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sabato 26 aprile 2014

XVI° Lezione sulle prove dell'esistenza di Dio ( Hegel)






Qui vediamo nella lezione Hegel che affronta il problema della necessità, su come sia stata vista nella storia, in particolare dalle religioni per esempio e in questo caso ne troviamo due particolari, da un lato una discussione tra un politeismo greco o uno induista, poi invece una discussione che va a toccare casi di altre filosofie come quella eleatica e quella di Spinoza. Nel primo caso possiamo parlare di quelle che Hegel potrebbe definire come forme religiose primitive, le prime forme religiose. Si tratta del caso delle religioni politeistiche, da un lato affermavano l'esistenza di una pluralità di Dei, i quali alla fine potevano avere sembianze umane o sembianze animali anche, ma in ogni caso erano rappresentati da una ben distinta immagine che permetteva di riconoscerli, ma sempre al di là di questi dei individuali si trovava questa dimensione dell'assoluto necessario. Una necessità assoluta di cui queste divinità potevano essere manifestazione, in un caso come nel caso appunto della religione greca, si tratta del destino che troviamo come più potente degli dei stessi, l'ananke, mentre nel caso della religione induista, si parla di un'altra cosa come la Brahman, anche questo caso sempre si parla di necessità, solo che in questo caso le divinità diventa rappresentatrici di questo Brahman, dove appunto la rappresentazione non risulta adeguata al suo contenuto, perché il singolo, la divinità come tale non è assoluta, anche perché l'assoluto qui non è ancora concepito come uno, ma come pluralità di espressioni. In ogni caso la percezione della necessità era evidente anche in età più antiche, la differenza per esempio nel moderno, è che in ogni caso al di là di questa necessità puramente esteriore, come mera necessità esterna, si è affermato anche l'esistenza di una dimensione interiore in cui l'uomo ha trovato la sua libertà, però questa è ancora un'altra storia. Passiamo invece al caso delle filosofie eleatiche e quella di Spinoza, perché qui sembra che il problema sia del tutto diverso, queste filosofie in effetti risolvono l'accidentale come qualcosa che accade all'interno del contesto dell'essere stesso, nel senso della necessità e quindi in un caso l'essere che è e nell'altro caso la sostanza, quindi Dio medesimo. Nel caso della filosofia eleatica, personaggi come Parmenide affermano che la realtà come qualcosa di mutevole è contraddittoria, perché appunto l'accidentale è e nello stesso momento non è, come quando decidiamo camminare, non è mai del tutto individuabile il punto di inizio, sappiamo che c'è un momento X in cui si realizza il paradosso Y che dice che nel momento X, un tale Z, era A e non era A. Nel senso in cui noi come soggetti siamo fermi e poi decidiamo di muoverci, nel farlo realizziamo quella che chiamo la morte dell'atto, il passaggio di morte implica il paradosso che l'azione di prima deve ancora finire, mentre comincia l'altra. Ogni cosa che muta si trova ad essere e non essere quello che è, perché se lo è dopo non lo sarà più e così è già sempre quello che non è. L'essere sembra quasi un'astrazione. La realtà vista in questo senso non viene lasciata come tale e viene detta contraddittoria, per questo l'Immutabile, nel senso di quell'essere che sempre è e che non è qualcosa, ma è semplicemente, si trova qualcosa di non contraddittorio. La realtà ovviamente si risolve in questo essere immutabile, che poi è l'unica cosa davvero reale in confronto ad un mondo di alquanto contraddittorie ombre, che si trovano sempre in uno proteso stato di morte azionale. Spinoza afferma che la Sostanza come tale deve essere qualcosa che non è sorretto da altro e tutto sostiene come una colonna eterna di tutto il reale per capirci, la realtà, le cose che sperimentiamo sono solo delle espressioni dei suoi attributi e in qualche modo tutto si risolve nella Sostanza, quel processo necessario causale del reale, che è sempre lo stesso e ben giustificato, immutabile, sta a noi conoscere quella serie e comprenderla. Non c'è appunto movimento in questi modelli, c'è solo un eterno stare, da un lato perché l'essere o la sostanza non si rapportano con un altro, come invece nel cristianesimo il mondo è altro rispetto a Dio, esso infatti lo ha creato ex nihilio, dall'altro è un Immobile che non ha progresso, perché il movimento comporta prima di tutto la trasformazione e l'elevazione. Jacobi avrebbe sbagliato perché la sua veduta sarebbe limitata al semplice intelletto, dove appunto questo in realtà non fa altro che generare contrapposizioni, l'intelletto è quello che ti dice che i tavoli non sono sedie, che i serpenti non possono essere confusi con i fagiani, così appunto l'intelletto ci dice che il finito è contrapposto all'infinito e non c'è passaggio. Qui sta la scommessa di Hegel questa sua scoperta del negativo. Questo permette il passaggio, ma appunto il passaggio non va letto come dipendenza del finito dall'infinito, ma al contrario il finito non è che solo parvenza. 


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lunedì 21 aprile 2014

XV° Lezione sulle prove dell'esistenza di Dio ( Hegel)




Quindi, siamo sempre al punto della relazione tra accidentale e necessario, vorrei aprire con questa frase:

" Questa riflessione conduce così alla necessità del punto di partenza in se stesso che abbiamo ammesso come dato, appunto come punto di partenza. Conduce cioè al passaggio non già dall'accidentale al necessario, ma a quello che si trova anch'esso all'interno dell'accidentale, da ciascuno dei momenti che lo costituiscono al suo altro. ( ... ) Con questo è indicato anche il secondo momento, quello della necessità assoluta, nella già esposta soluzione dell'accidentalità; precisamente quello della mediazione con se stesso. " ( Hegel, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, pp. 219 )

L'accidentale è come in sé un singolo e per sé un contingente, questo però è un puro nulla rispetto alla necessità, infatti è detto apparenza, mentre la necessità assoluta che è in effetti ciò verso il quale vorrebbe approdare la teoria hegeliana, che è un necessità in sé e per sé. In questo senso ci sono delle totalità che prima si realizzano sempre seguendo appunto questa dialettica, dell'uno che si relazione con il suo altro, per poi superare le contraddizioni e queste totalità finali alla fine entrano in una relazione specifica loro propria che è quella dell'accidentale con il necessario. In sintesi nelle lezioni di Hegel si costruisce una prova dell'esistenza di Dio, questa parta dalla considerazione del passaggio tra finito e infinito, che troviamo nella prova cosmologica, ma si rende conto che c'è un errore nell'interpretazione del pensiero, il quale dice: poiché il finito, dunque il necessario, come se davvero l'esistenza stessa del necessario dipendesse dal finito che viene posto, cosa che non è vero perché il finito è nulla, mentre il necessario è l'unica cosa che si può dire che è veramente. Da qui nasce però un discorso contro chi dovesse interpretare il finito come semplice nulla nel senso di non essere. Dice Hegel:

" ( ... ) poiché esso si è determinato come la contraddizione, e la contraddizione si risolve; ciò che si contraddice è niente. Questo è tanto esatto, quanto sbagliato. Contraddizione e niente sono almeno distinti tra loro; la contraddizione è concreta, ha ancora un contenuto, contiene ancora aspetti che si contraddicono; essa ancora li esprime, asserisce ciò di cui è contraddizione; il niente al contrario non esprime più niente, è privo di contenuto, completamente vuoto." ( Hegel, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, pp. 213 )

Il niente è identico a se stesso, nell'uguaglianza con sé, ma non contiene nessuna contraddizione.

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sabato 19 aprile 2014

XIV° Lezione sulle prove dell'esistenza di Dio ( Hegel)



Si era conclusa l'ultima lezione su questa questione aperta sul passaggio dal finito all'infinito, noi pensiamo che non si debba dare perché pensiamo le due cose come del tutto differenti, quindi come contrapposte, però una cosa è la contrapposizione finita, un'altra è quella assoluta e il non darsi del passaggio implicherebbe una contrapposizione assoluta. Se vogliamo capire Hegel non serve tanto buttarsi sulle introduzioni a questo filosofo, quanto se mai cercare di capire Eraclito, perché la teoria hegeliana si fonda su quella, perciò da questa si spiega la dialettica nei suoi tre passaggi. Vediamo quindi le tre figure che caratterizzano la filosofia di Eraclito:

1 il polemos: ogni cosa è perché non è altro, l'uno non è altro ed è uno prima di tutto per il non essere e contrapporsi all'altro. Il giorno non è la notte, l'acqua non è fuoco e altro ancora, ma appunto la guerra è quel fuoco che prima di tutto è la fiamma dello scontro, il fuoco della guerra, della contrapposizione che genera identità. Abbiamo identità solo di fronte al nostro nemico, così come le cose hanno identità rispetto all'opposto. Si può pensare un sistema duale estendendolo a una contrapposizione eterna e quindi questo è quello che compare nelle religioni come nel caso del manicheismo, citato da Hegel, o ancora lo Zoroastrismo per certi versi; ma appunto questa è la contrapposizione assoluta, come l'eterno conflitto tra bene e male, dove il bene prende identità come il nemico del male e viceversa.

2 il divenire altro: questo è il passaggio dove l'uno diviene il suo negativo che è l'altro. Noi dobbiamo diventare il nostro opposto, diventare il nostro nemico, essere ciò che si contrapponeva a noi, il giorno deve diventare notte, così come la vita morte e i sazi affamati. Tutte le cose divengono, tutto si muove, le cose hanno questo divenire l'opposto, il totalmente altro rispetto a loro e qui si trova questo finito che dovrebbe passare nell'infinito. Di più Eraclito dice che tutte le cose si muovono ma il movimento non si muove, perché esso è il principio sempre uguale che non muta, se  muovo una gamba magari da tesa passerà al suo contrario, che è contratta, ma si muove solo la gamba e non il movimento, perché tutti gli eventi sono nell'unico evento dell'esserci del divenire, dove stanno le cose che si muovono.

3 l'unità dei contrari: Eraclito insegna anche che la strada all'in sù e quella all'in giù sono la stessa, perché sono una strada sola, finisce che le cose sono aspetti di una sola, perché il dì e la notte sono aspetti e parti della giornata; Eraclito parla di un Dio nei quali tutti gli opposti coincidono e parla anche di una sola ragione degli eventi, che vuol dire che al di là delle parti svolte dall'uno e dall'altro, che appunto hanno ragioni diverse in realtà c'è sempre questa unità, un unico senso al di là dei singoli.

In Hegel si trovano:

1 la posizione: il porre potrebbe essere detto anche definire, è quando la cosa da sé stessa, ma appunto in questo momento noi con il nostro intelletto, il cui compito è classificare, cogliamo le cose seguendo l'identità e la differenza, così la realtà è semplicemente ritagliata e se ne studiano le contrapposizioni e le differenze. La guerra, dice Hegel, è un fatto morale, da un punto di vista storico rappresenta lo stesso del polemos, nonché segue anche le logiche della dialettica servo/padrone, ma appunto questa nel suo prima momento è una semplice contrapposizione.

2 la controposizione: è l'andersein, il divenire altro, il diventare il contrario, il puro negativo. Questo  appunto può essere colto solo dall'intelletto.

3 la sintesi: qui le contraddizioni sono superate, ma la ricchezza del reale non è persa, dunque la posizione e la controposizione non sono annullate. Questo è il superamento o Aufhebung. Anche la ragione di cui si parlava prima c'è in Hegel, sarebbe appunto quella che lui chiama l'astuzia della ragione.

Il punto è che pensare che il finito sia contrapposto all'infinito e che non si possa dare il passaggio, vorrebbe dire pensare che il finito sia un assoluto, il che è impossibile, perché appunto si diceva che un tipo di contrapposizione del genere faceva sì che si desse come assoluta, ma il finito non può essere assoluto. Quello che nota Hegel, è che spesso nella religione alla fine si parla di un passaggio impossibile tra finito e infinito, perché la religione non fa altro che allargare sempre di più questo abisso tra noi e Dio e spiega il passaggio solo come un grande salto, così come appunto si configura appunto nel sapere immediato. Perché nel sapere immediato si tratterebbe di un salto dal finito all'infinito. Il punto è però è che il passaggio è nel divenire stesso, la dove le cose prima sono e poi non sono, questa specie di contraddizione che affligge il finito.

" Che l'uomo sappia di Dio, è in base alla comunità essenziale un sapere comune. Vale a dire l'uomo sa di Dio solo in quanto Dio si sa nell'uomo, e questo sapere di Dio da parte dell'uomo è sapere dell'uomo da parte di Dio. " ( Hegel, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, pp. 210 )

Il rapporto dell'uomo con Dio è sempre lo stesso del rapporto tra finito e infinito, solo che questo è il punto di vista più astratto. Però appunto in questa frase citata si dice molto di più, si dice che in realtà il vero soggetto è Dio, o anche l'Idea, come lo Spirito, in realtà noi siamo in qualche maniera parte di un processo, sempre gettati nella conoscenza e in un processo che è già di suo percorso, già fatto da altri, è già tutto cominciato quando noi ci troviamo qua, in questo movimento di qualcosa che è partito da se stesso per passare nel suo altro e tornare a sé. Se le cose si vedono da questa prospettiva, cambiano un po' le cose, perché il nostro pensare di Dio è il pensarsi di Dio in noi, il passaggio dunque acquisisce un nuovo senso.

Bibliografia:

Hegel, G., W., Vorlesungen über die Beweise vom Daseyn Gottes, 1829. Trad. Tassi, Adriano, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, Brescia, 2009.

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sabato 12 aprile 2014

XIII° Lezione sulle prove dell'esistenza di Dio ( Hegel)



Prima si era detto: poiché vi è l'accidentale, c'è il necessario, ma ora si nota o almeno Hegel fa notare che questa proposizione potrebbe dare luogo a questo dubbio, ovvero che se il necessario non può essere contingente, data l'enunciato sembra vero il contrario, perché il necessario sarebbe contingente rispetto all'accidentale. Il darsi dell'accidentale sembra la condizione per il porsi della necessità anche se assoluta. Quindi ecco qui sembra porsi una contraddizione dato che il necessario è l'opposto del contingente, in quanto questo non è da sé ma sempre da altro. In questa proposizione sembra che l'altro debba darsi perché c'è l'uno. Hegel sembra dire, a soluzione di questo problema, che in fondo appunto il tutto riguarda una questione formale, che se le cose appaiono così, è solo per la forma dell'enunciato, ma questo non intacca il contenuto che è ben altro, infatti con questa prova se mai si voleva dire che il contingente presuppone il necessario, ma non che quest'ultimo si da dal contingente; voglio osservare una cosa, ovvero che la nostra mente, come sempre tende a partire se mai dalle cose che ha sotto di sé, dico quello che trova nel mondo materiale, quindi il contingente e l'accidentale. Tutto ciò Hegel lo dice perché pensa  l'accidentale come nullo o solo mera apparenza rispetto alla necessità assoluta di Dio, per cui potrebbe essere vero solo il contrario.

" Così il cammino di quella conoscenza della necessità è diverso dal suo processo, un tale processo, non è un movimento semplicemente necessario, veritiero, ma in quanto attività finita, non è conoscenza infinita, non consegue l'infinito - questo è solo come mediazione con sé attraverso la negazione del negativo, quale suo contenuto e attività." ( Hegel, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, pp. 189 )


Bibliografia:

Hegel, G., W., Vorlesungen über die Beweise vom Daseyn Gottes, 1829. Trad. Tassi, Adriano, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, Brescia, 2009.


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domenica 6 aprile 2014

XII° Lezione sulle prove dell'esistenza di Dio ( Hegel)



Ritorniamo sulla questione che si diceva appunto, ovvero la relazione che troviamo tra accidentale e necessità. Della necessità si diceva che essa è assoluta, quindi vuol dire in primo luogo che non può avere altra determinazione, niente sopra sé, mentre invece l'accidentale invece è un possibile che però in più ha l'esistenza e questa in effetti è un elemento di differenziazione tra i due. Hegel da quest'ultima cosa detta, si comprende che Hegel considera l'esistenza come una proprietà, quindi come qualcosa di effettivo delle cose, tolto la quale il resto potrebbe benissimo reggersi, ma la cosa perde un suo elemento fondamentale. Il punto sta qui il possibile di una cosa, è quella cosa come dire in potenza, mentre quando si dice che qualcosa esiste, vuol dire che essa è nei fatti. Solo che in effetti qualcuno prima di Hegel aveva detto che l'esistenza era solo una posizione, ovvero Kant; il dibattito sulla questione ricorda quello tra Cartesio e Gassendi, il primo sosteneva che l'esistenza era una proprietà, elemento fondamentale per la sua prova dell'esistenza di Dio a priori, mentre l'altro diceva se le cose non esistono non hanno proprietà in meno, se mai non sono affatto, perché l'esistenza è condizione per la sussistenza di certe proprietà nelle cose. Questo dibattito in realtà intacca completamente la questione sulle prove dell'esistenza di Dio, perché se l'esistenza non è una proprietà delle prove cadrebbero di colpo, sopratutto quella ontologiche; oltretutto se facciamo due conti Kant sostiene in fondo che tutte le prove dell'esistenza di Dio sono in qualche modo riassumibili in quella ontologica, ma comunque noi sappiamo che Hegel a differenza di Kant afferma che l'esistenza sia una proprietà delle cose. Questa posizione come si è visto apre una concezione particolare delle cose, ma tornando alla questione sulla necessità e l'accidentale, Hegel fa notare come si parli di necessità anche nel mondo greco, in quel caso si parla di destino a cui tutte le cose sono sottomesse, tutti gli eventi seguono il corso del destino, questa forza è assoluta ed è in effetti il sostegno di tutto il contingente e della serie causale anche. Il punto è che in effetti i popoli antichi non conoscevano la libertà, ma appunto credevano nel destino, il cristianesimo per esempio ha cominciato a portare l'idea del libero arbitrio, ma molto più avanti e di idee di libertà sono nate mano a mano, ma qui appunto nel discorso di prima si vede quello che si potrebbe definire come una serie necessaria, quasi come il destino greco, allora dove finisce la libertà? Ecco qui da quello che si legge Hegel sembra quasi riprendere un po' l'idea kantiana, ovvero il fatto che esista una realtà esterna, in una serie fenomenica di causa ed effetto, ma che poi esista un mondo interiore, la dove noi troviamo la nostra libertà.

" La libertà è il risultato della meditazione attraverso la negazione delle finitezze, come l'essere astratto, l'appagamento è la vuota relazione con se stesso, la solitudine senza contenuto dell'autocoscienza con sé." ( Hegel, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, pp. 181 )

Dice Hegel che la contraddizione genera infelicità, in effetti vediamo due realtà contrapposte, di cui la seconda appunto è questo interiore, qui si dice solitudine, perché è questa libertà che si scopre solo nella relazione con sé, quindi prendendo consapevolezza di questo spazio proprio.

Importante è a mio avviso segnalare anche queste parole di Hegel:

" La connessione che la costituisce, del suo altro con altro, è però alla fin fine priva di sostegno. La necessità assoluta piega un tale rapporto con altro a un rapporto con se stessa, ed esprime dunque l'interiore coincidenza con se stessa. Lo spirito si eleva dunque dall'accidentalità e dalla necessità esteriore poiché questi pensieri sono in esse e in sé insufficienti e insoddisfacenti. Esso trova appagamento nel pensiero della necessità assoluta, perché questa è la pace con se stesso. Il suo risultato, ma in quanto risultato è: è così, del tutto necessariamente." ( Hegel, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, pp. 177 )

Ci stiamo avvicinando a quella che è la forma mentis del ragionamento della prova cosmologica secondo Hegel e quella che poi è la sua critica, cioè che in fondo l'accidentale è parvenza rispetto alla necessità che è la realtà, l'unica cosa reale, quella forma mentis dunque verrà in qualche modo rovesciata.


Bibliografia:

Hegel, G., W., Vorlesungen über die Beweise vom Daseyn Gottes, 1829. Trad. Tassi, Adriano, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, Brescia, 2009. 


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sabato 5 aprile 2014

XI° Lezione sulle prove dell'esistenza di Dio ( Hegel)

 


Siamo giunti, come del resto si poteva dire che era chiaro, a quella che è in effetti la prova cosmologica, questa parte dalla consapevolezza che l'accidentale in quanto tale è certo singolo, ma la sua singolarità non è qualcosa che possa porsi da sé. In quanto non auto-ponente l'accidentale è dipendente. Il discorso ricorda molto quello che faceva Cartesio quando parlava della realtà e del grado che si può avere di essa, infatti si dice più reale una cosa rispetto ad un'altra perché questa ha un grado d'indipendenza maggiore da un'altra, per esempio la proprietà dipende dalla sostanza, la sostanza dipende da Dio e Dio non dipende da nessuno, quindi ha il sommo grado di realtà. Così l'accidentale non viene dal nulla, nemmeno può porsi da sé, quindi è contingente, perché ogni cosa è effetto di un'altra, ma questa altra che è causa deve essere effetto di un'altra causa e così via. Questo processo in realtà presuppone che vi sia un necessario. La necessità si da come causa prima, come causa che veramente non è più contingente ed è in grado di porsi da sé, quindi per sé nel senso cartesiano. Così troviamo scritto sull'accidentale e sulla necessità:

" In base a questa determinazione, poniamo l'accidentalità di una cosa nella sua singolarizzazione, nella mancanza della completa connessione con altro. Questo è l'uno." ( Hegel, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, pp. 170 )

" Nella necessità soltanto troviamo piuttosto l'autonomia di una cosa. Ciò che è necessario, deve essere e il suo dover essere esprime la sua autonomia, al punto che il necessario è perché è. Questo è l'altro." ( Hegel, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, pp. 170 )

L'uno è la posizione, è il posto, mentre l'altro è contrapposto, in questo caso abbiamo due termini che entrano in una dialettica sua propria, che sono appunto quello dell'accidentalità e quello della necessità, l'andersein, nel senso dell'essere altro, non è niente meno che il passare, il diventare altro. Solo che appunto in realtà poi in questa lezione la discussione che si sposta da una macrovisione a una microvisione, dove in effetti si va a vedere quella che è l'apparente contraddizione nella necessità stessa. Sarà un tema che sarà ancora ben affrontato anche dopo; qui tanto che ci siamo cominciamo a dire che ci sono come due aspetti della necessità l'uno è la necessità in sé stessa, l'altro è la necessità in quanto dipende dal contingente, perché in effetti si pone da un lato questa necessità che si può concepire come sé stessa, quindi singola e soprattutto autonoma, dall'altro invece ci troviamo di fronte ad una necessità che è solo perché prima è posto l'accidentale e poi quasi per conseguenza il necessario, tanto è che si potrebbe dire: poiché l'accidentale e quindi il contingente, allora il necessario, un classico argomento che Hegel spiegherà come sbagliato. Queste due parti si mediano, il mediarsi prima di tutto presuppone quel passaggio all'altro, andare oltre la contrapposizione e diventare l'opposto, cosa che spiegherò ancora molto meglio quando parlerò di Eraclito, ma questa mediazione è solo apparentemente mediazione con altro, ma mediazione con sé, dove si trova l'unità della necessità e quindi cade la contrapposizione, diventa unione di in sé e per sé.

Bibliografia:

Hegel, G., W., Vorlesungen über die Beweise vom Daseyn Gottes, 1829. Trad. Tassi, Adriano, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, Brescia, 2009.

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domenica 23 marzo 2014

X° Lezione sulle prove dell'esistenza di Dio ( Hegel)





Dopo avere girato a lungo intorno al concetto di Dio, dopo aver delineato le prove dell'esistenza di Dio nella loro generalità, a questo punto si può passare alle prove stesse, in particolare, quello di cui ci si renderà conto è che si parlerà prevalentemente della prova cosmologica, non solo in questa lezione, ma anche in tutto quello che segue. Si parte in questa prova dal finito, quindi dall'accidentale come tale e si cerca di arrivare con mediazione all'infinito e quindi a quella che sarà detta necessità. Però appunto questa prova si può presentare in varie forme, a seconda del punto di partenza, per esempio si può partire dalla perfezione, l'esistenza, la causa e così via. Ci sono diverse determinazioni di Dio, esso è detto infinito, sommamente perfetto, totalità, questi alla fine lo si vede nella prova sono come dei punti di arrivo. Credo sia il caso delle cinque vie di Tommaso D'Aquino, la dove si può partire dall'essere finito, da quindi la sua singola esistenza, per poi comprendere che essa non è da sé, quindi deve dipendere da altro, fino ad arrivare ad una esistenza necessaria ( tanto per chiarire Tommaso diceva che Dio era esistenza pura ), oppure si può partire da una causa, che sarà effetto di un'altra causa e così via , cogliendo la contingenza delle cose nel mondo capirò la necessità di una causa prima. Ci sono insomma vari modi di presentare la cosa, si può in effetti partire dalla causa e arrivare alla determinazione di Dio come causa finale, oppure partire dall'esistenza e arrivare alla determinazione di Dio come esistenza pura oppure ancora partire dalle singole perfezioni. In generale al di là dei singoli volti che può avere la prova cosmologica essa è in primo luogo una connessione di accidentale con il necessario, come passaggio da finito e infinito. In realtà appunto la sensazione è che la necessità si dia non tanto come primo della serie del finito, ma forse può come un ordine stesso.

Bibliografia:

Hegel, G., W., Vorlesungen über die Beweise vom Daseyn Gottes, 1829. Trad. Tassi, Adriano, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, Brescia, 2009. 

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domenica 16 marzo 2014

IX° Lezione sulle prove dell'esistenza di Dio ( Hegel )




In questa lezione si torna sui vari tipi delle prove dell'esistenza di Dio, solo che qui sono presentate in una maniera diversa da come le dicevo io precedentemente, qui infatti si prende in considerazione il rapporto tra essere e pensiero, una prova quindi partirebbe dal pensiero per arrivare all'essere ( prova ontologica ), l'altra parte dall'essere per arrivare al pensiero ( prova cosmologica/teleologica ). Il pensiero di Dio è prima di tutto il suo concetto, passare all'essere vuol dire dimostrare che Dio non è solo concetto ma è anche nella realtà, il contrario del processo si trova nelle altre prove dove però l'essere è il finito e da esso ci porta a concepire Dio, sempre concepito come necessario. Esiste una relazione e una contrapposizione tra essere e pensiero, il pensiero poi è preso come concetto. Viene qui quindi un elenco delle modalità di entrare il relazione, da parte di Hegel, e si tratta di tre modi diversi:

1 il trapassare della determinazione nell'altra, questo è come dire un modo di quello che verrà presentato più avanti come divenire altro, il passaggio al contrario liberando al contraddizione. Il divenire segue il processo di alterità, per esempio adesso se scrivo sono sveglio, primo o poi andrò a dormire e mi addormenterò, divento il contrario di quello che sono adesso, anche se appunto nella mera contraddizione che in effetti pone l'intelletto non si vede questo passaggio e sarebbe facilmente negato come falso, ma il determinato è già essere e non essere, la contraddizione è insita nel reale.

2 il divenire altro, in effetti sembra avere un altro modo d'essere, ovvero qui si concepisce l'uno come già parte dell'altro, come già in esso, questo è definito come relatività, in questo caso praticamente viene eliminata la contraddizione perché non c'è, non c'è mai stata, il relativo infatti è sempre quell'avere molti volti a seconda di prospettive diverse ma che non sono contrapposte essenzialmente. L'appartenere dell'uno nell'altro significa però in primo luogo già essere nell'altro, di modo che il passare non rappresenta un vero movimento che implica il trasmutare. L'uno è parvenza rispetto all'altro.

3 concetto viene detta quella relazione dove le determinazioni si tengono insieme in una unità che sembra stare all'origine di tutte e due.

Così Hegel a partire da questo comincia un discorso sul processo e la relazione tra Dio ( che in questo è inteso come l'Idea ) e la natura, perché questa relazione in effetti può cambiare dipende da come viene intesa e prima in effetti sono stati presentati tre modelli di relazione. Se intendiamo la relazione Dio/natura nel primo senso, allora Dio si dissolve semplicemente nella natura, con questo divenire altro che però sembra quasi un mero scomparire dietro le quinte; oppure si può intendere la relazione nella seconda accezione, in questo caso il mondo sarebbe solo parvenza rispetto a Dio, il passaggio Hegel lo intende come mero "ricordo", è compito dell'uomo comprendere la mera parvenza e la coglie in quanto tale per poi cercare la vera essenza. Hegel non parla della terza relazione, da quel che sembra, ma da quello che ci ha detto la si potrebbe immaginare in questo modo, ovvero che Dio è natura trovano una qualche unità superiore. Comunque sia l'Idea secondo Hegel dovrà passare nel suo altro che è la Natura, come passaggio all'apparenza, il punto è che siamo noi poi quel collegamento che coglie l'apparenza come tale e cerca l'essenza, quindi noi siamo il senso dell'universo, il ritorno dell'Idea in sé. Il punto è che la natura va riconosciuta in due aspetti, quello delle cose che la compongono come mere cose nella natura, l'altra facciata è questa coscienza di Dio che rappresenta il ritorno all'Idea, ma Dio è in noi, in che senso lo si capirà più avanti. La religione è quella cosa che permette all'uomo l'elevazione a Dio.


Bibliografia:

Hegel, G., W., Vorlesungen über die Beweise vom Daseyn Gottes, 1829. Trad. Tassi, Adriano, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, Brescia, 2009. 


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domenica 9 marzo 2014

VIII° Lezione sulle prove dell'esistenza di Dio ( Hegel)






Continuiamo con le nostre lezioni e ci avviciniamo sempre più alle prove vere e proprie dell'esistenza di Dio, da un lato vediamo che esse presuppongono un concetto di Dio, come del resto aveva già notato Kant. È chiaro che il concetto serve perché si sa chi è Dio, ma al di là di quello, Kant vedeva che in fondo ogni prova tendeva a ripetere l'operazione della prova ontologica, ovvero quella che dal concetto vuole ricavare l'esistenza oggettiva di Dio, perché tutte le prove in fondo presuppongono questo concetto e poi vogliono mostrare che Dio esiste, pur arrivando per altra via. In Hegel non si vede questa dichiarazione, del resto non la pensa così, ma questo lo si vedrà più avanti, più nella nona lezione. In ogni caso quello che è certo è che le prove sono più di una, ma questo, dice Hegel, non deve essere pensato in contraddizione con il fatto che l'oggetto sia uno solo. In effetti queste prove partono da cose diverse e del resto alla fine finiscono per determinare più un aspetto di Dio che esso stesso nella totalità, non di meno, non perdono valore infatti, perché con questo in realtà si arriva alla dimostrazione di Dio o alla sua necessità del suo esserci o esistere. Qui in effetti si può dire che alcune prove partono dal finito, definito da Hegel come l'accidentale, una in particolare si diceva anche prima, parte dal concetto. Le prove con punti di partenza diversi hanno un punto di arrivo che è altrettanto diverso, infatti si parla di proprietà di Dio che sono l'"è" di Dio, come sue determinazioni, mentre Dio nella sua unità è l'essere stesso. La conclusione si fa interessante, perché dice:

" Come questo pensiero anche all'interno di ognuna di queste determinazioni coglie la natura del passaggio che diciamo prova solo in modo tale che le determinazioni restano nella medesima connessione ancora esteriori una all'altra e si mediano l'una con l'altra solo in quanto autonome non riconosce la mediazione con se stesso quale rapporto definitivo e veritiero in questo processo. Ciò che si farà notare come il difetto formale di queste prove." ( Hegel, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, pp. 137 )

Le determinazioni di Dio sono molteplici rispetto all'unità di Dio stesso e sembrano pensate come autonome, ma proprio questo sembra essere un difetto per le prove, in effetti più avanti parlerà del problema del divenire altro e del fatto che se si pensano quindi le determinazioni come autonome e assolute non si spiega la relazione e il passaggio.

Bibliografia:

Hegel, G., W., Vorlesungen über die Beweise vom Daseyn Gottes, 1829. Trad. Tassi, Adriano, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, Brescia, 2009.






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domenica 2 marzo 2014

VII° Lezione sulle prove dell'esistenza di Dio ( Hegel)




Un fattore importante nelle prove dell'esistenza di Dio è che si abbia un concetto di Dio, Hegel aveva già detto che non tutti i popoli hanno elevato se stessi ad un concetto simile come quello di Dio. Quindi il punto è determinare questo concetto di Dio, esso deve contenere le determinazioni che Dio è, ma queste ovviamente non lo esauriscono mai. Dio è, ma questo non dice nulla su cosa sia Dio e il cosa è Dio lo vediamo nel concetto stesso con le sue determinazioni. L'idea teologica sarebbe che tutti gli uomini abbiano lo stesso concetto di Dio, del resto normalmente Dio è pensato come quel qualcosa di cui non può essere pensato nulla di più grande ( Anselmo D'Aosta), oppure come somma perfezione ( Descartes ) o ancora esistenza pura ( Tommaso D'Aquino ), di fatto Hegel attribuisce a Dio caratteristiche come la perfezione, la totalità , l'infinitezza, l'assoluta necessità, ma dice sempre che tutto questo non esaurisce Dio. Si era già detto che era nel torto chi pensava che non fosse possibile nessuna conoscenza di Dio, ma quello che conta è: abbiamo un concetto vero di Dio? qui per vero, alla fine viene inteso semplicemente possibile, dunque quello che conta è che il concetto di Dio non abbia in qualche modo in sé delle contraddizioni, il che è facile a mostrarsi. Il punto è che la prova, in particolare quella ontologica mira a mostrare che noi non abbiamo solo un concetto vero di Dio, ma che questo concetto designa qualcosa di reale e vero, dunque che Dio non è solo mero concetto, ma esiste sul serio. Dio è autonomia fra le tante cose, quindi non può procedere fuori di sé, perché si suppone che questo fuori di sé non abbia senso, data la sua infinitezza e da quello che si comprende il concetto di Dio finisce per essere il concetto per eccellenza. Il concetto come si diceva è fatto di determinazioni, il determinare è semplicemente quell'"è", dire cosa sia un certo ente o essere, in questo caso si parla di Dio; se non ci fossero determinazioni Dio sarebbe del tutto indeterminato, ma certo non si penserà mai che la totalità di Dio si esaurirà nelle sue semplici determinazioni. Il concetto così di Dio è fatto di queste determinazioni, anche se non è semplicemente queste come singole, ma è certo unità la dove queste entrano in relazione, oltretutto le determinazioni rimangono ancora su un piano astratto, sono determinazioni generali dell'essere. Qui viene il punto der Begriff ( il concetto ) e die Idee ( l'idea )sono due cose diverse per Hegel, il concetto è pur sempre una totalità, ma è ancora astratta, l'idea invece avrebbe questa caratteristica di possedere in sé delle determinazioni concrete. Da tenere presente che il concetto non è mai un punto di partenza, ma se mai una totalità che si realizza, quindi un punto di arrivo. Si deve capire che in fondo per Hegel il vero è l'intero ( die Wahrheit is das Ganze ), quindi la verità è sempre una totalità, ma la totalità si deve compiere nel processo dello Spirito assoluto. Nella sezione della logica dell'Enciclopedia delle scienze filosofiche Hegel definisce così il concetto e l'idea:

" Il concetto è ciò che è libero, è la potenza sostanziale per sé stante, ed è totalità, giacché ciascuno dei momenti è il tutto del concetto, ed è con esso in unità inseparata. Il concetto è dunque ciò che, nella sua identità con sé, è in sé e per sé determinato." ( Hegel, Georg, L'enciclopedia delle scienze filosofiche, Laterza, Bari, 2009, pp. 159 )

" L'idea è il vero in sé e per sé, l'unità assoluta del concetto e dell'oggettività. Il suo contenuto ideale non è altro che il concetto nelle sue determinazioni: il suo contenuto reale è solo l'esposizione, che il concetto si dà nella forma di esistenza esterna; è questa forma, inclusa nella idealità di esso, nel suo potere, per tal modo si mantiene nell'idea." ( Hegel, Georg, L'enciclopedia delle scienze filosofiche, Laterza, Bari, 2009, pp. 198 )

Sembra in realtà per Hegel, l'idea un'evoluzione del concetto; in effetti, nella definizione che io ho citato l'idea sembra trovare appunto l'unità tra una componente che continua a essere il concetto e un'altra che è invece quell'elemento oggettivo, che poi sono quelle determinazioni concrete che vanno ad aggiungersi nell'idea. In pratica il concetto e l'oggetto sono termini della logica hegeliana che costituiscono una tesi e un'antitesi, l'idea rappresenta il momento dell'Aufhebung ( la sintesi, il superamento ). L'oggetto stesso alla fine diventa quella determinazione concreta, perché se il concetto era quell'elemento soggettivo, invece l'oggetto e il concreto sono quella componente antitetica oggettiva. L'idea, invece, sarebbe sintesi di queste due componenti. È assai difficile devo dire, spiegare cosa siano questi elementi concreti. La lezione si conclude in realtà arrivando al livello sommo, che è quello dello Spirito stesso definito così:

" La massima intensità del soggetto nell'idealità di tutte le concrete determinazioni, delle più alte opposizioni, è lo spirito. " ( Hegel, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, pp. 125 )

Lo spirito assoluto può essere definito come unione di logica e natura, l'Idea è quel soggetto che compare nell'Enciclopedia delle scienze filosofiche che pone se stessa, si aliena nella natura, nel suo altro e torna a se stessa realizzando se stessa. L'ultima sezione dell'opera è quella dedicata allo spirito assoluto, laddove avviene questo compimento. Questa lezione alla fine tratta questo argomento, parlando di come l'idea si cali nella natura, ma parlare della religione in realtà significa concentrarsi molto su uno di quei momenti dello spirito assoluto.

Bibliografia:

Hegel, G., W., Vorlesungen über die Beweise vom Daseyn Gottes, 1829. Trad. Tassi, Adriano, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, Brescia, 2009.

Hegel, G., W., Enzyklopädie der philosophischen Wisdsenschaften im Grundrisse. Croce, Benedetto, L'enciclopedia delle scienze filosofiche, Laterza, Bari, 2009.




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domenica 23 febbraio 2014

VI° Lezione sulle prove dell'esistenza di Dio ( Hegel)



Siamo finalmente fuori da quei discorsi che riguardavano il cuore, critiche a Schleiemacher e altri. In realtà ci stiamo avvicinando alla determinazione delle prove dell'esistenza di Dio, lezione dopo l'altra. Qualcosa in effetti già si dice sulle prove dell'esistenza di Dio in generale:

" (...) così come abbiamo detto che quelle prove significano comprendere con il pensiero l'elevazione dello spirito a Dio". ( Hegel, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, pp. 105 )

La storia più o meno, come lo si vedrà anche più avanti, è così: Dio ha creato il mondo, ma questo non è mai la fine, si deve pensare un movimento che dal mondo torni a Dio, questo tornare a Dio può avvenire attraverso la religione, la prova diventa comprensione di tutto questo fatto. L'esposizione che qui si fa delle prove dell'esistenza di Dio non è di tipo storico, ci avvisa Hegel, perché in fondo lo storico si interessa di altre cose, come per esempio appunto il contesto, racconterà tutto quello che vuole sulla vita dei protagonisti delle prove, ma alla fine ignorerà le prove stesse. Qui invece ci interessano queste prove per quello che sono, nel loro ragionamento, nel loro modo di portarci all'esistenza di Dio per vie del tutto diverse. C'è però una cosa da smentire, come spiega Hegel, ovvero che esse siano " ex consensu getium ", come se tutti i popoli avessero elevato il loro spirito a concepire Dio, infatti secondo Hegel ci sono popoli dell'America in cui ciò non è successo. Questo è un tema già stato discusso, per esempio nelle famose seconde obiezioni fatte a Cartesio alle Meditazioni metafisiche. infatti gli avevano detto certi teologi:

" Ora, che questa idea proceda da queste nozioni anticipate, appare, sembra, assai chiaramente dal fatto che i Canadesi, gli Uroni e gli altri selvaggi non hanno in sé tale idea, che voi potete anche formare dalla conoscenza che avete delle cose corporee;" ( Descartes, René, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2009, pp. 118 - 119 )

Cartesio aveva risposto:

" Quanto a quelli che negano di avere in sé l'idea di Dio, e che, in luogo d'essa, foggiano un qualche idolo, ecc..., quelli, dico, negano il nome e concedono la cosa. Poiché, certamente, io non penso che questa idea sia della stessa natura delle immagini delle cose materiali dipinte dalla fantasia; ma, al contrario, credo che essa non possa essere concepita che dal solo intelletto, e che di fatto non sia altro che ciò che questo ce ne fa conoscere, sia con l'apprensione, sia col giudizio, sia con raziocinio." ( Descartes, René, Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2009, pp. 131 )

Questa risposta in primo luogo voleva dire che chiunque dicesse: " si Cartesio, davvero, lo so che non ci credi, ma non ce l'ho proprio questa tua idea di Dio ", ecco questa persona finisce per negare solo un nome, ma sa perfettamente che cosa si intende per "idea di Dio", altrimenti non potrebbe comprendere la domanda e rispondere che non la possiede, tale comprensione però significa anche appunto che in realtà lui ha davvero l'idea di Dio. Hegel come si vede su questa questione, il problema appunto cristiano nei confronti di persone indigene dell'America, delle quali ci si chiedeva forse: " ma come Dio si è incarnato e rivelato a noi e loro non si sono accorti di nulla, non sanno nulla, per giunta non hanno alcuna idea di Dio?", non è dello stesso avviso. Vediamo di fare delle distinzioni, una cosa è  der Got ( Dio ), un'altra è der Götze ( idolo ), intanto perché di Dio c'è ne uno solo, mentre di idoli ce ne possono essere tanti e quella nei confronti degli idoli secondo Hegel è solo superstizione. Secondo Hegel lo spirito ha compiuto delle tappe nella religione, questi popoli sono rimasti ancora indietro e ancora venerano idoli, cosa che noi facevamo molto tempo fa, ma anche abbiamo per fortuna superato. Tuttavia, dice Hegel, molto meglio uno che si mette a venerare idoli, piuttosto di uno ateo, che non crede nemmeno in un Dio, quindi è meglio una cattiva religione piuttosto che nessuna religione. La prova a questo punto come puro pensiero diventa anche un modo per staccarsi dalla mera immagine, questa elevazione a Dio significa anche un distaccarsi dalla mera rappresentazione sensibile, che invece è più propria dell'idolo, una rappresentazione del tutto non adeguata ad un contenuto infinito.

Bibliografia:

Descartes, René, Meditaziones de prima Philosophia. In qua Dei existentia et animae immortalitas demonstrantur, 1641. Trad. Tilgher, Adriano,  Meditazioni metafisiche, Laterza, Bari, 2009.

Hegel, G., W., Vorlesungen über die Beweise vom Daseyn Gottes, 1829. Trad. Tassi, Adriano, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana, Brescia, 2009.


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