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domenica 22 settembre 2019

Dei compassionevoli (spiegazione/Zarathustra)








Il titolo del capitolo è “von den Mitleidigen”. “Mitleiden” significa letteralmente “soffrire con”, dunque compatire. Jung ha notato che nell’edizione in inglese è stato tradotto con “The Pitiful”, che non ha lo stesso significato, ma uno diverso: il pietoso. All’inizio del testo Zarathustra definisce se stesso come qualcuno che possiede una conoscenza particolare e che incede tra le bestie. “Der Erkennenden”, così si definisce anche Zarathustra, è quel soggetto che incede tra gli uomini in quanto bestie. Questa immagine ci rimanda ad un uomo sicuro di sé e superiore, un’immagine che ribalta completamente quella dello Zarathustra pagliaccio del Prologo, quando era stato deriso. Ma Zarathustra in quell’occasione aveva già detto che gli uomini avevano ancora molto della scimmia e ora ci dice che incede tra gli uomini in quanto animali. Lui, il maestro della vita, è colui che porta la conoscenza e incede tra gli uomini come animali sofferenti, tra le bestie malate. La compassione, l’idea del soffrire con gli altri, fa parte di questa malattia.





Lampert sostiene che, mentre nel capitolo precedente sulle isole beate Zarathustra aveva dimostrato che Dio è solo un limite per la volontà creativa, in questo capitolo Zarathustra mostra come la compassione sia un altro limite per la volontà creativa. L’oggetto della critica di Zarathustra è una certa concezione dell’amore per il prossimo che Gesù esprime nel sermone sulla montagna.

Zarathusta non ama i misericordiosi e non vuole essere compassionevole. I misericordiosi mancano di vergogna e forse dovrebbero vergognarsi. Zarathustra non ha scelto come compagni degli uomini in preda al dolore, non è questo il superuomo. Il superuomo è colui che ha capito come sopportare il dolore. Con queste persone Zarathustra condivide il cibo e il miele.

Questo riferimento alla vergogna è stato notato da Strauss, il quale osserva che Zarathustra sostiene con ciò che l’uomo si costituisce a partire dalla vergogna. Strauss vede qui un legame con il Prologo, laddove Zarathustra ci riferiva della vergogna dell’uomo rispetto alle sue origini: il venire dalla scimmia. Tuttavia, se prendiamo per vero il discorso di Strauss, potremmo persino vedere degli elementi che vengono dalla Bibbia e in particolare dalla Genesi, quando Adamo ed Eva si scoprono semplici uomini nella loro nudità e cominciano a coprirsi per la vergogna. Jung, tra l’altro, conferma una lettura simile e ci dice anche che la vergogna è da collegarsi soprattutto con l’uomo che si vergogna della sua natura animale. Questo, sottolinea Jung, paradossalmente è un elemento tipicamente protestante che è rimasto nel testo di Nietzsche e in Nietzsche stesso. Tra l’altro Jung racconta di un periodo della vita di Nietzsche in cui Nietzsche aveva difficoltà a dormire, soffriva di emicranie ed era costretto a prendere delle droghe. Il quel momento, senza soldi e con molti problemi, non sapendo di cosa vivere, ha scritto delle lettere pietose ai partenti, cercando, appunto, compassione. È riuscito ad uscirne grazie ad una pensione fornitagli da un ricca vecchietta di Basilea. È successo tutto questo, nota Jung, proprio mentre Nietzsche scriveva lo Zarathustra. Da questo Jung ne deduce che questo capitolo va collegato anche a quel tipo di esperienze. Badate al fatto che Nietzsche afferma delle cose, ma non significa che lui nella sua vita agisse secondo il modello che viene presentato in questo libro.

Zarathustra in passato ha anche aiutato delle persone sofferenti, ma un giorno ha finalmente capito che l’unico vero antidoto al dolore in realtà è la gioia. La nostra colpa è di rallegrarci davvero poco: ci dimentichiamo di rallegrarci. Come si comprende da questo testo, da quelli precedenti e quelli futuri, Zarathustra ci insegna una nuova via per la felicità. La felicità non deve dipendere dalle cose esterne o da quello che ci capita nella vita. La vita è certamente piena di disgrazie, ma Zarathustra insegna ad amare la vita. La vera felicità è l’oggetto di una scelta e spetta solo a quelle persone che dicono “io voglio essere felice e nessuno può impedirmelo”. Imparare a gioire, sostiene Zarathustra, è uno strumento per disimparare a fare del male agli altri. In fondo, molta della malizia dipende dai nostri pensieri negativi, il nostro dolore che portiamo con noi e perpetuiamo in tutto mondo.

Questa forma di malizia a cui allude Zarathustra secondo Jung va collegata con la Schadenfreude, che la gioia che deriva dal fare del male agli altri. Zarathustra, dunque, critica questa forma di malizia, pensando ad una strada per superarla.

La vera filosofia di Zarathustra è quella del dono e della condivisione, come spiegato nel capitolo finale del primo libro, sulla virtù che dona. Ma per donare bisogna avere e ci sono persone che non hanno nulla da donare, sostiene Zarathustra. A queste persone Zarathustra suggerisce di essere restii nell’accettare. Queste persone di cui parla Zarathustra sono i mendicanti e dei mendicanti Zarathustra sostiene che dovrebbero essere aboliti. L’abolizione del mendicante penso debba essere collegata con un tentativo di Zarathustra di cancellazione della perpetuazione del dolore data dal compassionevole. Inoltre Zarathustra consiglia a chi usa piccole cattiverie per fuggire cattive azioni, di non risparmiarsi quelle azioni, ma far diventare più grande il suo diavolo.

In tutto questo discorso Zarathustra, visto dal punto di vista di chi difende la virtù cristiana della compassione, appare come un cattivo, un’immorale. Questo, come ho già spiegato in passato, è naturale. In fondo Zarathustra intende distruggere le vecchie tavole dei valori, le vecchie tavole del bene e del male. La compassione certamente fa parte dei valori di una certa cultura cristiana contro cui il pensiero di Zarathustra si scontra necessariamente, dunque Zarathustra è malvagio agli occhi di chi difende questa cultura. Così Lampert ci suggerisce di leggere tutti questi riferimenti al diavolo come legati all’immagine di un Zarathustra criminale e malvagio.

Se hai un amico che soffre, dice Zarathustra, devi allora essere una culla e un letto di riposo per lui. È possibile perdonare gli altri, nella misura in cui perdono quello tu hai fatto a me, ma non posso perdonare quello che tu hai fatto a te. Un amore nuovo deve nascere un amore oltre il perdono e la compassione. Questo è il messaggio di Zarathustra, non un nuovo e rinnovato odio.

Jung collega questo discorso dell’impossibilità di perdonare quello ha fatto a te stesso con il discorso sulla necessità di essere capaci di amare se stessi, un discorso che è stato cancellato nel cristianesimo, perché chi ama se stesso è condannato immediatamente come egoista. Questo discorso, tuttavia, era presente nel messaggio di Cristo, che sosteneva la necessità di amare il prossimo come se stessi.

Nell’ultima parte Zarathustra dice che il diavolo sostiene che Dio ha il suo inferno nel suo amore verso l’umanità. Dio è morto per l’amore infinito che provava verso il prossimo. Questa è la prima delle ipotesi sulla morte di Dio, se ne troverà un’altra nel testo più avanti.

Lampert suggerisce di comparare queste parole con questo famoso passaggio dei Vangeli:

«"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso".» (Matt. 22:37-:39)

Se amare il prossimo significa compatirlo, ossia soffrire con lui, allora l’amore per Dio, l’umanità intera e tutto il resto non può che essere un dolore straziante. In tutto questo amore è richiesto al soggetto si darsi completamente nel cuore, nell’anima e nella mente. Sicuramente il Dio che muore per l’amore per l’uomo è proprio il Dio cristiano che lo vediamo incarnato nella figura di Gesù Cristo, che è morto sulla croce.

Secondo Strauss questo discorso sul Dio come muore per l’amore per l’uomo andrebbe collegato con il tema del capitolo precedente. Nel capitolo sulle isole beate Zarathustra parlava di un Dio che è onnisciente e infinito, ora ci parla del Dio dall’amore infinito. Queste due sono immagini che appartengono al credo della tradizione, soprattutto cristiana, su Dio. Il carattere distruttivo della compassione porta Dio alla sua stessa distruzione.

lunedì 12 agosto 2019

Sulle isole beate (spiegazione/Zarathustra)








Il capitolo incomincia con un richiamo all’albero dei fichi, i cui frutti sono buoni e dolci. I fichi sono usati da Zarathustra come metafora del suo insegnamento. In particolare Zarathustra sostiene di essere un vento del nord che porta i fichi.

L’albero dei fichi ci rimanda al capitolo sul morso della vipera. Il riferimento al vento del nord, invece, ci ricorda la nuova missione di Zarathustra definita nel capitolo sul fanciullo e lo specchio. Zarathustra ha promesso che sarebbe tornato dalla sua grotta a portare i suoi insegnamenti.





Nel passaggio successivo vediamo questo riferimento al mare. Il capitolo precedente si chiudeva con Zarathustra che affermava la sua intenzione di dirigersi verso le isole beate nelle quali si trovano i suoi vecchi seguaci. In questo capitolo non si parla delle isole beate, troviamo solo un riferimento nel titolo. Ma in questo passaggio vediamo questo riferimento al mare. Non aveva ancora mai parlato del mare Zarathustra, che aveva sempre frequentato i monti. Adesso Zarathustra guarda il mare e l’orizzonte. La grandezza del mare fa pensare all’infinito. Questo pensiero, come nota Zarathustra, porta l’uomo a pensare a Dio. Ma Zarathustra ci dice di non pensare a Dio, ma al superuomo. Jung nota come nella teoria di Zarathustra spesso il superuomo prende il posto di Dio e una certa immagine del superuomo fa sembrare il superuomo stesso come fosse uno degli dei greci. In generale, una critica che si potrebbe fare a Nietzsche è la seguente: Nietzsche ha semplicemente messo il superuomo al posto di Dio.

Quando si parla di isole beate, a che isole si sta facendo riferimento? Nelle lezioni di Jung troviamo alcune ipotesi: per esempio si parla dell’isola greca di Cythère o l’isola di Tahiti di Ganguin. Tuttavia secondo Jung Nietzsche stava pensando ad Atlantide. In ogni caso delle isole beate se ne parla in tutta la letteratura classica, soprattutto in quella greca. Nella letteratura greca si parla di isole dei beati come isole nelle quali la natura è molto rigogliosa e l’uomo può vivere nell’isola senza dover lavorare, godendo dell’abbondanza che la natura gli offre. Si sostiene che queste isole di cui parlano i greci non sarebbero altro che le Canarie.

Dopo questo passaggio sul mare vediamo Zarathustra incominciare a costruire quelli che possono sembrare degli argomenti contro l’esistenza di Dio o volti a provare il fatto che Dio è solo una supposizione. Classificandoli tutti ne ho notati almeno cinque:

1) Il primo argomento parte dall’impossibilità per l’uomo di poter creare Dio e ne conclude che l’uomo non può aver creato dei, perciò Dio è solo una supposizione.

L’uomo, sostiene Zarathustra, farebbe meglio a creare il superuomo o quanto meno i suoi antenati.

2) Il secondo argomento parte dall’impossibilità per l’uomo di poter pensare Dio, concludendone che se fosse possibile tutto dovrebbe poter essere visto e sentito dall’uomo, ma noi non possiamo sentire e vedere ogni cosa, dunque Dio è solo supposizione.

Il mondo, sostiene Zarathustra, deve essere creato. Noi dobbiamo diventare la nostra immagine, volontà e amore.

3) Il terzo argomento parte dall’impossibilità per l’uomo di sopportare di non essere Dio se Dio esistesse, dunque Dio è solo una supposizione.

Lampert nota che questo argomento segue lo schema del sillogismo ipotetico. Il sillogismo ipotetico è un argomento di questa forma: A B, B → C ⊢ A → C. In questo caso viene così: se ci fossero dei, non potrei sopportare di non essere un dio; dal momento che non potrei sopportare di non essere un dio se ci fossero dei, allora non c’è alcun dio.

4) Il quarto argomento parte dall’impossibilità per l’uomo di portare il tormento della supposizione di Dio senza morire, ma l’uomo non è morto, dunque Dio è solo supposizione.

5) Il quinto argomento parte dall’idea che l’esserci di Dio rende storto ciò che era dritto. Per esempio il tempo e il divenire, se Dio esistesse ed è eterno, non sarebbero. Ma il tempo e il divenire sono evidenze dei sensi e dell’esperienza di tutti i giorni. A Zarathustra sale il vomito solo all’idea di pensare al concetto di qualcosa di eterno e imperituro. Per questo Dio è una supposizione.

Qui Lampert sostiene che tutte queste prove contro l’esistenza di Dio sono delle prove per Zarathustra che la cosa più alta che vi sia qui è l’uomo, o meglio ancora il superuomo, come superamento dell’uomo stesso. Contro Dio Nietzsche contrappone la volontà di potenza, la quale, se Dio esistesse, non sarebbe nulla di fronte ad una volontà onnipotente e come vedremo, non vi sarebbe nulla più da creare se Dio fosse.





L’atto di creazione rende più lieve la vita e allevia dalla sofferenza. Tuttavia quando creiamo dobbiamo soffrire, perché la creazione funziona esattamente come il parto.

«Ma così vuole la mia volontà creatrice, il mio destino. O, se debbo parlarvi più sinceramente: proprio un tal destino vuole- la mia volontà.» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.91)

«Volere libera: questa è la vera dottrina della volontà e della libertà – così ve la insegna Zarathustra.» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.92)

Vediamo da questi semplici passaggi che il tema del capitolo passa da Dio alla volontà di potenza. Non solo questo: Zarathustra sostiene che non può esistere volontà di potenza se esistesse Dio. Infatti, se esistesse Dio, non rimarrebbe nulla da creare. Proprio perché Dio non esiste si apre uno spazio largo per creare per l’essere umano. Il senza Dio potrà dunque volere, creare e valutare. La volontà creatrice viene paragonata da Zarathustra ad un martello che scalfisce una pietra. Nelle pietre è addormentata un’immagine. Il martello deve portare alla luce quell’immagine. Questa è creazione. È interessante notare che il rapporto tra la beatitudine e il superuomo. Il superuomo è beato perché è creatore. Questa è la filosofia del martello del super uomo. Zarathustra, nota Lampert, è lo scultore dell’umanità. Egli vuole tirare fuori l’immagine del superuomo. Bisogna preparare l’uomo all’avvento del superuomo.

lunedì 15 luglio 2019

Il fanciullo con lo specchio (spiegazione/Zarathustra)







Zarathusta è oramai da tempo tornato nella sua caverna e si è tolto dalla vista degli uomini, separandosi dai suoi cari amici. Egli ha seminato il suo sapere e la sua saggezza, ora attende di vedere il frutto del suo raccolto. Ma in questo momento Zarathustra è molto impaziente e ha fretta nel dare. Ha dovuto dunque chiudere la mano per un po’ ed è dunque tornato nella sua grotta, tormentato dal peso della sua saggezza.

Per prima cosa si nota una certa analogia tra il Prologo, per come è cominciato e l’inizio del secondo libro. All’inizio dell’opera Zarathustra era sempre nella sua grotta e si era svegliato al sorgere del sole. Prima però, sostiene Lampert, Zarathustra ha passato dieci anni nella solitudine felice, ora è invece tormentato. È tormentato dalle persone che ama, i suoi discepoli, i quali hanno bisogno della sua assenza. Egli si sveglia non proprio all’alba, ma nell’oscurità prima dell’alba. In quel momento, come vedremo, si è svegliato perché tormentato da un incubo.
Ci sono qui molti riferimenti chiaramente all’ultimo capitolo del primo libro: quello sulla virtù che dona. Per un certo periodo Zarathustra ha ritenuto necessario ritirarsi, non donare più. Aveva chiesto ai suoi discepoli di negarlo, di rinnegare il suo pensiero e il sogno, come vedremo, confermerà tutto questo.

Un giorno Zarathustra si sveglia prima dell’aurora in preda ad uno dei suoi tormenti. Si ricorda di aver fatto un sogno. In questo sogno c’era un bambino e questo bambino gli aveva chiesto di guardarsi allo specchio. Quando Zarathustra ha visto il suo volto nello specchio ha incominciato a gridare, perché nello specchio non c’era lui, ma un ghigno di un demone. In quel momento Zarathustra comprende il senso del sogno: l’erbaccia vuole spacciarsi per grano, egli dice. Il sogno gli dice che la dottrina sua è in pericolo e che i suoi nemici l’hanno deformata. Zarathustra vuole tornare dai suoi amici e portare nuovi doni. Già il serpente e l’aquila, i suoi animali, sono lì che lo aspettano.

Nel primo passaggio del Prologo si parla del tramonto e della volontà di tramontare di Zarathustra. Ora, invece, si parla di aurora. Questo sogno è molto interessante: un bambino gli porge uno specchio, lo strumento del diavolo secondo i cristiani; nello specchio vede proprio il ghigno del demonio, non la sua faccia; Zarathustra sostiene di aver capito il senso del sogno, ossia che la sua dottrina è stata deformata, proprio come quello specchio ha deformato il suo volto in un ghigno demoniaco. Per ultimo sono da sottolineare gli animali mitici di Zarathustra che sono già lì pronti per portarlo nel suo viaggio. Il serpente, l’animale terrestre e l’aquila, l’animale del cielo.

Secondo Lampert il sogno di Zarathustra significa questo: nell’ultimo capitolo del primo libro, Zarathustra aveva proprio chiesto ai suoi discepoli di rinnegare la sua dottrina, ora può constatare che ciò è effettivamente avvenuto e che la sua dottrina è stata deformata. Inoltre Lampert fa notare che il fanciullo o bambino deve riferirsi proprio alle tre metamorfosi, segno che i suoi discepoli hanno subito l’ultima delle prime tre trasformazioni annunciate.

Secondo Strauss il demone dello specchio rappresenta nel sogno quel che hanno fatto i nemici di Zarathustra con la sua dottrina.

Anche Jung, da buon psicoanalista, si cimenta nell’interpretazione del sogno. Secondo Jung il bambino è ciò che mostra la verità, la verità è nello specchio: il demonio. Lo specchio è la mente del bambino. Jung sostiene anche che è possibile che Nietzsche abbia fatto proprio questo sogno e per capire meglio questo capitolo, pensa che bisogna approfondire la pausa di Nietzsche dalla fine del primo libro all’inizio del secondo. L’evento che può aver scosso Nietzsche in quel periodo è la morte di Wagner.



Zarathustra non si sente più lo stesso, si sente trasformato. Ora lui è un torrente che vuole discendere dal monte per tutte le valli fino al mare, fino alle isole beate dove stanno i suoi amici. Lui è la tempesta, la grandine e i suoi nemici devono credere che il Maligno si è scatenato contro di loro. La sua saggezza, paragonata ad una leonessa, ha dato un nuovo frutto e questo frutto intende portarlo di nuovo agli amici, nel loro cuore. Ma prima dovrà affrontare i deserti e i suoi nemici con la lancia. Questa è la nuova avventura di Zarathustra.

Si noti il riferimento al Maligno che rimanda sicuramente alla scena del sogno. Zarathustra, dunque, nel sogno vive anche una forma di identificazione permessa dallo specchio: io sono il Diavolo. Si noti anche come Lampert riconosce nel diavolo qui menzionato lo spirito di gravità a cui più volte Zarathustra allude. Ma Jung ci dice qualcosa di più interessante: il Diavolo in questo caso è Wotan. Zarathustra è il dio del vento che soffia contro i suoi nemici.

Anche qui Zarathustra, rispetto al Prologo, è di nuovo trasformato, ha una seconda trasformazione. Questa volta, è diversa dalla prima: non è un tramonto, ma una aurora; non va alla cieca, ma sa che ha degli amici a cui dare il suo messaggio; ci sono dei nemici che potrebbero tendergli agguati, forse anche peggio del pagliaccio del Prologo; lui è ora preparato al mondo, ossia ha imparato la lezione delle risate della folla.

Il frutto della saggezza, rappresentata dalla leonessa, è nell’immagine un cucciolo di leone. Quindi la leonessa intende portare con sé ciò che ha di più prezioso: suo figlio. Questa mossa è il ritorno di Zarathustra ai suoi vecchi discepoli: ora deve cercare gli smarriti, come aveva promesso l’ultima volta.



sabato 16 marzo 2019

Della virtù che dona (Spiegazione/Zarathustra)






Zarathustra intende lasciare la sua città preferita: Vacca pezzata. Si incontra con i suoi amici e seguaci, i quali hanno passato gli ultimi tempi con lui. Lui è pronto per lasciarli, perché è tra gli uomini solitari e intende tornarsene ai suoi monti. Gli amici di Zarathustra intendono fargli un dono e questo dono consiste in un bastone che potrà accompagnarlo lungo tutto il suo viaggio. Il bastone termina con un serpente che avvolge il sole. Questa rappresentazione fatta d’oro.

Zarathustra tiene un discorso fuori dalla città, a differenza degli altri. Zarasthustra riceve un dono dai suoi discepoli ed è a proposito della virtù che dona il suo discorso. Il dono che riceve è un bastone con un serpente che avvolge il sole. Questo bastone, secondo Lampert, è il bastone di Asclepio, il dio della medicina, figlio di Apollo. Il bastone di Asclepio ha questo serpente che avvolge il bastone, diventato poi simbolo della medicina successivamente. Invece Jung riconduce il simbolo del bastone al simbolo orfico dell’uovo con il serpente. Zarathustra ha lanciato la sua palla d’oro, ora tocca ai suoi compagni. Non si può donare qualcosa se non si ha niente, dunque prima bisogna possedere e questo è parte dell’insegnamento di Zarathustra.




Lampert sostiene che il primo libro dello Zarathustra, il quale si chiude con questo capitolo, è rappresentato dalla figura del sole e di Apollo. Zarathustra si paragona al sole nel prologo, ma il sole compare altre volte, come nel caso della palla d’oro nel capitolo sulla morte libera. Qui ancora si parla del sole, della palla d’oro. Zarathustra indicherà in questo capitolo la via ai suoi discepoli verso il grande meriggio. Dioniso, il problema dell’eterno ritorno, della mezzanotte, sono cose che devono ancora venire.

A quel punto Zarathustra inizia il suo ultimo discorso del primo libro. Egli incomincia a chiedere come mai l’oro abbia così tanto valore. Egli sostiene che l’oro è inutile, dolce e brillante. Allo stesso modo lo è la virtù più grande che si può trovare negli uomini. La virtù che dona è la migliore virtù. Noi vogliamo tante cose, gemme, oro e altro ancora. Le prendiamo e vogliamo arricchirci. Ma questo non tanto per tenere con noi, ma ridare agli altri o per avere cose da donare. Bisogna essere abbastanza ricchi per poter donare.

Qui incomincia il famoso passaggio dei due egoismi. Secondo il primo egoismo si prende per donare agli altri, non solo per trarre vantaggio per sé. Secondo il secondo egoismo noi prendiamo solamente perché rubare e basta. L’egoista malato vuole avere tutto e toglierebbe i bocconi agli altri, sedendosi sempre al tavolo di chi dona, per approfittare della loro generosità.

Esiste un egoismo del solitario, l’egoismo del superuomo e di Zarathustra, che è fatto di una virtù che vale come l’oro: la virtù che dona. Esiste anche un egoismo della città, un egoismo da commerciante, quello della persona che vuole puramente arricchire se stesso. Il capitalismo rientra in questa seconda forma di egoismo, ma questo problema lo si deve vedere anche nelle mosche del mercato.

Zarathustra spiega dove dovremmo trovare la nostra virtù che dona: ci riferisce di un linguaggio di simboli che vuole parlare il nostro spirito; ci dice che possiamo trovare la nostra virtù dove la volontà vuole comandare ogni cosa; ci dice che siamo vicini alla nostra virtù tanto più vogliamo stare alla larga dai rammolliti.

Si chiude un primo discorso e ne incomincia un secondo. In questo secondo discorso Zarathustra ricorda ai suoi amici che devono rimanere fedeli alla terra. La loro virtù deve rimanere fedele alla terra e alla vita. Non dovranno mai farla volare via. Anzi, sarebbe meglio se tutte le virtù che se ne sono andate tornassero effettivamente alla terra. L’uomo ha molti difetti, ma dovrebbe diventare un guerriero e un creatore. Deve imparare questo nuovo egoismo, che è quello dell’uomo ricco che sa donare. L’uomo impari ad aiutare se stesso e così potrà anche aiutare gli altri. L’uomo impari ad amare se stesso e così potrà amare anche gli altri.


Si chiude un secondo discorso e si apre il terzo discorso. Zarathustra incomincia a parlare del fatto che se ne andrà via da loro e che loro devono rinnegarlo come maestro. Lo scolaro, sostiene Zarathustra, non può fare per sempre lo scolaro. Zarathustra non vuole fare il maestro, lo si capisce fin da subito. Infatti sostiene che non bisogna credergli e gli invita a pensare che li abbia truffati. Gli rammenta che bisogna saper odiare gli amici come si odiano i nemici. Ricorda che loro devono perderlo e che sarà solo lui un giorno a ritrovarli, dopo che tutti loro lo avranno rinnegato. Zarathustra vuole tornare da loro, ma solo quando saranno pronti sulla via per il loro tramonto, quando saranno pronti a diventare superuomini.

Il testo finisce con queste famose parole: morti sono tutti gli dei, viva ora il superuomo!

Leo Strauss pensa che la maggior parte di questo testo sia semplicemente la parodia del nuovo Testamento. Qui infatti viene celebrato l’egoismo e viene negata ogni forma di guida che possa diventare pastore degli uomini. Con le ultime parole Zarathustra afferma la morte di tutti gli dei, mentre nel prologo sembrava affermare la morte di un solo Dio, forse quello a cui credeva il santo che ha incontrato. Questa rappresenta un'estensione della sua affermazione.

sabato 9 marzo 2019

Della libera morte (Spiegazione/Zarathustra)







Zarathustra comincia il discorso sostenendo che molte persone muoiono troppo tardi e altre troppo presto. Il suo insegnamento consiste nel morire al momento giusto.

I superflui, i predicatori di morte, non vorrebbero nemmeno essere nati e questo è il consiglio che dà Zarathustra ad essi. Ma ognuno avrà il suo momento giusto per morire. C'è chi muore all'improvviso, chi lascia il corpo in pace, chi decide quando morire. Decidere la propria morte, osserva Jung, era un po' la superstizione di Nietzsche. Nel prologo profeticamente si legge che l'anima del funambolo è morta prima del suo corpo. Questo indica la futura follia di Nietzsche. Nietzsche avrebbe voluto determinare il momento della sua morte. Esitono santi e yogi che affermano di essere in grado di farlo, ma Jung ci dice che la morte non la si può decidere, è solo un evento che dobbiamo accettare quando ci capita.




La morte è un evento importante, dovremmo essere capaci di festeggiare questo evento. In molta della nostra cultura la morte è trattata semplicemente come un evento triste. In Irlanda, invece, quando muore qualcuno si va a bere birra. Noi però non siamo abituati a questo. Siamo abituati alla cultura delle lacrime per il defunto, alla religione, alla tristezza del cimitero, ecc.

Zarathustra parla di libera morte. Non parla della morte naturale, potrebbe essere anche un riferimento al suicidio, ma di certo si riferisce alla morte volontaria. Il problema del suicidio non è visto come dagli stoici o dagli epicurei, ossia un modo per togliersi la vita quando non è più possibile vivere secondo saggezza. Zarathustra pensa la morte libera avendo in vista la volontà di servire il superuomo venturo. Come nota Strauss la morte deve essere scelta, ma non per rassegnazione o insoddisfazione nei confronti della vita, ma per la gloria. Chi ha fatto del suicidio e della morte rapida un male o un peccato, questo è un predicatore della morte lenta. Nietzsche penso che qui si riferisca ai cristiani, i quali pensavano che le anime delle persone che si sono suicidate sarebbero andate all'inferno per aver rifiutato un dono di Dio.





Solo chi adempie la propria vita può morire nobilmente, così la morte è una promessa per l'uomo. Meglio è morire in battaglia, osserva Zarathustra. Nietzsche si interessava soprattutto delle civiltà guerriere, dei greci e dei germani. Nietzsche dunque porta con se quegli ideali della società aristocratica nella quale morire per la patria, morire in battaglia è un bene e garantisce alla nostra anima un buon posto nell'al di là.

Qui sembra tornare l'immagine del guerriero presentata nel capitolo sulla guerra e i guerrieri. Zarathustra continua a pensare un superuomo guerriero.

Bisogna, però, imparare a morire. Io muoio perché lo voglio, così parla il superuomo di Zarathustra. Bisogna, afferma Zarathustra, avere una meta ed un erede. La meta e l'erede devono essere il superuomo, poiché nel prologo Zarathustra ci ha detto che il superuomo è il senso della terra.

In alcuni invecchia prima il cuore, in altri la mente. Ognuno ha le sue malattie e diventiamo sempre più marci dentro. Non ha alcun senso tenerci in vita tanto a lungo, meglio una morte più rapida. A che pro vivere in quello stato? Si chiede Zarathustra. Zarathustra invoca i predicatori della morte rapida, contrapponendo questi ai predicatori della morte lenta. Ho già mostrato nel capitolo sui predicatori di morte che qui Nietzsche sta pensando ai cristiani. Critica il cristianesimo per aver preferito la morte lenta e dolorosa a quella rapida. Ma Nietzsche non critica Cristo. Di Cristo, in questo capitolo, Zarathustra afferma che è morto troppo presto, che avrebbe dovuto vivere più a lungo e se lo avesse fatto avrebbe ritrattato la sua dottrina. Cristo non è l'unico ad essere morto presto, molti altri lo sono: Socrate lo è anche. Zarathustra, invece, non essendo morto presto, può ora raccontarci la sua nuova dottrina, dopo il suo risveglio e il mutamento avvenuto nel suo cuore.

Nelle ultime righe Zarathustra afferma che la morte è un ritornare alla terra, non un andare verso il cielo. Lui ha lanciato la sua palla d'oro agli altri. Lo stesso dovrebbero fare gli altri. Per questo motivo Zarathustra rimane sulla terra.

Quando Zarathustra parla di "palla d'oro", a cosa pensa? o meglio a cosa pensa Nietzsche quando scrive "palla d'oro"? Da quel che si intende nel testo di Jung la palla d'oro rimanda al gioco della pelota. Un gioco messicano dei Maya. Il campo rappresenta la terra, mentre la palla d'oro è il sole. Quello che faceva cadere la palla doveva essere sacrificato. Sono giochi che venivano svolti in occasione di riti e si chiudevano sempre con i sacrifici. Troviamo un gioco simile anche in occidente, conosciuto come Le jeu de pelote, praticato nei monasteri sino al tredicesimo secolo. Jung non ha dubbi sul fatto che quella palla d'oro rappresenta il Sole, l'astro al quale Zarathustra nel prologo soleva paragonarsi.

sabato 23 febbraio 2019

Dei figli e del matrimonio (Spiegazione/Zarathustra)






Il capitolo comincia con domande rivolte a chi ha deciso di contrarre un matrimonio e avere figli: sei tu una persona a cui è lecito augurarsi un figlio? Sei tu padrone di te stesso, signore delle tue virtù? O parla piuttosto l'animale?

Si noti che l'attività sessuale è un'attività animale, infatti serve principalmente per la riproduzione della specie. Qui Zarathustra chiede ai giovani che vogliono sposarsi di non essere mossi solo dall'istinto animale, ma di essere persone a cui è lecito augurarsi un figlio.

Zarathustra aveva già trattato del tema della castità in un capitolo passato. In questo caso egli si rivolge a chi non è adatto a quella strada e a chi sceglie di accoppiarsi con una donna. In questo caso Zarathustra chiede a quell'uomo di non sposarsi solo per soddisfare desideri animali, per ragione di costume o per scacciare la solitudine. Egli pretende che il matrimonio sia un mezzo per generare il superuomo venturo. Come spiega Lampert, Zarathustra sta chiedendo alle persone di trasformare il loro sentimento privato in un servizio pubblico. Egli chiede di mettere da parte la propria passione per mettersi al servizio della società del superuomo venturo.

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Per essere all'altezza del matrimonio bisogna prima costruire se stessi e poi costruire sopra di sé. Devi saper creare un primo moto, un creatore. Qui ritorna il termine "aus sich rollendes Rad", ossia la ruota che ruota da sé, già usato nelle tre metamorfosi da Zarathustra, riferendosi al fanciullo. Ma anche nel capitolo sul cammino del creatore Zarathustra chiedeva al suo pubblico se erano capaci a costringere le stelle a ruotare attorno a loro. Zarathustra, dunque, continua a parlare di questo individuo creatore e sostiene che nella formazione del creatore una tappa è il matrimonio. Il matrimonio è infatti, secondo Zarathustra, la volontà di creare in due. Ma il matrimonio di Zarathustra non è quello dei cristiani, un matrimonio contratto in cielo. Il Dio di questi benedice persone che non sono congiunte, provocando le lacrime future di un bambino che ha dei genitori che sono uniti solo da una cerimonia religiosa. Queste coppie sono come il santo e l'oca, per le quali la terra dovrebbe tremare. Il santo e l'oca? Non ho idea che cosa abbia in mente Nietzsche in questo punto. 

Hanno fatto dell'amore delle brevi follie, ma sono solo animali che si scoprono. L'amore, invece, dovrebbe essere una fiaccola per sentieri più alti. Bisogna amare per poter imparare ad amare sopra di sé. Bisogna bere un calice amaro. Il calice amaro dell'amore è rappresenta la sete di creazione e la volontà di diventare superuomo.

Il riferimento al calice sull'amore rimanda a molta letteratura come Tristano e Isotta o al testo Köning von Thule di Goethe.

domenica 9 settembre 2018

Così parlò Zarathustra: Prologo (spiegazione/riassunto)









Zarathustra come il Sole deve tramontare


Zarathustra, rivolgendosi al Sole, dichiara di voler tornare tra gli uomini. Egli, secondo il ciclo del sole, afferma di voler tramontare come gli uomini che discendono. Zarathustra sta su una montagna, lontano dagli uomini, ma vuole tornare tra di loro, da loro che sono quelle persone ai quali il sole risplende.

Zarathustra a trent'anni lascia il paese per andare a vivere sul monte e lì rimane per dieci anni. Nietzsche parla di una trasformazione avvenuta in Zarathustra in quei dieci anni. È come se Zarathustra avesse trovato una verità e adesso vuole portarla agli uomini sotto forma di dono. Gli uomini sono quelle persone a cui il sole risplende ed è per essi che il sole è felice. Nietzsche costruisce un'analogia tra il sole e Zarathustra, allorché afferma che Zarathustra come il sole deve discendere e tramontare. Zarathustra dunque è il sole che discende tra gli uomini, quel sole che, con i suoi raggi, porta la sua dolcezza. Zarathustra si rivolge alle persone a cui il sole risplende, ossia all'uomo, per donare la sua saggezza. La sua saggezza è l'esito di una trasformazione avvenuta nel suo cuore.



Perché Zarathustra? Sulla scelta del personaggio esistono molte congetture. È molto strano, se ci si pensa, che Nietzsche abbia scelto proprio quella persona che credeva nel bene e nel male, il padre di una delle prime religioni non politeiste, ma dualiste, per farne il profeta del superuomo. Zarathustra rappresenta, in un certo senso, l'inizio della morale. Infatti la morale non esiste presso i pagani, i quali credono che le vicende umane sono nelle mani degli dei e questi ultimi ne disegnano i destini. Tuttavia lo Zarathustra di Nietzsche non è più quello Zarathustra dell'Avesta, esso è completamente trasformato. Egli sa che Dio è morto e con la sua morte non vi può essere più bene o male. Lo Zarathustra di Nietzsche non è più il vecchio profeta, egli si è fatto filosofo.

In Ecce homo Nietzsche racconta di ciò che lo ha spinto a scrivere lo Zarathustra. Nietzsche sostiene che il concetto essenziale della sua opera sia l'eterno ritorno. Sostiene di avere avuto questa intuizione nell'agosto del 1881 sul lago di Silvapiana. Nietzsche, inoltre, indica quali sono i luoghi nei quali ha avuto le sue ispirazioni per i suoi tre Zarathustra. Egli riferisce che il primo Zarathustra è stata un'intuizione raggiunta quando passeggiava verso Portofino lungo la baia di santa Margherita in sud Italia. Il secondo Zarathustra pare che sia frutto di un'intuizione che Nietzsche ha avuto un'estate, tornando negli stessi luoghi della sua prima intuizione, mentre il terzo andrebbe attribuito ad un suo soggiorno a Nizza in Francia. Egli si definisce come un uomo che ha avuto una grande ispirazione e ha scritto un'opera nella quale l'ebbrezza del dionisiaco è diventata azione suprema.

In Ecce homo Nietzsche non ci dice nulla sul personaggio dello Zarathustra, tranne che si tratta di un danzatore. Leggendo le lezioni di Jung, invece, possiamo apprendere qualcosa di più su questo personaggio. Per esempio Jung riferisce che Nietzsche avrebbe confidato alla sorella di aver sognato Zarathustra quando era un ragazzo. Altre fonti raccontano che Nietzsche sarebbe entrato in contatto con dei membri di una setta zoroastrista di Lipsia chiamata "Mazdaznan", il cui profeta è un certo El Ha-nisch. Jung non crede che questa versione sia vera, ma ci riferisce che, secondo lui, Nietzsche deve avere necessariamente letto l'Avesta. Questo lo sostiene dopo aver constatato che la simbologia dello zoroastrismo gioca un importante ruolo nel testo di Nietzsche. Inoltre il nome Zarathustra viene dal persiano e Ushtra è una parola che in persiano, guarda caso, significa "cammello". Il cammello, infatti, è un'immagine che ricorre nel testo di Nietzsche.

Nell'interpretare questo primo passaggio del prologo Jung nota alcuni particolari. Il riferimento ai trent'anni è necessariamente un riferimento all'età di Cristo. A quell'età Cristo aveva incominciato a insegnare. Zarathustra, si tenga conto, spesso si confronta con Cristo lungo tutta l'opera, ma si considera migliore di Cristo. Cristo ha incominciato a insegnare a trent'anni e non aveva ancora capito: se solo avesse vissuto più a lungo! Zarathustra incomincia dieci anni dopo i trenta. Inoltre Jung nota un'analogia tra Nietzsche stesso e Zarathustra. Nel primo passaggio, infatti, si menziona un lago e una montagna come luoghi che Zarathustra ha frequentato e nei quali ha subito la sua importante trasformazione. Lo stesso vale per Nietzsche quando sul lago di Silvapiana a 6000 piedi dal livello del mare ha avuto la sua grande intuizione sull'eterno ritorno. Jung identifica il lago con l'inconscio e il sole con la coscienza. Dunque lo Zarathustra che va dagli uomini è il sole che discende, ma è anche coscienza. Un altro interprete dello Zarathustra di Nietzsche, Lampert, sottolinea il modo in cui Zarathustra si rivolge al Sole. Lo Zarathustra di Nietzsche non vede nel sole un dio, come magari avrebbe fatto lo Zarathustra dell'Avesta, ma si appella a lui in qualità di stella o astro celeste. Questo sole viene rappresentato da uno degli animali di Zarathustra, ossia l'aquila. L'altro animale, il serpente, rappresenta l'elemento terrestre. L'aquila come lo spirito e il serpente come gli istinti, suggerisce Jung, ma, notate, questi termini non sono contrapposti, ma vanno assieme come i due animali con Zarathustra. Zarathustra nomina i suoi animali rivolgendosi proprio al sole nella primissima parte del prologo.




Il santo della foresta


Il primo uomo che incontra Zarathustra scendendo dal monte è un santo. Il santo lo riconosce e lo interroga. Gli chiede come mai sia sceso e Zarathustra gli riferisce che è venuto per gli uomini, che lui ama gli uomini. Il santo replica che non c'è nulla da amare degli uomini, che gli uomini sono imperfetti, mentre lui si è diretto nel bosco per amare e lodare Dio. Al che Zarathustra risponde che è venuto per fare un dono agli uomini. Il santo ribatte dicendo che non vi è nulla da donare agli uomini, al di fuori di elemosine. Gli uomini, egli afferma, diffidano di qualsiasi dono e quando sentono un uomo passeggiare per le strade la notte, pensano subito che sia un ladro. Il santo suggerisce a Zarathustra di non andare dagli uomini, ma dagli animali. Zarathustra chiede al santo che sta a fare nella foresta ed egli risponde che canta e loda Dio. Dopo di che Zarathustra e il santo si sono lasciati con un sorriso. Zarathustra deve constatare che il messaggio che intende portare agli uomini, quello del superuomo, non è ancora arrivato a quel santo. Egli non sa nemmeno che Dio è morto.

Zarathustra scende dal monte e incontra un santo. Chi è questo santo? Jung ci spiega che il santo è un anacoreta, egli rappresenta lo spirito del primo cristianesimo, un cristianesimo ancora influenzato dalla cultura pagana. Il santo è quel che rimane del cristianesimo. Mentre il santo si rifugia nel bosco, Zarathustra vuole andare dagli uomini. I due prendono direzioni diverse ed opposte. Il cristianesimo, incarnato da questo santo, è la religione che sta lasciando la terra e Zarathustra arriva proprio in questo momento di confusione per l'umanità. Egli giunge vedendo la morte di Dio come un evento già avvenuto, di cui forse gli uomini, come spiega Nietzsche in  Gaia scienza, non si sono ancora accorti, anche se sono loro gli assassini di Dio. Quell'uomo, tuttavia, dice Jung, è un anacoreta. Questo elemento è evidente per Jung soprattutto per l'allusione da parte del santo agli animali. Il santo, infatti, invita Zarathustra ad essere un orso tra gli orsi o un uccello tra gli uccelli. Era una pratica presso i pagani, riferisce Jung, quella di imitare i versi degli animali. Nei primi cristiani esistono tracce di simili pratiche pagane e il santo riferisce di cantare e lodare Dio nella foresta. Il santo non sa che Dio è morto e continua a lodarlo nella foresta, imitando lui stesso gli animali. Nel testo di Jung in questo passaggio è presente un'osservazione interessante: la morte di Dio è come la morte di Pan. Pan è il dio greco caprino, divenuto nel cristianesimo quasi una figura satanica. In realtà Pan vuol dire "tutto", da qui viene "panteismo", ossia "Dio è in ogni cosa". La morte di Pan è la morte del Tutto. Oltre a questo Jung suggerisce un'altra cosa: quando Nietzsche afferma "crederei solo in un dio che sapesse danzare", il riferimento va a Shiva. Shiva è il dio danzatore. La danza è il simbolo della creazione e della distruzione. Alcuni studiosi credono che Dioniso discende direttamente da Shiva. Questo spiega ancora meglio il collegamento.

Il santo crede ancora in Dio, non conosce il vero messaggio che Zarathustra viene a portare e non sa soprattutto che Dio è morto. Nietzsche ripete spesso questa affermazione: Dio è morto, ma cosa vuol dire? Dio non può morire, infatti esso è eterno. La verità è che Nietzsche sta dicendo che Dio non esiste affatto e che l'uomo lo ha creato a sua immagine. Dio è solo una creazione dell'uomo, un suo bisogno psicologico. Che Dio sia una creazione dell'uomo lo aveva già detto Feuerbach. Egli sapeva che è sufficiente prendere gli attributi dell'uomo ed estenderli all'infinito per avere un'idea di Dio. Dunque è sufficiente estendere all'infinito l'idea dell'intelletto, del cuore, della potenza e così via. Quel che interessa a Nietzsche non è tanto il fatto che Dio sia morto, ma le conseguenze della morte di Dio. Nietzsche non parla d'altro che delle conseguenze della morte di Dio: afferma che i valori sono caduti, che non possono esistere valori eterni; descrive una dimensione al di là del bene e del male; nega ogni forma di assolutezza; afferma l'infondatezza di ogni cosa e la chiama "eterno ritorno".

Leo Strauss, altro interprete dello Zarathustra, non sembra molto convinto dell'idea che "Dio è morto" sia solo una manifestazione di mero ateismo. Egli sostiene che affermare che "Dio è morto" è diverso da affermare che "Dio non esiste". Da questa osservazione egli deduce che la morte di Dio è un fatto storico. Su questo non ci sono dubbi, ma se Dio è esistito, è esistito solo come idea o fede, altrimenti se fosse stato reale, non avrebbe potuto morire. Inoltre Strauss sottolinea l'opposizione dell'amore per Dio all'amore per l'uomo. Il santo si colloca sul primo lato e Zarathustra sul secondo. Filosofi come Feuerbach avevano già usato precedentemente questa tattica, ossia si erano rivoltati all'amore verso Dio a favore dell'amore verso l'uomo.


Come sottolinea Lampert, in realtà, il vero messaggio di Zarathustra ha come oggetto il superuomo, non la morte di Dio. Per questo Zarathustra è stupito nel constatare che quel santo non sa, quel che oramai gli uomini dovrebbero sapere da molto tempo. Una volta che Dio è morto, che senso ha l'esistenza umana sulla terra? Spesso si parla di non senso, infatti l'eterno ritorno non ha un senso visto che rincorre se stesso. Non ha un senso nemmeno la volontà di potenza, la quale non vuole nulla al di fuori di se medesima. Tuttavia Nietzsche, a quanto pare, parla ancora di un senso della terra e lo ritrova nel superuomo. La meta dell'uomo è il superuomo, come si apprenderà dai successivi tre famosi discorsi alla folla di Zarathustra nel prologo. Il santo non conosce questo senso, egli ancora crede in Dio e la sua follia consiste in questo, ma non è meno folle, da questo punto di vista, di uno Zarathustra che ama l'umanità. Mentre il santo rifugge l'umanità cercando la solitudine nel bosco, Zarathustra dalla sua solitudine torna in mezzo agli uomini. Zarathustra torna tra gli uomini per fargli un dono e questo dono, si noti nello scritto, viene paragonato dal santo al fuoco. Zarathustra, dunque, è un nuovo Prometeo per l'uomo, questa volta però, non è la tecnologia il dono.


I tre discorsi di Zarathustra alla folla


Zarathustra raggiunge una città vicino alla foresta. Nella città trova una folla di uomini al mercato che sono in attesa dell'esibizione di un funambolo. In quel momento Zarathustra parla alla folla e rivela il messaggio che ha intenzione di lasciare agli uomini. Egli afferma che è venuto a parlare della venuta del superuomo, che l'uomo ormai è da superare, come l'uomo ha superato la scimmia, anche se molti degli uomini, per certi versi, sono ancora delle scimmie. Per diventare superuomo l'uomo deve abbandonare il suo vecchio modo di pensare. Non crederà più in regni dei cieli, non crederà più in Dio e non vedrà altro sacrilegio che quello esercitato alla e sulla terra. L'anima non vorrà più evadere dal corpo e renderlo schiavo. L'uomo imparerà a disprezzare una certa morale, una certa felicità e così via. Questo è il primo discorso di Zarathustra alla folla. Finito il discorso, una persona dalla folla, che non ha capito cosa volesse dire Zarathustra, chiede che il funambolo la smetta di parlare e si metta all'opera. In quel momento tutti scoppiano a ridere. Quell'uomo dà del funambolo a Zarathustra, ma l'altro funambolo recepisce il messaggio come fosse rivolto a lui e quindi comincia a mettersi all'opera per l'esibizione.

Vediamo ora Zarathustra che ha raggiunto quegli uomini a cui intendeva donare la sua verità. Questi uomini sono gli uomini della folla. La folla si è radunata in quel luogo, non per sentire Zarathustra, il quale gli sembra un folle che grida. La folla si è radunata per vedere lo spettacolo del funambolo. Il funambolo deve camminare su una corda tesa tra due torri. Chi è questo funambolo? Jung spiega che in questo passaggio è presente un gioco complesso di identificazioni. Nietzsche si identifica con lo Zarathustra, ma anche con il funambolo. Lo stesso Zarathustra si identifica con il funambolo. Zarathustra è come il funambolo, ossia un uomo da circo, almeno per quel che devono averne pensato gli uomini della folla dopo aver sentito il suo primo discorso. In tedesco funambolo si dice "Seiltänzer", letteralmente: il ballerino sulla corda. "Der Tänzer" è il ballerino. Come si vede ritorna la figura della danza. Il tema centrale del discorso di Zarathustra è quello del superuomo. In queste parole sul superuomo troviamo la famosa affermazione: "rimani fedele alla terra". La terra per Nietzsche è tante cose, è molto più dell'elemento o del pianeta, è anche soprattutto il corpo e la materia. Solo attraverso il corpo, nota Jung, possiamo avere un'esistenza individuale. Con lo spirito l'uomo perde ogni individuazione. Nietzsche dunque afferma: rimani fedele alla tua individualità. Ovviamente la nostra esistenza, in quanto esseri col corpo è limitata nello spazio e nel tempo. Essa è dunque limitata nelle sue possibilità. Non accade lo stesso con lo spirito. Tuttavia Nietzsche sostiene che bisogna rimanere fedeli a quelle possibilità limitate, quelle possiblità che abbiamo in questa esistenza terrena. Il messaggio di Zarathustra è di amore verso la terra. Una terra che l'uomo, da quando ha seguito la religione, ha incominciato a negare e a odiare. L'uomo ha desiderato più volte di fuggire questo corpo, questa vita e questo mondo. Un uomo di questo tipo deve essere stanco di vivere e non ama la vita. Chi ama la vita rimane fedele alla terra, questo è il messaggio di Zarathustra.



Zarathustra riprende a parlare esponendo il suo messaggio. Egli afferma che l'uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo. L'uomo non è qualcosa, la sua essenza è un divenire. Con questa spiegazione Zarathustra chiarisce quale uomo lui apprezza e l'uomo che lui apprezza è l'uomo che dispiega la strada per la venuta del superuomo. Si tratta di quell'uomo che avverte la necessità del superamento dell'uomo stesso e del voler andare oltre l'umano, perciò egli si comprende come un divenire, come qualcuno che non è fatto, ma deve farsi e sa che questo processo è continuo. Anche qui, nessuno ascolta nuovamente Zarathustra. Questo è il secondo discorso di Zarathustra. A questo punto Zarathustra ammette che questo discorso non è fatto per questi uomini, visto che non hanno che da riderne.

"L'uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo", questa è una famosa affermazione di Nietzsche. Zarathustra ha proprio un cavo teso davanti a lui, o meglio una corda. È la corda che dovrà essere attraversata dal funambolo. Questo funambolo cammina sulla corda tra due torri. Questa analogia non può essere un caso, anche se è in parte sfuggita a diversi interpreti. Il funambolo è come l'uomo sul cavo teso. In questo discorso Zarathustra riprende l'immagine del tramonto o del crepuscolo. In questo caso non parla di sé, ma parla dell'uomo, dell'uomo che deve tramontare per fare posto al superuomo.


Il discorso di Zarathustra verte tutto sulla figura del superuomo. In cosa consiste il superuomo? Spesso questa figura viene intesa come quel qualcosa che viene dopo l'uomo, come l'evoluzione ventura dell'uomo. Di fatto Nietzsche definisce il superuomo come una meta per l'uomo e come il senso della terra. Tuttavia, non credo che Nietzsche intendesse dire che il superuomo è uno stadio da raggiungere, raggiunto il quale l'uomo termina la sua evoluzione. Il superuomo è l'atteggiamento dell'essere umano che diventa padrone di sé, che crea sopra di sé i suoi valori e che persiste nell'evoluzione e nella trasformazione. In realtà non penso proprio che finiremo di evolverci. Piuttosto il superuomo è quell'uomo che vuole superare sempre se stesso. Nietzsche afferma dell'uomo che è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, ma questo vuol dire solo che l'uomo è divenire. L'uomo non è mai stato altro che questo superamento della scimmia verso un progetto più grande. Di che evoluzione si tratta? Oggi c'è chi pensa che Nietzsche avesse in mente una evoluzione di tipo spirituale, ma di questo non ci sono prove e l'unica cosa che si sa davvero è che Nietzsche era un materialista. Alcuni pensano, infatti, che Nietzsche avesse pensato l'evoluzione dell'uomo in termini darwiniani, ma questa evoluzione verso il superuomo riguarda cose come la volontà di potenza, la capacità di sopportare il dolore, la pienezza della vita. Tutti questi elementi sembrano aver ben poco di materiale e di biologico. Il superuomo, infatti, è quell'individuo che ha rotto con le promesse in cielo e ha legato il suo destino alla terra.

Nonostante la derisione, Zarathustra continua a parlare, ma cambia completamente discorso: egli comincia a parlare dell'ultimo uomo. L'ultimo uomo è uno spregevole per Zarathustra, un uomo che non conosce la creazione, che non cerca al di là di sé, che non ha il superuomo come meta e non sa cosa sia l'amore. Quest'uomo è l'uomo della folla, l'uomo di massa uguale a tutti gli altri. Ma la massa è una somma di zeri. Chi non è come gli uomini della massa è preso dalla massa stessa come un folle. Questo è il terzo discorso di Zarathustra alla folla. Quando Zarathustra conclude il suo discorso, infatti, appare come un pazzo di fronte alla folla. La folla non accetta il discorso di Zarathustra e si identifica piuttosto con questo ultimo uomo. Con scherno la folla grida: dateci l'ultimo uomo e vi daremo il vostro superuomo!

"Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante", un'altra frase molto famosa di Nietzsche, la quale appartiene a questo discorso. L'ultimo uomo è quell'uomo che non ha un caos dentro di sé e dunque non può generare stelle danzanti. L'ultimo uomo non è capace della creazione di cui è capace il superuomo. L'ultimo uomo è l'uomo della massa.


I primi due discorsi hanno come oggetto il superuomo e la sua venuta, mentre il terzo concerne l'ultimo uomo. Zarathustra nel primo discorso chiede alla folla che cosa sta facendo in vista della venuta del superuomo, se sono pronti per questo mutamento. Le risate che ottiene di risposta delucidano abbastanza l'attuale stato dell'umanità rispetto a quel tema. Nel secondo discorso Zarathustra spiega l'evoluzione dell'uomo dalla bestia al superuomo. Come nota Lampert, in questo passaggio viene introdotto un concetto di tempo che è completamente lineare, tempo che sembra in contrasto con il concetto circolare della temporalità, il quale sarà presentato più avanti nel testo e che è conosciuto con il nome di "eterno ritorno". Gilles Deleuze ha risolto questo problema, ossia il conflitto tra il concetto di superuomo che sembra rappresentare un progresso per l'uomo stesso e il concetto di eterno ritorno, il quale non contempla progressi, affermando semplicemente che il superuomo è puro divenire, ossia un divenire-superuomo dell'uomo, ma questo divenire è rappresentato dall'eterno ritorno stesso. Questa posizione è più o meno condivisibile, io penso che Deleuze abbiamo tentato di far quadrare tutto laddove le cose non quadrano affatto.

Esistono due traduzioni del termine "Übermensch": superuomo e oltreuomo. Il termine "über" consente entrambe le traduzioni. Del resto "über" in tedesco ha principalmente due significati: qualcosa che sta sopra e non può essere toccato; qualcosa che è dall'altra parte rispetto a qualcos'altro. Nella prima accezione si può usare il termine "über" per dire che le stelle stanno sopra di noi (Die Sterne sind über uns). Nella seconda accezione questo termine è usato per dire, ad esempio, che un albero si trova al di là del fiume (Ein Baum befindet sich über dem Fluss). Leo Strauss preferisce la traduzione "superuomo" perché sostiene che Nietzsche, con il termine tedesco, intendeva un uomo superumano. L'amore per l'uomo di Zarathustra, sostiene Strauss, è in realtà un'amore per il superuomo: l'uomo venturo.

Veniamo all'ultimo di questi discorsi: il discorso sull'ultimo uomo. L'ultimo uomo è un uomo che viene dopo la morte di Dio, allo stesso modo del superuomo. Zarathustra, quando vede la folla farsi beffe di lui, incomincia a parlare dell'ultimo uomo. L'ultimo uomo è l'uomo più decadente. Rispetto al superuomo, il quale rappresenta un progresso, l'ultimo uomo è un regresso. Lampert descrive l'ultimo uomo come un uomo ben nutrito, ben accasato e ben medicato. L'ultimo uomo è l'uomo dell'era tecnologica, l'uomo che Nietzsche definirà come "buono e giusto", un uomo che si è conformato alle norme date in una società e che considera chiunque le metta in discussione un semplice distruttore o un criminale.

Finalmente il funambolo si mette all'opera e corre lungo la fune tesa tra le due torri fermandosi a metà. Dall'altra torre sbuca un pagliaccio e questo pagliaccio lo sfida dicendo di essere più bravo di lui. Quando il pagliaccio si avvicina a lui, fa un balzo in aria saltandolo. In quel momento il funambolo perde l'equilibrio e cade per terra. La folla corre via come l'acqua del mare, mentre Zarathustra si appresta a soccorrere il funambolo che sta per morire e al quale promette la sepoltura.



Si tratta di una scena famosa. È la scena in cui Zarathustra parla con il funambolo. Il funambolo sostiene che di li a poco il diavolo lo porterà all'inferno. Zarathustra risponde dicendo che non sarà così, perché non esiste il diavolo e la sua anima sarà morta prima del suo corpo. Questa frase, in realtà, rivela Jung, deve essere una premonizione di Nietzsche. Un messaggio dell'inconscio che rivela il futuro di Nietzsche stesso. Nietzsche diventerà pazzo, dunque la sua anima sarà morta ancora prima del suo corpo. Queste magnifiche parole, come si vede bene nel testo di Jung, rappresentano quasi una consolazione. I cristiani avrebbero detto al morente che sarebbe andato in paradiso, che quindi la sua anima è immortale e non ha nulla da temere. Zarathustra, il senza dio, riferisce al funambolo che la sua anima morirà prima del suo corpo, dunque non deve temere alcun dolore dalla morte e tanto meno l'inferno. Un altro elemento interessante di questo passaggio è chiaramente la figura del pagliaccio. Il pagliaccio salta sopra il funambolo e lo fa cadere. Chi è questo pagliaccio? È interessante vedere come il funambolo parta da una torre, cammina sulla corda e si muove verso il lato opposto, ma dal lato opposto arriva il pagliaccio. Nella metafora del cavo teso il pagliaccio sembra venire dal lato del superuomo. Il pagliaccio simbolicamente sorpassa l'uomo e lo fa cadere dalla corda. Jung presenta questo pagliaccio come un'ombra dai poteri divini, poteri di vita e di morte. Il funambolo segna la condizione umana, della quale Nietzsche scrive: "Sinistra è l'esistenza umana e ancor sempre priva di senso: un pagliaccio può esserle fatale".


I due animali: l'aquila e il serpente


Zarathustra fa un conto di ciò ha fatto durante la giornata e arriva alla conclusione di non aver combinato molto, visto che nessuno lo ha ascoltato e ora si trova solo con un cadavere. Zarathustra dunque intende che la sua strada non sarà facile e i suoi sentieri oscuri. Ora che il mercato è finito e la folla dispersa, la notte cala e Zarathustra incomincia il suo viaggio con il suo cadavere da seppellire.

Il pagliaccio avverte Zarathustra di non tornare mai più nella città. Questa volta, egli dice, sono stati leggeri con te: hanno solo riso, la prossima volta toccherà a te morire! Zarathustra non bada a questo, così come non bada a quei becchini che lo deridono lungo il suo cammino. Il discorso del pagliaccio conferma il fatto che la folla lo ha preso per un pazzo e l'incontro con i becchini conferma quel che aveva detto il santo, in quanto i becchini scambieranno Zarathustra per un ladro che cammina di notte. Ad un certo punto Zarathustra sente fame e vuole fermarsi a mangiare. Qui incontra un vecchio che gli offre da bere e da mangiare: un altro eremita. Successivamente Zarathustra prosegue il viaggio passando per il bosco, ma laddove non vede più alcuna strada, egli non va oltre e si addormenta.

Jung nota subito questo passaggio sulla fame. Zarathustra afferma di non aver sentito fame tutto il giorno, ma ora sente la necessità di mangiare. Questo riferimento alla fame e al cibo si collega con quel che i becchini hanno riferito a Zarathustra: egli vuole togliere il boccone al diavolo. Non appena Zarathustra sente la fame, ecco che trova questa dimora dell'eremita. L'eremita qui rimanda al santo della seconda sezione del prologo. Tuttavia, chiaramente, nella storia non sono la stessa persona. Anche questo eremita è un cristiano e anacoreta. L'eremita offre pane e vino, non solo a Zarathustra, ma anche al cadavere, nonostante gli venga fatto notare che è morto. Il pane e il vino, come afferma Jung, sono simboli della comunione, dunque dei simboli cristiani. Prima di addormentarsi Zarathustra riporrà il corpo del cadavere del funambolo nella cavità di un albero. Qui Jung vede l'albero come simbolo della morte e della rinascita. Chiaramente l'albero rimanda all'albero della vita o lo Yggdrasil della mitologia nordica. Il portare il cadavere da parte di Zarathustra viene paragonato da Jung anche all'immagine di Gesù che porta la croce.

Quando Zarathustra si sveglierà penserà all'idea di trovare dei nuovi compagni. Lasciare quel cadavere nell'albero e cercare uomini veri e vivi. Ma Zarathustra non vuole diventare un pastore e tanto meno un cane per il gregge, non vuole essere la guida, ma vuole insegnare agli uomini a seguire se stessi e apprezzare la solitudine. Secondo Jung questo è il vero messaggio di Gesù, messaggio che compare solo nei vangeli apocrifi ed è stato inteso diversamente dalla Chiesa. Zarathustra ha chiara l'idea che lui non viene ben visto dall'uomo perché è colui che intende spezzare le tavole dei valori. Un persona di questo tipo è vista dall'uomo come un distruttore e un essere malvagio, quando in realtà esso consiste in un creatore di nuovi valori. 

 

Nell'ultima parte del prologo, la decima sezione, Zarathustra sente un stridio e così appaiono davanti a lui i suoi due animali: l'aquila e il serpente. Questi saranno gli animali che accompagneranno Zarathustra nel suo cammino. Ora Zarathustra comprende quel che gli aveva detto il santo sugli animali. I due animali di Zarathustra sono l'aquila e il serpente. L'aquila è Ormuzd, ossia Ahura Mazda, mentre il serpente è Angra Maniuu o Arimane. L'immagine dei due animali descritta da Nietzsche è molto strana: il serpente sta sulla schiena dell'aquila. Qui, nota Jung, Nietzsche rompe con l'immagine tradizionale dell'aquila che tiene il serpente tra gli artigli. Quest'immagine rappresentava la vittoria dello spirito sulla materia. L'immagine di Nietzsche, invece, rappresenta l'armonia tra lo spirito e il corpo.

Così parlò Zarathustra