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sabato 16 marzo 2019

Della virtù che dona (Spiegazione/Zarathustra)






Zarathustra intende lasciare la sua città preferita: Vacca pezzata. Si incontra con i suoi amici e seguaci, i quali hanno passato gli ultimi tempi con lui. Lui è pronto per lasciarli, perché è tra gli uomini solitari e intende tornarsene ai suoi monti. Gli amici di Zarathustra intendono fargli un dono e questo dono consiste in un bastone che potrà accompagnarlo lungo tutto il suo viaggio. Il bastone termina con un serpente che avvolge il sole. Questa rappresentazione fatta d’oro.

Zarathustra tiene un discorso fuori dalla città, a differenza degli altri. Zarasthustra riceve un dono dai suoi discepoli ed è a proposito della virtù che dona il suo discorso. Il dono che riceve è un bastone con un serpente che avvolge il sole. Questo bastone, secondo Lampert, è il bastone di Asclepio, il dio della medicina, figlio di Apollo. Il bastone di Asclepio ha questo serpente che avvolge il bastone, diventato poi simbolo della medicina successivamente. Invece Jung riconduce il simbolo del bastone al simbolo orfico dell’uovo con il serpente. Zarathustra ha lanciato la sua palla d’oro, ora tocca ai suoi compagni. Non si può donare qualcosa se non si ha niente, dunque prima bisogna possedere e questo è parte dell’insegnamento di Zarathustra.




Lampert sostiene che il primo libro dello Zarathustra, il quale si chiude con questo capitolo, è rappresentato dalla figura del sole e di Apollo. Zarathustra si paragona al sole nel prologo, ma il sole compare altre volte, come nel caso della palla d’oro nel capitolo sulla morte libera. Qui ancora si parla del sole, della palla d’oro. Zarathustra indicherà in questo capitolo la via ai suoi discepoli verso il grande meriggio. Dioniso, il problema dell’eterno ritorno, della mezzanotte, sono cose che devono ancora venire.

A quel punto Zarathustra inizia il suo ultimo discorso del primo libro. Egli incomincia a chiedere come mai l’oro abbia così tanto valore. Egli sostiene che l’oro è inutile, dolce e brillante. Allo stesso modo lo è la virtù più grande che si può trovare negli uomini. La virtù che dona è la migliore virtù. Noi vogliamo tante cose, gemme, oro e altro ancora. Le prendiamo e vogliamo arricchirci. Ma questo non tanto per tenere con noi, ma ridare agli altri o per avere cose da donare. Bisogna essere abbastanza ricchi per poter donare.

Qui incomincia il famoso passaggio dei due egoismi. Secondo il primo egoismo si prende per donare agli altri, non solo per trarre vantaggio per sé. Secondo il secondo egoismo noi prendiamo solamente perché rubare e basta. L’egoista malato vuole avere tutto e toglierebbe i bocconi agli altri, sedendosi sempre al tavolo di chi dona, per approfittare della loro generosità.

Esiste un egoismo del solitario, l’egoismo del superuomo e di Zarathustra, che è fatto di una virtù che vale come l’oro: la virtù che dona. Esiste anche un egoismo della città, un egoismo da commerciante, quello della persona che vuole puramente arricchire se stesso. Il capitalismo rientra in questa seconda forma di egoismo, ma questo problema lo si deve vedere anche nelle mosche del mercato.

Zarathustra spiega dove dovremmo trovare la nostra virtù che dona: ci riferisce di un linguaggio di simboli che vuole parlare il nostro spirito; ci dice che possiamo trovare la nostra virtù dove la volontà vuole comandare ogni cosa; ci dice che siamo vicini alla nostra virtù tanto più vogliamo stare alla larga dai rammolliti.

Si chiude un primo discorso e ne incomincia un secondo. In questo secondo discorso Zarathustra ricorda ai suoi amici che devono rimanere fedeli alla terra. La loro virtù deve rimanere fedele alla terra e alla vita. Non dovranno mai farla volare via. Anzi, sarebbe meglio se tutte le virtù che se ne sono andate tornassero effettivamente alla terra. L’uomo ha molti difetti, ma dovrebbe diventare un guerriero e un creatore. Deve imparare questo nuovo egoismo, che è quello dell’uomo ricco che sa donare. L’uomo impari ad aiutare se stesso e così potrà anche aiutare gli altri. L’uomo impari ad amare se stesso e così potrà amare anche gli altri.


Si chiude un secondo discorso e si apre il terzo discorso. Zarathustra incomincia a parlare del fatto che se ne andrà via da loro e che loro devono rinnegarlo come maestro. Lo scolaro, sostiene Zarathustra, non può fare per sempre lo scolaro. Zarathustra non vuole fare il maestro, lo si capisce fin da subito. Infatti sostiene che non bisogna credergli e gli invita a pensare che li abbia truffati. Gli rammenta che bisogna saper odiare gli amici come si odiano i nemici. Ricorda che loro devono perderlo e che sarà solo lui un giorno a ritrovarli, dopo che tutti loro lo avranno rinnegato. Zarathustra vuole tornare da loro, ma solo quando saranno pronti sulla via per il loro tramonto, quando saranno pronti a diventare superuomini.

Il testo finisce con queste famose parole: morti sono tutti gli dei, viva ora il superuomo!

Leo Strauss pensa che la maggior parte di questo testo sia semplicemente la parodia del nuovo Testamento. Qui infatti viene celebrato l’egoismo e viene negata ogni forma di guida che possa diventare pastore degli uomini. Con le ultime parole Zarathustra afferma la morte di tutti gli dei, mentre nel prologo sembrava affermare la morte di un solo Dio, forse quello a cui credeva il santo che ha incontrato. Questa rappresenta un'estensione della sua affermazione.

sabato 9 marzo 2019

Della libera morte (Spiegazione/Zarathustra)







Zarathustra comincia il discorso sostenendo che molte persone muoiono troppo tardi e altre troppo presto. Il suo insegnamento consiste nel morire al momento giusto.

I superflui, i predicatori di morte, non vorrebbero nemmeno essere nati e questo è il consiglio che dà Zarathustra ad essi. Ma ognuno avrà il suo momento giusto per morire. C'è chi muore all'improvviso, chi lascia il corpo in pace, chi decide quando morire. Decidere la propria morte, osserva Jung, era un po' la superstizione di Nietzsche. Nel prologo profeticamente si legge che l'anima del funambolo è morta prima del suo corpo. Questo indica la futura follia di Nietzsche. Nietzsche avrebbe voluto determinare il momento della sua morte. Esitono santi e yogi che affermano di essere in grado di farlo, ma Jung ci dice che la morte non la si può decidere, è solo un evento che dobbiamo accettare quando ci capita.




La morte è un evento importante, dovremmo essere capaci di festeggiare questo evento. In molta della nostra cultura la morte è trattata semplicemente come un evento triste. In Irlanda, invece, quando muore qualcuno si va a bere birra. Noi però non siamo abituati a questo. Siamo abituati alla cultura delle lacrime per il defunto, alla religione, alla tristezza del cimitero, ecc.

Zarathustra parla di libera morte. Non parla della morte naturale, potrebbe essere anche un riferimento al suicidio, ma di certo si riferisce alla morte volontaria. Il problema del suicidio non è visto come dagli stoici o dagli epicurei, ossia un modo per togliersi la vita quando non è più possibile vivere secondo saggezza. Zarathustra pensa la morte libera avendo in vista la volontà di servire il superuomo venturo. Come nota Strauss la morte deve essere scelta, ma non per rassegnazione o insoddisfazione nei confronti della vita, ma per la gloria. Chi ha fatto del suicidio e della morte rapida un male o un peccato, questo è un predicatore della morte lenta. Nietzsche penso che qui si riferisca ai cristiani, i quali pensavano che le anime delle persone che si sono suicidate sarebbero andate all'inferno per aver rifiutato un dono di Dio.





Solo chi adempie la propria vita può morire nobilmente, così la morte è una promessa per l'uomo. Meglio è morire in battaglia, osserva Zarathustra. Nietzsche si interessava soprattutto delle civiltà guerriere, dei greci e dei germani. Nietzsche dunque porta con se quegli ideali della società aristocratica nella quale morire per la patria, morire in battaglia è un bene e garantisce alla nostra anima un buon posto nell'al di là.

Qui sembra tornare l'immagine del guerriero presentata nel capitolo sulla guerra e i guerrieri. Zarathustra continua a pensare un superuomo guerriero.

Bisogna, però, imparare a morire. Io muoio perché lo voglio, così parla il superuomo di Zarathustra. Bisogna, afferma Zarathustra, avere una meta ed un erede. La meta e l'erede devono essere il superuomo, poiché nel prologo Zarathustra ci ha detto che il superuomo è il senso della terra.

In alcuni invecchia prima il cuore, in altri la mente. Ognuno ha le sue malattie e diventiamo sempre più marci dentro. Non ha alcun senso tenerci in vita tanto a lungo, meglio una morte più rapida. A che pro vivere in quello stato? Si chiede Zarathustra. Zarathustra invoca i predicatori della morte rapida, contrapponendo questi ai predicatori della morte lenta. Ho già mostrato nel capitolo sui predicatori di morte che qui Nietzsche sta pensando ai cristiani. Critica il cristianesimo per aver preferito la morte lenta e dolorosa a quella rapida. Ma Nietzsche non critica Cristo. Di Cristo, in questo capitolo, Zarathustra afferma che è morto troppo presto, che avrebbe dovuto vivere più a lungo e se lo avesse fatto avrebbe ritrattato la sua dottrina. Cristo non è l'unico ad essere morto presto, molti altri lo sono: Socrate lo è anche. Zarathustra, invece, non essendo morto presto, può ora raccontarci la sua nuova dottrina, dopo il suo risveglio e il mutamento avvenuto nel suo cuore.

Nelle ultime righe Zarathustra afferma che la morte è un ritornare alla terra, non un andare verso il cielo. Lui ha lanciato la sua palla d'oro agli altri. Lo stesso dovrebbero fare gli altri. Per questo motivo Zarathustra rimane sulla terra.

Quando Zarathustra parla di "palla d'oro", a cosa pensa? o meglio a cosa pensa Nietzsche quando scrive "palla d'oro"? Da quel che si intende nel testo di Jung la palla d'oro rimanda al gioco della pelota. Un gioco messicano dei Maya. Il campo rappresenta la terra, mentre la palla d'oro è il sole. Quello che faceva cadere la palla doveva essere sacrificato. Sono giochi che venivano svolti in occasione di riti e si chiudevano sempre con i sacrifici. Troviamo un gioco simile anche in occidente, conosciuto come Le jeu de pelote, praticato nei monasteri sino al tredicesimo secolo. Jung non ha dubbi sul fatto che quella palla d'oro rappresenta il Sole, l'astro al quale Zarathustra nel prologo soleva paragonarsi.

sabato 23 febbraio 2019

Dei figli e del matrimonio (Spiegazione/Zarathustra)






Il capitolo comincia con domande rivolte a chi ha deciso di contrarre un matrimonio e avere figli: sei tu una persona a cui è lecito augurarsi un figlio? Sei tu padrone di te stesso, signore delle tue virtù? O parla piuttosto l'animale?

Si noti che l'attività sessuale è un'attività animale, infatti serve principalmente per la riproduzione della specie. Qui Zarathustra chiede ai giovani che vogliono sposarsi di non essere mossi solo dall'istinto animale, ma di essere persone a cui è lecito augurarsi un figlio.

Zarathustra aveva già trattato del tema della castità in un capitolo passato. In questo caso egli si rivolge a chi non è adatto a quella strada e a chi sceglie di accoppiarsi con una donna. In questo caso Zarathustra chiede a quell'uomo di non sposarsi solo per soddisfare desideri animali, per ragione di costume o per scacciare la solitudine. Egli pretende che il matrimonio sia un mezzo per generare il superuomo venturo. Come spiega Lampert, Zarathustra sta chiedendo alle persone di trasformare il loro sentimento privato in un servizio pubblico. Egli chiede di mettere da parte la propria passione per mettersi al servizio della società del superuomo venturo.

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Per essere all'altezza del matrimonio bisogna prima costruire se stessi e poi costruire sopra di sé. Devi saper creare un primo moto, un creatore. Qui ritorna il termine "aus sich rollendes Rad", ossia la ruota che ruota da sé, già usato nelle tre metamorfosi da Zarathustra, riferendosi al fanciullo. Ma anche nel capitolo sul cammino del creatore Zarathustra chiedeva al suo pubblico se erano capaci a costringere le stelle a ruotare attorno a loro. Zarathustra, dunque, continua a parlare di questo individuo creatore e sostiene che nella formazione del creatore una tappa è il matrimonio. Il matrimonio è infatti, secondo Zarathustra, la volontà di creare in due. Ma il matrimonio di Zarathustra non è quello dei cristiani, un matrimonio contratto in cielo. Il Dio di questi benedice persone che non sono congiunte, provocando le lacrime future di un bambino che ha dei genitori che sono uniti solo da una cerimonia religiosa. Queste coppie sono come il santo e l'oca, per le quali la terra dovrebbe tremare. Il santo e l'oca? Non ho idea che cosa abbia in mente Nietzsche in questo punto. 

Hanno fatto dell'amore delle brevi follie, ma sono solo animali che si scoprono. L'amore, invece, dovrebbe essere una fiaccola per sentieri più alti. Bisogna amare per poter imparare ad amare sopra di sé. Bisogna bere un calice amaro. Il calice amaro dell'amore è rappresenta la sete di creazione e la volontà di diventare superuomo.

Il riferimento al calice sull'amore rimanda a molta letteratura come Tristano e Isotta o al testo Köning von Thule di Goethe.

domenica 9 settembre 2018

Così parlò Zarathustra: Prologo (spiegazione/riassunto)









Zarathustra come il Sole deve tramontare


Zarathustra, rivolgendosi al Sole, dichiara di voler tornare tra gli uomini. Egli, secondo il ciclo del sole, afferma di voler tramontare come gli uomini che discendono. Zarathustra sta su una montagna, lontano dagli uomini, ma vuole tornare tra di loro, da loro che sono quelle persone ai quali il sole risplende.

Zarathustra a trent'anni lascia il paese per andare a vivere sul monte e lì rimane per dieci anni. Nietzsche parla di una trasformazione avvenuta in Zarathustra in quei dieci anni. È come se Zarathustra avesse trovato una verità e adesso vuole portarla agli uomini sotto forma di dono. Gli uomini sono quelle persone a cui il sole risplende ed è per essi che il sole è felice. Nietzsche costruisce un'analogia tra il sole e Zarathustra, allorché afferma che Zarathustra come il sole deve discendere e tramontare. Zarathustra dunque è il sole che discende tra gli uomini, quel sole che, con i suoi raggi, porta la sua dolcezza. Zarathustra si rivolge alle persone a cui il sole risplende, ossia all'uomo, per donare la sua saggezza. La sua saggezza è l'esito di una trasformazione avvenuta nel suo cuore.



Perché Zarathustra? Sulla scelta del personaggio esistono molte congetture. È molto strano, se ci si pensa, che Nietzsche abbia scelto proprio quella persona che credeva nel bene e nel male, il padre di una delle prime religioni non politeiste, ma dualiste, per farne il profeta del superuomo. Zarathustra rappresenta, in un certo senso, l'inizio della morale. Infatti la morale non esiste presso i pagani, i quali credono che le vicende umane sono nelle mani degli dei e questi ultimi ne disegnano i destini. Tuttavia lo Zarathustra di Nietzsche non è più quello Zarathustra dell'Avesta, esso è completamente trasformato. Egli sa che Dio è morto e con la sua morte non vi può essere più bene o male. Lo Zarathustra di Nietzsche non è più il vecchio profeta, egli si è fatto filosofo.

In Ecce homo Nietzsche racconta di ciò che lo ha spinto a scrivere lo Zarathustra. Nietzsche sostiene che il concetto essenziale della sua opera sia l'eterno ritorno. Sostiene di avere avuto questa intuizione nell'agosto del 1881 sul lago di Silvapiana. Nietzsche, inoltre, indica quali sono i luoghi nei quali ha avuto le sue ispirazioni per i suoi tre Zarathustra. Egli riferisce che il primo Zarathustra è stata un'intuizione raggiunta quando passeggiava verso Portofino lungo la baia di santa Margherita in sud Italia. Il secondo Zarathustra pare che sia frutto di un'intuizione che Nietzsche ha avuto un'estate, tornando negli stessi luoghi della sua prima intuizione, mentre il terzo andrebbe attribuito ad un suo soggiorno a Nizza in Francia. Egli si definisce come un uomo che ha avuto una grande ispirazione e ha scritto un'opera nella quale l'ebbrezza del dionisiaco è diventata azione suprema.

In Ecce homo Nietzsche non ci dice nulla sul personaggio dello Zarathustra, tranne che si tratta di un danzatore. Leggendo le lezioni di Jung, invece, possiamo apprendere qualcosa di più su questo personaggio. Per esempio Jung riferisce che Nietzsche avrebbe confidato alla sorella di aver sognato Zarathustra quando era un ragazzo. Altre fonti raccontano che Nietzsche sarebbe entrato in contatto con dei membri di una setta zoroastrista di Lipsia chiamata "Mazdaznan", il cui profeta è un certo El Ha-nisch. Jung non crede che questa versione sia vera, ma ci riferisce che, secondo lui, Nietzsche deve avere necessariamente letto l'Avesta. Questo lo sostiene dopo aver constatato che la simbologia dello zoroastrismo gioca un importante ruolo nel testo di Nietzsche. Inoltre il nome Zarathustra viene dal persiano e Ushtra è una parola che in persiano, guarda caso, significa "cammello". Il cammello, infatti, è un'immagine che ricorre nel testo di Nietzsche.

Nell'interpretare questo primo passaggio del prologo Jung nota alcuni particolari. Il riferimento ai trent'anni è necessariamente un riferimento all'età di Cristo. A quell'età Cristo aveva incominciato a insegnare. Zarathustra, si tenga conto, spesso si confronta con Cristo lungo tutta l'opera, ma si considera migliore di Cristo. Cristo ha incominciato a insegnare a trent'anni e non aveva ancora capito: se solo avesse vissuto più a lungo! Zarathustra incomincia dieci anni dopo i trenta. Inoltre Jung nota un'analogia tra Nietzsche stesso e Zarathustra. Nel primo passaggio, infatti, si menziona un lago e una montagna come luoghi che Zarathustra ha frequentato e nei quali ha subito la sua importante trasformazione. Lo stesso vale per Nietzsche quando sul lago di Silvapiana a 6000 piedi dal livello del mare ha avuto la sua grande intuizione sull'eterno ritorno. Jung identifica il lago con l'inconscio e il sole con la coscienza. Dunque lo Zarathustra che va dagli uomini è il sole che discende, ma è anche coscienza. Un altro interprete dello Zarathustra di Nietzsche, Lampert, sottolinea il modo in cui Zarathustra si rivolge al Sole. Lo Zarathustra di Nietzsche non vede nel sole un dio, come magari avrebbe fatto lo Zarathustra dell'Avesta, ma si appella a lui in qualità di stella o astro celeste. Questo sole viene rappresentato da uno degli animali di Zarathustra, ossia l'aquila. L'altro animale, il serpente, rappresenta l'elemento terrestre. L'aquila come lo spirito e il serpente come gli istinti, suggerisce Jung, ma, notate, questi termini non sono contrapposti, ma vanno assieme come i due animali con Zarathustra. Zarathustra nomina i suoi animali rivolgendosi proprio al sole nella primissima parte del prologo.




Il santo della foresta


Il primo uomo che incontra Zarathustra scendendo dal monte è un santo. Il santo lo riconosce e lo interroga. Gli chiede come mai sia sceso e Zarathustra gli riferisce che è venuto per gli uomini, che lui ama gli uomini. Il santo replica che non c'è nulla da amare degli uomini, che gli uomini sono imperfetti, mentre lui si è diretto nel bosco per amare e lodare Dio. Al che Zarathustra risponde che è venuto per fare un dono agli uomini. Il santo ribatte dicendo che non vi è nulla da donare agli uomini, al di fuori di elemosine. Gli uomini, egli afferma, diffidano di qualsiasi dono e quando sentono un uomo passeggiare per le strade la notte, pensano subito che sia un ladro. Il santo suggerisce a Zarathustra di non andare dagli uomini, ma dagli animali. Zarathustra chiede al santo che sta a fare nella foresta ed egli risponde che canta e loda Dio. Dopo di che Zarathustra e il santo si sono lasciati con un sorriso. Zarathustra deve constatare che il messaggio che intende portare agli uomini, quello del superuomo, non è ancora arrivato a quel santo. Egli non sa nemmeno che Dio è morto.

Zarathustra scende dal monte e incontra un santo. Chi è questo santo? Jung ci spiega che il santo è un anacoreta, egli rappresenta lo spirito del primo cristianesimo, un cristianesimo ancora influenzato dalla cultura pagana. Il santo è quel che rimane del cristianesimo. Mentre il santo si rifugia nel bosco, Zarathustra vuole andare dagli uomini. I due prendono direzioni diverse ed opposte. Il cristianesimo, incarnato da questo santo, è la religione che sta lasciando la terra e Zarathustra arriva proprio in questo momento di confusione per l'umanità. Egli giunge vedendo la morte di Dio come un evento già avvenuto, di cui forse gli uomini, come spiega Nietzsche in  Gaia scienza, non si sono ancora accorti, anche se sono loro gli assassini di Dio. Quell'uomo, tuttavia, dice Jung, è un anacoreta. Questo elemento è evidente per Jung soprattutto per l'allusione da parte del santo agli animali. Il santo, infatti, invita Zarathustra ad essere un orso tra gli orsi o un uccello tra gli uccelli. Era una pratica presso i pagani, riferisce Jung, quella di imitare i versi degli animali. Nei primi cristiani esistono tracce di simili pratiche pagane e il santo riferisce di cantare e lodare Dio nella foresta. Il santo non sa che Dio è morto e continua a lodarlo nella foresta, imitando lui stesso gli animali. Nel testo di Jung in questo passaggio è presente un'osservazione interessante: la morte di Dio è come la morte di Pan. Pan è il dio greco caprino, divenuto nel cristianesimo quasi una figura satanica. In realtà Pan vuol dire "tutto", da qui viene "panteismo", ossia "Dio è in ogni cosa". La morte di Pan è la morte del Tutto. Oltre a questo Jung suggerisce un'altra cosa: quando Nietzsche afferma "crederei solo in un dio che sapesse danzare", il riferimento va a Shiva. Shiva è il dio danzatore. La danza è il simbolo della creazione e della distruzione. Alcuni studiosi credono che Dioniso discende direttamente da Shiva. Questo spiega ancora meglio il collegamento.

Il santo crede ancora in Dio, non conosce il vero messaggio che Zarathustra viene a portare e non sa soprattutto che Dio è morto. Nietzsche ripete spesso questa affermazione: Dio è morto, ma cosa vuol dire? Dio non può morire, infatti esso è eterno. La verità è che Nietzsche sta dicendo che Dio non esiste affatto e che l'uomo lo ha creato a sua immagine. Dio è solo una creazione dell'uomo, un suo bisogno psicologico. Che Dio sia una creazione dell'uomo lo aveva già detto Feuerbach. Egli sapeva che è sufficiente prendere gli attributi dell'uomo ed estenderli all'infinito per avere un'idea di Dio. Dunque è sufficiente estendere all'infinito l'idea dell'intelletto, del cuore, della potenza e così via. Quel che interessa a Nietzsche non è tanto il fatto che Dio sia morto, ma le conseguenze della morte di Dio. Nietzsche non parla d'altro che delle conseguenze della morte di Dio: afferma che i valori sono caduti, che non possono esistere valori eterni; descrive una dimensione al di là del bene e del male; nega ogni forma di assolutezza; afferma l'infondatezza di ogni cosa e la chiama "eterno ritorno".

Leo Strauss, altro interprete dello Zarathustra, non sembra molto convinto dell'idea che "Dio è morto" sia solo una manifestazione di mero ateismo. Egli sostiene che affermare che "Dio è morto" è diverso da affermare che "Dio non esiste". Da questa osservazione egli deduce che la morte di Dio è un fatto storico. Su questo non ci sono dubbi, ma se Dio è esistito, è esistito solo come idea o fede, altrimenti se fosse stato reale, non avrebbe potuto morire. Inoltre Strauss sottolinea l'opposizione dell'amore per Dio all'amore per l'uomo. Il santo si colloca sul primo lato e Zarathustra sul secondo. Filosofi come Feuerbach avevano già usato precedentemente questa tattica, ossia si erano rivoltati all'amore verso Dio a favore dell'amore verso l'uomo.


Come sottolinea Lampert, in realtà, il vero messaggio di Zarathustra ha come oggetto il superuomo, non la morte di Dio. Per questo Zarathustra è stupito nel constatare che quel santo non sa, quel che oramai gli uomini dovrebbero sapere da molto tempo. Una volta che Dio è morto, che senso ha l'esistenza umana sulla terra? Spesso si parla di non senso, infatti l'eterno ritorno non ha un senso visto che rincorre se stesso. Non ha un senso nemmeno la volontà di potenza, la quale non vuole nulla al di fuori di se medesima. Tuttavia Nietzsche, a quanto pare, parla ancora di un senso della terra e lo ritrova nel superuomo. La meta dell'uomo è il superuomo, come si apprenderà dai successivi tre famosi discorsi alla folla di Zarathustra nel prologo. Il santo non conosce questo senso, egli ancora crede in Dio e la sua follia consiste in questo, ma non è meno folle, da questo punto di vista, di uno Zarathustra che ama l'umanità. Mentre il santo rifugge l'umanità cercando la solitudine nel bosco, Zarathustra dalla sua solitudine torna in mezzo agli uomini. Zarathustra torna tra gli uomini per fargli un dono e questo dono, si noti nello scritto, viene paragonato dal santo al fuoco. Zarathustra, dunque, è un nuovo Prometeo per l'uomo, questa volta però, non è la tecnologia il dono.


I tre discorsi di Zarathustra alla folla


Zarathustra raggiunge una città vicino alla foresta. Nella città trova una folla di uomini al mercato che sono in attesa dell'esibizione di un funambolo. In quel momento Zarathustra parla alla folla e rivela il messaggio che ha intenzione di lasciare agli uomini. Egli afferma che è venuto a parlare della venuta del superuomo, che l'uomo ormai è da superare, come l'uomo ha superato la scimmia, anche se molti degli uomini, per certi versi, sono ancora delle scimmie. Per diventare superuomo l'uomo deve abbandonare il suo vecchio modo di pensare. Non crederà più in regni dei cieli, non crederà più in Dio e non vedrà altro sacrilegio che quello esercitato alla e sulla terra. L'anima non vorrà più evadere dal corpo e renderlo schiavo. L'uomo imparerà a disprezzare una certa morale, una certa felicità e così via. Questo è il primo discorso di Zarathustra alla folla. Finito il discorso, una persona dalla folla, che non ha capito cosa volesse dire Zarathustra, chiede che il funambolo la smetta di parlare e si metta all'opera. In quel momento tutti scoppiano a ridere. Quell'uomo dà del funambolo a Zarathustra, ma l'altro funambolo recepisce il messaggio come fosse rivolto a lui e quindi comincia a mettersi all'opera per l'esibizione.

Vediamo ora Zarathustra che ha raggiunto quegli uomini a cui intendeva donare la sua verità. Questi uomini sono gli uomini della folla. La folla si è radunata in quel luogo, non per sentire Zarathustra, il quale gli sembra un folle che grida. La folla si è radunata per vedere lo spettacolo del funambolo. Il funambolo deve camminare su una corda tesa tra due torri. Chi è questo funambolo? Jung spiega che in questo passaggio è presente un gioco complesso di identificazioni. Nietzsche si identifica con lo Zarathustra, ma anche con il funambolo. Lo stesso Zarathustra si identifica con il funambolo. Zarathustra è come il funambolo, ossia un uomo da circo, almeno per quel che devono averne pensato gli uomini della folla dopo aver sentito il suo primo discorso. In tedesco funambolo si dice "Seiltänzer", letteralmente: il ballerino sulla corda. "Der Tänzer" è il ballerino. Come si vede ritorna la figura della danza. Il tema centrale del discorso di Zarathustra è quello del superuomo. In queste parole sul superuomo troviamo la famosa affermazione: "rimani fedele alla terra". La terra per Nietzsche è tante cose, è molto più dell'elemento o del pianeta, è anche soprattutto il corpo e la materia. Solo attraverso il corpo, nota Jung, possiamo avere un'esistenza individuale. Con lo spirito l'uomo perde ogni individuazione. Nietzsche dunque afferma: rimani fedele alla tua individualità. Ovviamente la nostra esistenza, in quanto esseri col corpo è limitata nello spazio e nel tempo. Essa è dunque limitata nelle sue possibilità. Non accade lo stesso con lo spirito. Tuttavia Nietzsche sostiene che bisogna rimanere fedeli a quelle possibilità limitate, quelle possiblità che abbiamo in questa esistenza terrena. Il messaggio di Zarathustra è di amore verso la terra. Una terra che l'uomo, da quando ha seguito la religione, ha incominciato a negare e a odiare. L'uomo ha desiderato più volte di fuggire questo corpo, questa vita e questo mondo. Un uomo di questo tipo deve essere stanco di vivere e non ama la vita. Chi ama la vita rimane fedele alla terra, questo è il messaggio di Zarathustra.



Zarathustra riprende a parlare esponendo il suo messaggio. Egli afferma che l'uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo. L'uomo non è qualcosa, la sua essenza è un divenire. Con questa spiegazione Zarathustra chiarisce quale uomo lui apprezza e l'uomo che lui apprezza è l'uomo che dispiega la strada per la venuta del superuomo. Si tratta di quell'uomo che avverte la necessità del superamento dell'uomo stesso e del voler andare oltre l'umano, perciò egli si comprende come un divenire, come qualcuno che non è fatto, ma deve farsi e sa che questo processo è continuo. Anche qui, nessuno ascolta nuovamente Zarathustra. Questo è il secondo discorso di Zarathustra. A questo punto Zarathustra ammette che questo discorso non è fatto per questi uomini, visto che non hanno che da riderne.

"L'uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo", questa è una famosa affermazione di Nietzsche. Zarathustra ha proprio un cavo teso davanti a lui, o meglio una corda. È la corda che dovrà essere attraversata dal funambolo. Questo funambolo cammina sulla corda tra due torri. Questa analogia non può essere un caso, anche se è in parte sfuggita a diversi interpreti. Il funambolo è come l'uomo sul cavo teso. In questo discorso Zarathustra riprende l'immagine del tramonto o del crepuscolo. In questo caso non parla di sé, ma parla dell'uomo, dell'uomo che deve tramontare per fare posto al superuomo.


Il discorso di Zarathustra verte tutto sulla figura del superuomo. In cosa consiste il superuomo? Spesso questa figura viene intesa come quel qualcosa che viene dopo l'uomo, come l'evoluzione ventura dell'uomo. Di fatto Nietzsche definisce il superuomo come una meta per l'uomo e come il senso della terra. Tuttavia, non credo che Nietzsche intendesse dire che il superuomo è uno stadio da raggiungere, raggiunto il quale l'uomo termina la sua evoluzione. Il superuomo è l'atteggiamento dell'essere umano che diventa padrone di sé, che crea sopra di sé i suoi valori e che persiste nell'evoluzione e nella trasformazione. In realtà non penso proprio che finiremo di evolverci. Piuttosto il superuomo è quell'uomo che vuole superare sempre se stesso. Nietzsche afferma dell'uomo che è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, ma questo vuol dire solo che l'uomo è divenire. L'uomo non è mai stato altro che questo superamento della scimmia verso un progetto più grande. Di che evoluzione si tratta? Oggi c'è chi pensa che Nietzsche avesse in mente una evoluzione di tipo spirituale, ma di questo non ci sono prove e l'unica cosa che si sa davvero è che Nietzsche era un materialista. Alcuni pensano, infatti, che Nietzsche avesse pensato l'evoluzione dell'uomo in termini darwiniani, ma questa evoluzione verso il superuomo riguarda cose come la volontà di potenza, la capacità di sopportare il dolore, la pienezza della vita. Tutti questi elementi sembrano aver ben poco di materiale e di biologico. Il superuomo, infatti, è quell'individuo che ha rotto con le promesse in cielo e ha legato il suo destino alla terra.

Nonostante la derisione, Zarathustra continua a parlare, ma cambia completamente discorso: egli comincia a parlare dell'ultimo uomo. L'ultimo uomo è uno spregevole per Zarathustra, un uomo che non conosce la creazione, che non cerca al di là di sé, che non ha il superuomo come meta e non sa cosa sia l'amore. Quest'uomo è l'uomo della folla, l'uomo di massa uguale a tutti gli altri. Ma la massa è una somma di zeri. Chi non è come gli uomini della massa è preso dalla massa stessa come un folle. Questo è il terzo discorso di Zarathustra alla folla. Quando Zarathustra conclude il suo discorso, infatti, appare come un pazzo di fronte alla folla. La folla non accetta il discorso di Zarathustra e si identifica piuttosto con questo ultimo uomo. Con scherno la folla grida: dateci l'ultimo uomo e vi daremo il vostro superuomo!

"Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante", un'altra frase molto famosa di Nietzsche, la quale appartiene a questo discorso. L'ultimo uomo è quell'uomo che non ha un caos dentro di sé e dunque non può generare stelle danzanti. L'ultimo uomo non è capace della creazione di cui è capace il superuomo. L'ultimo uomo è l'uomo della massa.


I primi due discorsi hanno come oggetto il superuomo e la sua venuta, mentre il terzo concerne l'ultimo uomo. Zarathustra nel primo discorso chiede alla folla che cosa sta facendo in vista della venuta del superuomo, se sono pronti per questo mutamento. Le risate che ottiene di risposta delucidano abbastanza l'attuale stato dell'umanità rispetto a quel tema. Nel secondo discorso Zarathustra spiega l'evoluzione dell'uomo dalla bestia al superuomo. Come nota Lampert, in questo passaggio viene introdotto un concetto di tempo che è completamente lineare, tempo che sembra in contrasto con il concetto circolare della temporalità, il quale sarà presentato più avanti nel testo e che è conosciuto con il nome di "eterno ritorno". Gilles Deleuze ha risolto questo problema, ossia il conflitto tra il concetto di superuomo che sembra rappresentare un progresso per l'uomo stesso e il concetto di eterno ritorno, il quale non contempla progressi, affermando semplicemente che il superuomo è puro divenire, ossia un divenire-superuomo dell'uomo, ma questo divenire è rappresentato dall'eterno ritorno stesso. Questa posizione è più o meno condivisibile, io penso che Deleuze abbiamo tentato di far quadrare tutto laddove le cose non quadrano affatto.

Esistono due traduzioni del termine "Übermensch": superuomo e oltreuomo. Il termine "über" consente entrambe le traduzioni. Del resto "über" in tedesco ha principalmente due significati: qualcosa che sta sopra e non può essere toccato; qualcosa che è dall'altra parte rispetto a qualcos'altro. Nella prima accezione si può usare il termine "über" per dire che le stelle stanno sopra di noi (Die Sterne sind über uns). Nella seconda accezione questo termine è usato per dire, ad esempio, che un albero si trova al di là del fiume (Ein Baum befindet sich über dem Fluss). Leo Strauss preferisce la traduzione "superuomo" perché sostiene che Nietzsche, con il termine tedesco, intendeva un uomo superumano. L'amore per l'uomo di Zarathustra, sostiene Strauss, è in realtà un'amore per il superuomo: l'uomo venturo.

Veniamo all'ultimo di questi discorsi: il discorso sull'ultimo uomo. L'ultimo uomo è un uomo che viene dopo la morte di Dio, allo stesso modo del superuomo. Zarathustra, quando vede la folla farsi beffe di lui, incomincia a parlare dell'ultimo uomo. L'ultimo uomo è l'uomo più decadente. Rispetto al superuomo, il quale rappresenta un progresso, l'ultimo uomo è un regresso. Lampert descrive l'ultimo uomo come un uomo ben nutrito, ben accasato e ben medicato. L'ultimo uomo è l'uomo dell'era tecnologica, l'uomo che Nietzsche definirà come "buono e giusto", un uomo che si è conformato alle norme date in una società e che considera chiunque le metta in discussione un semplice distruttore o un criminale.

Finalmente il funambolo si mette all'opera e corre lungo la fune tesa tra le due torri fermandosi a metà. Dall'altra torre sbuca un pagliaccio e questo pagliaccio lo sfida dicendo di essere più bravo di lui. Quando il pagliaccio si avvicina a lui, fa un balzo in aria saltandolo. In quel momento il funambolo perde l'equilibrio e cade per terra. La folla corre via come l'acqua del mare, mentre Zarathustra si appresta a soccorrere il funambolo che sta per morire e al quale promette la sepoltura.



Si tratta di una scena famosa. È la scena in cui Zarathustra parla con il funambolo. Il funambolo sostiene che di li a poco il diavolo lo porterà all'inferno. Zarathustra risponde dicendo che non sarà così, perché non esiste il diavolo e la sua anima sarà morta prima del suo corpo. Questa frase, in realtà, rivela Jung, deve essere una premonizione di Nietzsche. Un messaggio dell'inconscio che rivela il futuro di Nietzsche stesso. Nietzsche diventerà pazzo, dunque la sua anima sarà morta ancora prima del suo corpo. Queste magnifiche parole, come si vede bene nel testo di Jung, rappresentano quasi una consolazione. I cristiani avrebbero detto al morente che sarebbe andato in paradiso, che quindi la sua anima è immortale e non ha nulla da temere. Zarathustra, il senza dio, riferisce al funambolo che la sua anima morirà prima del suo corpo, dunque non deve temere alcun dolore dalla morte e tanto meno l'inferno. Un altro elemento interessante di questo passaggio è chiaramente la figura del pagliaccio. Il pagliaccio salta sopra il funambolo e lo fa cadere. Chi è questo pagliaccio? È interessante vedere come il funambolo parta da una torre, cammina sulla corda e si muove verso il lato opposto, ma dal lato opposto arriva il pagliaccio. Nella metafora del cavo teso il pagliaccio sembra venire dal lato del superuomo. Il pagliaccio simbolicamente sorpassa l'uomo e lo fa cadere dalla corda. Jung presenta questo pagliaccio come un'ombra dai poteri divini, poteri di vita e di morte. Il funambolo segna la condizione umana, della quale Nietzsche scrive: "Sinistra è l'esistenza umana e ancor sempre priva di senso: un pagliaccio può esserle fatale".


I due animali: l'aquila e il serpente


Zarathustra fa un conto di ciò ha fatto durante la giornata e arriva alla conclusione di non aver combinato molto, visto che nessuno lo ha ascoltato e ora si trova solo con un cadavere. Zarathustra dunque intende che la sua strada non sarà facile e i suoi sentieri oscuri. Ora che il mercato è finito e la folla dispersa, la notte cala e Zarathustra incomincia il suo viaggio con il suo cadavere da seppellire.

Il pagliaccio avverte Zarathustra di non tornare mai più nella città. Questa volta, egli dice, sono stati leggeri con te: hanno solo riso, la prossima volta toccherà a te morire! Zarathustra non bada a questo, così come non bada a quei becchini che lo deridono lungo il suo cammino. Il discorso del pagliaccio conferma il fatto che la folla lo ha preso per un pazzo e l'incontro con i becchini conferma quel che aveva detto il santo, in quanto i becchini scambieranno Zarathustra per un ladro che cammina di notte. Ad un certo punto Zarathustra sente fame e vuole fermarsi a mangiare. Qui incontra un vecchio che gli offre da bere e da mangiare: un altro eremita. Successivamente Zarathustra prosegue il viaggio passando per il bosco, ma laddove non vede più alcuna strada, egli non va oltre e si addormenta.

Jung nota subito questo passaggio sulla fame. Zarathustra afferma di non aver sentito fame tutto il giorno, ma ora sente la necessità di mangiare. Questo riferimento alla fame e al cibo si collega con quel che i becchini hanno riferito a Zarathustra: egli vuole togliere il boccone al diavolo. Non appena Zarathustra sente la fame, ecco che trova questa dimora dell'eremita. L'eremita qui rimanda al santo della seconda sezione del prologo. Tuttavia, chiaramente, nella storia non sono la stessa persona. Anche questo eremita è un cristiano e anacoreta. L'eremita offre pane e vino, non solo a Zarathustra, ma anche al cadavere, nonostante gli venga fatto notare che è morto. Il pane e il vino, come afferma Jung, sono simboli della comunione, dunque dei simboli cristiani. Prima di addormentarsi Zarathustra riporrà il corpo del cadavere del funambolo nella cavità di un albero. Qui Jung vede l'albero come simbolo della morte e della rinascita. Chiaramente l'albero rimanda all'albero della vita o lo Yggdrasil della mitologia nordica. Il portare il cadavere da parte di Zarathustra viene paragonato da Jung anche all'immagine di Gesù che porta la croce.

Quando Zarathustra si sveglierà penserà all'idea di trovare dei nuovi compagni. Lasciare quel cadavere nell'albero e cercare uomini veri e vivi. Ma Zarathustra non vuole diventare un pastore e tanto meno un cane per il gregge, non vuole essere la guida, ma vuole insegnare agli uomini a seguire se stessi e apprezzare la solitudine. Secondo Jung questo è il vero messaggio di Gesù, messaggio che compare solo nei vangeli apocrifi ed è stato inteso diversamente dalla Chiesa. Zarathustra ha chiara l'idea che lui non viene ben visto dall'uomo perché è colui che intende spezzare le tavole dei valori. Un persona di questo tipo è vista dall'uomo come un distruttore e un essere malvagio, quando in realtà esso consiste in un creatore di nuovi valori. 

 

Nell'ultima parte del prologo, la decima sezione, Zarathustra sente un stridio e così appaiono davanti a lui i suoi due animali: l'aquila e il serpente. Questi saranno gli animali che accompagneranno Zarathustra nel suo cammino. Ora Zarathustra comprende quel che gli aveva detto il santo sugli animali. I due animali di Zarathustra sono l'aquila e il serpente. L'aquila è Ormuzd, ossia Ahura Mazda, mentre il serpente è Angra Maniuu o Arimane. L'immagine dei due animali descritta da Nietzsche è molto strana: il serpente sta sulla schiena dell'aquila. Qui, nota Jung, Nietzsche rompe con l'immagine tradizionale dell'aquila che tiene il serpente tra gli artigli. Quest'immagine rappresentava la vittoria dello spirito sulla materia. L'immagine di Nietzsche, invece, rappresenta l'armonia tra lo spirito e il corpo.

Così parlò Zarathustra

mercoledì 30 luglio 2014

Del morso della vipera (Spiegazione/Zarathustra)






Zarathustra si addormenta sotto un fico, perché fa caldo. Una vipera (die Natte) sopraggiunge e gli morde la gola. Con il morso la vipera sveglia Zarathustra, il quale grida dal dolore. Ma quando la vipera si accorge di aver morso Zarathustra è imbarazzata e vorrebbe scappare. Zarathustra richiama la vipera dicendo di volerla ringraziare che lo ha svegliato, visto che il suo cammino è ancora lungo. La vipera gli risponde dicendogli che il veleno che gli ha iniettato con il morso è certamente mortale, dunque non vivrà a lungo. Zarathustra obbietta che nessun drago è mai morto per il veleno di una vipera e che lei non è abbastanza ricca per donargli quel veleno, dunque farebbe meglio a riprenderselo. E così la vipera gli lecca effettivamente la ferita.

Scopriamo successivamente che Zarathustra, oltre a non essere morto, in realtà stava solo raccontando una storia ai suoi discepoli (die Jüngern). I discepoli gli chiedono quale sia la morale della sua storia e Zarathustra risponde che non c'è alcuna morale nella storia. Qui Zarathustra gioca con la parola morale. Zarathustra è considerato malvagio e immorale perché mette in discussione i valori della società, dunque è un distruttore della morale. Tuttavia questo non significa che la storia non abbia un significato e il significato è questo: se qualcuno vi fa del male, non ricambiatelo con del bene, poiché questo sarebbe causa di vergogna, ma dimostrategli che vi ha fatto del bene. La vipera fa del male ha Zarathustra, ma quando scopre che si tratta di Zarathustra comincia a vergognarsi. Allora Zarathustra afferma di volerla ringraziare per il dono, ma le dice di non essere lei abbastanza ricca per farle quel dono. Lampert qui nota giustamente che Zarathustra avrebbe potuto vendicarsi con la vipera, ma non lo ha fatto. Zarathustra non cerca la vendetta, ricambia mostrando alla vipera che non è riuscita nel suo intento e che, anzi, gli ha fatto solo del bene.
Vediamo un po' meglio la simbolo della parabola di Zarathustra. Poiché, in effetti, si tratta di una parabola ed è la prima che racconta Zarathustra, ma non sarà l'ultima. Jung ci dice molte cose interessanti sul significato di questo racconto. Per prima cosa Jung nota che in questo racconto si parla di un serpente. Drago in greco si dice "drakon", ma questa parola significa anche serpente. Dunque quando Zarathustra definisce se stesso come un drago, sta semplicemente dicendo al serpente: "io sono un serpente come te, per questo non puoi avvelenarmi". In tedesco, nota Jung, drago, oltre a "Drache", si può anche dire "Lindwurm", dove "Wurm" è il verme. Interessante è anche il riferimento all'albero del fico. Questo ricorda in primo luogo l'episodio dei Vangeli quando Gesù maledice il fico:

«La mattina dopo tornando in città ebbe fame (Gesù). E visto un fico lungo la strada, gli si avvicinò, ma non trovandovi altro che foglie, disse: "Da te non nasca mai più frutto in eterno!". E subito il fico si seccò. I discepoli nel veder questo, rimasero stupiti ed esclamarono: "Come mai questo fico si è seccato all'istante?". Gesù rispose dicendo loro: "In verità vi dico: se avrete fede e non esiterete, farete non solo come è stato fatto a questo fico, ma quand'anche diciate a questo monte: "Levati di là e gettati in mare", sarà fatto. Tutto ciò che chiederete con fede nella preghiera, l'otterrete".» (Matteo 21, 18-32 )

Potrebbe anche essere, quello del fico, un riferimento all'episodio della Genesi, di Adamo ed Eva, quando si coprono con le foglie di fico. Se così fosse, allora il serpente sarebbe il serpente dell'albero del bene e del male, ma in questo capitolo non c'è morale, dunque il senso cambia completamente. Il serpente non tenta nessuno qui, ma morde Zarathustra al collo. Il morso è un morso per paura. Tuttavia essendo un morso alla gola va ad attaccare la voce, il logos. Uno degli uditori di Jung riferisce che Nietzsche aveva tenuto una lunga discussione per cinque mesi con Lou Salome.

Al male si ricambia con il male. Se vi maledicono, voi maledite. Quando subite un torto, fatene altri piccoli cinque. Meglio una piccola vendetta che nessuna vendetta, è più umano! Così suona il messaggio di Zarathustra rispetto al suo racconto. Questo messaggio, nota Lampert, è il rovescio di quello del Vangelo: porgi l'altra guancia, ricambia sempre il male con il bene. Spiega Lampert: invece di rispondere con il bene al male, per disarmare il nemico, Zarathustra arma il nemico mirando proprio all'inimicizia.

Se Zarathustra è il serpente, come quello della Bibbia, egli dice di fare il male esattamente come quel serpente. Quello di Zarathustra, asserisce uno degli uditori di Jung, è il rovescio del sermone della montagna di Cristo, quando Gesù afferma: beati i poveri.



La punizione deve onorare il prevaricatore, altrimenti non è buon modo di punire. E poi si legge:

«È più nobile darsi torto che farsi dare ragione, specie quando si ha ragione. Solo, bisogna essere abbastanza ricchi per far ciò.» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.72)

Cosa vuol dire questo "essere ricchi"? È chiaro che non parla di denaro. Molto probabilmente ha in mente la pienezza dell'uomo pieno di gioia e di potenza. Il creatore è ricco, appunto perché è fecondo. Il creatore ha molto da donare, per questo è ricco. Ma essere ricchi qui è solamente uno stato interiore, non uno stato economico-sociale. Un uomo povero, povero dentro, non ha nulla da donare.

Zarathustra successivamente critica il modo di fare giustizia di questa società affermando:

«La vostra fredda giustizia non mi piace: e dall'occhio dei vostri giudici io vedo sempre sbirciare il boia con la sua fredda mannaia. Dite, dove si trova la giustizia, che sia amore veggente? Inventate, dunque, la giustizia che tutti assolve tranne coloro che giudicano!» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.72)

Non è la prima volta che Zarathustra critica la giustizia perché troppo fredda con il colpevole. Lo aveva già fatto nel capitolo sul pallido delinquente, dove si legge:

«La vostra uccisione, giudici, ha da essere compassione e non vendetta. Badate, nell'uccidere, di giustificare la vita!» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.35)

Zarathustra cerca una vera giustizia, una giustizia distributiva: dare a ciascuno il suo. Per fare questo Zarathustra suggerisce di dare a ciascuno il proprio, così come Zarathustra ha fatto quando voleva ringraziare la vipera per il suo dono.

Nell'ultima parte del capitolo Zarathustra parla degli eremiti. Li descrive come persone pericolose dall'anima profonda. Gettare un sasso nell'anima dell'eremita è come gettare un sasso in un pozzo: chi lo recupera più? Non bisogna offendere l'eremita, altrimenti bisognerebbe ucciderlo pure.

Insultare l'eremita? Zarathustra ha incontrato almeno due eremiti nel suo cammino. Entrambi questi incontri sono descritti nel Prologo. Zarathustra incontra il primo eremita nel bosco intento a lodare Dio. Zarathustra gli spiega la sua missione e l'eremita lo mette in guardia dall'andare dagli uomini, consigliandogli di stare con gli animali. Zarathustra si accorgerà quanto sarà difficile portare il suo messaggio agli uomini, ma troverà due grandi animali come l'aquila e il serpente. Il secondo eremita lo incontra quando lascia la città dove tenne i suoi discorsi. Avendo sentito fame, ha trovato ristoro presso questo eremita.

mercoledì 16 luglio 2014

Delle femmine vecchie e giovani (Spiegazione/Zarathustra)







In questo capitolo Zarathustra torna a parlare con qualcuno, non più semplicemente ai suoi seguaci o agli aspiranti creatori. Ora Zarathustra discute con una donna anziana. Questa signora gli chiede infatti di parlargli delle donne. Zarathustra gli risponde che delle donne si parla solo agli uomini. Tuttavia lei insiste, sostenendo che dimenticherà in fretta tutto.

Normalmente l'insegnamento alle donne passa dalle donne vecchie a quelle giovani. Qui la vecchia donna apprende una verità dalla bocca di Zarathustra. Se Zarathustra avesse parlato ad una donna giovane, osserva Jung, avrebbe forse detto delle stupidaggini. Siccome parla ad una donna vecchia, che ha esperienza, le cose stanno diversamente.




Zarathustra è per le sue strade verso il crepuscolo e porta con sé una piccola verità che strilla. Egli incomincia a raccontare questa verità sulle donne alla vecchia. Un uomo, sostiene Zarathustra, è per la donna un mezzo per fare figli. Per l'uomo, invece, la donna è un giocattolo pericoloso. L'uomo, dice Zarathustra, va educato alla guerra. La donna, invece, deve servire il guerriero.

È probabile che dietro questa immagine della donna che serve il guerriero sta l'immagine nordica della valchiria che versa l'idromele al guerriero di Odino.

Zarathustra sostiene che la donna è un enigma, infatti gli uomini spesso non capiscono nulla delle donne. È strano, a pensarci, sentirsi dire delle verità sulle donne da parte di un uomo: Nietzsche, il quale aveva certo pochi contatti con le donne. Ma Zarathustra sulle donne dice qualcosa di molto banale e vero: " le donne vogliono bambini". Jung sostiene che questo vale per la maggior parte delle donne, perciò, sostenendo questo, certamente Nietzsche non dice nulla di ridicolo sulle donne. Secondo la dottrina di Jung ogni uomo ha una parte femminile, mentre le donne ne hanno una maschile. Il problema, secondo Jung, è che gli uomini dovrebbero capire la loro parte femminile interna.

Nell'immagine di Zarathustra i ruoli dell'uomo e della donna sono complementari. L'uomo segue la via del guerriero e dell'onore. La donna segue la strada dell'amore. Una strada che, secondo Lampert, si può mettere in parallelo rispetto all'insegnamento di Peleo ad Achille, insegnamento che per le donne diventa: supera sempre te stessa nell'amore e non essere mai seconda. L'unica cosa che odia davvero una donna è la debolezza di volontà nell'uomo.

La donna deve scoprire il bambino nell'uomo, poiché l'uomo è solo un bambino che vuole giocare. Usando l'uomo come mezzo, la donna deve aspirare a partorire il superuomo. La volontà di potenza della donna, dunque, stando a Zarathustra si rivolge alla volontà dell'uomo, mentre solo l'uomo ha una propria volontà. Questo è interessante perché in realtà "Übermensch" è composto dalla parola "Mensch" più la preposizione, ma "Mensch" è l'uomo in generale, che sia donna o maschio. "Mann", al contrario, indica isolatamente l'uomo maschio. Tuttavia qui è chiaro che Zarathustra afferma che gli unici creatori sono gli uomini, la donna può solo partorire il superuomo. Dunque Nietzsche propende per una visione in cui l'uomo ha un ruolo dominante. Questo lo si vede nella logica della complementarietà tra uomo e donna: l'uomo è l'elemento attivo, la donna quello passivo. Nonostante questo, la donna, anche come elemento passivo, ama essere vinta dall'uomo e non si lascia mai semplicemente sedurre.

Dopo aver sentito il discorso la vecchia parla a Zarathustra dicendogli che ha detto cose carine e che anche lei vuole dargli una verità. La sua verità suona in questo modo: vai dalle donne? Non dimenticare la frusta.


mercoledì 18 giugno 2014

Del cammino del creatore (Spiegazione/Zarathustra)






Nelle prime righe del testo apprendiamo che il cammino del creatore è un cammino alla ricerca di se stessi e un cammino nella solitudine. L'uomo che cerca la solitudine si distacca dal gregge a cui prima era legato. Ora non ha più una giuda e deve guidarsi da solo, ma allora rischierà di perdersi. Non è semplice camminare solitari per quella strada che conduce verso se stessi. Bisogna averne forza e diritto, bisogna essere capaci di essere un moto primo, di essere una ruota che corre da sé o di costringere le stelle a ruotarci attorno.

"Aus sich rollendes Rad" è un'espressione che Nietzsche aveva già usato nel capitolo sulle tre metamorfosi. In quell'occasione si riferiva al fanciullo. Quella figura capace di creare da sé le cose. Jung paragona questo ruotare su se stessi al moto del Sole. Zarathustra spesso si paragona al Sole. Lo fa ad esempio all'inizio del Prologo.




Lampert nota che queste righe rimandano al capitolo dell'albero sul monte, dove Zarathustra trova un giovane ragazzo, solitario, il quale sta intraprendendo la strada verso l'elevazione. Zarathustra qui fa un esame delle persone che aspirano a diventare creatori e li mette in guardia riguardo ai pericoli che incontreranno lungo il loro cammino.

L'uomo solitario si muove contro lo spirito del gregge. Il gregge insegna che se non ami il tuo prossimo, se non sei altruista, ma preferisci stare con il tuo ego, allora se in errore. L'uomo solitario è un malato per la società, non è a posto. Quando questo uomo solitario commette il peccato della solitudine nei confronti della coscienza collettiva, o saprà uccidere i suoi sentimenti di angoscia, oppure non sarà in grado di andare avanti e, come sostiene Jung, è meglio che se stia a casa.

Un uomo solo che cerca se stesso deve essere un uomo libero. Molti si considerano liberi perché si sono liberati da qualcosa. Ma non è ciò da cui ti sei liberato che conta per Zarathustra. Conta invece per cosa ti sei liberato, ossia lo scopo. Bisogna essere capaci di potersi dare la propria legge, perché ogni valore è creato e la creazione è lo scopo del creatore. Esistono molte lingue del bene e del male, lo aveva già sostenuto Zarathustra nei Mille e uno scopo. Queste lingue del bene e del male sono diverse a seconda del popolo, ma la nascita di queste lingue dipende da individui creatori che hanno posto queste tavole sopra questi popoli.

Secondo Strauss il discorso di Zarathustra contrappone l'essere liberi da all'essere liberi per, costruendo un discorso critico nei confronti del liberismo.



In questo cammino del creatore si incontrano non pochi rischi e problemi. All'inizio è bella la libertà dal gregge, l'indipendenza, ma presto ci si sente soli. Nella più totale solitudine si arriva alla disperazione nichilista: nulla esiste! tutto è falso! tutto è vano!

Un uomo così, non di meno si eleva. Ma un uomo elevato è invidiato e assieme disprezzato dagli elementi del gregge. Tanto più si sale in alto, tanto più si diventa piccoli agli occhi degli invidiosi e Zarathustra sa bene quanto sono invidiati quelli che volano. Il cammino del creatore consiste nel diventare stella che riluce per gli altri. Il creatore è appunto l'individuo superiore. Questi individui superiori sono visti come dei criminali dagli uomini del gregge, in quanto spesso vengono per distruggere la legge vigente e sostituirla con altro. Qui Zarathustra parla di personaggi crocifissi e di gente mandata al rogo. Il crocifisso è chiaramente Cristo, mentre sul rogo vengono in mente molti personaggi storici tra cui Giovanna D'Arco e Giordano Bruno.

L'innovatore è sempre stato un criminale per la società. Se vuoi aspirate a diventarlo, se volete cambiare le cose in questo mondo, sappiate che incontrerete infiniti ostacoli e la vita sarà molto dura. Molti innovatori hanno vissuto una vita da disgraziati. Pensate a Tesla, Marx o a Modigliani. Filosofia, scienza, arte, non importa in cosa vuoi innovare. È il rogo che l'umanità ha sempre destinato agli innovatori. È pericoloso per il gregge il cambiamento. Andare contro le leggi attuali per sostituirle con nuove vuol dire essere criminali agli occhi del gregge.

L'uomo creatore deve diffidare delle persone che gli stanno attorno e porgergli la zampa, per mostrare gli artigli. Molti nemici ha l'uomo creatore, ma il primo nemico viene da dentro. Jung aveva detto questo a proposito del capitolo sulla guerra e i guerrieri: il nostro nemico è sempre interno, quello è il nostro personale nemico.

Anche qui Zarathustra sottolinea l'importanza dell'amore del prossimo, fatto già constatato nel capitolo sull'amore del prossimo. Amare se stessi vuol dire volere il proprio destino e la propria vita. Amare se stessi: amare il Sé. Il cammino del creatore è un cammino verso se stessi perché è un divenire se stessi. Zarathustra ha già spiegato la differenza tra il Sé e l'ego nel capitolo sui dispregiatori del corpo.

Notate questa frase:

«Tu devi voler bruciare te stesso nella tua stessa fiamma: come potresti volere rinnovarti, senza prima essere diventato cenere!» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.67)

Non è la prima volta che Zarathustra usa queste metafore della cenere e della fiamma. Nel capitolo su coloro che abitano un mondo dietro al mondo si legge:

«Ma che accadde, fratelli? Io superai me stesso, il sofferente, io portai la mia cenere sul monte, una fiamma più chiara inventai io per me. Ed ecco! Lo spettro si dileguò ai miei occhi!» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.27)

Secondo Jung il passaggio sulla fiamma del capitolo sul cammino del creatore si riferisce al nostro diavolo interiore, il nostro nemico interno, con il quale dobbiamo combattere fino alla morte, riducendolo in cenere. La fiamma è sempre quella del superuomo, ma il superuomo è l'uomo creatore. Ma per rinnovare la fiamma bisogna prima diventare cenere, per questo:

«Va' con le mie lacrime nella tua solitudine, fratello. Io amo colui che vuole creare sopra di sé e così perisce.» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.67)