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sabato 28 novembre 2015

Un commento a "perché il mondo non c'è" di Markus Gabriel, p VII


 




Adesso vorrei parlare della seguente osservazione che fa Gabriel, sempre nel libro: perché il mondo non c'è?. Si tratta di una cosa che dice sbrigativamente, o meglio certa di liquidare certe affermazioni di alcuni ontologi, in particolare sul tempo, ma il punto è che lo fa con troppa velocità, senza prendere sul serio queste affermazioni, che forse meriterebbero uno studio più approfondito.
Così Gabriel dice:

"Manche Ontologen haben etwa behauptet, dass es überhaupt nichts gibt, da sich bewegt, oder dass der Fluss der Zeit nur eine Illusion ist. Andere meinen, dass die Vergangenheit oder die Zukunft nicht existieren, sondern nur die Gegenwart (und auch die nicht so richtig). Wieder andere meinen, es gebe unzählige mögliche Welten neben der unsrigen, mit denen wir nur nicht in physischen Kontakt treten könnten. Alle diese seltsame Annahmen resultieren aus einer falschen Ontologie. Wenn man ernshaft auf den Gedanken kommt, dass keine Zeit verfließt, während man seine Ontologie formuliert, ist offensichtlich etwas schiefgelaufen. Außerdem versichere ich, dass sich während der Abfassung dieser Zeilen ziemlich viel bewegt hat: meine Finger, der Cursor, meine Maus, meine Augen, Teile meines Gehirns, meine Muskeln, mein Herz oder der Zug, in dem ich sitze. In den ersten Schritten der Ontologie sollten wir also sehr behutsam vorgehen und keine allzu großen Sprüge wagen." (Warum es die Welt nicht gibt, p.69-70)

In pratica Gabriel ci sta dicendo che ci sono ontologi che affermano che è un'illusione che qualcosa si muova e che anche il flusso del tempo sia un'illusione perché in realtà c'è un solo e grande presente, ma questi ontologi si sbagliano perché evidentemente mentre dicono questo tutto attorno a loro si muove, in primo luogo la loro lingua per parlare e nello stesso tempo il tempo scorre in qualche modo, quindi sembra che non si accorgano nemmeno di quello che hanno attorno, un po' come Talete che si dice che sia caduto in un pozzo, mentre camminando guardava le stelle. In realtà questo tipo di soluzione è molto veloce, vuol dire non prendere in considerazione una tradizione millenaria, l'idea che il tempo sia un'illusione era già presente in Agostino, molte religioni orientali affermano l'illusorietà del tempo e chissà quante altre tradizioni spirituali. Agostino diceva che il tempo non era comunicabile nella sua essenza, dal momento che era conoscibile solo tramite intuizione, ma come trasmettere questa esperienza individuale? Agostino pensa, c'è un presente che è la situazione attuale, il passato non è, c'era e quando era, era un altro presente, ora è solo un presente passato, mentre il futuro non è ancora, quindi può essere considerato solo un presente futuro. In pratica ciò che è, è solo il presente, mentre il passato e il futuro sarebbero due non essere, per questo il tempo sarebbe un'illusione. La cosa interessante è che un connazionale di Gabriel, ovvero un altro tedesco come Eckart Tolle afferma la stessa cosa. Tolle ad esempio fa questo esperimento, prende un gruppo di persone e gli dice: alzate la vostra mano del futuro!, chiaramente tutti sono lì ad aspettare che arrivi questo futuro, ma nello stesso tempo si possono accorgere che in realtà c'è solo presente perché attendono sempre un futuro che non arriva mai. Se camminando facciamo attenzione ai nostri passi, andiamo avanti concentrandoci su quello che abbiamo attorno e cerchiamo di prendere consapevolezza delle cose che ci circondano, potrà capitarci di accorgerci che in realtà il tempo è una bufala, esattamente come la storia di babbo natale!. Peccato che Gabriel non prenda sul serio queste posizioni, ma cerchi di liberarsene velocemente. Il suo argomento poggia non su una prova del tempo, ma sul movimento e sul fatto che il movimento non ci sarebbe se non vi fosse prima il tempo (altro presupposto). Quindi principalmente il suo problema deriva dal fatto che alcuni hanno detto che il movimento è un'illusione, in particolare lo facevano Parmenide e Zenone di Elea, ma questi cercavano di dimostrare che il movimento era un'illusione basandosi sul fatto che questo contiene paradossi. Micheal Onfray ricorda sempre che Diogene il Cinico diceva a Zenone di camminare e farsi un passeggiata per convincersi che il movimento è qualcosa di reale. Nelle filosofie del 900' molti filosofi tra cui Bergson e William James hanno sostenuto che il tempo non poteva essere spazializzabile e ne hanno sempre più fatto un'esperienza soggettiva, maggiormente relativa. Ai giorni nostri nessuno si sognerebbe più di sostenere che il tempo sia oggettivo ed omogeneo, quella forma di tempo fa parte di un nostro modo di codificare il tempo, come già ci insegnava Kant, il quale considerava il tempo come una forma e come ci insegna ora anche la PNL con le sue time-line. Non è chiaro dove voglia arrivare Gabriel, anche perché, come ho detto, non ha senso fare troppo i realisti con il tempo dopo gli sviluppi del pensiero su questo argomento nel 900'. Per quanto riguarda il movimento bisogna vedere gli sviluppi della tecnica cinematografica, perché questa sembra che ci insegni che il movimento parte da dalle immagini immobili fatte scorrere, per questo dovremmo pensare che ci sia un tempo o forse il movimento è il risultato di presenti immobili che scorrono?. A prescindere da che cosa si voglia sostenere, è abbastanza evidente che non si può liquidare così facilmente certe posizioni di ontologia. 

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lunedì 7 settembre 2015

Un commento a "perché il mondo non c'è" di Markus Gabriel, p VI





Vorrei cominciare una discussione sul concetto di esistenza che adotta Gabriel nella sua opera, per mostrare come la visione in realtà, nel suo caso continui a rimanere imparziale, cercando sempre di rimanere in linea con le mie critiche a questa opera e al nuovo realismo. Vediamo la delucidazione del concetto di esistenza di Markus Gabriel:

"Übrigens steckt dies in der Wortgeschichte von -Existenz-. Denn Existenz kommt aus Lateinischen (mit einer altgrichischen Vorgeschichte). Das Verb -existire- heißt -entstehen, heraustreten-. Wörtlich übersetzt bedeutet das Wort -Heraus-Stehen-, -Hervorstechen- oder -Hervortreten-. Was existiert, sticht hervor, es hebt sich von anderen Gegenständen durch seine Eigenshaften ab." (Warum es die Welt  nicht gibt, p.74)

Il testo qui lo metto in tedesco, ma sono venuto a sapere che hanno tradotto il libro in italiano (finalmente), è edito dall'Einaudi, la mia versione l'ho acquistata a Lipsia anni fa, nel 2013, in tedesco chiaramente, non mi azzardo in una traduzione anche se capisco perfettamente il testo. In pratica sta descrivendo un po' quella che è la storia della parola esistenza, nel senso della parola "Existenz" tedesca, la quale chiaramente viene dal latino e significa in un certo senso "sussistere da", "ex-sistere". "Entstehen" dopo tutto rende bene l'idea, questa parola in tedesco vuol dire essere, ma nel senso del comparire, per esempio per dire "Luce sia", nella Bibbia, in tedesco compare "Licht entsteht". "Heraus" è un altro buon indizio, nel senso che "aus" vuol dire da, ma nel senso di tridimensionalmente fuori, mentre "her" è sempre verso di me partendo da qualche parte, ad esempio se dicessi:"Warf mir den Rucksack herunter!", intendo dire che io sono sotto e chiedo che mi si lanci giù lo zaino. Il famoso "raus" dei nazisti, sarebbe in realtà "heraus" ed è comunque sbagliato perché per dire ad uno di andarsene, si dovrebbe dire "hinaus", "heraus" potrebbe usarlo solo uno che si trova già fuori a uno che si trova dentro. Lasciando perdere questa questione, c'è da dire che in realtà in tedesco molte volte si trova una parola che viene dal latino e una che è veramente tedesca, questo è il caso di "esistenza", perché la parola che viene dal latino sarebbe "Existenz", mentre la parola che viene dal tedesco è "Dasein". "Dasein" solitamente è tradotto in italiano con esserci, in generale indica lo stare qui. Quando Gabriel parla di esistenza la intende come un apparire in un campo sensoriale (Sinnfeld), ma questo apparire (vorkommen) è sempre un venir fuori con certe qualità (Eigenschaften). Gabriel afferma che è del tutto impossibile che un oggetto non possa avere delle qualità, altrimenti non esisterebbe, per questo motivo noi non possiamo essere altro che la somma delle nostre qualità. Se le cose stanno così ci sono due problemi: il primo deriva dal fatto che se cambiano tutte le nostre qualità come facciamo a dire di essere ancora noi stessi?; il secondo deriva dal fatto che se le cose stanno così, Gabriel fa coincidere l'essenza con l'esistenza, visto che non riesce a concepire l'esistenza come qualcosa che non possa essere una qualità o essere il semplice apparire di certe qualità. Il primo punto è delicato, il secondo ancora di più. Supponiamo che io per mio carattere sia una persona timida, chiusa, triste e depressa, ma poi vado ad un corso di PNL, insoddisfatto dalla mia vita e scopro come cambiare il mio carattere riuscendoci, cosa succede in quel momento? se io sono solo la somma delle mie qualità come faccio ad essere ancora me stesso?. Il problema ovviamente è molto vecchio e si rifa alla tradizione inglese-scozzese dell'empirismo, secondo la quale non esiste una sostanza nelle cose, ma le cose sono composte dalla semplice somma delle loro qualità. Il punto è che in queste filosofie, in particolare in Hume, il concetto di identità sparisce del tutto e diventa una pura e semplice convenzione. Ad esempio ieri sono andato a prendere un caffè con Pierre (esempio tipico sartriano), abbiamo parlato e poi ci siamo detti che ci saremmo rivisti il giorno dopo a casa sua per continuare la discussione, nel frattempo molte cose cambiano, quella sera Pierre trova una nuova fidanzata, cambia look di capelli e il giorno dopo mi racconta tutte queste cose, il problema è molto semplice: con chi sto parlando?. Sembra stupido ma una volta che le conseguenze delle tue tesi sono la convenzionalità delle identità come posso dire che quello sia ancora Pierre nonostante i cambiamenti?. L'altro problema riguarda il fatto che l'esistenza in questo caso o è il semplice "vorkommen", questo apparire in un campo di senso, oppure deve essere anche quella una qualità. Perché se noi siamo la somma delle nostre qualità, allora è evidente che coincidiamo in tutto con l'essenza nostra e l'esistenza non è altro che l'apparire dell'essenza in un campo di senso. È chiaro che Gabriel non prendere in considerazione la tradizione esistenzialista tedesca e francese, questo perché parla di "Existenz" e non di "Dasein". Secondo l'esistenzialismo francese, in particolare, l'esistenza precede l'essenza, per cui prima esistiamo, ancora prima di essere quello o quell'altro, quindi prima di avere delle qualità, perché se siamo davvero qualcosa, noi siamo libertà e possibilità. Se non è così per Gabriel vien da chiedersi come si costituiscano le qualità, dal momento che non sono frutto di nostre scelte (cosa che avrebbe senso solo ipotizzando l'esistenza prima dell'essenza). Si può pensare che Gabriel creda che nasciamo già con qualità, questo poi non è del tutto falso, ma questa continua identificazione di noi con le qualità, non ci preclude un po' la possibilità di cambiare?. A tutto questo va aggiunto che le sue critiche all'idea della "Supergegenstand" (superoggetto) a questo punto non funzionano. Gabriel dice che questo oggetto non può esistere, perché non può ex-sistere, come potrebbe avere un fondamento ulteriore?; c'è un secondo punto per cui il super-oggetto non potrebbe essere nulla in quanto non ha qualità che lo distinguano dagli altri oggetti, perché per essere una cosa, secondo Gabriel non basta che sia identica a se stessa, ma deve essere anche diversa dagli altri oggetti. In un certo senso nella definizione del suo cane, secondo Gabriel, è più importante il fatto che non sia Batman, piuttosto che il fatto che abbia quattro gambe, infatti quattro gambe le possiedono molti altri animali. Se noi però immaginiamo che questo superoggetto non sia semplicemente un oggetto, ma l'esistenza stessa, non intesa secondo "Existenz", ma secondo "Dasein", senza pensare un luogo dove debba trovarsi, intendendo quel "da" come un qui generico che sta per un ovunque (wo auch immer). Se poniamo l'esistenza prima dell'essenza non c'è bisogno che questo superoggetto debba per forza di cosa caratterizzarsi per delle qualità, le qualità vengono dopo e non sono altro che mille declinazioni della stessa cosa, ma in primo luogo si dirà che questo superoggetto esiste.

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Un commento a "perché il mondo non c'è" di Markus Gabriel, p VII 

giovedì 16 luglio 2015

Un commento a "perché il mondo non c'è" di Markus Gabirel, p III




 Bisogna discutere il fenomeno del nuovo realismo, non perché questo sia da criticare in quanto vecchia forma del realismo ingenuo che diceva semplicemente che le cose esistono realmente e sono là fuori. Prima di tutto è intento di Gabriel cercare di superare il concetto di esistenza come semplice "trovarsi" da qualche parte, l'esistenza è un apparire in un Sinnfeld, in un campo di senso, non è semplicemente l'essere in giardino o nel salotto, perché questo rimanda ancora alla vecchia teoria del contenitore. Si deve analizzare pertanto il nuovo realismo come un fenomeno più complesso, da un lato esso cerca di rendere conto del vecchio realismo metafisico, ma vuole anche superarlo. Non c'è solo l'oggetto, ma ci sono anche i punti di vista, è solo che questi punti di vista sono altrettanto oggettivi quanto l'oggetto stesso. Il problema dunque non è più semplicemente se il mondo è costruito dalla nostra mente, dalle nostre facoltà mentali o se invece sia qualcosa di oggettivo la fuori, anche perché da questo punto di vista se diciamo che il mondo è un'illusione forse Gabriel ci da ragione. Il problema è che un punto di vista realista ingenuo dice che noi ci troviamo nel mondo e che questo mondo è indipendente da noi, tanto è vero che ha una sua storia molto lunga che parte molto prima che noi stessi nascessimo; un altro punto di vista costruttivista sosterrebbe che noi non possiamo conoscere il mondo se non a partire da noi stessi. Così ad esempio Gabriel cita il romanzo russo: "mignolo di Buddha" dove viene posta la questione del luogo e ci si chiede in che luogo debba trovarsi la terra e si risponde nel tutto, ma quando viene chiesto dove si trova il tutto, si risponde che si trova in sé e l'in sé si trova nella coscienza, ma la coscienza è già contenuta nel tutto, quindi contiene se stessa come suo elemento, quasi come gli insiemi ad auto-ingerimento di Russell. Il problema tra il vecchio realismo e il costruttivismo forse dovrebbe essere questo: il mondo è conosciuto a partire dall'uomo, a partire dal soggetto, ma l'uomo e il soggetto sono nel mondo che conoscono solo a partire da loro stessi. Come risolvere questo problema? si potrebbe pensare il soggetto come un insieme ad auto-ingerimento, perché nel mondo che costruisce una parte di quella realtà è lui stesso, ma sarebbe troppo assurdo perché tutto presuppone che lui possa essere distaccato dal mondo, ovvero non nel mondo; si può pensare che ci siano due mondi: uno è quello che ci appare, quello che costruiamo (quello decodificato dai messaggi dei computer nell'immagine di Putnam); l'altro è quello reale dove siamo (la vasca dei cervelli nell'esperimento mentale di Putnam). Di fatto il nuovo realismo ha fatto questa mossa: eliminare il mondo, il mondo come contenitore di ogni cosa. In pratica il nuovo realismo per funzionare ha bisogno che non vi sia contenitore di ogni cosa, per questo, almeno per quello che riguarda la fisica quantistica, non può che schierarsi contro una teoria come la teoria del tutto di Stephen Hawking o la questa tendenza della fisica quantistica a dire che le cose sono tutte connesse, la concezione olistica di Bohm e così via. In pratica il vero dibattito non è più tanto se la realtà è semplicemente il punto di vista del soggetto oppure se è qualcosa di indipendente da esso, il vero problema è se esista un contenitore di tutte le cose, se vi sia l'Uno oppure no, se le cose non siano in realtà connesse le une con le altre o se invece ci siano veramente questi infiniti settori di oggetti. Dal punto di vista del nuovo realismo un tentativo di unire le scienze e di dare una visione globale forse sarebbe pura follia visto che in questo caso si confonderebbero tutti i settori di oggetti gli uni con gli altri.

Vediamo dunque le posizioni del nuovo realismo sulla fisica:

Ferraris sostiene, rimanendo sul filone della fenomenologia, che l'esperienza precede la scienza, che prima esperiamo il mondo, questo mondo che ci resiste ed è oggettivo, poi successivamente parliamo di elettroni e stringhe; questo accade perché c'è un'esperienza pre-categoriale che precede quelle della fisica e ne è la condizione.

Gabriel parte dal concetto di "Gegenstandbereich" (settore di oggetti), per cui se parliamo di banane, dico dal punto di vista di ciò osserviamo con gli occhi, il settore di oggetti è uno, se invece le consideriamo in quanto fatte di atomi, allora il settore degli oggetti è un altro. In questo modo i settori non devono essere confusi e non li confondi perché non esiste il mondo, non è che queste cose sono nello stesso luogo. Infatti il problema sarebbe se il giallo e la morbidezza della banana sono tali come li vediamo o tocchiamo o sia meglio una descrizione fisica che non parla più veramente di giallo, ma parte da altre entità; Gabriel direbbe che parliamo di cose diverse, quello che si chiede è se con questa mossa le banane non diventino due.

In effetti un problema può essere quello che ho detto per ultimo, ovvero se non c'è un grande contenitore perché allora pensare che tutti i discorsi sulla banana vertano sulla stessa banana, ovvero considerare la banana come oggetto della vista o oggetto della fisica, la mia banana come la vedo e così via, non potrebbe condurre ad una magica moltiplicazione delle banane come Gesù aveva fatto con il pesce?. Come ho detto prima, ma del resto si sa, non è che la fisica quantistica pensi che il mondo non esisti, anzi crede nel contenitore delle cose e questo vale per le teorie di Hawking, di Bohm e altri. Il problema della fisica rispetto all'oggetto dovrebbe essere a mio avviso descrittivo, ma sempre fatto in un modo tale che questa descrizione possa inserirsi nell'identità dell'oggetto. Moltiplicare le realtà, invece di dire che c'è la realtà, perché poi è questo il punto; il nuovo realismo non afferma che il mondo è reale o che la realtà è reale (tautologia), ma che la realtà non c'è perché ci sono le realtà. Per questo motivo Gabriel cita un film come Matrix usandolo come coltellaccio da ritorcere contro chi crede che la realtà sia un'illusione, perché Gabriel forse direbbe anche lui che la realtà è illusione, nel senso dell'intero contenitore, ma direbbe che quel film non fa altro che dire questo: non c'è realtà, ma ci sono le realtà (i settori di oggetti senza il contenitore mondo); e non come crederebbero altri, me compreso, che quello che vediamo sia fittizio. Da un punto di vista lacaniano quando si moltiplica senza mai riportare il molteplice ad un solo senso, questo è delirio; Lacan parlando del simbolismo di Jung diceva che era delirio, perché il delirio è molteplice, il paziente ha perso il senso della sua parola e la può trovare solo nel "padre" (il Simbolico), mentre Jung moltiplica i complessi, parla di archetipi e così via, trasformando la psicoanalisi in un delirio; cosa Lacan direbbe di Gabriel?. È comunque importante tenere conto di quello che sto dicendo perché il nuovo realismo non va mai confuso con il vecchio realismo che diceva semplicemente che la realtà è reale per il fatto che esiste una resistenza degli oggetti. Ci rimane una domanda: cosa dovrebbe fare una persona che crede che il mondo sia un'illusione oggi? non potrebbe che credere che esista il contenitore delle cose, che le cose sono tutte connesse e che i fatti e gli oggetti non siano che illusioni. Quest'ultima non è la mia posizione, certamente credo che le cose siano connesse, ma ci sono esperimenti della fisica che lo dimostrano; tuttavia mi interessa prendere una frase dal libro di Gabriel:

"Es wäre merkwürdig, wenn Ihnen jemand auf die Frage, ob sich noch Butter im Kühlschrank befindet, antwortete:"Ja, wobei di Butter und Kühlschrank eigentlich nur eine Illusion, eine menschliche Konstruktion sind. In Wahrheit gibt es weder Butter noch einen Kühlschrank. Zumidenst wissen wir nicht, ob es sie gibt. Trotzdem guten Appetit!" (Markus Gabriel, Warum es die Welt nicht gibt, Ullstein, pp. 22)

Supponiamo che voi chiedete se c'è del burro in frigo e qualcuno vi risponde: "sì certo, ma è solo un'illusione, in realtà non esiste. Comunque buon appetito!", voi che gli direste?. Fa strano che uno pensi che le cose siano un illusione e ci si chiede come vivrebbe la sua vita, il punto è che la vivrebbe come gli altri, solo non la prenderebbe troppo sul serio come gli altri. 

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domenica 25 maggio 2014

Un commento a " perché il mondo non c'é " di Markus Gabriel, p II


Continuando la mia analisi di questo libro, vorrei esporre quelle che sono le obbiezioni varie che Gabriel pone a viarie posizioni, come per esempio è il caso del costruttivismo, del materialismo, del monismo e del dualismo ecc..., ancora prima di approfondire maggiormente la filosofia e il nuovo modello contenuto in questo libro. Per esempio adesso vorrei parlare della questione del materialismo, in questo ci sarà l'occasione di discutere in generale su questo tipo di posizione e vederne cosa ne dice nel libro, oltre che vedere quelle che sono le obbiezioni e le eventuali contro-obbiezioni. Prima di tutto Gabriel distingue tra il fisicalismo e il materialismo, in questo modo:

"  Während der Physikalismus behauptet, dass sich alle Existierende im Universum befindet, und deswegen physikalisch untersucht werden kann, behauptet der Materialismus dass alles Existierende materiell ist. "  (Gabriel, Markus, Warum es die Welt nicht gibt, Ullstein, Berlino, 2013, pp. 42 )

Il fisicalismo dunque dice solo che perché le cose esistano si devono trovare nell'universo, non c'è altro al di là di questo, mentre il materialismo sostiene di più che ogni cosa che esiste è materiale, quindi non basta solo che si trovi nell'universo. Il materialismo, dice Gabriel, deve per forza di cosa considerare materiali, anche sia i ricordi, le immagini dipinte dalla fantasia e stati cerebrali. Anzi meglio, se io immagino qualcosa, questa mia attività, come l'immagine stessa devono corrispondere ad un'attività riconducibile al cervello, quindi ad un particolare stato cerebrale e lo stesso certamente è per i ricordi. Quindi il problema del materialista è il classico, ovvero dover identificare quelli sono gli stati specifici del cervello, fare magari anche una mappatura del cervello, sapere quali sono le zone cerebrali adibite a cosa. L'analisi per esempio può essere condotta in questo modo: vedo che il cervello si accende, ma si accende sempre qualche parte; quando vedo che è in atto un certo tipo di attività per esempio una linguistica, controllo la parte in funzione, quindi vedo la dove il cervello si attiva in quell'azione e così penso che quella sia la parte che abbia quella funzione. Secondo me i problemi del materialismo sono che non può parlare di sensazione come qualcosa di un processo materiale, dato che questo materiale non va oltre la mera superficie e non può essere preso il cervello come qualcosa di nostro interiore, di solito spiego la cosa così: se prendo una palla e la metto fuori dalla scatola, questa si trova all'esterno della scatola, mentre se la posiziono all'interno della scatola sarà dentro la scatola, ma in entrambi i casi la palla si trova nel mondo esterno; così ne consegue che se io ho il cervello, questo può trovarsi fuori dalla scatola cranica e allora sarà fuori di essa, oppure il cervello può essere dentro la scatola cranica, in quell'altro caso sarà all'interno della scatola cranica, ma in entrambi i casi il cervello si trova nel mondo esterno, così che il materialista non può pensare più l'interiore, ma deve per forza esulare la via del dualismo interno ed esterno, come esiliato dovrà cercarsi una terza terra, ma bisogna vedere dove troverà questa terra; nonché poi il fatto come si fa notare che nei fenomeni cerebrali manca un cominciamento causale e non si spiega come questo possa determinare se stesso. Ora però vediamo anche le obbiezioni di Gabriel che poi quelle che contano di più visto che si sta parlando di questo libro; dunque Gabriel per esempio dice che se ogni nostra immaginazione è uno stato cerebrale, devono essere stati cerebrali anche le immaginazioni di cose non materiali, perché se tutto è materiale, se io in questo momento chiudo gli occhi e penso ad un drago, a cosa corrisponde materialmente quell'immagine? a quale stato cerebrale? e non sarebbe un po' contraddittorio se si dicesse che un'immagine di qualcosa di immateriale è materiale?. Questo è un problema del resto, ci sarà una distinzione tra la mera immagine e quella cosa che l'immagine indica, ma certamente il materialista nega  che esista qualcosa di non materiale, tuttavia deve scontrarsi con il contenuto stesso di questa immagine. La cosa veramente forte è anche che questo materialista mentre pensa: " tutto è materiale" si dovrebbe trovare in un particolare stato cerebrale, da questo ne consegue che, come dice Gabriel, la teoria stessa del materialismo in quanto tale, non sarebbe nulla di astratto ma qualcosa di puramente materiale, come la verità stessa, perché se noi siamo d'accordo con il fatto che questa teoria sia vera, allora ne deve conseguire che anche questa verità sarebbe qualcosa di materiale. Aggiungo io che appunto il materiale come tale è qualcosa di puramente individuale, per questo si deduce che la teoria e questa verità non potrebbero avere carattere universale. Così infatti, osserva Gabriel che due materialisti che pensano la stessa teoria dovrebbero in quello stesso momento trovarsi nello stesso e medesimo stato cerebrale, tanto è che con una piccola variazione cambierebbe tutto, ma quante probabilità ci sono che due persone abbiano nello stesso momento lo stesso stato cerebrale? dovrebbero tutti e due le stesse e identiche connessioni cerebrali nello stesso momento. Se diciamo che le immaginazioni nostre sono stati cerebrali, non potrebbe essere vero il contrario? cioè che gli stati cerebrali sono immaginazioni e con questa genialata di mossa Gabriel, pone un bel problema, perché noi ogni cosa che vediamo ce la rappresentiamo, sembra dipendere da altro, ma il soggetto dell'altro fosse il cervello, esso è altrettanto materiale come il resto della realtà, dunque potrebbe benissimo essere una specie di rappresentazione anche quella, però come dicevo prima, il materialista non può pensare la dimensione interiore. Un altro problema secondo Gabriel è quello dell'identificazione, quindi poi della rappresentazione stessa, che poi ovviamente si ricollega come quasi conseguenza a quello che si è detto prima, per cui voglio fare presente queste due affermazioni di Gabriel:

" Der erste Problem des Materialismus ist das Problem der Identification. Der Materialismus lehrt, dass meine Vorstellung von einem Couchtisch mit Kaffeeflecken letzlich darauf zurücfkführbar ist, dass der Couchtisch und die Kaffeeflecken aus physikalischen Gegenständen, etwa subatomeren Partikeln, bestehen. (...) Der Materialismus muss die Existenz von Vorstellungen anerkennen, um sie im nächsten Schritt leugnen zu können. Dies ist ein Wiederspruch." (  Gabriel, Markus, Warum es die Welt nicht gibt, Ullstein, Berlino, 2013, pp. 45 )

L'identificazione è problematica per il materialista perché non è chiaro se diciamo che le cose sono materiali, poi aggiungiamo che queste materia è fatta di atomi, come facciamo a parlare di oggetti? nel senso c'è una posizione in ontologia nichilista che afferma che la materia è fatta solo di atomi e che in realtà vi sono per nulla oggetti, ma solo questi atomi. Così se la fuori la realtà è fatta di atomi come posso dire che quello è il tavolo del sofà con le macchie di caffè (  Couchtisch mit Kaffeeflecken ), perché non riesco a distinguerlo dal resto e sarebbe difficile individuare ora le macchie di caffè. Oltretutto, Gabriel ci fa notare che esiste una contraddizione nel materialismo che è quella che il materialismo deve fare un'indagine sulle rappresentazioni, per poi dopo negarle, quindi l'oggetto dell'accertamento se prima è come oggetto, dopo viene negato in senso assoluto. Sono tutti questi degli argomenti validi per mettere radicalmente in discussione la posizione materialista, si dovranno vedere  nelle parti successive argomenti sul costruzionismo e altre forme di pensiero, proprio perché Gabriel attacca un po tutte le posizioni.

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domenica 4 maggio 2014

Un commento a " perché il mondo non c'é " di Markus Gabriel, p I




Sono molto orgoglioso di aver letto questo libro: " perché il mondo non c'è", che poi sarebbe una mia traduzione dall'originale " Warum es die Welt nicht gibt", perché credo non sia ancora mai stato tradotto in italiano, di un famoso filosofo tedesco di nome Markus Gabriel, esponente del movimento filosofico del nuovo realismo, il più giovane in Germania, insegna a Bonn. Si tratta quasi di un onore poter parlare di questa opera di cui Slavoj Žižek, in persona, ha detto: " Eine großartige Gedankenübung ", ovvero un grande lavoro di pensiero. Sai chiaro il mio intento in questo caso visto che non sono un nuovo realista, è quello appunto di analizzare l'opera, però in più parti perché richiede abbastanza tempo e in qualche modo confrontarmi con essa, rispetto a quello che è il mio modello di pensiero. Devo ammettere che dall'ultima volta che avevo scritto su Maurizio Ferraris, questo libro diciamo lo vedo come qualcosa di molto diverso e nuovo, intanto certamente è molto più dettagliato, all'apparenza sembra contenere un po' tutto quello che è il pensiero di Maurkus Gabirel ed è anche, lo si ammette facilmente, un libro piuttosto divertente, neanche troppo complesso, anche da leggere in tedesco non è poi così difficile. Si tratta appunto di costruire dei testi che siano in realtà come dei dialoghi quasi con questa nuova forma di filosofare che chiamano: nuovo realismo, il dialogo quindi al di là della mera presentazione diventa analisi critica sopratutto da parte poi di un'altra posizione che è la mia, quella della filosofia dell'Uno. Sembra che per cominciare che questo libro appunto delinei il nuovo realismo, appunto come qualcosa di completamente nuovo e innovativo, per cui sarebbe alquanto stupido trattarlo come il realismo classico che invece afferma semplicemente l'esistenza del mondo esterno, cosa che però non traspare molto nel manifesto di Ferraris. Il punto non è tanto pensare che vi siano semplicemente delle cose la fuori come date, il che è vero che vi sono, ma la cosa più nuovo da quello che si capisce di questo tipo di realismo, è quello di inscrivere anche le prospettive come fossero qualcosa di completamente obbiettivo e non avesse quella loro soggettività che solitamente si dice le sia più appropriata. Per esempio vediamo questo caso, Markus Gabriel si trova a Napoli con Ferraris ( i due si conoscono e sono amici ), da Napoli in effetti si può osservare il Vesuvio e infatti dice :

" Der Neue Realismus hingegen nimmt an, dass es in diesem Szenario midestens vier Gegenstände gibt:

1 Der Vesuv

2 Der Vesuv von Sorrent aus gesehen

3 Der Vesuv von Neapel aus gesehen ( Ihre Perspektive )

4 Der Vesuv von Naepel aus gesehen ( meine Perspektive )

Man kann sich leicht klarmachen, warum diese Option die beste ist. Es ist nicht nur eine Tatsache, dass der Vesuv ein Vulkan ist, der sich an einer bestimmten Stelle auf der Erdoberfläche befindet, die derzeit zu Italien gehört, sondern es ist ganz mit demselben Recht ebenfalls eine Tatsache, dass er von Sorrent aus soundso und von Naepel aus eben anders aussieht." ( Gabriel, Markus, Warum es die Welt nicht gibt, Ullstein, Berlino, 2013, pp. 14 )

Le citazioni pensavo anche di lasciarle in tedesco, qualcuno di mia conoscenza diceva che le lingue non si possono tradurre, non so nemmeno se mi azzarderei davvero in una traduzione, che potrebbe quasi solo rovinare il testo, ad ogni modo spiego quello di cui si parla, ovvero, se è un fatto ( Tatsache ) che il Vesuvio sia un vulcano e si trovano in un certo luogo e anche un fatto che appaia in un certo modo da Sorrento e in un altro da Napoli, dove però l'apparire è qualcosa che appunto rappresenta una prospettiva e ovviamente un parziale adombramento dell'oggetto stesso. Quindi qui il nuovo realismo oltre a considerare reale il Vesuvio stesso, considera reale anche le prospettive sul Vesuvio e la cosa appunto quasi straordinariamente nuova e che mai avrei immaginato è appunto questo processo di ontologizzazione delle prospettive stesse. Perché in fondo quello che si propone in questo testo è capire che ci sono le cose, ci sono le prospettive sulle cose, ma non s'è e non esiste il mondo. Qui per mondo viene inteso una specie di sfondo a tutta la realtà, un grande contenitore di tutte le cose, che in un altro senso sarà detto anche dal filosofo con il nome di superoggetto ( Supergegenstand ). È proprio come nel quadrato nero su sfondo bianco, dice Gabriel, cioè in quel quadro dove appunto compare questo oggetto su uno sfondo neutro, a indicare l'assenza dello sfondo stesso, anzi a dire il vero a voler analizzare ancora più approfonditamente verrebbe da dire che questo nero del quadrato risalta perché lo sfondo è bianco. Per capire questo tipo di filosofia, si devono comprendere mano a mano due concetti, uno è quello di Gegenstandbereich e altro è quello di Sinnfeld, di cui qui in effetti vorrei fare un prima delucidazione, per esempio diciamo etimologicamente vorrebbe dire: " settore di oggetti ", il secondo, è difficile da tradurre, si potrebbe dire così: " campo di sensoriale", non so quanto questa traduzione rispecchi quello che realmente è.  Il settore di oggetti varia, diciamo pure che secondo Markus Gabriel la fisica quantistica che oggi sostiene di essere capace di darci una visione della realtà migliore di quella che noi abbiamo con i nostri sensi, ha smarrito completamente l'idea che l'elettrone, la stringa, l'atomo stesso in realtà certo esistono ma in una diversa Gegenstandbereich, quindi un settore di oggetti diverso da quello con cui abbiamo a che fare noi tutti i giorni e ce ne sono diversi di settori di oggetti, più o meno per ogni scienza e altro ancora, ma sono in qualche modo paralleli e diciamo appunto non vi è uno di essi che si possa dire più vero degli altri e non c'è una sola visione corretta del mondo. Anzi il punto è che questi settori possono sussistere perché non c'è mondo, quindi in realtà non si tratta di visioni del mondo, ma appunto qualcosa come una specie di realtà fatta da queste molteplicità che non rinviano più ad un tutto. Il secondo concetto di cui si parla invece era quello di Sinnfeld, che sembra sia stato preso dal nome della fiction famosa americana: Seinfeld, soprannominato lo show su nulla, che appunto designa questo campo sensoriale, che è quella specie di parte della realtà dove compaiono le cose, ma le cose appunto possono comparire, a quel che sembra in più Sinnfeld, possono apparire in modo diverso, come nel caso del Vesuvio, dato che si danno molte prospettive. Il punto sta che in realtà il Vesuvio noi non lo vediamo mai, anche se Gabriel ci dice che esiste, nel senso che non lo vediamo per interno, vediamo solo una parte, come nel concetto husserliano di adombramento, la prospettiva sembra quasi essere pari ad un adombramento. Però quello che si deve capire in questo caso è che in qualche modo l'esistenza stesa delle cose coincide con questo apparire in un campo sensoriale, infatti dice:

" Existenz = Erscheinung in einem Sinnfeld " ( Gabriel, Markus, Warum es die Welt nicht gibt, Ullstein, Berlino, 2013, pp. 87)

Questo apparire però appunto è qualcosa di oggettivo, nel senso che i campi sensoriali sono qualcosa di indipendente da noi, non sono nostre costruzioni e questo non in effetti non si capisce, visto che si è abituati a considerare i sensi come qualcosa di soggettivo, che deriva dall'idealismo e oltre, ma penso anche gli empiristi avessero questa idea, in ogni caso Gabriel cambia tutta la concezione, perché pensa i sensi come qualcosa di oggettivo, i sensi sono oggettivi e le prospettive devono essere ontologizzate. L'ontologizzazione delle prospettive fa si che anche appunto le prospettive non siano tanto più soggettive, ecco perché l'ammissione delle prospettive non è contraddizione con l'idea del realismo. Infatti di per sé si può dire che il Vesuvio visto da Sorrento sia una prospettiva in sé, come qualcosa quasi di oggettivo che non dipende dal fatto che sia io a vederlo da li, perché se ci si mette un altro vede la stessa cosa, al prospettiva da Napoli sul Vesuvio è diversa da quella di Sorrento, ma non cambia al variare del soggetto.

Vorrei qui adesso buttare alcuni appunti di critiche a quello che si è detto, mettendoli diciamo pure in un elenco:

1 l'esperimento dell'entanglement: se separiamo due fotoni, diamo delle informazioni ad uno e lo modifichiamo, così si codifica l'altro e questo non si spiega perché i fotoni sono separati, allora devono essere connessi in qualche modo, tutte le cose sono connesse. In fisica quantistica, non la conosco bene, esiste una teoria che si chiama : teoria del tutto. Il punto è rispetto a questa scoperta, ovvero il fatto che ogni cosa è collegata, quindi che esiste una specie di totalità, come si può dire che il mondo non esiste?, ovviamente qui dovrò poi spiegare quali sono le ragioni per cui Gabriel afferma che il mondo non c'è.

2 se vediamo il mondo in un certo modo, qualcuno forse direbbe che ci sono delle strutture che traducono il mondo così come lo vediamo, queste strutture sono i nostri sensi e così via. Ora se vediamo le stesse cose è perché abbiamo le stesse strutture, le zanzare ne hanno altre, vedono in modo diverso, come si può separare dal soggetto la prospettiva e come considerare obbiettiva la visione della zanzara? Credo forse che Gabriel dirà che il Sinnfeld della zanzara è diverso da quello dell'uomo, ma il punto è come fa il Sinnfeld a non essere soggettivo? una mia analisi maggiore del libro approfondirà l'argomento.

3 Una visione come quella di Gabriel sembra portare verso una concezione relativistica, come dovremmo rapportarci con la pretesa di verità oggettiva delle scienze?

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