Cerca nel blog

Choose your language:

Visualizzazione post con etichetta Freud. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Freud. Mostra tutti i post

martedì 24 maggio 2016

Freud e Nietzsche: incontri e scontri































1 Psicoanalisi e filosofia

La psicoanalisi e la filosofia potrebbero dialogare? già lo fanno: questo è il caso di un certo marxismo, freudiani di sinistra, lacaniani di sinistra e così via. Dove si incontrano la filosofia e la psicoanalisi? normalmente ci si incontra su un terreno comune e su qualcosa di conteso: l'inconscio è passato da Leibniz a Freud, ma la filosofia non mai cessato di porsi domande in proposito. La psicoanalisi fa delle obbiezioni alla filosofia: guarda che il tuo pensiero razionale nasconde un mondo di pulsioni irrazionali! In effetti si potrebbe pensare che è così, che dopo tutto la filosofia dovrà affrontare grossi limiti, il problema del mescolamento dei pensieri e delle passioni, tutto un mondo sotteso dietro ai pensieri. L'inconscio sottrae universalità al pensiero riportando tutto a pulsioni dei primordi o dell'infanzia, cioè la psicoanalisi impone al filosofo di interrogarsi di nuovo sulla vera natura del pensiero. La filosofia mette in discussione un metodo della psicoanalisi: voi cercate sempre dietro le apparenze, non finite sempre per trovare quello che state cercando perché lo presupponete? Le interpretazioni partono spesso da pregiudizi. Interpretare l'inconscio? e come? se ci fosse una teoria da impiantare in quel mondo di pulsioni, ma allora ricondurre le pulsioni alla teoria come può rispecchiare una realtà? Vediamo di capire i confini: io penso "uccidere è male", questa è un'affermazione morale, presa per sé stessa diremo che è vera, basta solo pensare che se dicessimo il contrario e poi qualcuno minacciasse di ucciderci, per aver detto ciò, cambieremmo idea, non solo per coazione, ma perché è vero, cioè per un assassino va bene fin che tocca agli altri. Chi lo sa, la psicoanalisi qui dietro potrebbe vedere un divieto del Super-Io all'Io. Ricoeur descrive Freud come un maestro del sospetto che vede al di là delle parole, della loro innocenza, un altro mondo. La superficie del linguaggio rimanda alle profondità dell'inconscio. Il pensiero razionale conosce sempre più limiti, ma rimane forse ancora un orizzonte: Artaud non riesce a tenere fisso un pensiero, tutto fugge, i pensieri onirici dello schizofrenico lo dominano senza che possa avere un controllo; anche l'individuo normale trova nel pensiero una corrente pazza che non si stanca mai e la maggior parte dei nostri pensieri sono la stessa spazzatura del marketing vomitata dalla televisione nel nostro cervello. Quando pensiamo qualcosa di intelligente, non pensiamo ma intuiamo qualcosa e una forza nuova irrompe in noi. La psicoanalisi ha portato la filosofia a cercare dimensioni al di là del pensiero normale. La filosofia ha messo in discussione la psicoanalisi sui suoi metodi rivelandone un carattere politico e mostrando il suo limite. Ogni interpretazione dell'inconscio può essere una riduzione, un modo per etichettare, un modo per persuadere, identificare, soggettivare e così via. L'inconscio è solo un nome di quella cosa misteriosa che cerca l'umanità da sempre, quello che non vede: il vuoto. Se la spiegazione non è tra le cose, perché la più potente formula matematica non ci dice perché siamo qui, perché viviamo e così via, cerchiamo le risposte in quella realtà che non si vede e che rimane occulta. Dunque la psicoanalisi sembra dire con Platone che le essenze sono dietro le apparenze, l'esatto opposto di questo potremmo dire che è la fenomenologia di Husserl, cioè l'idea che l'essenza è nell'apparenza, che devo considerare le cose per come mi appaiono e compiere una riduzione eidetica. La schizoanalisi per dire, secondo me, è più fenomenologica. Tutto il problema di Freud o quello che può sembrare è questo: devo osservare i miei pensieri senza giudicarli, vedere la corrente inconscia, ma l'interpretazione si oppone a tutto questo, le interpretazioni sono spesso viziate da pre-giudizi. Se trovo una teoria dell'inconscio cosa mi autorizza a farne un'universale?.

Nietzsche e Freud: energia sessuale come pulsioni, Eros nell'arte; Io che diventa fantoccio, ma forse in Freud non lo è abbastanza; l'inconscio è dionisiaco? se la vita non può ridursi ad un oggetto di osservazione, pena il fatto che diventi morte, allora la vita è pura interiorità?; Freud scopre una repressione, Io sull'Es, ma ancora peggio il Super-Io attacca sadicamente l'Io (nevrosi), il principio di realtà su quello di piacere, un fondamento la colpa. Il malato si lamenta della sua vita ripetitiva, chiede allo psicoanalista che lo si liberi dall'eterno ritorno, ma Nietzsche dice che non si esce, che bisogna imparare a stare bene dentro la ripetizione. Nietzsche è anche il filosofo della morte di Dio, Freud ha detto lo stesso, ma l'ha chiamata morte del padre.

2 La precarietà dell'io o la sua illusione?

«Voi dite: "tutto è soggettivo"; ma già questo è una interpretazione. Il "soggetto" non è un che di dato, ma un che di immaginato in aggiunta, di posto sullo sfondo. E infine, è necessario porre anche un interprete dietro l'interpretazione? Già questo è immaginazione poetica, ipotesi.» (Nietzsche, Friedrich, La volontà di potenza, Bompiani, Milano, 2008, p.271)

Non possiamo partire da nessun soggetto, l'errore di Cartesio consisteva nell'aver pensato che siccome ci sono dei pensieri, delle rappresentazioni, dei dubbi, in questo senso ci deve essere io che dubita, pensa, rappresenta. Tutto questo è solo il derivato della vecchia idea della causa finale, ci deve essere qualcosa all'inizio e questo deriva sempre dalla difficoltà della mente di pensare se non l'infinito, almeno un indefinito. Noi percepiamo le cose, abbiamo dei vissuti, cioè quella è la vita e per Nietzsche non c'è altro che vita, tutto è manifestazione della vita. Se devo pensare che le cose sono viste da una certa prospettiva, tendo a pensare come se tutto fosse a partire da me, ma non c'è un me di partenza, anche quello si trova collocato nella prospettiva. Cioè se io oggi sono in un modo, un domani sarò diverso e tutto questo accade ogni volta. L'idea che ci debba essere un punto di inizio. Questo è il problema della filosofia: non esiste un punto di inizio, solo così penso davvero il divenire. L'eterno ritorno di Nietzsche tiene conto di una assenza di inizio, esso consiste nel calare l'eternità nel divenire per pensare un eterno divenire. In secondo luogo eliminare l'idea dell'unità, ciò che mette assieme la sostanza, ciò che poi sarebbe l'io secondo le nostre finzioni. Per molti pensatori come Spinoza, Hume molto di tutto questo significa pensare l'immanenza della mente.

«L'io viene posto dal pensiero; ma finora si credeva, come crede il popolo, che nell'"io penso" ci fosse alcunché di immediatamente certo e che questo "io" fosse la causa data del pensiero, in base alla quale, per analogia, comprenderemmo tutti gli altri rapporti di causalità. Per quanto questa finzione possa essere abituale e irrinunciabile, questi suoi caratteri da soli non provano ancora nulla contro il fatto che sia una finzione: una credenza può essere una condizione della vita e tuttavia essere falsa.» (Nietzsche, Friedrich, La volontà di potenza, Bompiani, Milano, 2008, p.272)

Ma allora se non è l'io la causa e forse nemmeno la coscienza, da dove vengono i pensieri? È chiaro che Nietzsche ha in mente un'inconsapevolezza. Non c'è interiore però per Nietzsche, il mondo interiore è mondo fenomenico, un'insieme di fenomeni interni, per esempio un'inversione cronologica di causa/effetto del dolore, immaginiamo la causa dato un effetto, ma successivamente all'effetto. Non possiamo pensare l'interiore, possiamo anche dire, dove si troverebbe questo interiore? siamo interamente calati nel mondo e non possiamo fare finta di partecipare di due realtà completamente opposte: interiore/esteriore. Il bello di Nietzsche è che forse ci direbbe così anche dell'esterno, cioè non ci sono fatti, il mondo è interpretato e non c'è nessuna realtà in sé. In effetti è difficile dire che ci sono cose fuori di noi, primo perché tutto fa pensare come se ci fosse questo "noi" rispetto al quale si da un fuori e secondo perché tutto esiste solo in una prospettiva, una interpretazione senza interprete. È da notare come le filosofie dopo Nietzsche (es. fenomenologia) tendano a non distinguere più tra l'interiore e l'esteriore.

Come si colloca tutto questo discorso in Freud? la psicoanalisi in generale sembra dire che l'io è quell'elemento precario a cui dobbiamo aggrapparci ad ogni costo se non desideriamo diventare malati. Lo schizofrenico è senza io, ma lo è davvero. Quindi secondo la psicoanalisi quella certa illusione deve esserci tanto cara. Nell'immagine freudiana l'io diventa soggetto ha tre tiranni: Es, Super-Io, mondo esterno. L'io che spesso coincide con la coscienza, ma non è solo la coscienza, è anche in parte l'inconscio.

«Propongo di tenerne conto chiamando "l'Io" quell'entità che scaturisce dal sistema P e comincia col diventare preconscio; ma di chiamare l'altro elemento psichico in cui l'Io si continua e che comporta in maniera inconscia, l'"Es" nel senso di Groddeck» (Freud, Sigmund, L'io e l'Es, Bollati boringhieri, Torino, 2006, p. 486)

«È facile rendersi contro che l'Io è quella parte dell'Es che ha subito una modificazione per la diretta azione del mondo esterno grazie all'intervento del sistema P-C: in certo qual modo è una prosecuzione della differenziazione superficiale.» (Freud, Sigmund, L'io e l'Es, Bollati boringhieri, Torino, 2006, p. 488)

Nell'immagine che schizza Freud del sistema psichico l'Io si trova in mezzo in una zona tratteggiata, ha dei confini non definiti, un'estensione non determinata. Non è nemmeno chiaro, per questo si vedano le citazioni che ho riportato, se l'io possa essere quasi un prolungamento dell'Es. Cioè l'Io sembra diverso dall'Es solo perché è l'accesso al motorio, alla realtà esterna, perché è quel punto che sta in mezzo tra dentro e fuori. Quando fosse l'Es ha comandare, per esempio nell'immagine di Freud del cavaliere che non sa domare il suo cavallo, l'Io non sembrerebbe che l'ennesimo fantoccio dell'Es, quella piccola marionetta nel teatro tragico dell'inconscio, la protuberanza del cavallo, quel carico che il cavallo porta qua e là. Se l'Io diventa vittima di un Super-Io troppo forte e imponente, questo è causa di nevrosi, se l'io dovesse cedere una volta per tutte: ecco la psicosi. L'Io in mezzo come equilibrio precario. È evidente che Freud considera l'io come unità, anche quando parla di personalità multipla la legge come tante piccole fissazioni o unità. L'inconscio stesso se è Es è unità, in qualche modo sembra già soggettivato. L'Io è in mezzo tra l'esteriore e l'interiore, è il tramite. Imponendo il mondo esterno sull'Es, impone la realtà sul piacere, invece quando l'Io cede la persona può essere soggetta ad allucinazioni, cioè ciò che è solo desiderio diventa come fosse tutto vero, come fosse una realtà, eppure è inconscio.

Questi ultimi punti: "unità", "interiore" separano Freud da Nietzsche, sono dei punti di scontro. Lacan dice l'io è un arlecchino, divide il soggetto, ma anche in questo caso la morale è la stessa: non cedere sul tuo desiderio. Certo poi la malattia dipende dall'identificazione dell'io con l'altro, cioè con il suo ideale, ma lo schizofrenico non conosce io ed è un malato nella psicoanalisi. La psicoanalisi parla di un soggetto differito, di un soggetto che non è l'io. La psicoanalisi afferma che  la parola inconscia non è quella del soggetto cosciente. L'io non è finito, ma rimane come una trappola immaginaria. Jung parla di inconscio collettivo, se si prende sul serio la cosa dovremmo dire che senza cadere nell'illusione che l'interiore possa avere un luogo, che possa albergare il limite dell'esteriorità e che si possano contare gli interiori come si contano i corpi, l'interiore non è diverso dal mondo esterno. In Hillman la rivoluzione di Jung è detta in questo modo: l'inconscio non è in noi, noi siamo nell'inconscio. Se l'Io in Freud era quel tramite tra il mondo esterno e quello interno, allora a quale di queste due realtà appartiene? Freud direbbe: tutte e due, infatti l'io è coscienza, ma anche in parte inconscio. Allora come comunicano queste due realtà? chiaramente Freud deve immaginare una figura intermedia: il preconscio, come comunicano l'inconscio con il preconscio? in questo caso Freud parla di collegamenti con rappresentazioni verbali, di tracce mnestiche e così via.

Al di là di tutto questo, si può dire che esiste una vera e propria psicologia in Nietzsche, essa è descritta nel Crepuscolo degli idoli, al capitolo: I quattro grandi errori. Sono questi errori che costituiscono l'oggetto di una psicologia filosofica e che rivelano dei bisogni psicologici umani. La psicologia di Nietzsche, qui si riassume nel seguente modo:

1) Errore di scambio di causa e effetto: nella morale questo si dice in un solo modo: la virtù porta felicità, l'uomo virtuoso è felice, ma ciò è uno scambio di causa con effetto, dice Nietzsche, solo l'uomo felice è virtuoso e non il contrario.

2) Errore di una falsa causalità: l'uomo lo hanno reso responsabile e per questo colpevole, in quanto si è detto che è la causa delle sue azioni. L'io, la coscienza, il mondo interiore sono stati posti come cause delle azioni umane e su questo si fonda la morale. Tutte finzioni solo perché non conosciamo le cause, alla superficie della coscienza ci appare la volontà, ma pensare nei termini di movente è un errore, a meno che non si pensi il movente come ciò che muove l'individuo.

3) Errore delle cause immaginarie: cerchiamo dei motivi, motivi per cui sentiamo delle cose, allora fantastichiamo su cause inesistenti. Per esempio il processo di conoscenza come passaggio dall'ignoto al noto diventa semplicemente un bisogno psicologico. Ricondurre a cause certe e già note ciò che non conosciamo, invece di indagare di più, ci da sollievo e ci libera dall'angoscia opprimente dell'ignoto.

4) Errore della volontà libera: L'uomo sente il bisogno psicologico, quando accade qualcosa, di trovare un colpevole. Non si potrebbe trovare nessun responsabile per un fatto se le persone non hanno delle responsabilità, ma questo significa che le loro azioni dipendono da loro e che quindi hanno volontà libera. È un fatto che Nietzsche nega espressamente che ci sia una volontà libera.

Ovviamente la psicologia di Nietzsche non finisce qui: l'uomo inventa l'anima a partire dal sogno, quando immagina se stesso separato dal corpo, ma anche il corpo non esiste, nel senso del corpo unità, infatti ci sono solo insiemi di cellule e così via.


3 Pulsioni o energia sessuale: tra libido, arte e volontà di potenza

«La nostra religione, la nostra morale e la nostra filosofia sono forme di décadance dell'uomo. Il contromovimento: l'arte.» (Nietzsche, Friedrich, La volontà di potenza, Bompiani, Milano, 2008, p.430)

Proprio nell'arte Nietzsche da prova di grandi intuizioni psicoanalitiche: no! non vede la madre dietro ogni madonna! o il padre dietro altre figure maschili come Freud!, ma coglie prima di Freud un certo mondo delle pulsioni. È da notare come in Nietzsche gli istinti acquisiscano un ruolo di fatto predominante, anche rispetto alla stessa ragione. Il dionisiaco è anche l'irrazionale, cioè è anche quel mondo di pulsioni che sta dietro l'arte. Si tratta tutta di energia sessuale che si scarica nel quadro. Il discorso di Freud è quello dell'investimento, della mobilitazione di una certa quantità di energia, della formazione di una tensione, come energia che si accumula e che cerca un modo di scaricarsi: ecco l'arte è uno di quei modi. Ad esempio Freud potrebbe dire: una donna vede un uomo camminare per la strada per il quale prova delle attrazioni sessuali, se questa pulsione non trova un soddisfacimento esterno immediato, la donna proverà un senso di dispiacere, ma potrebbe tornare a casa e in un certo senso trasformare la pulsione in un quadro. Se questo era quello che c'era da capire in Freud, cioè l'Eros come pulsione in origine all'arte, ora si dovrebbe articolare molto di più il discorso su Nietzsche. Nietzsche parla proprio di istinti animali ed energia sessuale. L'arte rappresenta la vita, ma la vita in primo luogo sembra costituita da quelle stesse pulsioni. L'arte deve rappresentare il bello, ma questo non significa che ci siano dei modelli di bellezza, proprio questo non avrebbe senso per Nietzsche, tanto meno la natura ci offre nulla su questo punto. Certo che non si confonde il bel ruscello con il bello dell'arte, dopo tutto anche la natura è parte del mondo della vita, almeno per quel che riguarda l'organico, ma il bello dell'arte ha a che fare con l'umano, si potrebbe dire che è a misura dell'uomo. È che l'uomo ha creato il bello in base al suo stesso criterio, nulla di obbiettivo. Si tratta di una forza specifica che può essere identificata con il dionisiaco, questa forza risulta essere un abbellimento e un accrescimento di forza. Gioia, crudeltà tragica, sentimento di elevazione, la festa e le sue atmosfere. Il bello dell'arte in un certo senso mette assieme tutto questo, cioè è il piacere a misura dell'uomo, ciò che è bello è tale perché ci piace, ci specchiamo gai nella produzione della nostra vita, in un certo senso trovando noi stessi. Il desiderio e l'amore rendono più belle le cose ai nostri occhi e in generale, sono queste stesse potenze che si devono porre all'origine dell'arte, anche se si tratta sempre di menzogne molto funzionali alla vita stessa. L'arte è finzione, come si vede bene nel teatro, per questo è menzogna, una grossa menzogna che serve molto alla vita per non perire a causa della verità. Già! la verità! la verità per Nietzsche è  che non c'è nessuna verità, cioè  la vita non ha senso, non c'è progresso, la scienza non costruisce nessun firmamento del vero che non sia abbattuto dal divenire e questo firmamento deve essere posto al servizio della vita stessa. Ecco: l'arte è in stretta relazione con la volontà di potenza, un suo prodotto. La sfida di Nietzsche: sarai capace a far ruotare le stelle attorno a te?

4 Il problema della colpa tra Freud e Nietzsche: ovvero sul debito

Dopo che si leggono Freud e Nietzsche, cose come: Totem e tabù, il disagio della civiltà e cose come: Genealogia della morale, l'impressione generale è che questi due autori abbiano colto qualcosa di davvero grosso: la nostra società è fondata sulla colpa. Il caso di Nietzsche è particolare perché qui colpa diventa debito, infatti queste due parole in tedesco si dicono con lo stesso termine: Schuld. Essere colpevoli è come essere in debito. La società ha dei fondamenti nella morale e nel problema del diritto, che si creda nel contrattualismo o meno, dopo tutto Nietzsche non ci crede e Freud non mette il contratto all'inizio della società, ci mette l'uomo robusto, il capo dell'orda, il contratto c'è, ma viene dopo. Ovviamente si tratterebbe di vedere anche di quale morale si sta parlando, Freud quando parla di morale o di etica in relazione al problema della società, ne parla nei termini di rinuncia alle mete pulsionali, per esempio il problema del principio di realtà che si sostituisce a quello di piacere. È evidente che in Freud regna una certa idea su una libertà selvaggia, pulsioni sfrenate in origine nell'uomo, libertà che prima era repressa da questo uomo robusto, che poi trova sfogo nell'uccisione di questo uomo, ma successivamente si trova di nuovo limitata da delle auto-imposizioni fatte dai figli di quell'uomo dispotico originario che si sono pentiti di averlo ucciso. La morale di Freud Nietzsche la definirebbe come la morale del debole, cioè quella dello schiavo, per questo ha senso chiedersi di che morale stiamo parlando, perché Nietzsche parla di un'altra morale: quella aristocratica. Bene e male, la rinuncia alle pulsioni, alla grande gioia per godere solo di piccole felicità, la desessualizzazione e desensualizzazione sono tutti tratti della morale degli schiavi, morale che dice: beati i poveri! la morale della compassione. Buono e cattivo, la forza, la pienezza della vita, la realizzazione della propria potenza, questa è la morale aristocratica. Però quando Nietzsche discute sull'origine dello Stato parla proprio della bestia bionda dominante che assoggetta un popolo più debole ed esercita il proprio dominio su di esso. Questo popolo dall'ebbrezza dionisiaca e dalla crudeltà tragica fa da sfondo al discorso sul debito, in quello di Freud, invece, c'è una società paternalistica e un maschio dominante. Come si ingenera il meccanismo della colpa? in Nietzsche la colpa viene costruita, non c'è all'origine, ma è la pena che serve per costruire la colpa. In primo luogo questo rapporto del creditore sul debitore, il primo si trova in una relazione di dominio sul secondo. Il creditore ha pieno controllo del debitore, il suo scopo è in primo luogo quello di creare una memoria nel debitore. Nietzsche comincia con l'idea che si deve allevare una creatura a fare delle promesse, ma fare delle promesse significa anticipare il futuro in qualche modo, dire che si faranno certe cose in futuro, per esempio pagare un debito. La dimenticanza per Nietzsche è una facoltà attiva nell'uomo quanto la memoria e l'uomo dimentica molto facilmente (questo punto se letto in senso freudiano cambierebbe un po': si tratta poi di dimenticanza? o forse piuttosto è una deliberata rimozione di un contenuto nell'inconscio?, dopo tutto l'inconscio ha una memoria molto più vasta della semplice coscienza). Si deve creare una memoria e per questo si usa la tortura, cioè si marchia il corpo dell'indebitato perché finché sentirà dolore ricorderà che deve pagare. La colpa viene costruita con queste pene, la giustizia per Nietzsche è solo un modo per mascherare la vendetta. Tuttavia finché l'uomo non ha cominciato a credere di essere libero, la colpa veniva riassorbita nel destino e non c'era nessuna vera cattiva coscienza o senso di colpa. Perché ci sia un senso di colpa, ci vuole un uomo libero e responsabile delle sue azioni. Quei dominatori non conoscevano senso di colpa, responsabilità o altro, tutto questo appartiene alla morale dello schiavo evidentemente. L'uomo pagano non avrebbe mai detto di essere libero, c'è il destino, ma anche senza riferimento alla religione, tutto il mondo materiale, biologico non fa pensare che l'uomo sia libero: l'uomo agisce per impulsi, appunto le pulsioni ed è vero che se non si credesse nella ragione o nella coscienza dovremmo pensare proprio questo: cioè che non ci sarebbero nemmeno delle possibilità di liberarsi. Ad ogni modo per Nietzsche parlare di volontà libera, cioè distinguere un'azione effettiva, da un agente libero, è come pensare separati il tuono dal fulmine, perché in effetti compaiono in due momenti diversi, ma è solo questione di tempo perché sono la stessa cosa.

Il problema della colpa in Freud si pone in questo modo: c'è questa orda originaria capeggiata da questo maschio dominante che possiede tutte le donne. I figli scacciati dal padre perché hanno destato le sue gelosie, saranno loro stessi ad uccidere il padre e a cibarsene. Questi stessi figli si pentiranno successivamente del loro atto e sperimenteranno la colpa, imponendosi i tabù, come quello della monogamia e tutta una rinuncia alle pulsioni e al principio di piacere che contraddistingue per Freud l'origine della civiltà. Il disagio della civiltà è il fatto per cui il progresso della civiltà si attua con un progresso del principio di realtà su quello di piacere. Dopo tutto è la colpa che, secondo una certa logica morale, che impedirebbe noi di compiere certi atti. La colpa in Freud nasconde quell'odio originario scaricato contro il padre. Il Super-Io nasce nell'individuo come istanza morale e fa sempre leva sulla colpa. Cioè qui si sta dicendo che la società si fonda su questa colpa originaria, colpa che ritorna nella storia, ma se si legge Freud con Nietzsche, si può aggiungere di più e parlare di debito, Freud non l'ha fatto, ma Walter Benjamin e Gilles Deleuze hanno trovato il debito nella psicoanalisi.


5 L'eterno ritorno e le malattie mentali

Freud nei suoi studi sulla psicoanalisi ha scoperto una verità fondamentale: il paziente malato viene da lui per lamentarsi di una ripetizione infernale e chiede allo psicoanalista di liberarlo da questa ripetizione. Il soggetto continua a ripetere, la sua ripetizione è collegata a scene dell'infanzia, fatti di cui ora non è nemmeno consapevole. Lo psicoanalista deve interpretare il comportamento del paziente, cercare quella verità, quel qualcosa che lo stesso soggetto rimuove. O il paziente si riconosce nell'interpretazione dello psicoanalista e quindi si avvia verso la guarigione, oppure continuerà a ripetere. In Al di là del principio di piacere Freud cita un esempio diventato famoso: il bambino con il rocchetto che prende il rocchetto, poi lo lancia gridando "Fort!", poi va a raccoglierlo e grida: "Da!". Il bambino, secondo Freud, rappresenta con il lancio del rocchetto l'allontanamento della madre, mentre quando lo ritrova manifesta la consapevolezza che la madre tornerà. La psicoanalisi porta alla luce un'esperienza di perdita del soggetto che è del tutto originaria. Secondo la psicoanalisi l'oggetto del desiderio è da sempre perduto, così la mancanza è sempre all'origine ed è questa che mette in moto il desiderio. Perché l'uomo si ripete? si chiede Freud. La ripetizione non arreca nessun piacere, perciò bisogna pensare che l'uomo non persegua sempre il piacere e che l'energia psichica non abbia il piacere come suo unico obbiettivo. Freud scopre la pulsione di morte, la pulsione distruttiva. È con la pulsione di morte che si comprende quell'eterno ritorno infernale in cui il soggetto è rimasto intrappolato. La psicoanalisi scopre l'eterno ritorno non come qualcosa di cosmologico, ma come esperienza quotidiana. Anche su questo tema ritorna la figura di Nietzsche. Mentre la psicoanalisi vuole liberare il soggetto dall'eterno ritorno, Nietzsche crea un'etica per insegnare all'uomo come viverci dentro e viverlo felicemente. Ci sono due letture dell'eterno ritorno in Nietzsche: una di carattere etico, un'altra di carattere cosmologico. Secondo la lettura cosmologica l'eterno ritorno è reale. Nietzsche voleva dimostrare scientificamente la presenza dell'eterno ritorno. Nietzsche dimostra l'eterno ritorno in questo modo:

«Se il mondo può essere pensato come una determinata quantità di energia e come un determinato numero di centri di forza - e ogni altra rappresentazione rimane indeterminata e quindi inutilizzabile - ne segue che nel grande gioco di dadi della sua esistenza deve attraversare un  numero calcolabile di combinazioni. In un tempo infinito, ogni possibile combinazione deve realizzarsi almeno una volta; di più: deve realizzarsi infinite volte. E poiché fra ogni "combinazione" e il suo successivo "ritorno" dovrebbero intercorrere tutte le rimanenti combinazioni possibili in generale, e poiché ognuna di queste combinazioni condiziona l'intera successione di combinazioni della medesima serie, sarebbe dimostrato un ciclo di serie assolutamente identiche: si dimostrerebbe che il mondo è un ciclo che si è già ripetuto un'infinità di volte e che gioca in infinitum il suo gioco.» (Nietzsche, Friedrich, La volontà di potenza, Bompiani, Milano, 2008, p.560)

Nella visione etica non ha nessuna importanza che l'eterno ritorno sia vero oppure no, si tratta di pensare come se la nostra vita si ripetesse infinite volte. L'uomo etico è colui che afferma l'evento, che afferma l'unico evento che è la vita stessa. Amare la vita non è una semplice rassegnazione, ma è affermazione della vita stessa. Comunque vada, chi ama davvero la vita, ha vinto, potrà vivere con gioia nei momenti più difficili, perché per lui la felicità non è qualcosa che varia a seconda di come va la vita, ma l'oggetto di una scelta, lo scegliere di essere felici come modo di essere nel mondo e atteggiamento di fronte alla vita. Mentre nella psicoanalisi l'etica consiste nella capacità del desiderio di abitare il vuoto o la mancanza, quella mancanza costitutiva nella struttura dell'inconscio , come lo pensa ad esempio Lacan, nel caso di Nietzsche l'etica è affermativa e pensa un'etica del desiderio come amor fati, cioè un desiderare le cose come sono. Il mare calmo senza increspature, questa è l'immagine dell'uomo che non desidera altro da come le cose accadono.

6 La morte di Dio o del Padre

Un altro tema in cui Freud e Nietzsche si incontrano è certamente la morte di Dio. Il discorso di Nietzsche è molto famoso, Nietzsche viene identificato come autore che ha proclamato la morte di Dio. In realtà, come ha ben mostrato Deleuze, è Feuerbach che prima di Nietzsche aveva certamente ben mostrato come è stato l'uomo a crearsi l'immagine di Dio a sua immagine e somiglianza. Non è molto difficile: si tratta semplicemente di estendere all'infinito le facoltà umane come l'intelletto o la volontà. Nietzsche è quel filosofo che trae le conseguenze della morte di Dio: la morte di Dio è la fine di grandi concetti come quello di eternità, assoluto o totalità. Noi usiamo spesso questi concetti, pensiamo le leggi della fisica come eterne, parliamo di verità assolute, diciamo questo del principio di non contraddizione della logica, inoltre pensiamo anche che il Tutto è maggiore delle parti. Le conseguenze della morte di Dio sono tutt'altro che scontate e non riguardano solo una questione religiosa, ma involvono interi modelli del pensiero che sono rimasti immutati per millenni. La morte di Dio deve avere effetti sulla morale, sulla scienza, sul nostro modo di pensare la realtà, sulla stessa possibilità di parlare di una realtà, piuttosto che di molte. Nietzsche sostiene che Dio in realtà nasce da un bisogno psicologico dell'uomo, Nietzsche spesso si appella alla psicologia, ma la psicoanalisi non giunge a conclusioni molto diverse quando afferma che in realtà Dio è il genitore per l'adulto, quel qualcuno che gli serve perché è venuta a mancare la figura del protettore e di chi gli soddisfaceva i capricci. La religione secondo Freud ha origine dalle nevrosi. La morte di Dio nella psicoanalisi è rappresentata dalla morte del Padre, il padre originario ucciso dall'orda, dai figli che ha scacciato perché voleva tenere per sé tutte le donne. I figli si sono vendicati, ma quando hanno scaricato il loro impulso aggressivo nei confronti del padre hanno provato in seguito un senso di colpa e hanno applicato su di sé la legge del padre come tabù, mentre il padre è diventato l'animale totemico venerato dal clan. Dunque Dio è morto in questo senso, il Dio delle religioni è semplicemente la figura traslata dell'immagine del padre originario che è stato ucciso. Lo spostamento avviene per effetto di rimozione, la legge stessa o tabù viene, secondo la psicoanalisi, dal desiderio rimosso.


post correlati:

Nietzsche 

martedì 2 giugno 2015

Un'interpretazione sciamanica della teoria del desiderio di Deleuze e Guattari








Riferisco subito che questo testo è pura sperimentazione, sinceramente le teorie di Deleuze e Guattari per questo testo sono solo una base per viaggiare molto oltre. Per essere sincero direi che qui scrivo di una interpretazione molto più spirituale di Deleuze e Guattari senza confini. Si tratta più che altro di partire dall'interesse che ha Deleuze per l'oriente e per lo sciamanesimo, da questo sperimentare in un modo completamente diverso da quanto hanno fatto i due filosofi, trasformando per esempio i concetti di corpo senza organi e quello di macchine desideranti. Possiamo dire per certo che sono loro due che citano spontaneamente Castaneda in Mille piani, sono sempre loro che parlano di divenire-animali, di virtuale, di corpo-godimento e desiderio oceanico. Vale anche per Marcuse, ma soprattutto per Deleuze e Guattari, essi hanno scoperto la dimensione oceanica o meglio l'hanno riscoperta tramite Freud. Le vere intuizioni di Freud sono: la scoperta della realtà inconscia (già conosciuta da Leibniz; Freud ha costruito una scienza su questa realtà, ha scoperto un  mondo di cose che agivano su di noi, senza che noi stessi ne fossimo consapevoli; o meglio la verità è molto più profonda dei fatti del divenire e del linguaggio che dovrebbe rifletterli); Freud nell'Es non scopre solo le pulsioni sessuali inconsce, ma scopre una realtà che non è l'Ego, una realtà al di là dell'Ego, il fatto che la sessualità e il godimento sessuale non si riferiscono direttamente all'io, anzi quando accade si ha la sublimazione; scopre che il principio di piacere, come ricerca del piacere, non trova l'oggetto fuori, ma è una cosa sola con l'oggetto, è quindi oceanico, ma scopre in più che il piacere non centra nulla con l'io che invece interviene nel principio di realtà; Freud trova nelle psicosi una forma di ribellione sessuale contro la realtà esterna, una ribellione dell'Es al di là dell'Ego. Da questo punto comincia la scommessa deleuziana sullo schizofrenico, ma quando Deleuze parla di schizofrenizzare l'inconscio, in realtà, non si riferisce ad altro se non ad una ricerca di una dimensione singolare al di là dell'Ego. L'Es freudiano è già molto singolare, non fosse troppo molare, perché è concepito come unità, come inconscio unità, invece di essere concepito come inconscio molteplicità, molecolare. Il problema di Deleuze è che non si è reso contro che dopo tutto superare l'Ego vuol dire superare il pensiero, ma lo schizofrenico non è libero dal pensiero, è libero dal pensiero ordinario e vittima di un pensiero onirico. In pratica lo schizofrenico, come in un caso di Jung, invece di dire "io sono una brava sarta", dice "io sono un doppio politecnico"; il senso è lo stesso, ma il pensiero non è più logico, è analogico. Le identificazioni dello schizofrenico Jung le definisce come come condensazioni oniriche, così che un pensiero come "io sono un cavallo", non è altro che un'identificazione con il cavallo onirica, ovvero un pensiero onirico. È interessante come nel delirio, nelle allucinazioni, secondo Jung, l'inconscio invade il mondo reale, il mondo della coscienza, attraverso dei "furti di pensiero" e allucinazioni. Un caso sono le allucinazioni ipnagogiche di cui parla Freud nell'Interpretazione dei sogni, esse possono essere visive, uditive o cenestesiche e consistono nel vedere, udire cose che non ci sono oppure anche nel sentirsi toccato da mani che non esistono e provare tutte le sensazioni come fossero reali. Secondo Jung lo schizofrenico ha dei problemi di coscienza e di attenzione, non riesce a tenere fisso un pensiero e a riflettere, come del resto conferma lo stesso Artaud, lui stesso schizofrenico. In questo caso però è interessante quello che dice Ravière ad Artaud in una lettera, personaggio che cerca sempre di rassicurare Artaud sulla sua malattia mentale, perché afferma: «Preso in sé, lo spirito è una sorta di cancro; si propaga, avanza costantemente in ogni direzione; [...] gli sbocchi dello spirito sono in numero illimitato: nessuna idea lo sblocca, nessuna idea gli reca fatica e soddisfazione: anche quegli acquietamenti temporanei che le nostre funzioni fisiche trovano con l'esercizio, gli sono ignoti. L'uomo che pensa si consuma a fondo. Romanticismo a parte, non vi è altra via d'uscita per il pensiero puro eccetto la morte.» (Artaud, Atoinin, Al paese del Tarahumara, Adelphi, Milano, 2009, pp.16-17)

In pratica non sta dicendo altro che il pensiero è una malattia, non è una questione di malattia mentale; al più, dice Ravière, i malati mentali scoprono una nuova forza nella loro fragilità di spirito. Deleuze in Differenza e ripetizione diceva che lo schizofrenico è libero dal pensiero comune, per pensare deve fare uno sforzo e questo ci permette di tentare di comprendere l'origine del pensiero, com'è che di colpo pensiamo, cosa del tutto normale per noi. In quell'opera Deleuze contrapponeva l'intuizione al pensiero, un pensiero forzato (che secondo me non è più tanto pensiero) ad un pensiero abitudinario e comune. Il caso di Nietzsche è interessante perché la sua stessa filosofia sembra un delirio di intuizioni, continui pensieri che si rincorrono, si superano a vicenda e ne compaiono sempre nuovi, ancora prima che i precedenti siano completamente chiari e dispiegati. Malattia a parte, nello schizofrenico c'è una grande ricchezza di pensieri, che, come direbbe Jung, corrispondono alla ricchezza onirica. Lo schizofrenico è vittima della sua mente, non so nemmeno fino a che punto si potrebbe dire che sia libero dall'Ego, anzi spesso lo schizofrenico soffre di personalità multiple. Il problema è che Deleuze e Guattari vorrebbero distinguere lo schizofrenico dal paranoico, pensando che il primo sia libero dall'Io, mentre il secondo sia il vero narcisista; la psicoanalisi non fa una distinzione netta di questo tipo e non direbbe mai, probabilmente, che uno dei due possa essere libero dall'Ego. Il problema è: dov'è l'Io?. Se guardiamo alla psicoanalisi vediamo che essa è partita scoprendo nell'inconscio una dimensione impersonale, poi mano a mano ha riportato questa dimensione di nuovo all'Io. Per esempio Freud inizialmente considerava l'Io la coscienza, poi penserà che l'Io in realtà non è solo coscienza, ma già in parte inconscio, nel senso che è il sistema di preconscio-coscienza, tuttavia l'Es era ancora qualcosa di impersonale. Sarà Lacan a dire che una parte di Es è già Io. Forse Deleuze vuole fare dei passi indietro, ritrovare una dimensione singolare, questa volta sul serio, nel senso di intenderla come molteplice. In generale l'inconscio non sembra essere l'Io, tuttavia questo avanzamento dell'inconscio sulla coscienza nello schizofrenico non lo porta a cancellare l'Io, al contrario lo porta ha moltiplicarlo. L'Io, dice Jung, è un complesso, ma chi ha più personalità ha a che fare con complessi che si sono installati accanto all'Io; se l'obbiettivo è andare contro il complesso dell'Io, lo schizofrenico fallisce nellimpresa e si trova in una interferenza di molteplici complessi. Di fatto l'Io come complesso agisce anche in modo inconscio, nel senso che se siamo delle persone con un carattere tale che arrabbiamo frequentemente, la nostra emozione fuori controllo, senza che non possiamo intervenire. Il bello dell'io è che noi per esempio siamo consapevoli di vedere delle cose che riportiamo a noi stessi, siamo consapevoli del corpo che abbiamo e con cui ci identifichiamo, ma non siamo consapevoli di pensare, nel senso che i pensieri ci attraversano continuamente senza che possiamo fermarci per identificarli e soprattutto non siamo consapevoli di noi stessi. Se diventassimo consapevoli di noi stessi in ogni momento, in quel momento saremmo già oltre l'Io. Si potrebbe avviare una strada per cui si espande la propria coscienza continuamente sempre di più e in quel caso si andrebbe automaticamente al di là dell'io. Deleuze invece aveva deciso di prendere la strada dell'inconscio, la strada dell'Es. In quel caso si parla di sessualità inconscio e de-soggettivata.  Il problema è: è possibile una sessualità de-soggettivata cosciente? Sartre diceva che la coscienza precede l'Ego, se ci atteniamo a quello che si è detto fino ad adesso si può pensare che l'Io sia in parte cosciente e in parte inconscio, se andiamo nella direzione di un inconscio che invade il regno cosciente, non possono che aumentare i complessi oltre quello dell'io, mentre se si va nella direzione della coscienza, si dovrebbe bucare finalmente l'io e sbarazzarsene confutando l'ultimo dei complessi, quello più duro a morire: la nostra personalità. Ovviamente Deleuze non ha mai parlato di complessi, non parla la lingua dell'inconscio rappresentatore, ma quella dell'inconscio fabbrica, dell'inconscio produttore; Deleuze non parla di identità, ma parla di divenire, non direbbe mai che qualcuno si identifica con una donna, ma che è in un divenire-donna. Questo dualismo dipende da un altro, se leggiamo Al paese dei Tarahumara di Artaud, vediamo che lo schizofrenico cerca la guarigione dagli stregoni e non dagli psicoanalisti (gli indovini). La concezione di Deleuze e di Guattari contrappone lo stregone all'indovino, lo sciamano allo psicoanalista. Non è una questione di interpretazione e di proiezioni di fantasmi l'inconscio, a questo lo riducono gli indovini e gli psicoanalisti. Gli psicoanalisti parlano di pensieri deliranti, pensieri onirici, ma uno stregone parla la lingua della possessione. Ci si chiede se non si parli di due piani diversi, uno della mente e l'altro dell'anima? un pensiero mi può possedere, ma un divenire-deleuziano potrebbe essere ancora più profondo. La scommessa mia è che alla fine si tratti di arrivare ad un dimensione di indiscernibilità, una dimensione cosmica della vita pura dove non c'è più differenza di specie, sesso, o genere. Si potrebbe descrivere il desiderio secondo Deleuze in questo modo: immaginiamo di aver abbattuto il soggetto che desidera e il suo oggetto, che questi si siano dissolti in un solo flusso (la linea che domina sui punti), avremo allora un solo desiderio univoco come corrente che può partire da me e non finisce mai in me, dove l'oggetto del desiderio è posseduto da sempre perché è nel flusso. Abbattere l'Ego per scoprire una dimensione oceanica di puro godimento, godimento che rimanda sempre il piacere nel tentativo di darsi quell'eternità che gli compete. L'inconscio è produttivo quando non proietta semplicemente immagini ma agisce in questo flusso, fa scorrere la Libido. Quello che mi chiedo è perché la coscienza non potrebbe essere altrettanto produttiva. Il problema è che la psicoanalisi ha fatto troppo coincidere la coscienza con l'Io, non ha saputo pensare una sessualità cosciente. In generale il peccato della psicoanalisi è di non sapere nulla del Tantra. Per esempio Lacan non riesce a pensare una forma di amore che non sia o uno dettato da rinuncia o uno stupro violento. Il soggetto diviso di Lacan parla di una frattura e di un oggetto del desiderio rispetto al quale possiamo solo ruotare attorno e illuderci di cogliere l'oggetto quando per esempio soddisfiamo i nostri bisogni provando piacere. La frattura, il sintomo, sono la donna; da persone normali il rapporto sessuale è impossibile, perché che siamo donna o uomo siamo entrambi castrati. L'unico amore possibile è quello per una donna fantasma, un'amore cortese della rinuncia. Mentre se invece a livello inconscio il nostro desiderio dovesse impossessarsi dell'oggetto, allora il rapporto sessuale sarebbe possibile, noi saremmo malati mentalmente, malati sessualmente, avremmo fatto del godimento un imperativo, la nostra sessualità sarà sado-masochistica. Insomma per Lacan salvo di non impossessarsi violentemente dell'oggetto del desiderio (stupro di donna), non c'è rapporto sessuale. Deleuze non è d'accordo: il desiderio è tantrico. Il modello del Tantra è quello secondo cui si prolunga il godimento rimandando sempre di più il piacere; il problema è che, rispetto a quello dice Deleuze, il Tantra non è un flusso di inconscio, ma una tecnica sessuale che si basa su una maggiore coscienza nell'atto del sesso. Il problema sarebbe come fare della coscienza un flusso. Ad ogni modo il tentativo è sempre quello di raggiungere una realtà oceanico-cosmica, arrivare in una realtà in cui si è connessi con tutto. In questo caso bisognerebbe fare dei chiarimenti sul concetto di rizoma: per Deleuze il rizoma non trova delle connessioni già impostate, ma tutto si può connettere con tutto, come va inteso questo? se pensassimo che le cose sono separate, allora per connetterle diremmo che prima le cose si mancavano a vicenda; se invece pensassimo che le cose sono già incastrate, non potremmo capire come connetterle con altre. La realtà oceanica non è fatta in modo che A sia connesso con B, ma in modo che A sia già potenzialmente connesso con ogni cosa, siamo noi che dobbiamo percorrere certe strade e prendiamo delle direzioni. Sono convinto che in una realtà oceanica potremmo essere attraversati da una grande gioia e nello stesso tempo spargerla agli altri. Un solo flusso di godimento. Deleuze ci diceva che questo flusso di godimento scorre su quello che chiama "corpo senza organi". Il problema che sta dietro l'idea di questo corpo è: come trasformare il nostro corpo in una superficie di puro godimento? il masochista, il drogato hanno sperimentato in questo direzione, ma hanno completamente fallito. Per farsi un corpo senza organi, dice Deleuze, non si deve distruggere tutti gli strati che lo opprimono in un colpo solo, ma un pezzo alla volta scoprire i punti dove  passare da uno strato all'altro, lentamente, distruggendo i dispositivi. L'obbiettivo è portare il godimento a dei livelli mai conosciuti prima, però l'idea di Deleuze non è quella sado-masochista, ma una tantrica. Ci sono molte vie che sono state percorse e vi spiego perché per me sono fallite:

1 il drogato/l'alcolizzato: a parte i danni al corpo e al cervello, il problema sta nel fatto che qui si pensa che tutto debba dipendere da un oggetto esterno; così non saremo capaci di creare da noi stessi quel godimento. Il drogato e l'alcolizzato cercano una fuga dai loro pensieri e dall'Io, se ci pensate bene.

2 il masochista: chi ha pensato di mettersi contro il proprio Io lottando o combattendo contro i propri pensieri fallirà perché la lotta produce sempre il proprio nemico; normalmente si superano le cose accettandole.

3 lo schizofrenico: cerca di superare l'Io e il pensiero partendo dall'inconscio, con l'inconscio che invade la sfera del quotidiano. Il malato di mente in generale è vittima della sua mente, dovrebbe superare il piano della mente, avere più coscienza e abbattere i complessi, se vuole trovare la dimensione oceanica.

La strada che vorrei tracciare io dovrebbe passare più per la coscienza che per l'inconscio. Partire  per esempio da quanto ha detto un amico a Freud, ovvero che la realtà oceanica si può recuperare per esempio con delle tecniche come lo yoga. Una strada che porta l'apertura alla realtà oceanica dove ogni cosa è potenzialmente connessa e ogni esperienza è possibile, questo cerco e la meditazione ad esempio qui funziona. A questo punto si deve spiegare il perché di questo testo, nel senso della concezione sciamanica della teoria di Deleuze. Lo sciamano cerca nello stato di trance di entrare proprio in una dimensione cosmica e parlare con gli spiriti, le sue sono vere e proprie possessioni e nel suo viaggio si trasforma negli animali vari con cui entra in contatto. Lo sciamano era tale per natura ed era già una persona in una condizione mentale particolare per natura (potrebbe esserci un rapporto con la schizofrenia?). Altro fattore interessante è che sembra che lo sciamanesimo sia rivolto ad un universo sacro di carattere femminile (grande madre, donna originaria) e inizialmente fosse prevalentemente praticato da donne. La psicoanalisi immagino pensi questi fenomeni nei termini dell'ipnosi. Così i divenire di Deleuze possono essere pensati in termini sciamanici e nello stesso tempo anche il desiderio oceanico come grande flusso. L'altro concetto di Deleuze, il corpo senza organi, che può diventare in questo caso il corpo astrale. È il corpo che Rudolf Steiner definisce come corpo coscienza o corpo dei desideri, insomma un corpo psichico. In una proiezione astrale questo corpo ci permette di separarci dal corpo fisico e viaggiare per la realtà che ci circonda. Il corpo è puramente energetico. Il desiderio dovrebbe scorrere su di esso, così come Steiner definisce questo corpo come emozionale, si può pensare che le quantità intensive di Deleuze e le potenze siano su questo corpo. Alla fine l'obbiettivo è la realtà cosmica, trovare uno spazio di indiscernibilità sessuale tra autoerotismo e erotismo con oggetto esterno, un'atmosfera telepatica, canalizzare tante intuizioni, un solo flusso di gioia oceanico.

Altri post correlati:

Rudolf Steiner e il mistero della volontà 

Alain Badiou: Deleuze e la filosofia dell'Uno 

sabato 25 aprile 2015

Sogno, I: che cos'è un sogno?








Sulla scia di Foucault, Binswanger e Bachelard, possiamo dare per scontato che il sogno non sia semplicemente una rapsodia di immagini, ma al contrario il sogno sia una presupposizione per l'immaginazione. Non si immagina se non già sognando; l'immaginazione per Foucault era il "sognarsi sognante". Possiamo chiudere gli occhi e lasciare che le immagini affiorino dentro noi. Freud spiegava che ci sono molte rappresentazioni che affiorano in noi durante la nostra giornata e queste subito svaniscono. Del resto non ricordiamo tutte le immagini che abbiamo avuto in un solo giorno, ma forse solo alcune. Per questo credo che si possa dire che tutto venga da quello che Freud chiamava pre-conscio. Immagini mai completamente rimosse che affiorano nel giorno. Anche quando noi pensiamo semplicemente di chiudere gli occhi e riprodurre la realtà così come la vediamo con la nostra mente, in qualche modo possono affiorare delle variazioni. Per esempio immagini che si sovrappongono oppure contenuti inconsci. Possiamo dire che non ricordiamo bene le cose, per esempio che se facciamo degli errori quando descriviamo gli oggetti potremmo dire che ricordiamo male, ma questo non centra perché siamo già con un piede nel sogno. Per esempio io adesso posso chiudere i miei occhi ed immaginare quello che ho davanti; alcuni elementi si spostano, altri non combaciano perfettamente, in altri ancora posso vedere della simbologia inconscia. Potremmo pensare che se ci sforziamo, ad esempio se facciamo un esercizio di visualizzazione (blocchiamo l'immagine e tutto il resto), che potremmo non avere problemi simili. Sicuramente un'operazione di questo tipo è un intervento della coscienza; ma la coscienza può intervenire benissimo anche nei sogni. Del resto se io mi abbandono al flusso delle immagini lo faccio per lasciarmi nelle mani dell'inconscio; potranno comparire molte immagini che possono sembrare non avere senso, delle cose che crediamo di non aver mai visto, eppure ci sembrano così familiari; anche combinazioni di immagini. Il sogno non è semplicemente quel filmino di immagini, perché è sempre il presupposto del filmino delle immagini. Immagino dunque sogno. Si potrebbe dire che il sogno sia un mondo della nostra simbologia interiore e questa è sempre incarnata dalle nostre immagini. "Drammatizzazione" del sogno è quel processo che secondo Freud trasforma i pensieri del sogno in immagini; ci saranno immagini vicine che simboleggeranno delle unioni o ci saranno altre immagini che staranno per altri significati. Per Freud il senso sta nell'appagamento del desiderio, per cui le immagini devono avere un significato in quel senso. Come comincia un sogno? ci addormentiamo completamente incoscienti e per questo non viviamo mai il momento in cui ci addormentiamo; non sapremo mai dire a che ora siamo davvero andati a dormire, ogni ora che indichiamo sarebbe piuttosto approssimativa. A meno che non capiti di addormentarsi coscienti, in quel caso ci si accorge di tutto il fenomeno che ci investe; in quel caso capiremo che ci sono una catena di immagini che abbiamo prima di addormentarci, che una di queste ci colpisce per diventare sempre più larga e noi finiamo nell'immagine. Possiamo dire che ci facciamo piccoli per entrare nell'immagine, oppure potremmo dire che l'immagine si fa grande per inghiottirci. Bacherlard quando descriveva Le avventure di Gordon Pim di Poe mostrava quest'immagine onirica della balena che inghiotte la nave di Pim. La balena che inghiotte è molto ricca di simbologia onirica, ma lo stesso processo del sogno è fatto in quel modo, un inconscio-balena ci ha inghiottiti e siamo dentro un'immagine che ora è diventa un film. La generazione del film è successiva al sogno, dato che il sogno è sempre il suo presupposto. Quello che sembra che manchi in questo studio siano le condizioni sotto le quali ci addormentiamo. Forse chi soffre di insonnia conosce molto bene gli impedimenti; è strano, ma così come gli infelici sono ossessionati dalla felicità e producono sapere su essa cerandola, allo stesso modo l'insonne deve essere una persona alla ricerca del senso del sonno, com'è che ci addormentiamo? Si potrebbe dire che si lasciano i pensieri, le sensazioni, la pesantezza ci fa sprofondare e la schermata del sogno ci inghiotte, una grande immagine in cui entriamo. Quello che ci rende più dubbio è la fine del pensiero; si potrebbe dire che ci sono dei pensieri inconsci, ma non si tratta di quello che osserviamo di giorno, è qualcosa di celato; è una verità che è ancora mascherata, ma non più nascosta, semplicemente vestita. Così se durante il giorno riusciamo ad osservare i pensieri, non faremo altro che arrivare a stati di coscienza più elevati, mentre di notte i pensieri e le immagini ci invadono quando noi lentamente perdiamo la coscienza vigile. 




Altri post correlati: