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domenica 27 settembre 2015

Passages X: Marx (Walter Benjamin)





Karl Marx (1818-1883) nato a Treviri in Renania, è considerato il filosofo per eccellenza del pensiero comunista, anche se non è il primo a concepire un'idea comunista, sicuramente il comunismo dopo di lui aveva trovato in lui stesso un punto di riferimento principale. È difficile fare un riassunto veloce del pensiero di Karl Marx prima di incominciare a parlare di quello che ne dice Walter Benjamin, di sicuro nel testo di Benjamin in questa sezione il libro più citato è i Manoscritti, mentre il Capitale compare spesso citato altrove. Brevemente si può dire che il pensiero di Karl Marx mira direttamente a costruire una forma di anti-economia politica mostrando le contraddizioni insite nel sistema capitalistico, le contraddizioni della società dopo la rivoluzione francese, la condizione del proletariato soprattutto in Inghilterra. Il problema principale da capire è perché in una società dove la produzione è aumentata e in molti casi sembra sempre più ridicolo parlare di penuria o di poche risorse, esista ancora la povertà e ci siano delle persone costrette a vendersi per sopravvivere? Il paradosso della società è che il più delle volte la miseria è creata dalla stessa abbondanza di merci, in quanto il fenomeno della sovrapproduzione produce le crisi. Da queste crisi ci guadagnano solo i capitalisti più ricchi che si arricchiscono ancora di più, mentre ci perde la società e lo stesso proletariato; la ricchezza della società è in totale antitesi con quella del capitalista. Si può dire che Marx denunci un sistema per cui il capitalista guadagna quando il proletariato perde e guadagna dal suo più elevato sfruttamento possibile, cioè il profitto del capitalista dipende dal pluslavoro del proletariato che si concretizza in un plusvalore nella merce e quindi poi in profitto da parte del capitalista. È interessante da questo punto di vista, rispetto alla formula Pl=Pv (pluslavoro=plusvalore), il fatto che Henryk Grossmann affermava che l'operaio con il suo stipendio non era in grado di poter acquistare tutti i prodotti che aveva fabbricato in un giorno, ma solo un parte. Questa affermazione andrebbe collegata con quanto sostengono Deleuze e Guattari in Mille piani rifacendosi all'economista Bernard Schmitt sul fatto che il salario reale (w/p=salario nominale/livello medio dei prezzi) è un differenziale ed è sempre minore del salario nominale. Questo è vero perché tra i due avviene una cattura. Produzione, distribuzione e consumo sono tre categorie della schizoanalisi, dal punto di visto economico corrispondono a tre fasi: stampa di moneta da parte della banca centrale, distribuzione di questi soldi tramite stipendio (W=salario nominale), confronto di questi soldi con un sistema di beni che si esprime secondo un valore di scambio e cioè con un prezzo (w/p=salario reale). Il problema non è tanto nella distribuzione del denaro, nel fatto che il proletariato guadagna di meno o che i soldi non sono distribuiti in parti uguali, ma piuttosto nel fatto che c'è una cattura nel confronto tra salario e prezzi visto che con il nostro salario possiamo prendere sempre una quantità inferiore di beni. Quello che dice Grossmann ora si comprende, Deleuze e Guattari possono confermarlo. Comunque, per Marx, non si tratta solo di una questione di stipendio o di basso potere d'acquisto (M/P=offerta di moneta/livello medio dei prezzi), il problema riguarda un sistema disumano e cercare di capire come lo stesso lavoro del proletariato serva per perpetuarlo. Il concetto più essenziale del pensiero marxiano è quello di alienazione, essa consiste nell'oggettivazione di lavoro vivo nella merce che lo stesso operaio non può possedere, in questo caso il lavoro diventa lavoro morto e l'operaio si aliena o estrania in un oggetto. Il concetto di merce in Marx è piuttosto complesso perché la merce, secondo Marx, non poteva esistere prima del sistema capitalista. Come dice anche Pollock la merce comincia solo quando un certo prodotto acquisisce un certo valore di scambio, alcune caratteristiche come il feticismo sono proprie della merce e in particolare il feticismo è lo stesso fenomeno per cui nascosto il processo dietro il prodotto le qualità dell'oggetto appaiono come sue naturali. La merce è il prodotto del lavoro del proletariato, ma la merce dal momento che non è posseduta dal proletariato, ma dal solo capitalista, essa è proprietà privata del capitalista stesso. In pratica è il proletariato che produce la proprietà privata con il suo stesso lavoro, il capitale o profitto che deriva dalla vendita delle merci, se non è tesaurizzato dal capitalista potrà essere investito di nuovo da esso stesso di modo tale da acquistare altra materia prima e avere altre merci prodotte. Questo meccanismo fa si che il capitale prodotto dalla vendita di merci (proprietà privata) crea altro lavoro. In questo modo è lo stesso proletariato che produce se stesso e produce il sistema dello sfruttamento o comunque contribuisce ad esso, fintantoché è dipendente dal capitalista. Così il comunismo di Karl Marx prevede l'abolizione della proprietà privata perché con questo e solo con questo si elimina l'alienazione; Karl Marx infatti sarebbe contrario all'idea di distribuire semplicemente in modo più equo la proprietà privata, anche perché avrebbe lo stesso effetto della famosa "comunione delle donne" che porterebbe solo alla prostitutizzazione generale, nel caso della proprietà privata di parlerebbe di alienazione generalizzata. 



"Il consiglio del banchiere...più importante di quello del prete." (Karl Marx in  Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.726)
"Marx si oppone alla concezione secondo cui l'oro e l'argento sarebbero solo valori immaginari." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.727)

A parte la prima citazione dal sapore molto ateo, la seconda potrebbe essere una critica ad un capitalismo finanziario che si basa sempre più su denaro astratto piuttosto che su carta reale, inoltre la corrispondeva reale tra  carta moneta e oro reale, non immaginario, evidenzia quella differenza che nota Pollock, in Marx, tra denaro e carta moneta:
«La carta moneta, vale a dire la carta moneta di stato a corso controllato, si distingue dal "denaro" per il fatto che non può abbandonare la sfera della circolazione e perciò, determinando il rialzo dei prezzi, funge, appena viene spesa in una somma nominale maggiore, da quantità (oro) denaro necessaria alla circolazione.» (Pollock, Friedrich, Teoria e prassi dell'economia di piano. Antologia degli scritti 1928-1941, De Donato, Bari, 1973, pp.80)

Ad ogni modo è il denaro che poi rappresenta il valore di scambio, o meglio il danaro è quella merce per eccellenza che può essere scambiata con qualsiasi altra merce. Simmel, sociologo e filosofo, scrittore della Filosofia del denaro, critica Marx per non aver dato giusto valore al valore d'uso e aver considerato solamente il valore di scambio. Ogni volta che compriamo, dice Simmel, mettiamo sempre in rapporto la qualità di una data merce con il suo prezzo, quindi consideriamo sia il valore di scambio (prezzo), ma anche il valore d'uso (qualità). Simmel per esempio dice che quando affermiamo che qualcosa è "a buon mercato" intendiamo che ha un prezzo basso e una buona qualità e non solo un prezzo buono. Simmel, in effetti, era consapevole del grigiore che comportava il valore di scambio dal momento che più merci che hanno lo stesso prezzo, se analizzate solo da quel parametro, sarebbero perfettamente uguali anche se magari hanno differenti qualità. Qui ci si può collegare al pensiero di Korsch, citato da Benjamin, a proposito del problema del livellamento attuato dalla merce. Korsch è consapevole del fatto che, secondo Marx, quel fenomeno che denuncia Simmel, non è un problema della filosofia di Marx, quanto piuttosto un fenomeno caratteristico del capitalismo e della merce in quanto tale: "La merce è il livellar nato" (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.737)

Korsch spiega che in Marx il feticismo scaturisce dal fenomeno dell'autoalienazione del proletariato e quest'ultima viene dal rapporto tra lavoro salariato e capitale. In questo processo chiaramente non c'è solo la produzione di valore di scambio nella merce, ma anche di valore d'uso. Ora se questo valore d'uso ha un senso, lo ha perché l'utilità è sempre "per altri", la merce è "per altri" utile e questo fenomeno è completamente parte dell'alienazione del lavoro. Così è questo il giusto posto che da Karl Marx al valore d'uso nella sua teoria. Sia il valore d'uso che il valore di scambio sono prodotti dell'alienazione, ma non basta dire con Ricardo che "solo il lavoro produce valore" perché questo critica solo ideologicamente l'alienazione e non praticamente. Chi crea dunque il valore delle merci non è altro che il proletariato, il capitalista non crea valore e per di più Adam Smith diceva che: "il lavoro produce ricchezza", ma questa ricchezza che è prodotta dal proletariato diventa oggetto di godimento solo da parte di chi non lavora come il capitalista. Se l'alienazione produce questa ricchezza di cui gode solo il capitalista e perpetua lo sfruttamento del lavoro non ha senso però rallegrarsi per l'introduzione delle macchine nelle fabbriche dicendo come aveva fatto Stuart Mill che: "la tecnologia libera posti di lavoro", tanto è vero che se il proletariato perde il suo lavoro o muore di fame o deve cercarsene un altro. Sia Marx che Hegel fanno notare che l'introduzione delle macchine nel lavoro nelle fabbriche è avvenuto a seguito della divisione del lavoro. Una volta che al lavoratore gli viene assegnato un compito specifico nel lavoro, a quel punto compie solo più azioni meccaniche e ripetute, in quel momento può essere facilmente sostituito da un macchina che costa meno di lui ed essere licenziato.

"L'esperienza della nostra generazione: il fatto che il capitalismo non morrà di morte naturale." (Benjamin, Walter, I passages di Parigi, Einaudi, Torino, 2002, pp.740)







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