Cerca nel blog

Choose your language:

Visualizzazione post con etichetta Fedro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fedro. Mostra tutti i post

domenica 30 novembre 2014

Passages, G: Esposizioni, pubblicità, Grandville. (Walter Benjamin)




Si parla di tanti temi, con questa tavola: arte - pubblicità - Grandville - merce. L'arte ha in qualche modo questa grande capacità, secondo Benjamin, di anticipare dei tempi futuri, se noi sappiamo leggere le opere d'arte saremo in grado di vedere il futuro andamento della società. Il punto sta nel fatto che l'ultima arte alla fine finisce per esprimere un mondo mercificato. In questo caso vanno inserite due forme d'arte, una è quella dadaista e poi viene quella surrealista. Per il dadaismo non ci sono parole, qualsiasi cosa può essere arte, non vuol dire che debba esserlo, ma è già candidabile. Così un'insieme di rifiuti raccolti per terra può alla fine arrivare a costituire a tutti gli efetti un'opera d'arte nel vero senso della parola. Il surrealismo, come dice Benjamin, ha come padre Dada e come madre un passages. Il surrealismo ha per oggetto il sogno, ma per Benjamin, l'800 è un'epoca di sogni, è una realtà avvolta in sogni, una realtà non libera dove il singolo sogna di possedere quelle merci che continuamente sono prodotte, i negozi dei passages sono ciò che sempre sogna e del resto lì trova oggetti dei suoi desideri. La pubblicità in questo caso si inserisce come qualcosa che stimola il desidero consumistico del singolo, lo sollecita. Nello stesso tempo sembra un'esteriorizzazione di un inscoscio collettivo che si manifesta e che riproduce una felicità perduta dall'uomo, questa realtà è sempre quell'illusione che l'uomo cerca dietro la merce, così dietro il paese di cuccagna ci sta il desiderio utopico dell'uomo, lo troviamo in tutte le pubblicità. L'uomo trova nelle pubblicità un mondo perduto, la natura, un mondo della semplicità aritigianale, noi stessi vediamo come le pubblicità ai giorni nostri vogliono farci credere che il ragù che produce l'industria sia lo stesso che potrebbe fare nostra nonna a casa sua e pur sapendo che non è vero, lo compriamo lo stesso. La merce non esclude il surrealismo, anzi, Benjamin dice: 

"La poesia dei surrealisti tratta le parole come nomi di ditte commerciali; i suoi testi sono in fondo dépliant di imprese non ancora affermate. Nei nomi delle ditte si annidano oggi le fantasie che un tempo si credevano tesaurizzate nel patrimonio linguistico dei vocaboli -poetici-." (Benjamin, Walter, I passages di Paris, Einaudi, Torino, 2002, pp.182)



Jean-Ignace-Isidore-Gérard, detto Grandville nato a Nancy il 13 settembre 1803, morto a Vanves 17 Marzo 1847, era un'artista, amava fare litogrfie, queste raffiguravano un po' la società del tempo, avevano un senso pubblicitario, raffiguravano non solo uomini, ma spesso anche animali, come si vede nell'immagine che ho messo sopra. La litografia è una prima forma di pubblicità, un mondo per lanciare quel desiderio di merce. Nel caso di sopra penso si tratti di una scena ripresa da una favola, forse di Fedro, che aveva come morale "chi la fa l'aspetti" e così rappresenta bene questa società borghese caratterizzata da valori astratti, dove la solidarietà è solo un mezzo per truffare l'altro. Nello stesso tempo la scena ci ricorda un pranzo o una cena, il cibo, potrebbe essere un'immagine da locanda, per dire: "entrate dentro, che si mangia bene", del resto anche in questo caso se la litrografia si legge come pubblicità, si può vedere il richiamo ad un mondo classico perduto. È un fatto, in ogni caso, che Benjamin collegava le opere di Grandville alle pubblicità. Questi manifesti, disegni di questo tipo, iniziano ad invadere la società del tempo, sono qualcosa di nuovo, i muri ne sono pieni e li fanno quasi parlare, messaggi che si ripetono, copie su copie, infinite. L'arte è un lato di questa società ma se è connessa alla mercificazione è perché c'è sempre un altro lato, che è quello della tecnologia e dell'economia. Qui metto la seguente tavola: esposizioni universali - tecnica - chirurgia della città - alienazione - festa. L'800 è anche l'epoca delle grandi esposizioni universali, queste sono epsosizioni delle ultime novità tecniche, delle grandi scoperte dell'epoca, grandi padiglioni pieni di novità e di futuro. Erano in qualche modo concepite come feste e si racconta per esempio che fosse lo Stato stesso a pagare gli operai perché andassero a queste esposizioni, così che accorressero anche loro in numerosi. Ma cosa avrebbe visto un operaio in quelle esposizioni? forse uno scienziato si sarebbe compiaciuto dello sviluppo tecnico, avrebbe studiato e compreso i complessi meccanismi che stanno dietro, mentre l'operaio al massimo vede dei grossi arnesi e meccanismi, magari si lascerà affascinare dalla grandezza delle opere, ma forse proprio quello è un inganno, anzi la peggiore truffa, perché in quel momento dimentica che tutto ciò sono merci, merci lavorate, che forse hanno prodotto proprio operai come lui, ma in cui il  loro lavoro è stato alienato, queste merci sono marchiate dal loro sudore e le loro mani eppure non ne possono disporre, ma sono proprietà di quei borghesi che si compiacciono vedendo le opere delle loro proprietà private. Ecco una considerazione, l'operaio qui vede cose che non sono sue, ma magari fatte in parte da lui o che poi dovrà riprodurre, è una truffa per giunta messagli davanti agli occhi. Le esposizioni a Parigi sono degli anni 1855 e 1867, in questi casi l'allestimento dell'esposizione ha cambiato la città, visto che si doveva cambiare la città in vista di questo scopo. Siamo nell'epoca dove la merce è idolo, dove la merce è feticizzata, così come oggi le seducenti curve di un'auto ci mettono in ginocchio e ci fanno dire : si la compro!, come fosse una bella donna dai fianchi sontuosi, allora tutto questo si stava sviluppando.

" Se la merce era un feticcio, Grandville ne era il sacerdote." (Benjamin, Walter, I passages di Paris, Einaudi, Torino, 2002, pp.194)


Altri post correlati:

Passages, F:Costruzioni in ferro. (Walter Benjamin) 

Passages,H: Il collezionista. (Walter Benjamin)