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sabato 21 aprile 2018

Deleuze: la ragione intuitiva VIII


 






Nei testi precedenti ho parlato di razionalità. Fino a questo momento ho presentato dei modelli di razionalità che più o meno rientrano nello schema di Kant. Ho designato la ragione strumentale come lo stadio più primitivo della razionalità. Per ragione strumentale intendo quella ragione che si interroga sulla razionalità dei mezzi soli e non dei fini. A partire dalla ragione strumentale i modelli di razionalità si fanno più complessi ed evoluti. Ci sono modelli di ragione in un cui il fine non è più un mezzo per qualcos'altro (es. ragione pratica pura di Kant), modelli in cui la ragione prima di capire quali sono i mezzi più razionali, si chiede se i fini siano razionali o meno (es. ragione oggettiva di Horkheimer), ci sono modelli in cui la ragione non riguarda giudizi a posteriori come la ragione strumentale, ma giudizi a priori (es. ragion teoretica pura di Kant) e altro ancora. Qualcosa, tuttavia, sfugge al modello di Kant e non vi può essere compreso: l'intuizione. Kant intende per intuizione il singolo dato sensibile e quando si chiede se siano possibili delle intuizioni per l'intelletto, egli afferma che è impossibile. Esiste un altro senso della parola "intuizione", che è il senso che noi attribuiamo normalmente a questa parola: avere un'idea brillate. Spesso pensiamo che l'intelligenza sia una questione di ragionamento e con questo spesso intendiamo un calcolo logico deduttivo. Tuttavia esiste un altro tipo di intelligenza: un'intelligenza intuitiva. Senza questo tipo di intelligenza non sarebbe possibile nemmeno quel calcolo logico deduttivo, in quanto l'intuizione sta alla base della congiunzione e della connessione di idee. La mia intenzione è di presentare un altro modello di razionalità basato sull'intuizione. Questo modello è stato pensato principalmente da due filosofi: Henri Bergson e Gilles Deleuze. Deleuze stesso interpreta il metodo di Bergson come metodo che segue l'intuizione.

Esistono due modelli classici sull'intuizione: la teoria razionalista dell'intuizione e la teoria empirista dell'intuizione. Quella che chiamo teoria razionalista dell'intuizione sostiene che possiamo avere un'idea nuova semplicemente sommando due o più idee della nostra mente. Supponiamo che le menti funzionino come degli insiemi. Data la mente A al tempo t1 come insieme che contiene gli elementi (idee) A e B, è sufficiente sommare A e B per ottenere C, l'idea nuova che deriva dalla somma. L'equazione A + B = C esprime la somma di due idee per ottenere una terza idea. Questo modello dice certamente qualcosa di vero, ma manca completamente il punto: dov'è l'intuizione? La somma non ci restituisce mai l'intuizione, così come nessun calcolo logico. L'intuizione è piuttosto questo: come ti è venuto in mente di fare questo: A + B = C? L'intuizione è l'idea di sommare le due idee per avere la terza idea, quindi è un'altra idea. Se prima le idee nella mente erano due, dopo non sono tre, ma quattro. L'intuizione non era un'idea già presente nella mente: veniva da fuori. In tedesco si usa il verbo "einfallen" per dire che ci è venuto in mente qualcosa. Letteralmente il verbo vuol dire "cadere dentro". Problema: da dove? Da dove viene l'intuizione? La teoria empirista dell'intuizione tenta di risponde a questo problema affermando che l'intuizione viene dall'esterno, dal mondo che è oggetto dell'esperienza. Se osservo un oggetto e noto un cambiamento in esso, o se semplicemente vedo un oggetto da un'altra prospettiva, potrei avere una brillante intuizione. I problemi di questo modello sono i seguenti: sul piano empirico gli oggetti possono rimanere identici anche se ontologicamente mutano; quando un oggetto muta, non è detto che io sia consapevole che sia mutato, potrei anche non accorgermene; nel caso cui me ne accorgessi, a quel punto devo spiegare cosa ha fatto sì che prima non ho notato il mutamento e ora sì, tenendo presente che non posso appellarmi ad altri fatti esterni, salvo rari casi. Un altro modello sull'intuizione meriterebbe di essere aggiunto: il modello platonico. È famoso l'episodio del Menone in cui Socrate interroga uno schiavo dimostrando che anche lo schiavo, pur non avendo mai seguito nessun corso di matematica, è arrivato a risolvere il teorema di Pitagora. Secondo Socrate la spiegazione dell'intuizione dello schiavo è la seguente: l'anima prima di cadere in questo mondo ha contemplato le idee nell'iperuranio e quando è caduta ha dimenticato la verità, tuttavia in quel momento ha incominciato a ricordare qualcosa. L'intuizione è un ricordo, un frammento di qualcosa di molto profondo che riemerge dall'anima. Questo modello ha troppe assunzioni indimostrabili (anima, immortalità, idee platoniche, mondo delle idee, ecc.), per questo è difficile da sostenere come tesi. Tuttavia esiste un altro modello che potrebbe sembrare diverso, ma in realtà è abbastanza simile e ha molte meno assunzioni indimostrabili. Mi riferisco al modello freudiano dell'intuizione. Alcune persone, continuando a pensare ad un problema durante il giorno, sognano la soluzione ("la notte porta consiglio"). Secondo questo modello l'intuizione dipende dal fatto che noi diventiamo coscienti di contenuti inconsci. Le idee, in questo senso, possono essere dette nuove, solo nella misura in cui ci erano oscure, ma hanno sempre abitato in noi. Questo modello ha come unica assunzione l'esistenza dell'inconscio.

Rispetto a questi tre modelli quello di Deleuze ne rappresenta un quarto molto più avanzato. I modelli precedenti sono opposti nella misura in cui alcuni cercano l'origine delle intuizioni nel mondo esterno e altri nel mondo interno. Deleuze rompe con l'opposizione esterno/interno grazie al suo concetto di Fuori. Deleuze pensa piuttosto una dimensione anonima che precede la distinzione soggetto/oggetto o interno/esterno. Deleuze con Freud coglie l'importanza dell'inconscio nel pensiero, ma pensa l'intuizione come un metodo rigoroso. Il metodo dell'intuizione in Bergson secondo Deleuze segue principalmente tre punti:

1) Portare il vero e il falso nei problemi.

2) Combattere l'illusione e trovare le differenze di natura.

3) Porre i problemi e risolverli non in funzione dello spazio, ma del tempo.

La nozione di intuizione in Deleuze si intreccia con il tema del problema. Il primo passaggio dell'intuizione consiste nel riconoscere che il vero e il falso riguardano i problemi, non meno delle soluzioni e delle risposte. Bergson spesso scrive a proposito di problemi mal posti, Bergson critica chi confonde il tempo con lo spazio, chi considera antecedente la privazione rispetto alla presenza di qualcosa, chi confonde la memoria con la percezione. È a partire da queste confusioni che nascono tutti gli errori e i problemi mal posti. Questo spiega anche il secondo punto: la guerra contro l'illusione. L'ultimo punto si riferisce alla relazione tra la durata e l'intuizione. L'intuizione è durata nella misura in cui è processo.

L'intera sezione sulla filosofia del testo Che cos'è la filosofia? di Deleuze e Guattari è dedicato al tema dello studio dei problemi e dell'origine dei concetti. La creazione dei concetti, secondo Deleuze, costituisce la pratica del filosofo. Il filosofo è l'amico del concetto. Il concetto non si scopre: si crea. È importante sapere come è avvenuto questo fatto, perché il concetto si crea in risposta ad un problema. Per capire da dove nasce un concetto bisogna essere ben consapevoli del problema che sta a monte rispetto al concetto. Un esempio di Deleuze: il concetto di Idea di Platone nasce dal problema dei pretendenti. Se vogliamo capire chi è il migliore in un dato settore, ad esempio il management, è opportuno avere un modello del manager ideale e capire quale tra le persone selezionate si avvicina di più al modello. Ogni cosa per Platone è in relazione alle idee sia perché è mimesis delle idee sia per metexis, ossia per partecipazione nell'idea. La partecipazione ha diversi gradi nelle cose, ci sono cose che partecipano di più dell'idea e altre di meno. Il concetto è definito da Deleuze come puro incorporeo, come qualcosa di virtuale che sfugge alle coordinate energetico-spazio-temporali. Il filosofo non è dedito alla chiacchiera o al dialogo, come gli uomini di senso comune che si radunano ai tavoli del bar per condividere commenti sulle proprie passioni. Il filosofo è seduto a un tavolo da gioco e lancia dadi, come faceva Eraclito davanti al tempio di Artemide. I problemi vanno costruiti e c'è un buon modo per costruire i problemi e uno cattivo. A seconda di come è stato impostato il problema, la risposta viene da sé. Il concetto si genera a partire da come il problema è stato costruito. Tutto questo deve essere visto come intuizione. Inoltre Deleuze parla di un piano di immanenza, un piano sorvolato da questi concetti come eventi. I concetti si concatenano sul piano e il piano definisce le opzioni. Ogni domanda ha le sue opzioni di risposta, le antinomie di Kant sono sempre due opzioni diverse alla stessa domanda.

Deleuze intende costruire una nuova immagine del pensiero con il concetto di intuizione. Questo progetto è già presente in Differenza e ripetizione. La Critica della ragion pura ha un difetto fondamentale: il trascendentale è stato pensato ricalcandolo sulla realtà empirica, in questo senso esso è doppio rispetto all'empirico. Kant ha pensato le condizioni di possibilità di conoscenza del mondo stesso sulla base della struttura del mondo, in questo senso il suo trascendentale rimane un doppio della realtà empirica. Che il pensiero debba semplicemente essere il doppio della realtà è esattamente ciò che critica Gilles Deleuze. L'immagine classica della verità in filosofia viene da Aristotele e Aristotele sostiene la teoria della corrispondenza. Secondo la teoria della corrispondenza un enunciato è vero se e solo se esiste un fatto che corrisponde a quell'enunciato (l'enunciato "il muro è bianco" è vero se e solo se esiste un muro che è bianco ed è esattamente il muro a cui si riferisce la frase). Questo riduce il pensiero ad una riproduzione della realtà, ad fatto di doppio, eliminando completamente l'aspetto produttivo. Deleuze, al contrario, riconosce la produzione della verità a partire dalla costruzione dei problemi. La forma di pensiero che si limita a riprodurre la realtà è il riconoscimento. Lungo la storia della filosofia il riconoscimento è l'immagine del pensiero più diffusa. È bene citare almeno tre nomi: Socrate, Cartesio e Kant. Nel Teeteto Socrate pensa il falso e il vero a partire dal misconoscimento e il riconoscimento. Se passa Teeteto, se io lo saluto affermando "Salve, Teodoro!", allora dico il falso perché non l'ho riconosciuto. Penso sia Teodoro, mentre è Teeteto. Se passa Teeteto, se io lo saluto affermando "Salve, Teeteto!", dico il vero perché l'ho riconosciuto. Infatti egli è effettivamente Teeteto. Cartesio, nella seconda delle Meditazioni, sostiene che se osserviamo un pezzo cera compatto con le sue qualità, poi lo sciogliamo al fuoco, saremo in grado di riconoscere che è lo stesso pezzo di cera. Da questa osservazione Cartesio intende inferire che c'è un soggetto pensante alle spalle di questo riconoscimento, ma continua a far riferimento al modello del riconoscimento come forma di pensiero. Kant nella Critica della ragion pura costruisce un modello di pensiero che chiama "giudizio determinante". Il giudizio determinante consiste nell'applicazione della regola al caso, l'applicazione del concetto all'intuizione. Il concetto secondo Kant consiste in una funzione che unifica una molteplicità di rappresentazioni. Il concetto di uomo unifica una serie di rappresentazioni di uomini, ad esempio Socrate. Il concetto senza l'intuizione (il dato sensibile) resterebbe vuoto, così come l'intuizione senza concetto sarebbe cieca. La conoscenza in Kant consiste nell'unione di queste due parti. La comunicazione tra queste due parti eterogenee è possibile solo grazie alla rappresentazione. Così la conoscenza diventa un'applicazione del concetto all'intuizione attraverso lo schema. Questa conoscenza rimane sempre una forma di riconoscimento perché consiste in questo: applicare il concetto all'esemplare e dire che l'esemplare ricade sotto quel concetto. Dire, cioè, questo è un tappeto, ossia il tappeto intuito coi sensi ricade sotto il concetto di tappeto. Il problema del riconoscimento non riguarda solo la filosofia ed è anche piuttosto attuale. Le neuroscienze, come nota lo stesso Deleuze, fanno del cervello l'organo del riconoscimento. Nelle neuroscienze si parla molto di referenziale ed inferenziale. Si parla di referenziale quando, vedendo qualcosa, sono in grado di dire cosa è a partire dalla semplice impressione dell'oggetto. L'inferenziale, invece, si basa sull'inferenza. Se ho una serie di dati, per esempio mi dico che un koala ha la pelle grigia, delle orecchie rotonde, che si arrampica sugli alberi, quando vedrò un animale, sulla base di quei dati, potrò dire se si tratta di un koala o meno. Entrambe queste funzioni condannano il pensiero ad essere riproduzione e non produzione. In una qualche misura sono proprio l'opposto dell'intuizione.

Il pensiero secondo Deleuze è un irruzione del nuovo, come un fulmine che ci colpisce in un istante. Qualcosa fa breccia nella nostra mente, un segno tutto da decifrare. Il pensiero implica le potenze dell'inconscio. Il pensiero non rinvia ad un soggetto pensante (Cogito), ma alle potenze anonime dell'inconscio stesso che precedono l'Io e lo attraversano creando un disordine nelle facoltà, tutto l'opposto dell'armonia del bello. Si tratta piuttosto del caotico sublime. Il pensiero è processo e l'intuizione funziona proprio in questo modo. 

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sabato 7 maggio 2016

Logica del senso, 5° serie: sul senso


 





Il senso segue una logica fatta di paradossi, ve ne sono quattro in particolare: paradosso della regressione, paradosso dello sdoppiamento sterile, paradosso della neutralità e paradosso dell'assurdo/oggetto impossibile. Il romanzo di Carroll è esemplare perché in questo potremmo trovare un esempio per ogni paradosso: per il primo parleremo del cavallo e della canzone, per il secondo del gatto di Cheshire e il sorriso senza gatto, per il terzo Alice che cresce e si accorcia, per il quarto la caccia allo Snark, nonché il Jabberwocky (Ciciarampa). C'è come una connessione tra quello che dice il cavaliere sulla canzone e il paradosso si Frege sul senso. Potremmo vedere questo in una prospettiva strutturalista: Lacan ci spiega che rispetto a Saussure il significante si deve considerare come dominante rispetto al significato e nello stesso tempo il significante è il senso di una frase nel senso che lo produce. È essenziale comprendere che il significato di un significante non può che essere espresso da un altro significante, così come quando cerchiamo la definizione di qualcosa non troviamo mai l'immagine della cosa, ma una definizione fatta di altre parole e nomi, dunque altri significanti. Questa è la logica del paradosso della canzone: se si vuole spiegare il senso di qualcosa, poiché il senso è sempre presupposto e mai espresso, non si può farlo in altro modo che usando un'altra proposizione con un altro senso, la quale per essere spiegata ha bisogno di un'altra proposizione con un altro senso e così all'infinito. 
 Così dice Deleuze: "Ma questo è anche il paradosso di Lewis Carroll, che appare rigorosamente dall'altro lato dello specchio, nell'incontro tra Alice e il cavaliere. Il cavaliere annuncia il titolo della canzone che canterà: "Il nome della canzone è chiamato Occhi di merluzzo." "oh, è questo il nome della canzone?" disse Alice. "No, non capisci," disse il cavaliere. "È il nome che si chiama così. Il nome vero è Il vecchio, vecchio uomo." "Allora avrei dovuto dire: -la canzone si chiama così?-" si corresse Alice. "No, non così. tutt'altro! La canzone si chiama vie e mezzi: ma è il solo modo in cui viene chiamata, capisci!" "Ma cosa è la canzone, allora?" "Ci stavo arrivando," disse il cavaliere: " la canzone veramente è Seduti su un cancello." (Deleuze, Logica del senso, pp. 33-34) 
 
Nella concezione dello strutturalismo la lingua è distinta dalla parola, per la prima si intende un insieme di segni, mentre la seconda si riferisce specificamente ad un termine. Saussure differisce da Jakobson perché in quest'ultimo non c'è passaggio diretto tra significante e significato e non c'è alcun riferimento al referente, alla cosa stessa. Lacan, ma già lo faceva Freud, considera l'inconscio come linguaggio, così che il Traumdeutung è da prendere come un'opera di linguistica, in un certo qual modo. Come già detto, in un certo strutturalismo due serie quella del significante (segno) e quella del significato (designazione) sono in una relazione tale per cui convergono verso un punto paradossale che è quello dell'eccesso di significante sul significato. Lacan definisce il significante come metafora e il significato come metanonimia, se il primo è il piano del simbolico (la parola che simbolizza, il linguaggio che domanda di riconoscimento da parte dell'altro), il secondo è il piano dell'immaginario (le cose, le designazioni), la frattura e quell'eccedenza solo il Reale, la frattura o castrazione risultato dell'Edipo. Il secondo paradosso parla del piano del Reale, è il paradosso del sorriso senza gatto. Visto che il senso è attributo o verbo, esso, se viene catturato e quindi immobilizzato, diventa qualcosa di sterile: il cielo azzurreggiante, Dio essente. Dal punto di vista puramente fisico il paradosso del sorriso senza gatto consiste nell'avere una proprietà senza la sua sostanza, il fatto stesso che ciò possa sussistere è paradossale (sembra che in fisica quantistica abbiano fatto un esperimento in cui si dimostra la realtà del sorriso senza gatto usando la post-selezione applicata ad un fotone (gatto), un volta polarizzo se ne estrae il sorriso). In linguistica il sorriso senza gatto è il senso che eccede sul significato e questo rimanda al quarto dei paradossi che dovrò spiegare. In psicoanalisi il sorriso senza gatto è l'oggetto fantasmato del desiderio, che ogni volta in Lacan può essere il padre, il fallo, la donna, l'oggetto a, ecc... Il terzo paradosso invece funziona in questo modo: il senso è sempre doppio. Possiamo sdoppiare il presente in qualcosa che è già successo e qualcosa che deve divenire (questo è l'Aiôn), ma si può dire che il senso sia lo stesso di queste frasi: -il rospo mangia l'insetto- e -l'insetto è mangiato dal rospo-, -faccio quello che voglio- e -voglio quello che faccio-, -respiro quando dormo- e -dormo quando respiro-. Non importa da che parte viene letta la frase, il suo senso ha sempre due direzioni (è il problema della sovrapposizione di contrari, la simultaneità di passato e futuro, ma se si vuole è il gatto di Schrödinger: vivo e morto allo stesso tempo, uno dei paradossi che in fisica fa saltare gli scienziati dalle sedie e che il filosofia si identifica con un solo nome: divenire). In pratica il senso ha due direzioni, non può essere spiegato se non rimandando ad un altro senso all'infinito, se viene colto diventa sterile e quindi per ultimo si può dire che vi sia del senso nel non-senso. La struttura della significanza funziona solo a patto che sia vero questo ultimo principio, a patto che ci sia uno scarto e quello scarto sia senso che eccede e che non ha senso perché non rimanda a nessun significato. Così Snark e Jabberwocky non vogliono dire nulla, non significano nulla, non dovrebbero essere nemmeno rappresentati e la caccia allo Snark deve essere la caccia alla creatura impossibile, dove si troverà? nascosta bene nel linguaggio. 


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domenica 28 febbraio 2016

Maurizio Lazzarato: la fabbrica dell'uomo indebitato (Marx con Nietzsche)















È con grande orgoglio che mi trovo a parlare  di uno dei migliori libri di questo secolo, uno dei baluardi difensori della filosofia politica di Gilles Deleuze. Non c'è libro più in controtendenza di questo. Eppure, dovrebbe essere quello più considerato. Mentre tutti i dissidenti gridano di fermare la speculazione fuori controllo, l'unico dissidente dei dissidenti, dissidente al quadrato, ricorda che il vero problema è un altro, sì: siamo asserviti alle banche, ma la servitù è un rapporto sociale, rapporto che allo stesso tempo sembra scomparso e invece è stato esteso collettivamente, posto ciò è il debito il rapporto sociale. Quest'ultima tesi ha avanzato Nietzsche: la morale e i suoi sensi di colpa, il peccato originale e la religione, il lavoro, il prestito, tutti quei favori che chiamano il ricambio. Non si tratta di scambio, lo aveva detto lo stesso Deleuze, furto e dono, questi sono i principi. La nostra società è piena di ladri, lo sono in primis quelli che stanno in alto e poi i criminali diventano quelli che non hanno più nulla. Il denaro viene gettato, viene prodotto dalle banche, ma il lavoro con cui si conquista non è solo lo scambio della forza-lavoro per un salario, esso implica tutto un regime del furto e questo Marx lo ha chiamato plusvalore, ovvero la cattura. Marx con Nietzsche, finalmente a braccetto, ballerini dell'avvenire. Questa connessione si chiama: Anti-Edipo, ma Freud, e poi anche Lacan, non sono loro che hanno installato tutto un debito nel desiderio? la psicoanalisi come la grande banca, il desiderio alienato nella casella vuota.

Maurizio Lazzarato ripropone il tema oggi, come se non ci fosse nulla di più vero di quello che dissero allora Deleuze e Guattari e per diverso tempo forse furono inascoltati. La finanza è una relazione di potere, tutto comincia con le banche, è dal lì che arriva il denaro. Oggi il sistema non vuole compiere altro che una nuova accumulazione primaria, risucchiare i soldi dall'alto. Il capitalismo ha sempre funzionato con un regime di soggettività, cioè il capitalismo crea soggetti, il suo nuovo soggetto: l'uomo indebitato. Si accusano le masse e i popoli dei debiti che hanno contratto gli Stati, per dire che è tutta colpa loro: per esempio dei greci è stato detto che vivevano con salari sopra la media, che lavoravano poco, che hanno goduto di troppi agi, di pensioni ad oltranza, ma sì sa che non c'è nulla di vero. Già, ma l'ideologia è mistificazione diceva Marx, l'importante è dare la colpa al popolo, trovare un nemico. È finito da tempo il capitalismo fordista, forse esisteva solo perché c'era il timore dell'U.R.S.S., ma ora non ci sono altre alternative o antagonisti, quindi il capitalismo vince su tutto. Il capitalismo ha dei limiti interni, ma anche dei limiti esterni. Non sono i limiti interni che faranno crollare il capitalismo (crisi di sovrapproduzione, caduta tendenziale del saggio di profitto), dicevano Deleuze e Guattari, ma solo un limite esterno può davvero far crollare il capitalismo, loro parlavano di schizofrenia. In questo libro non si parla di schizofrenia, piuttosto sono seguiti i due autori nel loro accostare Marx e Nietzsche, che è questo che vediamo ora intorno a noi: un regime della servitù del debito. Giovani che sognano il lavoro e non avranno futuro. Hanno trovato il peccato originario economico! già, ma chi l'ha commesso?. Il finanzcapitalismo è sempre più fuori controllo, la speculazione ora concerne anche i tassi di interesse, tutto può aumentare o diminuire, ci si può giocare anche il debito e il debito si estende all'infinito.

"Il debito non è quindi un handicap per la crescita, al contrario, costituisce il motore economico e soggettivo dell'economia contemporanea." (Lazzarato, Maurizio, La fabbrica dell'uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, Roma, 2012, p.43)

La macchia funziona con il debito, il debito è cattura, ma è anche distribuzione dei redditi. Non va mai dimenticato che i potenti non hanno mai distribuito denaro tra i poveri senza riprendersene molto di più indietro. I soggetti disoccupati nei centri di lavoro costretti a fare tanti corsi di aggiornamento a non finire perché non sono mai abbastanza, in realtà vengono addestrati e non è detto che questi corsi non abbiamo un costo. Se non lavori, studi, ma per studiare ci vogliono i soldi che non possono che essere presi tramite il lavoro. I risparmi delle famiglie sono quasi prelevati, sempre più tassati, ma di che stupirsi? lo diceva anche Keynes che il risparmio era il male, il capitalismo non può che considerarlo tale, perché chi non spende non contribuisce alla ricchezza della nazione, allora dobbiamo spendere tutti, pensano loro, già, ma quali soldi? e quale ricchezza della nazione?. Lazzarato è molto bravo a mostrare questo regime di controllo che è il mondo dei disoccupati indebitati, di queste persone che per vivere devono chiedere sussidi, ma possono ottenerli solo se si impegnano alla ricerca del lavoro continuamente, se accettano lavori sottopagati e sfruttati. Il regime del debito è ovunque, come osserva Lazzarato, anche il consumo è debito finché consumiamo pagando con le carte di credito. Nietzsche lo aveva detto: Schuld (colpa) viene da Schulder (debiti). E così ogni persona nasce già indebitata e lo sarà per sempre, come per la religione o come accade spesso nella morale. Tutto comincia con il fatto che il denaro esprime un'asimmetria di forze, Deleuze e Guattari dicevano che il denaro è nato non per il commercio, ma per pagare le imposte e i tributi. Il fenomeno del debito per molti è rimasto un grande mistero, sia perché molti sono ancora legati all'idea del denaro come mezzo di scambio che supera il baratto (filastrocca da banchieri: e ci credete?), sia perché nessuno ha mai capito come si potesse generare una presenza di un'assenza. Ma non è così, tutto è molto concreto, rimanda alla materia e al corpo. C'è chi ha creduto che un atto linguistico potesse creare degli oggetti, i patti allora creano oggetti sociali o le promesse sono a farlo, ma potrebbe un creditore fare affidamento su sole promesse?. Ti prometto che ti pagherò! è una formula troppo debole. Nietzsche lo spiega bene: ci sono delle memotecniche della violenza, con il sangue o con il fuoco, il debito diventa marchio sul corpo e dal corpo si preleva quello che si vuole perché esso è a disposizione del creditore. Inoltre il creditore vuole un pegno, vuole qualcosa di materiale che possa tenersi stretto per sé nel caso non venisse pagato il debito ed è questo che conta, questo qualcosa di concreto e non un atto linguistico. Inoltre il creditore ha il controllo del tempo del debitore, dispone anticipatamente del suo futuro. Se si tratta di anticipare il denaro, denaro che in un futuro prossimo deve essere restituito, l'usuraio vende tempo.

"Dopo la crisi, il «sovrappiù» che il capitalismo sollecita e cattura - in qualunque ambito - l'assunzione in se stessi dei costi e dei rischi esternalizzati dello Stato e dell'impresa, e non la conoscenza."  (Lazzarato, Maurizio, La fabbrica dell'uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, Roma, 2012, p.66)

Questo libro parla di un nuovo soggetto: l'uomo indebitato, ma il soggetto è già tutto costruito dallo stesso potere, dopo tutto si diceva che il capitalismo è un regime di soggettività. Il potere tiene nelle mani gli individui grazie ad identità, per questo vuole che lasciamo tracce e vuole documenti. Per questo motivo non è chiaro perché filosofi come Badiou o Rancière, dice Lazzarato, non si interessino di questo nuovo soggetto e pensino al contrario un soggetto che si costituisce con il movimento rivoluzionario. Lazzarato cerca nel primo Marx la teoria del debito come relazione tra il creditore e il povero. Il debito è all'origine della società, come aveva detto Nietzsche nella Genealogia della morale, ci sono tre poli: finanziario, industriale e commerciale, ma non sono che parti di un capitalismo finanziario unico. Il potere è nelle mani delle banche, esse creano o distruggono denaro ex-nihilio. Ma questo potere, è un potere temporale, ci mostra Lazzarato, in quanto esso stesso si basa su una anticipazione del futuro, il disporre del futuro del debitore. Questo potere Lazzarato dice che non riguarda più il biologico, non è quindi biopolitica, ma riguarda l'esistenziale, ecco un motivo per seguire il termine: "psicopolitica" usato da Byung-Chul Han. La moneta ha due funzioni: quella del reddito, cioè di essere mezzo di pagamento; quella del capitale, cioè di essere mezzo di finanziamento. Ma l'economia mercantile deriva da quella monetaria, ci dice lo stesso Deleuze. Questo accade perché la moneta o il denaro è già caratterizzato dalla squilibrio, solo all'inizio esiste il denaro come qualcosa di indifferenziato, ma già quando il denaro viene distribuito e confrontato con l'insieme dei beni, già lì avviene una cattura. La prova? l'operaio con il suo stipendio non riuscirebbe mai a comprare tutte le merci che lui stesso ha prodotto in una giornata lavorativa.

"Deleuze insiste: nessuna economia ha mai funzionato come economia mercantile." (Lazzarato, Maurizio, La fabbrica dell'uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, Roma, 2012, p.96)

Il potere di acquisto è determinato dal flusso di finanziamento, l'offerta di moneta può essere aumentata con lo stampare più soldi, ma poi tutto questo denaro indifferenziato viene a compararsi con il mondo delle merci rappresentato dai prezzi, qui si trova il suo nexum o la sua cattura. Lazzarato però cita solo, senza tematizzarlo a fondo, un pezzo che quasi manca nel libro, il tema della deterritorializzazione della moneta. Per esempio Lazzarato cita alcuni testi presi da lezioni di Gilles Deleuze in cui l'autore parla di questo flusso di Vichinghi come pirati che rubano e razziano tutto quello che trovano sulla loro strada dai monasteri alle città, un flusso di denaro deterritorializzato, indifferenziato, puro quantum senza quantitas. L'idea di Deleuze doveva essere quella della cattura illegittima del denaro da parte dei nomadi, il denaro che fugge oltre lo Stato, che non conosce più dei limiti, non viene tesaurizzato, scorre in tutto il globo. Questa è la tendenza dello stesso capitalismo, ma se il capitalismo viene portato al suo limite, dice Deleuze, viene portato alla sua morte, il suo limite esterno: la schizofrenia. Lazzarato preferisce non questa strada, ma continuare a ricalcare la sua teoria del denaro-tempo, dopo tutto questa sembra proprio una sua intuizione. Tutti i capitalisti hanno sempre detto che il tempo era denaro, si tratta più che altro di dare un senso a questa affermazione, dire che il denaro compra il tempo, in un certo senso, in quanto diventa mezzo per disporre del futuro di una persona. Questo fatto sembra per Lazzarato già la semplice motivazione per cui l'usura va considerata immorale, essa priva del tempo della vita le persone, persino della scelta si potrebbe dire, anche se tutto in primis sembra una decisione del futuro indebitato.
"E, come dimostra l'ultima crisi finanziaria, è sempre lo Stato (come «prestatore di ultima istanza») a consentire la riproduzione di rapporti di potere capitalistici centrali sul debito." (Lazzarato, Maurizio, La fabbrica dell'uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, Roma, 2012, p.112)
Si dovrebbe indagare sul ruolo dello Stato in questa economia neoliberale, dopo tutto non si deve mai dimenticare che tutto avviene sotto gli occhi dello Stato e anche grazie allo Stato. Lo Stato qui non è semplicemente il garante passivo tramite il diritto della proprietà privata, è una macchina particolare con due scopi: da un lato trasferisce le ricchezze alle classi più agiate; dall'altro c'è questo continuo aumento del deficit di bilancio. Il fatto che oggi sempre di più si parli di casta, di oligarchia, non dovrebbe far riflettere?. Lazzarato parla di neoliberismo, ma il neoliberismo dal suo fondamento, parlo di Hayek, si configura come pensiero per la maggiore concorrenza possibile come generatrice della ricchezza di una nazione e contro i monopoli. Il fatto però che ci siano poche persone ricche, che quindi le ricchezze si stiano centralizzando, il fatto che poi stiano crollando un po' alla volta le piccole e medie imprese, questo significa che non c'è più grande concorrenza, ma che in pochi ad avere la meglio. Il neoliberismo è contraddittorio e ha le stesse contraddizioni del liberismo che descriveva Karl Marx nei Manoscritti. Ci stiamo perdendo molte cose a pensare che il problema sia solo di eccessiva speculazione, a pensare che il problema sia solo il neoliberismo, Warren Buffet ha detto che la lotta di classe esiste, ma l'hanno vinta i ricchi e questo sembra far pensare che sia l'unico a ricordarsi del problema della lotta di classe, proprio ora che quello che Marx chiamerebbe con il nome di salario relativo sta diventando sempre più alto per i ricchi e bassissimo per noi altri. Quello che vediamo è il fallimento dell'individualismo, della retorica dell'imprenditore di sé, sembra dirci Lazzarato, ma questo forse, aggiungo io, è uno dei momenti in cui dovremmo scoprire o riscoprire il vivere insieme, la società come moltitudine. L'unica politica che vediamo oggi, dice Lazzarato: diminuire le imposte ai ricchi e alle imprese, tagliando salari e spese sociali, ecco il senso dell'affermazione di Buffet!.

"A essere fallita non è la "speculazione", la presunta divaricazione tra finanza ed economia reale, ma la pretesa di arricchire tutti senza mettere mano al sistema della proprietà privata." (Lazzarato, Maurizio, La fabbrica dell'uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, Roma, 2012, p.125)

Sta nascendo sempre più un regime totalitario ovunque, non si parla solo di certi movimento di estrema destra che ritagliano parecchi consensi perché il popolo è nel totale panico tra l'ISIS e il problema dell'immigrazione, si parla del fatto che la crisi è sempre una scusa per accaparrarsi poteri eccezionali da parte del sovrano, perché si tratta di casi speciali, come stati d'eccezione che oramai sono la norma. Non c'è potere nazionale quando la stessa nazione viene venduta, ma lo scopo è proprio quello: lasciare la nazione piena di debiti e poi un po' alla volta comprarsi tutto, privatizzare ogni cosa. Per capire questo potere però, dice Lazzarato, si deve tornare ai concetti Deleuze e Guattari: l'assoggettamento sociale e quello macchinico. Riconoscere che il problema della servitù non è solo un problema a livello degli individui, ma tutto un problema ad un livello molto più recondito, come quello del desiderio, il pre-individuale. Qui è tutto il problema di un desiderio produttivo che si vuole rendere sterile alienandolo in una casella vuota e il suo rapporto con un corpo senza organi, l'antiproduzione. Produzione e anti-produzione sono anche a livello sociale, gli operai da un lato e i poliziotti dall'altro, per fare un esempio, ma la crisi per Lazzarato non è che una manifestazione dell'anti-produzione. Quindi il debito non è solo sociale, è anche macchinico, nel senso di inserito nel desiderio.

L'unico modo per farla finita coi nostri debiti, dice Nietzsche, è essere atei nei confronti di essi, nessuno ci deve credere più, si instauri una nuova immanenza. Se vogliamo finirla con il nostro debito, dice Lazzarato, non possiamo fare altro che non pagarlo, imparare, si potrebbe dire, dagli islandesi.

"In un'intervista alla televisione greca del 1992, Félix Guattari, beffardo e provocatore, anticipa gli obbiettivi non resi pubblici dell'accanimento finanziario che incombe sui «piccoli» Stati europei:
«La Grecia è il cattivo alunno dell'Europa. È la sua qualità. Per fortuna ci sono cattivi alunni come la Grecia che portano complessità. Che portano il rifiuto di una certa normalizzazione franco-tedesca, ecc... Dunque, continuate a essere cattivi alunni e resteremo amici...» (Lazzarato, Maurizio, La fabbrica dell'uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, Roma, 2012, p.175)

Guattari lo aveva detto: cattivi alunni dovete rimanere! e questo significa che non si può più credere nel progetto europeo.


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domenica 14 febbraio 2016

Frédéric Lordon: capitalismo, desiderio e servitù










Frédéric Lordon, sociologo ed economista francese, direttore della ricerca al CNRS (centro nazionale della ricerca scientifica), famoso collaboratore per la rivista: Le monde diplomatique, ha scritto un libro dal titolo: Capitalism, désir et servitude. Marx et Spinoza, unico suo libro tradotto in italiano con il titolo: Capitalismo, desiderio e servitù, pubblicato da DeriveApprodi.

Si parla di un economista spinozista, il libro avrebbe come scopo anche quello di trovare le connessioni tra Marx e Spinoza. Non sarebbe certamente il primo a farlo, ma ha il suo senso riproposto in questi anni perché diventa abbastanza attuale il discorso e vedremo anche perché. Infatti si tratta di completare il discorso di Marx con quello sulle passioni di Spinoza e mostrare come queste sono implicate nel discorso di Marx. Ovviamente Spinoza e Marx non convergono su tutti i punti, per esempio non convergono tanto sul tema dell'immanenza, la teoria del valore marxiana ne è un esempio, tuttavia Lordon se la cava benissimo a spiegare come si potrebbero accordare le cose. La prospettiva è materialista, ma non sembra che si tratti solo di materialismo storico, è il materialismo di Spinoza. Una delle cose belle di questo libro è che ricorda sempre il problema della povertà di fondo nella nostra società. Aristotele diceva che l'uomo comincia la sua strada per la conoscenza quando è riuscito a sopperire alle sue necessità, ma noi non abbiamo nemmeno risolto il problema della fame. Questo punto deve farci ritornare al discorso di Marx. La condizione dell'uomo nel mondo capitalista è tale per cui esso si trova di fronte a due sole scelte: morire di fame, cercarsi un lavoro per sopravvivere. Ovviamente per capire come ci siamo finiti qui dentro Karl Marx aveva esposto tutta la sua spiegazione sull'accumulazione primaria nel capitalismo. Perché la maggior parte delle persone si trovino nella miseria, bisogna che le ricchezze si siano concentrate in poche mani e questo accadde tramite il furto (es. i capitalisti che espropriano terre e così via).

«L'Antoine Doinel de I quattrocento colpi che, in cerca di mezzi della propria riproduzione materiale, dopo aver rotto con la sua famiglia e con la scuola, considera per un breve sprazzo di lanciarsi negli affari, fornisce al compagno di fuga il riassunto folgorante delle costrizioni di un divenire capitalista: all'inizio è una questione di grana. (...) Benché cosciente della necessità di disporre preventivamente di questo stock, Antoine Doinel che, partendo con niente, immagina di rubare uno dei mobili del padre del suo compagno per convertirlo in (capitale-) denaro, stabilisce con questo il nesso tra riserva preventiva e furto iniziale e scopre - per lui in pratica, per noi come svelamento - il furto originario dell'accumulazione primitiva.» (Lordon, Frédéric, Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo, DeriveApprodi, Roma, 2015, p.36)

Dopo che tutti gli uomini sono stati derubati comincia la Lebensnot, è evidente da quel momento che se vogliamo continuare a vivere, quindi non morire di fame, possiamo fare due cose: rubare o trovarci un onesto lavoro. La condizione è tale per cui solo chi possiede il capitale può quindi investirlo e diventare capitalista, ma il capitalismo nasce dal furto, quindi perché il nostro furto non è legittimo e il loro sì? Gilles Deleuze spiegava che lo Stato è un apparato di cattura (furto), che il diritto dello Stato stabilisce quale tipo di cattura (furto) è legale e poi la polizia fa in modo che questo sia accettato e chi ruba (cioè chi compie furti non legalizzati) sia sbattuto in prigione. Il diritto non sta dalla nostra parte, da quel che sembra. Anche se Lordon cita solo due volte Deleuze, questo discorso va seriamente tenuto presente perché anche Lordon, quando per esempio parla del plusvalore, usa lo stesso termine: cattura. Questa povertà di fondo, o il risultato del furto originario, si è andata perduta per una serie di motivi: Lordon parla di retorica della realizzazione di sé nel posto di lavoro, la possibilità di accedere al mondo del consumo, nel senso di potersi permettere uno spreco o una parziale eccedenza che prima non era possibile. Si possono aggiungere anche due altri punti degni di nota: la retorica dell'imprenditore di sé di foucaultiana memoria, che credo Lordon avesse anche in mente e poi tutti questi discorsi sulla scia del sogno americano che affermano che tutti possiamo essere ricchi e se non lo siamo è solo colpa nostra. Molto di questo, oltre a farci scordare quel problema di povertà già citato, ci rimanda all'introduzione massiccia di passioni gioiose nel lavoro, perché si è scoperto, banalmente, che si mobilitano di più le persone con le carote che con i bastoni, intendo dire con promesse di felicità, piuttosto che con continue minacce. Questo è un primo punto che spiega la prospettiva puramente spinozista, infatti si tratta di una introduzione delle passioni nell'economia. Non è che prima non ci fossero, ma adesso è come se la cosa fosse esplosa e nello stesso tempo si fosse moltiplicata (il marketing e la sua vendita di emozioni, le pratiche del coaching spacciate per cura di sé, la promessa gioiosa della futura carriera con un maggiore asservimento al sistema: confusione tra fini del capitalista e fini del lavoratore). Un altro punto prettamente spinozista, punto che caratterizza la lettura di Lordon, consiste nel fatto che qualsiasi lettura dell'asservimento del lavoratore al proprio padrone nei termini della "servitù volontaria" è completamente falsa e non rispecchia lo stato delle cose. Ci sarà molto da dire su questo punto, in quanto è discorso più o meno condivisibile che parte da una prospettiva particolare: quella di Spinoza, che è il punto di partenza per leggere certi fenomeni come: l'asservimento o l'eventuale ribellione. L'uomo è libero o no? Spinoza diceva di no, diceva anche che chi credeva che lo fosse, lo credeva semplicemente perché l'uomo è consapevole delle sue azioni, però non conosce le cause che stanno dietro di esse. Spinoza, occorre anche ricordarlo, è stato uno dei più grandi difensori della libertà intellettuale. Tuttavia devono trattarsi di libertà decisamente diverse. Questo discorso che si sta facendo, andando più nello specifico sulla questione della condizione del lavoratore, ricorda la critica di Marcuse a Sartre:

«L'antifascista torturato a morte può anche conservare la sua libertà morale e spirituale per trascendere questa situazione: ma viene tuttavia torturato a morte. La libertà umana è la negazione diretta di quella libertà ontologica che Sartre determina come sua essenza.» (Marcuse, Herbert, Cultura e società, Einaudi, Torino, 1969, p.214)

Il punto è che Marcuse parlava di liberazione dell'uomo, di libertà come qualcosa da conquistare e questo processo si da nella rivoluzione, ma la rivoluzione o la protesta, come vedremo, per Lordon, coerente con Spinoza, comincia con un affetto particolare: l'indignazione e non è il risultato di una scelta libera. Se il problema non è com'è che qualcuno ha scelto la servitù, allora il problema sarà perché è stato costretto a sceglierla e la spiegazione deve essere molto articolata, almeno per rendere conto del facile inganno, secondo Lordon, di pensare che si tratta di "servitù volontaria". La spiegazione deve prendere in considerazione una vera ingegneria del desiderio. Ci sono due soggetti: capitalisti e lavoratori. Entrambi sono guidati da qualcosa che Spinoza definiva con il termine: conatus. Il conatus è il desiderio si preservare nel proprio essere, di incrementare la propria potenza, che non vuol dire solo sopravvivere, ma nella condizione del lavoratore il suo desiderio è in primo luogo quello di sopravvivere. Il capitalista desidera di far fare e il lavoratore di fare. È davvero strano: il lavoro è spossante, sfruttato, malpagato, indesiderabile, i greci dicevano che lavorare deforma il corpo, eppure oggi sentiamo tutto il popolo gridare: vogliamo lavorare! vogliamo lavorare!. Come è possibile? dopo tutto vogliamo lavorare = vogliamo lo sfruttamento. Lordon comunque ci dice che non si tratta di "volontà", piuttosto si deve fare appello ad un sistema di ingegneria del desiderio. Vediamo come funziona: il lavoratore è messo nelle condizioni per cui non ha nemmeno il minimo per riprodurre la propria forza lavoro (sopravvivere), quindi in primo luogo il lavoratore vuole sopravvivere (potrebbe desiderare altro, se la sopravvivenza gli fosse garantita, ma non è così); sopravvivere significa in primo luogo avere di che cibarsi, bere, vestirsi, quindi questo desiderio diventa immediatamente un desiderio di merci, una volta che i prodotti sono diventati merci, in quanto la merce, come osserva Marx, non è semplicemente l'oggetto puro; le merci si caratterizzano anche per un loro valore di scambio, ovvero hanno un prezzo, questo significa che per acquistarle il lavoratore deve possedere del denaro; il denaro il lavoratore deve procurarselo, per questo motivo il lavoratore non può far altro che cercarsi un lavoro e adesso si capisce perché grida: voglio un lavoro!. Ovviamente questo funziona perché sono stati posti dei punti fissi e rigidi, per esempio il denaro è diventato l'unico mezzo per procurarsi le merci o, come direbbe Marx, la merce per eccellenza. Tuttavia Lordon distingue la moneta dal denaro e li definisce in questo modo:

«La moneta non è un valore in sé, ma l'apertura del valore.» (Lordon, Frédéric, Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo, DeriveApprodi, Roma, 2015, p.25)

«Il denaro è la moneta vista dal lato dei soggetti.» (Lordon, Frédéric, Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo, DeriveApprodi, Roma, 2015, p.26)

Il denaro come merce per eccellenza diventa il punto obbligato per l'accesso al consumo e quindi a qualsiasi merce. Ora questo ce lo dice Marx, ma cosa aggiungerebbe Spinoza a tutto questo?. Il desiderio secondo Spinoza si contrae o tende a contrarsi, quando questo accade si genera un affetto, però questo accade perché il desiderio ha trovato il suo oggetto. Un oggetto, secondo Spinoza, non ha un valore in sé, dopo tutto può aver valore solo in quanto è desiderabile, per questo Spinoza dice che è lo stesso desiderio ha porre il valore nella cosa. Se il denaro e il lavoro di conseguenza sono dei passaggi obbligati, è ovvio che il lavoratore porrà valore in queste cose e queste saranno il suo oggetto del desiderio. Per questo Lordon afferma che non c'è servitù volontaria, ma solo servitù passionale. Il capitalismo genera dei rapporti di dipendenza e dominio. Il capilista ha bisogno del suo lavoratore e il lavoratore del suo lavoro, ma dei due chi può resistere più a lungo senza l'altro è il capitalista stesso. Tuttavia il capitalista dipende sempre da qualcun altro: dal banchiere. Dove trova i soldi per dare origine alla sua attività? deve chiedere dei soldi in prestito, quindi deve disporre di denaro anticipato, questi soldi saranno poi anche distribuiti tra i lavoratori sotto forma di salario, ma il ritorno del capitalismo sarà tanto più maggiore e questo per una cattura (furto): il pluslavoro/plusvalore. Deleuze, che non è estraneo per nulla a questo tema, lui spiegava le cose in questo modo: del denaro viene prodotto dalle banche, questo denaro viene distribuito ai lavoratori in cambio della forza lavoro, qui si ha un salario nominale e successivamente un consumo, ma nel confronto tra il salario nominale e il consumo c'è un differenziale, questa è la cattura o furto (il salario reale, come salario nominale sul livello medio dei prezzi, è sempre minore del salario nominale stesso). Ogni persona si muove a partire dal suo conatus, quindi a partire dal suo desiderio. Il suo desiderio deve aver incontrato un oggetto desiderabile, cioè in cui il desiderio stesso pone un valore. Quando questo accade il desiderio si contrae e produce degli affetti, questi affetti possono essere gioiosi nel caso in cui si spera di avere qualcosa, tristi se si ha paura di mancare qualcosa. L'uomo chiaramente ricerca il piacere e fugge il dolore, quindi quando aumenta la tristezza deve mobilitarsi per evitarla o fuggirgli in qualche modo. Infatti l'uomo in primo luogo desidera l'accrescimento della sua gioia ed è per questo che il capitalismo ha cambiato strategia, ha cominciato a puntare sulla produzione di passioni gioiose, sul rendere appetibile il lavoro, piuttosto che minacciare il lavoratore di licenziamento continuamente. Chiaramente con l'aumento del lavoro diminuiscono i prezzi e così via, il sistema basato sul fordismo aveva dato accesso ad una grossa parte della popolazione ad un mondo dei consumi ampio. Le politiche attuali dell'austerity invece sembrano di più delle vere politiche del terrore. Ad ogni modo è interessante il discorso che cita Lordon su Spinoza, a proposito del fatto che per i padroni, per controllare le persone, è molto più utile l'amore della paura. In fin dei conti è un discorso simile a quello di Byung-Chul Han: il grande fratello è diventato permissivo perché si è reso conto che così non trova più ostacoli, dopo tutto quando qualcuno si oppone a noi usando come potere la paura e la violenza noi possiamo rispondergli con un No! secco, opporci dunque al potere, ma l'opposizione scopare quando sono gli stessi individui che apparentemente vogliono, perché gli produce felicità, servire i loro padroni. Tuttavia Byung-Chul Han, rispetto a Lordon, parte dall'idea che l'uomo è libero.

Da quello che ho detto fino ad ora Lordon deriva un paio di cose: in primo luogo la decrescita felice è un ossimoro, chi mai potrebbe desiderare felicemente una rinuncia? per definizione la decrescita è accompagnata da passioni tristi, non certamente da passioni gioiose; in secondo luogo, se l'allineamento del desiderio del lavoratore al proprio è lo scopo del capitalista, allora più ci sarà allineamento, più il lavoratore sarà asservito al suo padrone. Lordon spiega questa cosa in termini di vettori: ponendo il vettore d come vettore del lavoratore e il vettore D come vettore del capitalista, se v è il vettore direzionale e |v| è l'intensità del vettore, allora: d · D = |d| · |D| · cosα. Ponendo il vettore d come il vettore perfettamente allineato, il vettore d1 sarà un vettore non perfettamente allineato, tale che (|d1| = |d| · cosα) < |d|. Quando l'angolo è uguale a zero, il coseno è uguale a uno. Lo zero α è ciò a cui mira il neoliberismo, il completo asservimento, mentre appena l'angolo di alfa è maggiore di zero il vettore non è completamente allineato.

Diversi sono i cambiamenti e i progetti nel mondo neoliberale. Il primo scopo è il progetto alfa zero, progetto che porterebbe sempre più ad un regime completamente totalitario, il secondo scopo è quello di introdurre sempre più passioni gioiose che mobilitino i lavoratori. Esistono affetti gioiosi estrinseci ed intrinseci, quelli estrinseci sono cose come il consumo, il fatto di potersi permettere oltre alla semplice e nuda sopravvivenza, di comprare molte cose in più tra tecnologia, vestiti e altro, quelli intrinseci sono posti direttamente nel lavoro. Spinoza lo aveva detto: funziona molto meglio l'amore se si vuole comandare gli uomini piuttosto che la paura. Oggi si parla di realizzazione di sé nel lavoro, l'idea è che se lo stesso lavoro è qualcosa di accattivante o lo si rende tale, allora gli uomini lo troveranno più desiderabile, per questo porranno più valore in quell'oggetto e in questo modo ci sarà maggiore mobilitazione. Il caso più estremo, che comunque è in fase di grande diffusione, è l'idea di non richiedere più ai lavoratori di fingere, ma di essere completamente ciò che fingono. Lordon spende diverse parole su questo punto, per cui è necessario parlarne e del resto mi sembra qualcosa di molto attuale. Dei lavoratori di call center indiani che devono vendere prodotti agli americani devono essere credibili, quindi devono essere americani. Ora loro chiaramente non lo sono, quindi dovranno cercare loro stessi di contrarre abitudini da americani, pensare da americani, cambiare tutta la loro vita in funzione del loro lavoro. È quello che Lordon chiama: girl-friend experience, essa consiste in questo: anche una prostituta dovrà baciare il suo cliente come se lo amasse davvero, sforzarsi di essere innamorata di lui e non fare solo finta, così come quando avrà un rapporto sessuale dovrà essere esattamente come se fosse tra fidanzati. Il soggetto nel mondo del lavoro di oggi deve rimetterci il proprio io, la propria personalità, sacrificarsi per il lavoro e questo significa in primo luogo rinunciare a ciò che sì è. Si può davvero, nel tentativo di fare questo, diventare qualcosa d'altro? per esempio un uomo triste che deve sul posto diventare solare a tutti i costi, ci riuscirà o verrà licenziato?. La sensazione è che tutto questo porti ad esasperare la condizione psichica dell'uomo, che sia una forma di auto-sfruttamento, come la intende lo stesso Byung-Chul Han, cioè che porti al collasso mentale. Tutto sembra funzionare perfettamente, da l'illusione alle persone di essere delle auto-mobili, nel senso di mobilitarsi da soli, ma il vero problema, più che una questione di alienazione in senso marxista, è un problema di asservimento passionale. Sono gli affetti che derivano dall'oggetto che mobilitano il soggetto. C'è uno scopo preciso in tutto questo, un interesse da parte del padrone, la cattura (furto). Il lavoro si dice sfruttato per l'eccesso di lavoro che è pluslavoro non pagato che produce plusvalore al capitalista. Dal punto di vista spinozista Lordon non può accettare la teoria del valore di Marx così come viene posta, in quanto non sarebbe conforme all'immanenza di Spinoza e rimanderebbe ancora ad una forma di trascendenza. Tuttavia il problema si può risolvere semplicemente non concependo il plusvalore come una unità di valore, quanto piuttosto come una cattura, un reale spossessamento. Anche il concetto di alienazione dal punto di vista spinozista è poco accettabile, non può esserci una potenza mancante da riconquistare, così come Spinoza non concepisce nessuna differenza tra il potere e il fare. L'alienazione, quindi, nella lettura di Lordon, non è altro che il restringimento delle proprie effettuazioni, la fissazione del desiderio su un numero limitato di desideri. C'è uno spettro del desiderio, questo può essere ristretto fino a lasciare solo il desiderio della sopravvivenza, oppure può riaprirsi. Com'è che accade che l'uomo esce dalla condizione di alienazione?. Lordon spiega che per Spinoza gli affetti sono qualcosa di oggettivo come il caldo o il freddo, l'uomo non compie mai una rivoluzione perché questo è l'esito di una sua libera decisione, piuttosto lo fa perché il suo desiderio si è contratto in un particolare affetto: quello dell'indignazione. Se molti si indignano, allora può cominciare una mobilitazione di massa contro il potere. Si riapre l'angolo alfa, ci sarà maggiore scarto nell'allineamento del desiderio.

«È allora la classe omogenea degli scontenti, in via di allargamento, a minacciare di rivoltarsi contro il capitalismo, rimettendo in moto la storia.» (Lordon, Frédéric, Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo, DeriveApprodi, Roma, 2015, p.190)

Il motivo vero: l'abolizione della proprietà privata, perché? perché, come afferma Lordon, la proprietà privata si basa su rapporti asimmetrici, per esempio la proprietà privata implica l'alienazione, la differenza tra i possessore e il non possessore. Il potere del resto non può che funzionare sulla base di asimmetrie, come su questo si basano le varie gerarchie. La lotta deve abbattere ogni forma di asimmetria.

«Colui che entra nell'associazione con un desiderio di forza superiore, che immagina più degli altri i vantaggi di riconoscimento dell'opera collettiva e li vuole di più, costui è potenzialmente l'appropriatore, l'aspirante monopolizzatore delle gioie estrinseche, la nuova figura del desiderio-padrone ricostituito al di fuori delle strutture formali della cattura, quella dei diversi padroni, e a partire da un fondo di investimento paritario che è tale solo all'apparenza: perché a differire sono le intensità di desiderio.» (Lordon, Frédéric, Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo, DeriveApprodi, Roma, 2015, p.193-194)

C'è anche una definizione di comunismo in stile spinozista:

« (...) lo sfruttamento ha fine quando gli uomini sapranno dirigere i loro desideri comuni - formando si un'impresa, ma un'impresa comunista - verso oggetti che non sono più la materia di catture unilaterali, cioè quando capiranno che il vero bene è quello che occorre auspicare che gli altri posseggano al pari di noi.» (Lordon, Frédéric, Capitalismo, desiderio e servitù. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo, DeriveApprodi, Roma, 2015, p.195)

In pratica nell'idea costruttiva di Lordon c'è la concezione di una impresa comune, intensa come res comune e quindi cosa di tutti, l'autogestione delle fabbriche contro la gerarchia. Non si discute sull'attualità del tema delle passioni o delle emozioni, tanto è vero che il nostro capitalismo può essere definito "delle emozioni", le emozioni come competenza lavorativa, le emozioni mercificate dal marketing. Ci sono diversi punti in cui questo libro può sembrare banale, forse lo è davvero, ma quando sentiamo qualcuno gridare: voglio lavorare! dobbiamo rinfrescargli la memoria su tutti quei meccanismi che stanno dietro e che poi lo conducono a quell'affermazione, cose banali, molto banali e ovvie che chi afferma: voglio lavorare! ha dimenticato. Anche la questione della povertà di fondo la si dimentica facilmente, la nostra crisi però la riporta a galla. Il tentativo di porre Spinoza con Marx non sarebbe il primo a farlo, basti pensare anche solo ad Althusser e tuttavia è funzionale ai punti di cui parlavo prima. Quella spinozista, però, è un tipo di impostazione del problema che genera delle sue soluzioni di conseguenza, per esempio il fatto non credere nella libertà degli individui genera l'idea per cui non c'è servitù volontaria e la rivoluzione non avviene per libera scelta ma per la contrazione di un affetto particolare: l'indignazione. Questo punto è più o meno condivisibile e penso che il dibattito rimarrà ancora aperto su esso.


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