera viene posto di fronte al fuoco, esso si scioglie. Attraverso lo scioglimento, ossia a causa di un processo di mutamento, le qualità della cera cambiano completamente, di una natura tale che, dal punto di vista sensibile, la cera appare irriconoscibile. Tuttavia la cera sciolta è ancora cera e soprattutto è sempre quel pezzo di cera di partenza, il quale ha cambiato stato: è passato da solido a liquido. Se non avessimo visto la cera sciogliersi probabilmente non sapremo che si tratta della cera di prima, ma comunque la pensiamo come cera, come è possibile questo fatto? È la mente che trova l'unità nella continuità del divenire. La mente concepisce il pezzo di cera come cera nei due stati. Inoltre, osserva Cartesio, il concepire della mente la cera non è immaginazione, ma pura concezione concettuale senza immagini. Se dovessimo immaginare la cera, osserva Cartesio, dovremmo immaginarcela in tutti i suoi mutamenti possibili, il che è impossibile. A noi è sufficiente pensare al concetto e concepire la cera, senza dover far riferimento ad un repertorio mentale infinito di immagini di cera. Non solo: la conoscenza vera della cera non dipende tanto dai sensi, quanto piuttosto dalla mente. Questo lo si vede in particolare in questo famoso passaggio:

«(...) noi diciamo infatti di vedere proprio la cera, se ci è presentata, e non già di giudicare che essa c'è, inferendolo dal colore e dalla figura: donde quasi concluderei che si conosce la cera per mezzo della visione degli occhi, e non per la sola ispezione dello spirito, se per caso non guardassi da una finestra degli uomini che passano nella strada, alla vista dei quali non manco di dire che vedo degli uomini, proprio come dico di veder della cera. E, tuttavia, che vedo io da questa finestra, se non dei cappelli e dei mantelli, che potrebbero coprir degli spettri o degli uomini finti, mossi solo per mezzo di molle? Ma io giudico che sono veri uomini, e così comprendo per mezzo della sola facoltà di giudicare, che risiede nel mio spirito, ciò che credevo di vedere con i miei occhi.» (Cartesio, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2006, p.30)

Il fatto è che con la sensibilità non posso avere delle certezze, possono conoscere con metodo sicuro con la mente sola. Infatti, dice Cartesio, se vedo dei cappelli e dei mantelli fuori dalla finestra in strada che si muovono, io penso per abitudine che sono degli uomini, ma cosa ne posso sapere io veramente? Forse sono degli spettri. Certo credere negli spettri sembra assurdo, ma potrebbero anche essere dei manichini, degli automi o più semplicemente due bastoni a cui sono stati appesi cappelli e mantelli, i quali si muovono al vento. Anche questo caso, comunque, conferma la tesi principale di Cartesio: quelli là fuori, magari, sono davvero degli spettri, ma io li penso e io che li penso devo esistere per poterli pensare.