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sabato 14 novembre 2015

Lezione V: costruire una teoria dei possibili modificando la relazione tra atto e potenza






La filosofia dell'Uno sin dalle sue origini, ovvero quella filosofia che io stesso ho concepito, sostiene che in principio era la possibilità infinita. La possibilità infinita non è altro che il vero potere dell'Uno, quando noi siamo veramente nell'Uno perché siamo tornati all'Uno allora possiamo possedere tale potere. La possibilità infinita è semplicemente l'unione di tre indefiniti: l'indefinito numerale, quello formale e quello azionale. L'indefinito non è altro che la serie stessa senza termine di un certo tipo di elementi. L'indefinito numerale determina un ente secondo una sua moltiplicazione all'indefinito di apparenti doppioni senza termine, ad esempio indefinite tigri di un certo tipo. L'indefinito formale invece moltiplica all'indefinito le forme di un ente, per cui per esempio potremmo trovarci di fronte ad una moltiplicazione indefinita di specie diverse e tantissimi incroci. L'indefinito azionale ripete all'indefinito le azioni. La possibilità infinita come potere è la capacità di fare un numero indefinito di azioni, di tutti i tipi che si vogliono in tutte le forme che si voglio; come possibilità infinita in sé non si tratta altro che della "creazione". In questa lezione voglio prendere in considerazione la teoria per cui i possibili sono codici, ma devono essere di una natura tale da non supporre dei codici al di sopra di sé, essi devono essere di modo tale da essere puramente individuali e non generali. René Guénon considera il possibile come essere e afferma che il possibile si divide in due: uno manifesto e un altro non manifesto, attuale e virtuale?. Ha senso dire: in principio era il possibile in quanto doveva darsi una potenzialità pura, noi però pensiamo l'atto come quello che c'è, mentre diciamo che la potenza è ciò che deve essere ancora. Su questo ci sarebbe da dire che persone come Rudolf Steiner sostengono che si possa fare effettiva esperienza di quello che viene chiamato "potenza", quindi non è che non abbia nessun carattere concreto. Mano a mano che le lezioni continuano dovrò cercare di esplicitare sempre di più certe tesi del testo sulla filosofia dell'Uno che ho scritto tempo fa, per esempio potrebbe avere un senso dire in questo momento che il possibile secondo la mia filosofia dell'Uno non è altro che lo stesso codice non attualizzato che costituisce quella che, sempre in questa filosofia, viene chiamata: identità singolare. In un primo momento potremmo definire questa identità singolare come una specie di catena fatta da parti, queste parti sono gli elementi che costituiscono la cosa non in questo momento, ma sempre, perché l'identità singolare è un concetto complesso che si basa sull'idea che qualcosa sia un punto di indeterminazione che attraversi delle parti costruendo catene, l'idea dell'identità singolare è che noi siamo noi stessi solo e soltanto a patto che non lo siamo, cioè io sono sempre tutta la mia catena dell'identità singolare e mai solo l'ultimo pezzo, ma per continuare a costruire una catena non devo mai aderire completamente alla catena, altrimenti divento una potenzialità molto vicina alla possibilità infinita o ad un suo frammento. L'infinito, del resto, ha sempre questa caratteristica per cui se fosse tagliato non darebbe fuori che parti indefinite. Possiamo immaginarci una pianta che ha una serie di parti in un certo momento della sua esistenza, essa diviene, cambia il suo corpo, ma è sempre lei stessa in quanto tutti questi cambiamenti sono in una catena che formano la pianta in quanto pianta. Se tagliassimo la pianta possiamo vedere la sua identità singolare impressa in tutti quei cerchi concentrici che stanno per tutto il suo passato, ma che è ancora adesso, così come ora è l'intera catena e non solo l'ultimo pezzo. Chiaramente la pianta in sé non è nulla se non la sua possibilità infinita di essere qualsiasi cosa, in questo senso si potrebbe quasi dire che in principio vi sia la libertà. Anche noi non solo nel corpo, ma anche nel carattere e come Io siamo delle identità singolari, io posso avere certe caratteristiche particolari, ma poi nella vita cambio, posso cambiare solo se non mi identifico completamente con me stesso (se non faccio la "statua", come si dice in filosofia dell'Uno), allora sono libero di essere quello che vogliono rimanendo me stesso perché sono la catena, non solo l'ultima parte, ma l'intera catena. Il punto di indeterminazione è una versione singolare della versione totale della possibilità infinita, la nostra essenza come libertà decisionale, ovvero in principio vi era la decisione, così come forza decisionale, in accordo con la teoria delle forze che spiegavo nel mio testo sulla filosofia dell'Uno. La possibilità infinita noi in questo momento ce la immaginiamo in ipotesi, per vedere la nostra teoria sui codici dei possibili, come qualcosa che si smembra sempre per dispiegarsi tutta con moltissime facce e queste non sono altro che i singoli codici dei possibili;  dopo tutto il segreto è essere la realtà oceanica della catena di tutti questi codici e non essere nessuno di essi mai. Se questi codici non sono altro che l'essere, tenendo presente che dal punto di vista dell'esistenza ciò che è, è l'energia e dal punto di vista dell'essenza ciò che è, sono i codici o gli stati, allora questi codici sono già tutti perché in principio ci sono loro, quello che conta da vedere è perché alcuni di questi codici sono manifesti (attuali) e altri non lo sono (virtuali). Quello che noi vediamo è ciò che diciamo attuale, ma in realtà potrebbero benissimo essere dei codici di possibili che si danno a noi in qualche modo, mentre ciò che non vediamo deve distinguersi in qualcosa che c'è come le sensazioni che magari non hanno immagine, o anche il magnetismo o altre cose di questo tipo e in qualcosa che non si da a noi, ma non per questo non esiste. Deleuze considerava il virtuale come qualcosa che è reale, ma che non è un puro possibile; chiaramente anche Bergson da cui Deleuze prende spunto parla di questo. Il problema del virtuale sembra porsi in filosofia per il semplice motivo che vi sono delle cose che noi non vediamo semplicemente perché non le osserviamo, per esempio quello che si trova alle nostre spalle, ma che comunque hanno un "essere", oppure si può parlare delle sensazioni come il dolore, delle azioni virtuali che possiamo compiere sulle cose, della memoria o dei pensieri. È chiaro che questo discredito del possibile deriva semplicemente dal fatto che viene considerato come qualcosa di astratto, ma noi nella nostra ipotesi supponiamo che sia qualcosa di molto diverso, che non sia solo entità mentale, ma l'origine di quello che c'è. Così il virtuale non sarebbe altro che quel possibile che non si manifesta, ma questo, come si è già detto, va preso nel senso che avviene per differenti cause. Per finire la lezione faccio notare che nel testo della filosofia dell'Uno i possibili sono sempre considerati come degli in sé, mentre tutto il resto è qualcosa che si da ad un soggetto. In questo senso non c'è nessuna prova che questi oggetti che si danno a noi in questo mondo non si diano allo stesso modo in altri universi paralleli. L'idea è che ci sia uno stesso possibile in sé che si possa dare più volte; ad esempio una persona che recita al teatro si da al pubblico degli spettatori, nel senso che questi lo vedono, ma in quanto è oggetto del loro sguardo non è mai un in sé, ma sempre un per sé, così come in sé può darsi come per sé anche ad una telecamera della sorveglianza o alla televisione se qualcuno sta filmando. Questo semplice fatto dimostra come qualcosa possa darsi più volte, ma questo significa che ciò vediamo non è mai un in sé, anche se l'in sé è sempre in una frequenza in quanto ha un codice oggettivo. I nostri mondi non sono altro che degli schermi televisivi in cui compaiono questi possibili o meglio lo schermo sono i nostri stessi occhi. Ciò che conterà ora in futuro sarà quello di analizzare meglio cosa sia il possibile e la struttura del suo codice.

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lunedì 31 agosto 2015

Lezione III: il paradosso tra strutture e stati dell'Uno, analisi della metafisica orientale con René Guénon







Nella lezione precedente avevo mostrato come la divisione tra le due forme di filosofie dell'Uno esistesse prima della scissione successiva al fallimento della filosofia platonica, perché dopo tutto Parmenide può rappresentare l'Uno trascendente, l'Uno al di là del divenire, al di là del molteplice, mentre Eraclito è il filosofo dell'Uno dell'immanenza, il filosofo che dice che l'Uno non è al di là del divenire, ma è il divenire stesso. Platone va inserito sulla scia di Parmenide nel suo tentativo di correggere l'effetto dualista della filosofia parmenidea dicendo che anche il non essere è, infatti il non essere è differenza. La sua concezione della differenza lo ha portato ad un nuovo dualismo, quello tra le strutture (le idee) e la materia. Eraclito era forse il filosofo che creava più problemi nella teoria platonica, l'impossibilità di ridurre il divenire alle idee. Il bello è che in Eraclito esiste una risposta al problema delle differenze in Platone, questa risposta consiste nel rovesciare completamente il modello. Così Eraclito diceva:

“Se tutte le cose che sono diventassero fumo, le narici, le riconoscerebbero come distinte l’una dall’altra.”(Eraclito)

Quasi come in Deleuze sembra che la differenza sia in sé e non per sé. Questa concezione però va completamente contro l'idea delle strutture, delle essenze, semplicemente perché abbatte ogni idea di un modello originario. Salvo pensare che l'unico livello dell'Uno sia la materia, il che creerebbe una visione molto piatta e certamente immanente, si deve pensare che l'Uno abbia vari stati. Intanto c'è una complicazione iniziale: Parmenide intendeva l'Uno come essere, Eraclito come divenire, nessuno dei due però avrebbe mai pensato, come invece fa Plotino più avanti, che l'Uno possa essere oltre l'essere. Per il momento lasciamo perdere la posizione secondo cui l'Uno trascende l'essere e immaginiamoci che l'Uno sia l'essere, intendendo alle volte questo essere come ciò che è e magari altre volte il sistema più complesso di tutto ciò che si da, quindi potenzialmente anche il divenire. Il molteplice nella teoria dell'Uno-essere come stati diventa semplicemente la moltitudine degli stati di questo Uno. Se l'Uno è la radice ultima di tutte le cose, allora le cose si differenzieranno semplicemente per lo stato in cui si trovano. Ci saranno vari stati: materia, spirito, anima e mente, per ognuno di questi stati ci saranno altrettanti individuali che si distinguono per altre vibrazioni differenti, ma che hanno in comune lo stesso stato. Da questo punto di vista, prima di vedere Guénon, Spinoza è il personaggio più vicino a questa concezione dell'Uno. Spinoza parla di una sostanza con le sue proprietà, per esempio pensiero ed estensione, poi dice che queste proprietà dice che hanno degli attributi che sono gli individuali, i singoli pensieri e i singoli corpi. Dato che tutto viene dalla stessa Sostanza si può spiegare la connessione tra i corpi e i pensieri.  Guénon parla di stati molteplici dell'essere, questa è la metafisica orientale. Immagino che qualcosa di simile valga anche per quel che si dice sui corpi sottili, che dovrebbero risultate come stati differenti dell'essere. Il problema di una teoria di questo tipo è che si rischia di cadere nel dualismo se in questa teoria si introduce il modello strutture e quindi la sfida consiste sempre nel cercare di evitare questo modello cercando di trovare delle altre soluzioni. Immaginiamo che l'essere sia un codice, che se le cose che sono devono condividere la radice di questo codice ed immaginiamo che questo codice abbiamo come elemento radice: 1. In questo modo sapremo che se compare 1, quella cosa è. Gli stati dell'essere devono condividere questo elemento per poi aggiungere elementi nel loro codice che differiscano e determinano i vari stati, per questi elementi del codice useremo delle lettere. Così accade che: la materia ha il codice:1A, la mente: 1B, lo spirito: 1C, l'anima: 1D. Queste lettere potrebbero rappresentare delle variazioni di stato, anche se hanno la stessa radice. Dal punto di vista di Spinoza potrebbero essere anche le varie proprietà della sostanza. A questo devono seguire le individualizzazioni di queste cose, per esempio i singoli corpi o menti, per cui aggiungiamo dei numeri alle lettere da 2 in poi. Per esempio potremmo pensare che i corpi abbiano codici come 1A2, 1A3, 1A4, ecc... Il paradosso che si produrrebbe è che ci sarebbero dei codici, per esempio il codice della materia, che devono ripetersi per ogni molteplice e ogni singolo elemento in uno stato che condivide la struttura dello stato. Dal momento che nello stesso stato non potrebbe ripetersi il codice completamente uguale per ogni elemento, questi codici o strutture devono essere separati da tutte le individualizzazioni, provocando il dualismo indesiderato tra l'universale e l'individuale. In questo modello tutte le individualità sono costruite a partire da variazioni di codice che stanno sul termine, sulla coda.  Vediamo questi casi ad esempio: 1A34, 1C25, 1A35, 1D33. Ci sono due casi di codici che si riferiscono alla materia, mentre abbiamo un codice di uno spirito e quello di un'anima. Nei due casi dei codici di materia possiamo parlare dei corpi di Alberto e di Stefano, se il primo codice è il corpo di Alberto, il corpo di Alberto differisce da quello di Stefano perché nel codice ha 4 anziché 5. Una teoria delle essenze porta ad una teoria dei codici, la teoria dei codici è esattamente paragonabile a quella dei codici genetici; del resto, nell'ontologia della biologia, quando ci si chiede perché un animale sia di una specie, alcuni rispondo per via del codice genetico. Se è così la tigre è una tigre per via del suo codice genetico. Per evitare il paradosso dell'Uno molteplice si devono cercare altre strade. Si potrebbe per esempio continuare a pensare gli stati dell'essere come dei codici, ma pensare che quello che valga per l'Uno, debba valere anche per tutti i vari stati, per esempio che esista una materia in sé come un Uno e che tutto ciò che è materiale è sempre variazione di questo Uno e così anche per ogni altra cosa, persino il corpo di Alberto. Su questo punto Plotino per la sua teoria dell'Uno era partito dal fatto che aveva constatato che ogni cosa effettivamente è una. Il problema di questa teoria è che se ogni cosa è una, è anche vero che le cose hanno oblio e che si dividono all'infinito, a voler puntare tutto sull'unità si cade in un nuovo dualismo tra unità ed oblio. Qui si aprono due strade: quella di Proclo che cerca di portare l'Uno al di là dell'unità e una strada che cerca di concepire l'Uno senza l'unità, l'Uno come unico flusso di molteplicità. Si può comunque cambiare rotta fin da subito cercando di concepire un'altra teoria dei codici, una teoria in cui l'originalità degli elementi non venga da variazioni di code dei codici, ma che i codici non siano nati né per standardizzare, che si caratterizzino per essere in origine originali e che non siano delle gabbie, ma lasciano sempre spazio ad una decodificazione. In pratica chi si impegna per una filosofia dell'Uno e per una filosofia di tipo monista avrà sempre la sfida di fronte di ridurre tutte le dualità all'Uno, perché non devono essere cose che non possano essere riducibili.


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