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sabato 2 marzo 2019

L'arte secondo Kant







Il sentimento del bello nell'arte


Con questo testo ritorno sul tema dell'arte nella filosofia, avendo l'intento di analizzare i differenti concetti di arte che sono stati sviluppati dai filosofi lungo la storia della filosofia. Il protagonista di oggi è Immanuel Kant. In passato ho già scritto su Nietzsche e Schopenhauer. Kant presenta una filosofia dell'arte nel suo scritto sull'estetica: La critica del giudizio. Questo significa che il concetto di arte di Kant è certamente connesso con i temi del bello e del sublime, i quali costituiscono i temi classici trattati dall'estetica nella filosofia.




La critica del giudizio pone questo problema: esiste una facoltà del giudizio così come esistono cose come la sensibilità, l'intelletto o l'immaginazione? L'oggetto dell'opera è dunque il giudizio, ma sono due i tipi di giudizi che vengono analizzati: il giudizio estetico e quello teleologico. In questo contesto l'unico giudizio che ci interessa è quello estetico. Nel giudizio estetico vediamo in atto il giudizio riflettente, ossia quel giudizio che non sussume il caso sotto la regola, ma fa in modo che sia il caso che inventi la sua regola. L'analisi del giudizio estetico viene divisa da Kant in analitica del bello ed analitica del sublime.


Il bello in Kant implica la connessione di una rappresentazione di qualcosa con i sentimenti di piacere o di dispiacere. Chiaramente diciamo bello ciò che ci piace e brutto ciò che ci procura dispiacere. Per questo, trattandosi di qualcosa che riguarda il soggetto solo, non possiamo definire il giudizio estetico una forma di conoscenza. Tuttavia, sebbene il giudizio sul bello non è conoscenza, perché non implica concetti, resta il fatto che il bello è sempre disinteressato. Kant, dunque, non ha in mente un concetto di bello patologico, influenzato dal desiderio. Kant, infatti, non vuole dire che il giudizio del bello è soggettivo, perché altrimenti non potrebbe essere universale. Egli afferma soltanto l'esistenza di un piacere, che è definito dal termine "gusto", il quale si riferisce al soggetto, poiché è legato ad una rappresentazione mentale. Dunque, per entrare nel tema dell'arte, non si sta parlando di quei giudizi come: "A me piace Rembrant, in quanto trovo in suoi quadri molto belli, mentre detesto assolutamente Picasso". Avere gusto estetico comporterebbe sostenere la bellezza sia delle opere di Rembrant sia di quelle di Picasso.
Sembra strano che un giudizio di bellezza possa essere oggettivo, ma per Kant è proprio così. Questo funziona perché Kant pone il piacere come successivo al giudizio estetico e non come antecedente. Se fosse stato antecedente, allora ne sarebbe conseguito che quel giudizio sarebbe stato soggettivo. Il bello, sostiene Kant, è ciò che piace senza concetto. Se il giudizio del bello è oggettivo, quali sono le regole su cui si basa questo giudizio? Perché, in fondo, dovremmo dire che "Il quadrato bianco su sfondo bianco" di Malevic è oggettivamente bello, è arte, mentre il mio schizzo di un quadrato su carta non è bello? Kant ci risponde sostenendo che il giudizio del bello segue il modello del giudizio riflettente, ossia è regola a se stesso. Inoltre questo giudizio sorge dall'accordo tra le facoltà dell'intelletto, del sentimento e dell'immaginazione. Non esiste, dunque, propriamente, una quarta facoltà del giudizio.
Sappiamo ora che nell'arte non ci sono regole generali che preesistono i casi. Questo è interessante perché ci permette di evitare di usare gli stessi criteri per giudicare correnti artistiche completamente differenti come realisti, impressionisti, espressionisti, surrealisti, ecc. Sussumere casi sotto la stessa regola non avrebbe potuto permettere di pensare come arte molte correnti che rompono le righe rispetto alla tradizione. Ogni corrente, si potrebbe quasi dire, si è data una regola a se stessa.
Kant ci dice anche che il giudizio sull'arte implica una contemplazione disinteressata dell'opera, la quale ci porta a dire che è bella. Non è poiché è bella, che diciamo che è arte. Noi prima diamo il nostro giudizio, perché poi possiamo percepire l'opera come bella. L'armonia delle facoltà produce quel sentimento.


Inoltre Kant sostiene che ciò che conta nell'arte è sempre la forma, il resto è semplicemente un'attrattiva. Dunque i colori non sono essenziali nell'arte, ma costituiscono solo un'attrattiva. I colori, infatti, secondo Kant, ci condizionano patologicamente, non possiamo osservarli in maniera disinteressata. Solo la forma può essere contemplata disinteressatamente.
Se il giudizio estetico di gusto è universale, come mai ci sono persone che dicono: "A me personalmente Andy Warhol non piace assolutamente"? Kant spiega che l'universalità del gusto si basa su una forma di senso comune, il quale nasce dal fatto che tutti abbiamo quelle facoltà sopra citate e in tutti può verificarsi l'armonia tra queste facoltà. Chi non si trova d'accordo con gli altri è semplicemente una persona che non ha gusto. Qui viene il problema: bisogna avere gusto, ma come si sviluppa il gusto? Su questo Kant non ci dice molto, possiamo solo dedurre che il gusto dipenda sempre dall'accordo dell'intelletto con l'immaginazione e la sensibilità. Possiamo pensare che questo accordo manchi in chi non ha gusto.

Il sublime nell'arte in Kant


Kant analizza nella Critica del giudizio anche il sublime. Vien da chiedersi se anche questo giochi un ruolo importante nell'arte o meno, sicuramente ne svolge uno nell'estetica. Kant distingue due forme di sublime:
1) Sublime matematico: quel sentimento che si prove di fronte a ciò di cui non si possono percepire i limiti. Per esempio quando guardo un paesaggio sconfinato, quando mi sento piccolo guardando le stelle nel cielo, oppure se vedo l'orizzonte del mare.


2) Sublime dinamico: quel sentimento che si prova di fronte alla potenza della natura. Per esempio nel caso del tornado, del terremoto o un'eruzione vulcanica.
La teoria di Kant sull'arte certamente si inserisce tra quelle che pensano l'arte a partire dal bello, ma concepisce il bello di modo tale che non sia semplicemente soggettivo, ma segue il giudizio estetico. L'arte è anche definita da un'esperienza particolare: un'esperienza di contemplazione disinteressata. Nell'arte l'uomo cerca di superare il suo desiderio e grazie all'armonia delle facoltà avere gusto artistico. Il gusto artistico è quella componente sociale che, in fin dei conti, permette l'esistenza dell'arte di giudizi oggettivi sulle opere artistiche.


mercoledì 27 dicembre 2017

L'etica kantiana e i suoi quattro teoremi III








Se è possibile pensare una filosofia delle azioni in Kant, questo si lo può fare a partire dalla sua morale, perciò a partire dalla  Critica della ragion pratica. La morale kantiana viene da me inserita all'interno della sezione sul pre-azionale. La morale di Kant viene spesso pensata come morale dell'intenzione, anche se certamente hanno ragione i critici a dire che non si riduce solo a quello e che i risultati dell'azione per Kant non sono del tutto irrilevanti. Tuttavia, per fare un esempio di cosa voglia dire "morale kantiana", quando affermo "uccidere è immorale", se credo non esista nessuna eccezione a questo caso, è evidente che il mio interesse in morale è rivolto al dovere e non tanto al risultato dell'azione. Si chiede, per esempio, ad un soggetto che ha commesso un crimine per quale motivo lo abbiamo fatto, proprio perché se ne vuole conoscere le intenzioni. Il dovere in Kant non è subordinato a nessun altro fine, per questo non c'è un risultato (es. il bene della maggioranza) a cui mira l'azione. La potenza della morale di Kant sta nel metodo matematico: costruire una morale basata su teoremi. Certo questo non è esattamente il metodo geometrico di Spinoza, ma tenta di eguagliarne il rigore. Attraverso ognuno dei teoremi è possibile saggiare la teoria delle azioni di Kant.

Il primo teorema:

«Tutti i principi pratici, che presuppongono un oggetto (materia) della facoltà di desiderare come motivo determinante della volontà, sono empirici e non possono fornire leggi pratiche.» (Kant, Immanuel, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1909, p.39-41)

Dimostrazione:

Kant intende per oggetto della facoltà di desiderare la rappresentazione dell'oggetto desiderato. Un principio che ha come fine la realizzazione di tale oggetto è un principio pratico empirico. Infatti Kant afferma che un principio di tal fatta avrebbe come scopo il piacere, in quanto piacevole è la soddisfazione del desiderio. Dal momento che non si può determinare a priori se con la realizzazione del desiderio corrisponderà un piacere, questo può avvenire solo per via empirica, quindi a posteriori. Potrà dunque esserci una massima come principio pratico empirico, ma non sarà una legge, proprio perché le leggi sono a priori.

Il secondo teorema:

«Tutti i principi pratici materiali, come tali, sono di una sola e medesima specie, e appartengono al principio universale dell'amor proprio, ossia della propria felicità.» (Kant, Immanuel, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1909, p.41)

Dimostrazione:

Qui per principio pratico materiale Kant intende sempre i principi pratici empirici, quindi quei principi pratici che mirano al soddisfacimento del desiderio, ossia al piacere. Cercare in ogni modo di conseguire il piacere consiste nell'essere umano nella ricerca della felicità. Fare della felicità il motivo determinante delle proprie azioni, afferma Kant, costituisce il principio dell'amor proprio. Siccome tutti i principi pratici materiali hanno la stessa caratteristica (perseguono tutti il piacere), allora sono tutti della medesima specie.

Il terzo teorema:

«Se un essere razionale deve concepire le sue massime come leggi pratiche universali, esso può concepire queste massime soltanto come principi tali che contengano il motivo determinante della volontà, non secondo la materia, ma semplicemente secondo la forma.» (Kant, Immanuel, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1909, p.55)

Dimostrazione:

Con materia di un principio pratico Kant intende l'oggetto a cui la volontà mira, quindi l'oggetto desiderato. Se il motivo determinante della volontà è un oggetto, perciò l'azione è condizionata patologicamente, allora il principio che la guida non è una legge. Se si astrae dalla materia della legge, ne rimane la pura forma. È la forma della massima che deve guidare l'uomo morale.

Il quarto teorema:

«L'autonomia della volontà è l'unico principio di tutte le leggi morali e dei doveri che loro corrispondono: invece ogni eteronomia del libero arbitrio, non solo non è la base di alcun obbligo, ma piuttosto è contraria al principio di questo e alla moralità della volontà.» (Kant, Immanuel, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1909, p.71)

Dimostrazione:

Kant definisce come unico principio di moralità la determinazione dell'agire dell'uomo mediante la sola forma della legge e non mediante la materia. L'indipendenza dell'uomo dall'oggetto o della materia è una libertà negativa, afferma Kant, ma la capacità dell'uomo di determinarsi tramite legge è una forma di libertà positiva. L'uomo è autonomo in quanto è capace di autodeterminarsi, ossia agire a partire dalla legge che è prescritta dalla sua stessa ragione.

A partire da questi teoremi si possono distinguere due modalità di azione: l'agire condizionato dal desiderio; l'agire morale. Nell'agire condizionato dal desiderio secondo Kant accade questo: l'uomo desidera qualcosa, produce la rappresentazione del suo desiderio e questa diventa motivo determinante della volontà, di modo che la volontà possa realizzare l'oggetto del desiderio. L'uomo morale non è condizionato dal suo desiderio, non mira alla realizzazione del suo desiderio, ma compie il dovere esclusivamente per osservare la legge. Da qui si deducono un paio di fatti interessanti: la morale non serve perché l'uomo possa conseguire la felicità; l'altruismo non consiste nel pensare semplicemente agli altri oltre che a se stessi. L'agire morale non produce piacere, perciò non ci promette nessuna felicità, al contrario, in quanto l'agire morale è un agire contro il nostro amor proprio, esso produce dispiacere e dolore. Un esempio semplice: se ho un panino al salame e vedo un uomo affamato, certamente è moralmente giusto cedergli panino, ma è ovvio che questa rinuncia al piacere, siccome noi desideravamo mangiare il nostro panino, provocherà in noi dispiacere. Riguardo al tema dell'altruismo andrebbe fatta questa considerazione: il secondo teorema dimostra che anche un'azione che avesse come oggetto la felicità della maggioranza, comunque seguirebbe il principio dell'amor proprio. Infatti ogni volta che desideriamo qualcosa, sia anche il bene del prossimo, lo facciamo sempre per il piacere che ci attendiamo dalla realizzazione di tale desiderio, perciò, non importa il tipo di oggetto, resterà sempre egoismo.


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sabato 16 dicembre 2017

La dottrina di Kant sulla ragione II












I filosofi hanno scritto molto sulla ragione, in realtà i filosofi hanno scommesso sulla ragione come mezzo per emancipare l'uomo. La stessa filosofia si fa con la ragione, anche se il pensiero dei filosofi non è una semplice riflessione, ma segue un metodo logico-matematico. Kant in filosofia ha pensato la più potente e completa teoria della razionalità. Oggi, anche grazie alla logica e alla matematica in generale, la filosofia ha fatto molti passi avanti sul concetto di razionalità, ma molte delle nozioni di razionalità che si trovano in filosofia possono essere comprese grazie al grande schema di Kant. Kant studia la ragione seguendo delle coppie di opposti. La prima di queste coppie è la seguente: teoretico/pratico. Kant scrive sulla ragione teoretica nella Critica della ragion pura. La ragione teoretica di Kant ha come scopo la conoscenza, essa non è quindi direttamente rivolta alle azioni. Con la ragione teoretica possiamo fare scienza, filosofia teoretica, ma anche cose più banali come riconoscere un oggetto quando ci viene presentato. La conoscenza per Kant richiede due componenti: il concetto e l'intuizione. Questi due elementi potrebbero essere pensati come il formale e l'empirico. Kant afferma che i concetti senza le intuizioni sarebbero vuoti e le intuizioni senza i concetti sarebbero cieche. La spiegazione del funzionamento della ragione teoretica in Kant si trova nell'Analitica trascendentale. L'Analitica trascendentale è divisa in due parti: Analitica dei concetti; Analitica dei principi. Nell'Analitica dei concetti Kant parla principalmente della logica trascendentale. La logica trascendentale ha per oggetto i concetti puri. Il concetto secondo Kant è una funzione che unifica differenti rappresentazioni. "Uomo" è un concetto in quanto unifica una serie di rappresentazioni che ricadono sotto tale concetto. Kant definisce con il termine di "sintesi" l'unificazione condotta dal concetto. L'intelletto puro per Kant contiene i concetti puri che ci permettono di conoscere l'oggetto in generale, questi concetti puri sono le categorie dell'intelletto. Kant distingue 12 categorie, suddivise in quattro grandi classi: quantità, qualità, relazione, modalità. Quel che è interessante nella dottrina di Kant è che non si possono derivare i concetti puri dall'empirico, cioè derivare, ad esempio, come aveva fatto Hume, la causalità dalle esperienze che provengono dal mondo sensibile. Facendo ciò Hume non poteva concepire le connessioni causali come necessarie ed universali, perciò non poteva credere nel carattere necessario delle leggi della fisica. In pratica se i concetti puri non sono derivabili da intuizioni, per Kant i concetti puri sono innati. Kant ha detto che i concetti sono sintesi di rappresentazioni, ma riconosce benissimo che questa sintesi da sola non basta per spiegare un qualsiasi individuo, ci vuole qualcosa di più: l'io penso. L'io penso è l'appercezione sintetica trascendentale, ciò che accompagna ogni tipo di rappresentazione, in quanto sono sempre io che me la rappresento. L'io penso non è sostanza , ma ha una funzione logica. Inoltre Kant afferma che ogni pensiero deve avere un oggetto e che quindi bisogna pensare un oggetto in generale del pensiero, questo oggetto in generale del pensiero è l'oggetto = x. In questa prima parte dell'Analitica trascendentale si parla principalmente di concetti puri, ma, come ho detto, non sono sufficienti i concetti per avere la conoscenza. La conoscenza da Kant nella Critica della ragion pura è intensa a partire dalla nozione di giudizio categorico. Il giudizio categorico applica la regola al caso. In questo caso si tratterebbe di applicare il concetto all'intuizione particolare. Manca un pezzo, manca quello che Kant chiama lo schema. Dello schematismo Kant ne parla nell'Analitica dei principi, laddove spiega che perché sia possibile qualcosa come il riconoscimento, non basta solo il concetto, ci vuole un termine intermedio. Se prendo un piatto, posso dire che il piatto è circolare, non tanto per il concetto di rotondo, ma per una rappresentazione della circolarità che è a metà tra il concetto e l'intuizione. Il problema di Kant è questo: siccome il concetto puro e l'intuizione non possono essere derivati l'uno dall'altro, dunque sono eterogenei; se sono eterogenei, come possono comunicare? La soluzione di Kant sta nel concetto di "rappresentazione". Tuttavia il suo concetto di rappresentazione è molto problematico e ha diversi significati. Per capire meglio si potrebbero pensare il concetto puro e l'intuizione come due poli opposti, la rappresentazione è qualcosa sta in mezzo, solamente che ogni tanto appare più spostata da una parte e altre volte più spostata dall'altra. Il fatto è che in Kant ci sono almeno tre tipi di immaginazione: immaginazione riproduttiva (osservo un oggetto, chiudo gli occhi e me lo rappresento mentalmente); immaginazione produttiva (unificazione delle varie intuizioni sensibili in una rappresentazione precettiva); immaginazione pura (essa mi permette di dire quando vedo un'arancia che è un'arancia, ossia riguarda il riconoscimento). Lo schema appartiene all'immaginazione pura. Lo schema spiega il passaggio dal concetto puro all'intuizione e con questo Kant ci dà una spiegazione del meccanismo della conoscenza, oggetto della ragione teoretica.

La ragione pratica è descritta da Kant nella Critica della ragione pratica. È questo tipo di ragione che è rivolto all'azione. Parlerò meglio di questo tipo di ragione quando parlerò della morale kantiana, adesso mi limito a dire solamente alcune cose. La massima nella ragione pratica svolge un ruolo simile a quello dello schema nella ragione teoretica. Kant definisce la massima come principio pratico soggettivo, ma una massima può anche diventare legge (principio pratico oggettivo). Il principio pratico oggettivo è un imperativo, ma l'imperativo per la ragione pratica costituisce un dovere. Gli imperativi possono essere di due tipi: imperativo ipotetico; imperativo categorico. L'imperativo ipotetico segue lo schema "se vuoi A, allora devi B". In questo caso il soggetto è ancora condizionato dal suo desiderio quando agisce, poiché il dovere è sempre subordinato a qualcosa che lui desidera. L'imperativo categorico costituisce un dovere incondizionato (non devi uccidere!). Nella Critica della ragione pratica Kant attua una rivoluzione copernicana: inverte la relazione tra il bene e la legge, di modo che la legge non sia determinata dal bene, ma il bene dalla legge. La legge secondo Kant non ha contenuto, è vuota e puramente formale. La Legge è espressa da Kant in questo modo:

«Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale.» (Kant, Immanuel, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1909, p.65)

Quando una massima si accorda con la forma della legge, allora la massima diventa legge. In questo modo è determinato cosa è bene e cosa è male dalla ragion pratica. Anche nella ragion pratica Kant parla di una tavola delle categorie, la tavola delle categorie della libertà, sempre divisa nelle stesse classi: quantità, qualità, relazione, modalità.

Una seconda coppia di opposti nella ragione in Kant è il puro/empirico. Grazie a questo Kant riesce a costruire una classificazione dei tipi di ragione con quattro tipi:

a) ragione teoretica pura; ragione teoretica empirica.

b) ragione pratica pura; ragione pratica empirica.

A questo punto bisogna capire i vari significati della distinzione puro/empirico. Un primo significato della distinzione puro/empirico lo si trova all'interno della distinzione tra l'a priori e l'a posteriori. Kant definisce a posteriori ogni conoscenza che deriva dall'esperienza, mentre a priori per Kant è ogni conoscenza che non dipende dall'esperienza. Il puro Kant lo colloca nell'a priori, ma non tutto l'a priori è puro. Puro è solamente laddove non c'è nessuna mescolanza con l'empirico. Kant fa questo esempio: "ogni cambiamento ha la sua causa". In questo caso il giudizio è a priori e non semplicemente ricavato dall'esperienza, dal momento che non ci può essere cambiamento senza causa, tuttavia il concetto di cambiamento è certamente ricavato dall'esperienza, perciò il giudizio non è puro. Tipicamente empirici sono chiaramente i giudizi a posteriori, ma, come ho detto, il puro riguarda solo una parte dei giudizi a priori: quelli non mescolati in nessun modo con l'empirico. Kant per fare un esempio di giudizi puri a priori cita il caso della matematica, infatti la matematica è un campo del sapere puramente formale. Mentre le conoscenze a priori, in quanto derivate dai puri principi dell'intelletto sono necessarie e universali, le conoscenze a posteriori non sono necessarie e universali. A posteriori e a priori sono importanti per Kant anche per la dottrina dei giudizi. Kant distingue nella ragione teoretica due forme di giudizi: gli analitici e i sintetici. Il giudizio in Kant segue la forma soggetto/predicato (es. Socrate è un uomo). Il giudizio analitico è quel giudizio nel quale il soggetto contiene già il predicato (es. il triangolo ha tre lati), il giudizio sintetico è quel giudizio nel quale il soggetto non contiene il predicato (5 + 7 = 12). I giudizi sintetici possono essere a posteriori o a priori. La ragione pura riguarda la possibilità dei giudizi sintetici a priori. Un esempio di giudizio sintetico a priori è: "tutto ciò che accade ha una causa". Inoltre Kant ha assegnato un campo ristretto di indagine alla ragione teoretica, affermando che la conoscenza vera rimane nel campo dell'esperienza, tutto ciò che supera questo limite non è affatto scienza.

C'è un altro senso che viene assegnato alla distinzione puro/empirico da parte di Kant e questo senso è spiegato nella Critica della ragione pratica. Come spiegherò nella prossima sezione con il primo teorema della morale kantiana, i principi pratici che hanno come motivo determinante un oggetto del desiderio non possono costituire leggi. Questi principi pratici, dice Kant, sono condizionati empiricamente. Qui Kant usa il termine "empirico" col significato di "condizionato patologicamente". Kant intende dire che un principio pratico che mira alla soddisfazione di un piacere, ad esempio, non può costituire una legge, a causa dell'elemento patologico. Per questo il puro in Kant, in questo caso, è l'apatico, ossia il non condizionato patologicamente. Da qui un nuovo significato alla distinzione empirico/puro.

La mia convinzione è che sia possibile tentare di leggere la maggior parte modelli di razionalità nella filosofia usando lo schema sulla razionalità di Kant. In questo senso o un tipo di ragione coincide esattamente con uno dei quattro tipi, o deriva da uno scambio (uso illegittimi, ad esempio, della ragione teoretica in ambito pratico), oppure potrebbe trattarsi di una forma mista. 




Kant   

sabato 30 gennaio 2016

Analitica trascendentale, p III (critica della ragion pura, Kant)






Kant è un idealista, il problema è capire che tipo di idealismo. Nell'analitica Kant distingue tre forme di idealismo. Un primo idealismo è quello di Cartesio, questo filosofo riteneva i sensi ingannevoli, o comunque una facoltà che non può costituire una conoscenza certa. Cartesio eleva il suo dubbio al livello più alto, prima afferma che la realtà potrebbe essere un sogno, quindi dubita dei sensi, poi afferma che potremmo essere fatti di una ragione tale per cui ci sbagliamo sistematicamente, a questo punto ipotizza che questo potrebbe essere l'effetto del volere di un qualche genio maligno. Se il genio maligno ingannasse qualcuno che non esiste, ingannasse, per così dire, un inganno, si ingannerebbe da solo, ingannandosi di ingannare qualcuno. Non posso ingannarmi sul fatto che sono io ad ingannarmi, tutto ciò che concepisco non posso che concepirlo a partire da me stesso, ogni rappresentazione è una mia rappresentazione ed ogni mio pensiero uguale. Così deve essere dato un Io sono, chiamato Cogito, che è il punto di base, la cosa più certa. Se le cose stanno così, allora tutto il resto esiste solo a partire dal mio Io. Il rischio è cadere nel solipsismo (egoismo ontologico), Cartesio per dimostrare l'esistenza delle cose esterne deve dimostrare prima l'esistenza di Dio. Kant non può essere d'accordo con questa posizione per due motivi sopratutto: i sensi non ingannano, l'io non è la cosa più certa. I sensi non ingannano perché ci mostrano la realtà così come la ricevono, non sono del resto capaci di alcun giudizio. Giudicare lo fa l'intelletto, solo esso esprime giudizi sul sensibile e può sbagliarsi dicendo che il bastone nell'acqua è spezzato. L'io o è inteso come appercezione trascendentale e in quel caso è pura funzione logica, ma non può essere sicuramente derivato a priori, è invece ciò che accompagna ogni nostra rappresentazione, oppure è oggetto del senso interno, in quel caso sarebbe puro fenomeno o meglio una rappresentazione interna che non può costituire un io in sé. Non si da conoscenza dunque di nessun Io sono. Un secondo tipo di idealismo è quello di Berkeley, il quale afferma che si può parlare dell'esistenza delle cose solo nell'attimo presente in cui le osserviamo. Per non cadere nello scetticismo Berkeley garantirà l'esistenza delle cose esterne indipendentemente da noi semplicemente perché non sono altro che sensazioni che vengono da Dio. Il problema di Berkeley è il fatto che non solo le qualità secondarie dipenderebbero dal soggetto, ma anche quelle primarie. Kant però è convinto che di fatto i dati sensibili vengano effettivamente dagli oggetti esterni e che quindi l'unico idealismo accettabile è quello che dice che non possiamo sapere se le cose così come ci appaiono coincidano con come sono davvero. Quindi chiarendo di nuovo i concetti già trovati: possibilità, realtà, necessità, si può dire che non c'è alcuna possibilità in senso analitico e tanto meno questo vale per la realtà o per la necessità. La possibilità in senso analitico sarebbe la semplicemente assenza di contraddizione, mentre la possibilità in senso sintetico dipenderebbe dalle condizioni di possibilità (spazio, tempo, categorie). La realtà di qualcosa dipende dal darsi di una intuizione di quel qualcosa, per questo è presupposta una sensibilità passiva che riceve dei dati immediatamente e non mediatamente. Esiste precisamente nella Critica della ragion pura un ragionamento a favore dell'esistenza delle cose esterne

"Io ho coscienza della mia esistenza come determinata nel tempo. Ogni determinazione temporale presuppone qualcosa di permanente nella percezione. Ma questo che di permanente non può essere qual cosa in me, poiché appunto la mia esistenza nel tempo non può essere determinata se non da questo qualche cosa di permanente. Dunque, la percezione di questo permanente non è possibile se non mediante una cosa fuori di me,  e non mediante la semplice rappresentazione di una cosa fuori di me. Perciò la determinazione della mia esistenza nel tempo non è possibile se non per l'esistenza di cose reali, che io percepisco fuori di me. Ora, la coscienza nel tempo è legata necessariamente con la coscienza della possibilità di questa determinazione temporale; dunque è anche necessariamente legata con l'esistenza delle cose fuori di me, come condizione della determinazione temporale; vale a dire, la coscienza della mia propria esistenza è a un tempo immediata coscienza dell'esistenza di altre cose fuori di me." (Kant, Immanuel, Critica della ragion pura, Laterza, Bari, 2010,p.189-190)

La rivoluzione kantiana può essere considerata anche rivoluzione del possibile, nel senso del mutamento del concetto di possibilità da semplice non contraddizione a qualcosa che sottosta alle condizioni di possibilità prima spiegate. Non si da' nessuna conoscenza se non esistono dei dati sull'oggetto che si vuole conoscere e questa conoscenza che trascende questi dati sarebbe completamente vuota. Per questo motivo le categorie e i concetti puri dell'intelletto non hanno nessuna applicazione trascendentale, ma soltanto un'applicazione empirica. Se le nostre intuizioni sono solo di fenomeni, allora non si possono conoscere le cose in sé o noumeni. Si potrebbero conoscere queste cose in sé solo se si ammettesse un tipo di intuizione diversa da quella sensibile, quindi un'intuizione intellettuale. Non si è dato mai il caso di una intuizione puramente intellettuale. A questo punto Kant si scaglia contro l'ontologia, che vorrebbe sostituire con l'analitica dell'intelletto puro. Non si può dare l'ontologia per Kant semplicemente perché non esiste una conoscenza che possa basarsi su concetti puri e derivare puramente da essi. La cosa interessante è che se si intendesse l'ontologia come la si intende più o meno oggi, ovvero come quella parte della filosofia che si chiede cosa esiste di tutto quello che c'è, allora in Kant esisterebbe una posizione ontologica, questa posizione la si potrebbe derivare dalle sue nozioni di possibile, reale e necessario. Tuttavia si può immaginare che Kant intendesse l'ontologia come la intendevano Wolff e Leibniz. Non si da conoscenza che non parta dai sensi, ma è necessaria una riflessione per capire cosa è sensibile e cosa invece è intellettuale. Qui comincia un discorso contro Leibniz a proposito dei concetti di paragone, i quali Leibniz pensa di poterli derivare in modo puro dall'intelletto. Non basta dire A=A per dare un'identità, noi arriviamo all'identità semplicemente perché constatiamo la permanenza di una sostanza in un oggetto, tenendo sempre presente che Kant non parla mai di sostanza riguardo le cose in sé. Leibniz deriva la differenza o diversità tra due cose dalla semplice proprietà relazionale di una cosa rispetto ad un'altra, dice che per esempio due cose apparentemente identiche sono diverse semplicemente perché una è lì e l'altra là. Tuttavia questo presuppone la nozione dello spazio e non è altro che il risultato della collocazione di diverse intuizioni nello spazio, intuizioni che hanno un senso solo rispetto ad un osservatore che ha di fronte i due oggetti. Leibniz inoltre pensa di derivare il concetto di opposizione dal solo intelletto affermando semplicemente che due cose opposte si annullano (A - B = 0), tuttavia non si può avere conoscenza dell'azione di due cose tra di loro se non empiricamente. Dopo tutto è la stessa esperienza che ci dice che due cose opposte si annullano. Così anche per l'interno e l'esterno, dal momento che Leibniz parte da una concezione come quella della monade, pensa che si possano dare questi concetti in modo puro, senza intuizioni. Non c'è un fuori per Leibniz, c'è solo un dentro e il fuori dipende da un'armonia prestabilita delle monadi. Solo grazie a questo si può dire che tutti noi vediamo lo stesso mondo anche se le monadi non hanno né porte e né finestre. Questo chiaramente richiede come presupposto un certo concetto di Dio, concetto che Kant, escludendo la teologia dalle scienze, non può ammettere in alcun modo. Si può pensare semplicemente che si possa presupporre l'interiore, non derivandolo dall'esperienza, per esempio basandosi sulla relativa indipendenza dell'intelletto rispetto alla sensibilità. Tuttavia è perché vediamo un esterno che possiamo concepire un interno, la conoscenza per Kant parte dalla sensibilità, tutto il resto è vuoto. Leibniz non considera la conoscenza sensibile come una conoscenza affidabile e la giudica oscura, considerando il fatto che l'intelletto è decisamente più affidabile. Kant invece considera semplicemente la sensibilità come l'unica conoscenza possibile che abbiamo, nel senso che senza quei dati non avremmo che un conoscenza vuota o formale. Anche qui le due strade si dividono: per Leibniz la materia precede sempre la forma, per Kant la forma precede la materia come condizione di possibilità, la materia è il dato che se è intuito fa di una cosa, una cosa reale.

Kant costruisce quindi una topica trascendentale che avrà come scopo quello di comprendere quale sia il luogo dei vari concetti. È questa topica che mancava a filosofi come Leibniz e Locke, Leibniz ha intellettualizzato il sensibile e Locke ha sensibilizzato i concetti.

"L'errore, che trae a questi termini nella maniera più manifesta e che può certamente valere di scusa, benché esso non possa essere giustificato, sta in ciò: che l'uso dell'intelletto, contro la sua destinazione, è fatto trascendentale, e gli oggetti, cioè le intuizioni possibili, devono regolarsi secondo i concetti, non i concetti secondo le intuizioni possibili (come quelle su cui soltanto poggia il loro valore oggettivo)." (Kant, Immanuel, Critica della ragion pura, Laterza, Bari, 2010,p.229)

Alla fine dell'analitica Kant presenta quattro concetti di nulla:

1 Nulla come concetto vuoto senza oggetto. (ens rationis)

2 Nulla come oggetto vuoto di un concetto. (nihil privatum)

3 Nulla come intuizione senza oggetto. (ens imaginarium)

4 Nulla come oggetto vuoto senza concetto. (nihil netivum)

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domenica 17 gennaio 2016

Analitica trascendentale, p II (critica della ragion pura, Kant)




Oltre ad una tavola dei giudizi e una tavola delle categorie, Kant presenta anche una tavola dei principi. Questa tavola, come le altre è divisa in 4 grandi classi: assiomi dell'intuizione, anticipazioni delle percezioni, analogie dell'esperienza, postulati del pensiero linguistico in generale.

1 associazioni delle intuizioni:

Ogni intuizione è una quantità estensiva. Ogni fenomeno è una quantità estensiva.

"Chiamo estensione quella quantità, nella quale la rappresentazione delle parti rende possibile la rappresentazione del tutto (e perciò necessariamente la precede)." (Kant, Immanuel, Critica della ragion pura, Laterza, Bari, 2010,p.150)

La quantità estensiva è concetto base della geometria, perché cosa è sempre data in una sua estensione: lunghezza, larghezza, profondità. Tutte le cose in quanto sono estese e limitate sono diverse unità, ognuna collocata in un punto dello spazio.

2 anticipazioni della percezione:

"In tutti i fenomeni il reale che è oggetto della sensazione ha una quantità intensiva, cioè un grado." (Kant, Immanuel, Critica della ragion pura, Laterza, Bari, 2010,p.152)

La sensazione riferita alla quantità intensiva è sempre data dalla materia dell'oggetto, un grado influsso sui sensi. Il grado parte da 0 per arrivare fino a grado n, grado di intensità della sensazione. Si tratta di un passaggio graduale tra coscienza empirica e quella pura. La coscienza empirica si riferisce semplicemente alle varie sensazioni, mentre la coscienza pura si riferisce alle forme pure a priori della sensibilità. Le anticipazioni dell'esperienza sono le forme a priori della sensibilità (spazio e tempo), in quanto rappresentano a priori ciò che poi è dato ai sensi. Spazio e tempo non possono in alcun modo essere derivati dall'esperienza.

3 analogia dell'esperienza

L'esperienza qui è presa come forma di conoscenza empirica. L'analogia concerne all'associazione di diverse percezioni con le altre.

Un primo caso di analogia è quello della permanenza, è il caso di Cartesio quando si chiedeva come si può dire che un certo pezzo di cera nonostante i cambiamenti sia sempre lo stesso pezzo di cera. C'è qualcosa che rimane in ogni cambiamento, questo qualcosa è la sostanza. Perché si diano dei cambiamenti ci deve essere qualcosa che cambia, ma quindi uno stesso si da due volte diversamente. Per cui qualcosa deve rimanere di immutato perché si possa ancora parlare di cambiamenti. La sostanza è in un certo qual modo quel qualcosa che da' unità all'oggetto tale che si può dire che diverse sensazioni rimandano a quell'oggetto ed esso è sempre lo stesso nonostante i cambiamenti. Questa analogia è possibile da un lato perché disponiamo ogni percezione dell'oggetto nel tempo, quindi a partire dalla forma pura a priori del tempo, dall'altro tutto ciò dipende dal fatto che la sostanza non è qualcosa sta là fuori, ma è un concetto puro dell'intelletto. La sostanza è l'oggetto nella sua unità, le varie caratteristiche di questo oggetto si dicono: attributi. L'esistenza della sostanza si dice sussistenza, mentre quella degli attributi si chiama inerenza.

Un secondo caso è quello della causalità. Se si deve spiegare come può qualcosa cambiare, la spiegazione, secondo Kant, non può che venire dalla serie causale, dalla sequenza causa/effetto. La causalità come relazione empirica delle cose, nel senso di una conoscenza a posteriori è impossibile. Non c'è possibilità di derivare empiricamente da una causa il suo effetto, sulla base dei sensi si potrebbe solo dire che di solito le cose vanno in un certo modo, ma nulla ci dice che sia sempre così che devono andare. "Il Sole sorge ogni mattina", anche se questa proposizione non è completamente corretta, questa apparenza che noi vediamo da qui sulla terra, non è detto che dovrà verificarsi sempre. Questo ovviamente dipende dal fatto che l'esperienza non ci da che un insieme di particolari. Il problema quindi deve essere posto in base universale e a priori. In questo senso si può dare una successione temporale a noi solo a partire dal tempo, che per Kant non è altro che un'intuizione pura a priori; a questo va aggiunto il fatto che la causalità è una categoria pura dell'intelletto, la quale determina concettualmente la percezione della successione nei fenomeni.

Un terzo e ultimo caso è quello della simultaneità, questa accade perché alla percezione di qualcosa è seguita la percezione di qualcos'altro. Kant dice:

"Tutte le sostanze in quanto possono essere percepite nello spazio come simultanee, sono tra loro in una azione reciproca universale." (Kant, Immanuel, Critica della ragion pura, Laterza, Bari, 2010,p.179)

Questi tre esempi sono tre modi dei fenomeni nel tempo: il primo concerne la durata dei fenomeni, il secondo la loro successione in serie, il terzo la simultaneità.

4 postulati del pensiero empirico in generale

Ci sono tre postulati del pensiero: la possibilità, la realtà e la necessità. Qui Kant si fa davvero innovativo. Per possibilità non intende semplicemente la non contraddizione, questo è un concetto da semplici inesperti nella materia. La possibilità di una cosa è data a partire dalle condizioni di possibilità di questo qualcosa, se questo qualcosa sta sotto queste condizioni, allora è possibile, altrimenti è impossibile. Le condizioni di possibilità di qualcosa sono le intuizioni a priori della sensibilità e i principi puri dell'intelletto, quindi le categorie. Per esempio qualcosa che va al di là dei confini del tempo, o qualcosa di infinito, sono del tutto impossibili, perché già non starebbero sotto le condizioni di possibilità della sensibilità che sono spazio e tempo. In seguito una cosa si può dire reale se corrisponde ad una qualche intuizione, per cui si può dire che gli esseri razionali non terrestri (alieni) siano possibili, ma non reali o almeno non prima che qualcuno possa averne percezione diretta. Mentre necessario indica ciò che è determinato secondo le condizioni universali dell'esperienza. Le condizioni di possibilità ci dicono cosa è possibile, se poi ne abbiamo intuizione questo è anche reale, tuttavia un mero particolare non è necessario, ma se qualcosa sta sotto le condizioni universali a propri allora è necessario.

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domenica 10 gennaio 2016

Analitica trascendentale, p I (critica della ragion pura, Kant)








Abbiamo visto nell'analitica la facoltà della sensibilità con le sue condizioni a priori. La facoltà della sensibilità ci da intuizioni che non sono altro che  i dati che vengono dagli oggetti esterni e quindi producono delle modificazioni nei nostri sensi. Noi conosciamo il mondo solo come insieme di fenomeni, non conosciamo il mondo, ma solo i fenomeni in esso. Questi fenomeni sono le cose così come ci appaiono. Quelle sensazioni che noi abbiamo provengono dai 5 sensi, ma non costituiscono ancora una vera percezione, in quanto dovranno essere unificate successivamente dalla sintesi dell'immaginazione. Queste intuizioni possono essere pure o empiriche, nel primo caso si parla delle condizioni a priori della sensibilità: spazio e tempo, che sono pure intuizioni vuote; nel secondo caso di parla di intuizioni che si riferiscono davvero a dati empirici. Adesso parlando dell'analitica si affronterà la questione dell'intelletto. L'intelletto ha per oggetto i concetti, ma anche i concetti possono essere puri, in qual caso si parla delle categorie dell'intelletto, oppure possono essere empirici. I concetti puri sono vuoti, come è vero che i concetti senza intuizioni sono vuoti, questo li rende diversi dai concetti empirici che concetti con intuizioni. Ma le intuizioni senza i concetti sono cieche e questo vuol dire non solo che dopo tutto Kant da ragione sia al razionalismo e che all'empirismo, dicendo che la conoscenza comincia con l'esperienza, ma non finisce con questa, vuol dire anche che non si da conoscenza che non sia quella che si riferisce all'esperienza. In questo senso, oltre a far cadere ogni forma di conoscenza che non si basi sull'esperienza come la metafisica, sta dicendo che quelle che categorie o concetti vuoti, di cui parlerò meglio più avanti, non hanno altra applicazione che non sia quella alle intuizioni, in quanto la sostanza o si riferisce ad un oggetto che abbiamo visto, come quel qualcosa che permane di quell'oggetto nonostante i suoi mutamenti, o non è nulla e vi sono altre sostanze oltre a questa. L'Analitica è preceduta da una Logica trascendentale, la logica non è unica, ne esistono di vario tipo: c'è una logica generale, una logica applicata e poi c'è la dialettica. La logica generale è puramente formale, la logica applicata è psicologica, la dialettica, per cui Kant a poca considerazione, non sarebbe altro che vuol ragionare vuoto dei sofisti che però pretenderebbe di avere un qualche contenuto. Secondo Kant la logica non ha fatto nessun passo avanti dai tempi di Aristotele a lui, essa è sempre la stessa invariata. La logica di Aristotele, che è quella classica, ha tre principi: A=A (principio dell'identità), A v ~ A (principio del terzo escluso), ~(A & ~A) (principio di non contraddizione). I giudizi sono pensati come soggetti a cui viene predicato qualcosa, questi poi dovrebbero, se corrispondono a fatti, se cioè, sono veri, corrispondere a sostanze con determinati accidenti (per dirla alla Tarski il gatto è bianco ↔il gatto è bianco). Nell'esempio: il gatto è bianco, il soggetto è il gatto e il predicato è la qualità bianco, ma mentre Aristotele è convinto che questo può essere vero semplicemente perché effettivamente esiste una sostanza gatto che ha un accidente che è la bianchezza, il discorso di Kant non differisce tantissimo se non che il gatto è determinato come sostante in quanto questa è una delle categorie che vedremo far parte dell'intelletto e la bianchezza rientrerebbe sotto la voce: qualità. Questo perché il fenomeno è anche determinato concettualmente dall'intelletto, ma a ciò ci arriveremo per gradi. In primo luogo per Kant esistono varie forme di giudizio: giudizi categorici e giudizi sintetici; giudizi a priori e giudizi a posteriori. A questo punto ci saranno giudizi categorici a priori, giudizi sintetici a priori e giudizi sintetici a posteriori. Il giudizio categorico è tale per cui nel soggetto è già contenuto il predicato, per esempio quando si dice che il triangolo ha tre lati, o che la molecola d'acqua sia H2O. Questo tipo di giudizio non ci dice nulla di nuovo sul soggetto, quindi ha carattere tautologico, infatti questi due giudizi possono essere anche scritti: quell'ente con tre lati ha tre lati, la molecola H2O è H2O, dopo tutto, tutto questo è vero per definizione e il secondo elemento non aggiunge niente al primo. Per questo motivo, dal momento che i giudizi categorici hanno questa caratteristica, si deduce che non possono esistere giudizi categorici a posteriori, ma solo a priori. I giudizi sintetici invece hanno la caratteristica di costituire veramente una nuova conoscenza, per esempio: 2 + 5 = 7. Quest'ultimo giudizio non duce nulla su un dato soggetto, non si può derivare dal 2 il 5. Il punto per Kant è che esiste una netta differenza tra "Socrate corre" e "la terra ruota attorno al sole", in quanto il primo giudizio è sintetico come il secondo, ma è a posteriori perché non possiamo sapere della sua verità se non qualora dovessimo vedere Socrate correre e questi giudizi sintetici a posteriori non hanno validità universale e necessaria perché infatti Socrate può smettere di correre quando vuole, così come fenomeno non dedotto a priori può cessare in qualsiasi momento. "Socrate corre tutte le mattine, quindi correrà anche questa mattina" si basa semplicemente su una deduzione derivata dall'abitudine, per questo è una deduzione molto debole. Mentre "Socrate corre tutte le mattine", nonostante l'apparenza non ha nulla di universale e necessario, "la terra ruota attorno al sole" invece è un giudizio sintetico a priori, quindi universale e necessario, in quanto è dato come verità da una deduzione pura a partire dalle categorie dell'intelletto.

Esistono per Kant delle tavole vere e proprie del giudizio che classificano le varie forme di giudizio. Queste tavole sono le seguenti:

Quantità: universali, particolari, singolari.

Qualità: affermativi, negativi, infinitivi.

Relazione: categorici, ipotetici, disgiuntivi.

Modalità: problematici, assertori, apodittici.

Queste tavole determinano i giudizi secondo il loro tipo, ad esempio: un giudizio affermativo può essere: "il delfino è un mammifero", uno negativo: "A Matteo non piace il rosso", uno universale: "Tutti gli uomini vengono dalle scimmie", uno ipotetico: "se farai tanto sport, migliorerai il tuo fisico". I generale non è difficile capire il senso di queste forme di giudizio, tranne per una che è quella degli "infinitivi", in cui Kant precisa che dire "l'anima è non mortale" non è lo stesso di dire che "l'anima è immortale", il primo giudizio è detto infinitivo, perché due negazioni non affermano per Kant, anche perché dire che  non si da non X, non significa semplicemente che si da X, per questo il primo giudizio è nettamente diverso dal secondo che è affermativo. Se i giudizi sono ora classificati, sappiamo che un giudizio genericamente è dato da un soggetto e un predicato, qualcosa viene predicata ad un dato soggetto. Devono quindi venire le tavole delle categorie ora. Le categorie  si riferiscono a quel qualcosa che viene predicato al soggetto, per questo diciamo che ognuno dei predicati ricade sempre sotto una categoria, tranne per quanto riguarda la categoria della sostanza che si riferisce direttamente al soggetto del giudizio. Le tavole delle categorie sono queste:

Quantità: unità, pluralità, totale.

Qualità: realtà, negazione, limitazione.

Relazione: inerenza/sussistenza, causalità/dipendenza, reciprocità.

Modalità: possibilità/impossibilità, esistenza/inesistenza, necessità/contingenza.

Ci quattro classi, sotto ogni classe stanno tre categorie. Queste categorie sono concetti puri dell'intelletto alla base della determinazione concettuale del materiale empirico. Prima che avvenga questa determinazione, le varie sensazioni devono aver già subito un processo di sintesi, di unificazione da parte della stessa immaginazione. Questo fatto evidenzia alcune cose strettamente importanti, ovvero non solo il fatto che si deve presupporre questa operazione perché i sensi da soli non basterebbero, ma anche il fatto che questa unità, che poi la troviamo tre le categorie, non è qualcosa che si possa dare prima di questa sintesi. Questo banale fatto ci fa pensare e ci porta a dire che l'unità del fenomeno non esiste prima dell'operazione della sintesi e per questo l'unità dell'oggetto non esiste prima che sia essa stessa costruita dalla sintesi. Della  cosa in sé non si può dire che abbia unità. Le categorie determinano solo successivamente il materiale empirico che è diventato percezione. Queste categorie non hanno nessuna derivazione empirica, esse non possono essere in alcun modo dedotte da ciò di cui noi facciamo esperienza. Infatti già qualcuno aveva tentato questa strada: John Locke, ma secondo Kant è caduto nella fantasticheria e l'altro empirista, quello scozzese: David Hume, era giunto allo scetticismo dichiarando l'impossibilità di derivare a posteriori questi concetti puri o categorie. Kant sostiene che si possono dare semplicemente a priori questi concetti come condizioni di possibilità dei concetti. Chiaramente in questo momento facciamo riferimento non più alla sensibilità, ma all'intelletto. Questa determinazione concettuale, però, ci da solo un molteplice di rappresentazioni, questo molteplice richiede per necessità un ulteriore unità, questa unità sarà l'appercezione trascendentale. Si intende con questo termine una specie di autocoscienza che viene definita con il termine: Io sono, che accompagna ogni rappresentazione. Se non vi fosse questa unità ultima non vi sarebbe che un molteplice di rappresentazioni confuso senza un'unità soggetto a cui si riferiscono, non sarebbero rappresentazioni di nessuno in un certo qual senso. L'Io penso è quindi non qualcosa come un soggetto in sé, ma piuttosto un soggetto fenomenico. Si può dire che l'io penso sia quell'unità soggettiva che più che essere reale, è semplicemente funzione logica, quell'io=io a cui non si può dare contenuto. Tuttavia l'unità, che sia quella dell'io penso o di altro genere, è essenziale in tutto il processo conoscitivo, il quale non è altro che un processo di riduzione del molteplice ad unità. La percezione è l'unità di tante sensazioni, il concetto mette assieme differenti predicati, così come molti accidenti appartengono ad una sola sostanza e le varie rappresentazioni sono riportate ad una sola coscienza. Nel discorso di Kant però sembra che questa unità e il processo di unificazione in realtà sia l'essenziale della conoscenza, così concetti e fenomeni hanno unità, ma non si può dire lo stesso delle cose in sé di cui non si sa nulla. Per questo motivo l'unità si da solo dopo una serie di processi di conoscenza. Il senso esterno ci da le intuizioni come collocate nello spazio secondo le tre dimensioni: altezza, lunghezza e profondità, a queste dimensioni deve essere aggiunta una quarta che è quella del tempo, la quale compete al senso interno. Prima percepiamo delle cose, collocandole nello spazio e poi tutto viene disposto in una sequenza lineare, secondo la linea del tempo e quindi secondo la successione temporale. Il tempo o meglio il senso interno concerne le determinazioni dell'esistenza di ognuno. Ciò che viviamo come esperienza esterna, cose che vediamo, sentiamo coi sensi e ciò percepiamo come sensazioni interne, vitali, tutto viene disposto in una successione secondo la forma del tempo e dal senso interno. L'uomo al di là dell'immaginazione  e della sensibilità possiede tre facoltà: ragione, intelletto e giudizio. Il giudizio non è facoltà di conoscere le regole, quanto piuttosto quella di applicarle. Il giudizio, almeno per quello che si intende nella Critica della ragion pura, è quella facoltà di applicare l'universale al particolare. Non è qualcosa che può essere insegnato o appreso, si può solo sviluppare da sé. Il problema del giudizio nasce quando dobbiamo applicare il concetto al caso specifico o quando dobbiamo applicare la regola al particolare. In questo caso si pone il problema del passaggio dall'universale al particolare e questo passaggio Kant lo risolve in questo modo: ci deve essere qualcosa di mediano tra il particolare e l'universale. questa cosa è la rappresentazione pura che deriva da quello che Kant chiama: lo schematismo trascendentale. L'esperienza richiede sia il concetto che la sensazione, ma nell'esperienza non facciamo altro che applicare concetti alle nostre percezioni, possiamo dire: " il tavolo è rettangolare", "ci sono quattro specchi in bagno", "quest'auto è sporca". Perché si possa dare il passaggio da un universale concetto ad una particolare percezione, per esempio quando dico che "il piatto è rotondo", in quel caso una rappresentazione del cerchio uso per pensare la rotondità del cerchio. I concetti non sono chiaramente immagini, ma le rappresentazioni sì e solo attraverso queste si pensano le cose, come sarebbe difficile dire che quando pensiamo "il pappagallo è verde", non ci raffiguriamo il verde come immagine. Lo schema trascendentale serve perché si possa dare giudizio, questo giudizio è declinabile secondo le tavole che molto prima avevo mostrato e secondo i tipi che avevo detto: analitico, sintetico. Un giudizio analitico è tale per cui il predicato è già contenuto nel concetto, questo vuol dire che in ogni caso che si da un determinata cosa essa ha quel predicato (∀x (Ax →Bx)). Nel caso del giudizio sintetico quel qualcosa che si predica vale per quel caso particolare, per cui si dice che x è y e non che ogni x è y.

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giovedì 31 dicembre 2015

Estetica trascendentale (critica della ragion pura, Kant)










Parlerò qui della prima parte della Critica della ragion pura, in questa parte Kant cerca di capire quali siano le condizioni a priori dell'esperienza. L'esperienza però qui non va mai ridotta alla semplice intuizione, l'esperienza è l'evento dato da cui parte questa Critica, si intende cioè che per Kant non si tratta altro che si spiegare in questo libro come è l'oggetto perché sia dia una cosa come l'esperienza e come è il soggetto perché si dia qualcosa come l'esperienza. L'esperienza non è altro che l'evento della relazione di un soggetto con un oggetto, ma questa è la forma per eccellenza di conoscenza. L'esperienza non coincide con l'intuizione (Empfindung), in quanto da un lato l'esperienza prevede anche la determinazione concettuale dell'intelletto e non si da dalla sola sensazione, dall'altro l'intuizione non è che il mero dato di uno dei nostri 5 sensi e per questo si tratta di un molteplice. Intendo dire che si parla sempre di intuizioni, ma proprio per questo il pensiero di Kant ci fa capire che non c'è alcun oggetto davvero là fuori se lo si vuole vedere come oggetto unico o come unità di sensazioni, dal momento che l'unità delle sensazioni o intuizioni è data dalla sintesi che non è altro che la capacità dell'immaginazione di mettere assieme i vari dati. In questo senso molte intuizioni (Empfindungen) danno una percezione (Wahrnehmung), questa è l'unità delle intuizioni e non è dato certo che questa unità debba darsi prima della sintesi della nostra immaginazione la quale si da solo come meccanismo interno a noi medesimi. Vi sono intuizioni empiriche ed intuizioni pure, quelle empiriche sono semplicemente date ai sensi, le altre sono invece le condizioni della sensibilità, esse sono pure perché sono solo forme prive di contenuto empirico, hanno un senso empirico quando sono riferite a oggetti, ma al di là di essi sono vuote. Ci sono due forme a priori della sensibilità: una è lo spazio e l'altra il tempo. Questo vuol dire che ogni nostra intuizione è già collocata nello spazio e nel tempo, per questo non sarebbe possibile per noi astrarre un qualsiasi dato sensibile da dei riferimenti allo spazio o al tempo. Se io dico: "c'è una tigre in quella gabbia", in primo luogo con "c'è" mi riferisco ad un tempo presente, quando poi parlo di "gabbia" indico un preciso luogo, ovviamente questo esempio è molto intriso di linguaggio, ma se pensiamo al fatto che in quel momento noi guardiamo la tigre e noi collochiamo quella percezione presente in un punto della linea del tempo e collochiamo la tigre in un punto dello spazio. Lo spazio è la forma del senso esterno e il tempo quella del senso interno, di modo tale che in primo luogo qualcosa è collocata nello spazio secondo le tre dimensioni di esso e poi questo questa cosa, l'evento dell'esperienza, è disposto secondo il senso interno in una successione temporale. Pensandoci bene il tempo è particolare in questo senso perché è senso interno, ovvero la collocazione nel tempo è un effetto della memoria, che se non avessimo memoria non avremmo tempo. Si dice dopo tutto che gli animali vivono nel presente, che se è vero, allora non hanno memoria e quindi non hanno percezione della successione degli eventi, mentre nel nostro caso le cose stanno in modo diverso. Il tempo e lo spazio sono cose uniche e non molteplici, non si possono dare diversi tempi e tanto meno più spazi; inoltre quello che è veramente rivoluzionario di questa visione è che lo spazio e il tempo sarebbero non esterni a noi, ma interni. Qui Kant identifica interamente il tempo con una capacità di memorizzare, sembra quasi di dedurre, ovvero con la capacità di disporre in senso cronologico degli eventi. La realtà che conosciamo, non è altro che un insieme di fenomeni, nel senso di oggetti che sono perché si possa dare la conoscenza, non semplicemente delle parvenze e tanto meno delle cose in sé. Questo è importante capirlo: se noi conosciamo le cose come ci appaiono, vuol dire che non sappiamo nulla o non possiamo sapere nulla su come siano effettivamente le cose, Kant ci spiega solo come noi siamo fatti perché possiamo conoscere il mondo così come lo conosciamo e questo mondo è così perché siamo fatti in quel modo. In effetti Kant non parla mai di animali, non dice come percepiscono loro il mondo, ma si può supporre che in questa logica e così è, lo percepiscano in modo diverso. C'è anche un riferimento alla fine dell'Antropologia pragmatica a dei possibili esseri razionali non terrestri (alieni) e sul fatto che possano avere percezioni diverse dalle nostre. Questo fatto è però ancora diverso da dire che il mondo è un'illusione, visto che Kant considera comunque quello che percepiamo come reale, in quanto lo percepiamo tutti e nello stesso modo, visto che siamo fatti in quel tal modo. In questo senso se ci trovassimo in un deserto potremmo definire fenomeni tutto quello che vediamo come le dune del deserto, la sabbia, il cielo e le sue nuvole, ma queste non sono parvenze, parvenza sarebbe invece un miraggio, perché infatti esso è un inganno. Così per Kant il confronto con gli altri nelle percezioni è la prima cosa, se qualcuno ha una percezione differente, allora potrebbe essere un problema e visioni di angeli e di demoni per Kant sono solo fantasticherie. Così dice Kant lo spazio è dato dalle tre dimensioni, ad esso si aggiunge la dimensione del tempo come quarta linea tracciata nel senso interno. Lo spazio è anche condizione di possibilità della geometria, mentre il tempo della matematica. Kant intende dire con quest'ultima affermazione che il numero non è altro che una costruzione temporale, in quanto l'operazione stessa del contare non è altro che un costruire il numero stesso. Il contare è una successione temporale, secondo Kant, ma il numero non si da già nell'intelletto, esso è costruito da una sintesi temporale e per questo si evita l'idea paradossale che vi siano nella nostra mente finita numeri infiniti. Quindi Kant fonda queste scienze sulle intuizioni pure, le altre intuizioni sono materiale per altre scienze. Senza le intuizioni empiriche non esisterebbe materiale per la conoscenza. Il punto però sta nel fatto che il mondo che conosciamo è quello che ci appare e questo ci basta per il nostro vivere quotidiano, altro non sappiamo oltre alla realtà sensibile, perché tutto la conoscenza sul noumeno si ridurrebbe a puro parallogismo. Quello che vediamo è fenomeno, cosa per sé e non noumeno, cosa in sé. Il fenomeno, come ho già detto, non è una parvenza, in questo senso Kant non crede affatto che i sensi ci ingannino o qualcosa di simile, dal momento che certamente i sensi rappresentano quella facoltà che subisce modificazioni dall'esterno, a partire da dati, ma essi ci mostrano le cose così come le ricevono. Questo vuol dire che il caso del miraggio, del legnetto spezzato e altro, non sono da intendere come inganno da parte dei sensi, è invece l'intelletto che si inganna quando giudica. Così si ingannerebbe l'intelletto se pensasse che lo spazio e il tempo fanno parte delle cose in sé.

Ultima cosa per concludere: quando parlerò dell'io penso, quindi non in questa parte, parlerò di un io oggettivo come unità dell'appercezione, il quale è diverso dall'io soggetto in quanto può essere oggetto del senso interno, perché questo è puro fenomeno o meglio si conosce secondo rappresentazioni, ma l'altro anche se non è soggetto in sé è il presupposto per l'unità di tutta la conoscenza, altrimenti la stessa conoscenza si ridurrebbe a molteplici rappresentazioni senza un io. 



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sabato 26 dicembre 2015

Filosofia della storia in Kant





Gli scritti sulla storia di Kant sono normalmente inseriti tra gli scritti politici. Questa non è una scelta casuale perché dopotutto esiste davvero un collegamento tra questi. La Pace perpetua è infatti pensata a partire da questi scritti. Ci sono degli scritti che sembrano avere un carattere antropologico, per esempio quelli che trattano sulle razze umane e poi vi sono degli scritti sulla storia in senso stretto. In questo testo non parlerò affatto del commento di Kant all'opera di Herder sulla storia, in quanto vorrei concentrarmi su quanto Kant ha scritto di suo su questo tema, piuttosto che sugli scritti critici nei confronti di altri autori a lui contemporanei. Comincerò dunque dalle Congetture sull'origine della storia che cercano di tracciare le vicende dell'uomo delle origini. Ovviamente non si hanno dati su questo, ma Kant si basa su quanto scritto sulla Bibbia, nella Genesi, usandolo come modello convenzionale per spiegare l'origine della storia. Kant immagina quindi un uomo e una donna all'origine delle vicende umane (chiaramente il riferimento è ad Adamo ed Eva, ma non usa mai questi nomi). I primi uomini non erano affatto dotati di ragione e per questo erano solamente guidati da puri istinti, per questo i loro unici interessi erano quelli della procreazione e del proprio mantenimento. Però perché potessero veramente crescere e svilupparsi, essi dovevano essere nati in un luogo della terra che fosse particolarmente favorevole all'uomo, perciò un posto dove il cibo fosse abbondante, il clima mite e così via (qui il riferimento è all'Eden). Kant immagina successivamente che si sia formata la ragione nell'uomo e che quando questo è accaduto la prima cosa che ha fatto l'uomo è stata quella di espandere i limiti oltre gli istinti. Se prima il godimento dell'uomo era nel solo presente, successivamente l'uomo ha cercato di proiettarsi anche nella dimensione del futuro, allargando il campo temporale del suo godimento. La ragione, però, non ha solo lo scopo di estendere il campo degli istinti, ma anche quello di poterli dominare e per questo e altri motivi, la ragione è stata donata all'uomo perché l'uomo è il fine ultimo della creazione (qui però la creazione si riferisce alla natura, in quanto Kant vede nella natura una finalità e una provvidenza, ma questo non va riferito in alcun modo a Dio). Da questo momento l'uomo dotato di ragione deve sviluppare non solo questa facoltà, ma anche realizzarla. In questo senso la storia sarà da un lato piena anche di male, il quale male stimola l'attività umana verso un miglioramento e le guerre sono anche viste in quest'ottica; dall'altro il fine dell'uomo è la pace perpetua, ovvero la costituzione di una repubblica di Stati in armonia tra loro. L'uomo però durante il corso della storia si è effettivamente moltiplicato, in più la sua presenza è ora diffusa in ogni luogo del mondo e in base a questo si sono, nelle diverse parti della terra, sviluppate diverse razze. Ci sono due scritti in cui Kant parla delle razze umane, il primo è: Delle diverse razze di uomini,  il secondo è: Determinazione del concetto di razza umana. Questi due scritti sono molto simili, trattano lo stesso argomento e hanno il medesimo scopo. Da quello che si intuisce, si tratta di mostrare le diversità degli uomini su questa terra, capire quanto è vario il mondo rispetto a quello che ci circonda e dall'altro si tratta di far capire che queste diverse razze appartengono ad una sola specie umana. La razza non è la specie, differisce da essa in quanto due persone di razze diverse possono procreare, mentre questo non sarebbe vero per quanto riguarda due persone di specie diversa. Le persone derivate dalla mescolanza di razze diverse sono dette mezzi-sangue, mentre un caso diverso sono tutte quelle caratteristiche che possono avere le persone all'interno della stessa razza, come ad esempio differenti colori degli occhi o differenti colori dei capelli, queste caratteristiche non costituiscono delle razze e nel caso in cui persone con differenti caratteristiche dovessero accoppiarsi, in quel caso queste caratteristiche potrebbero rimanere invariate (ad esempio l'azzurro degli occhi di una madre potrebbe non passare necessariamente ai figli). Sono comunque i caratteri ereditari, i quali nelle razze si trasmettono immancabilmente, a dare origine alle varie razze. Ci sono 4 razze secondo la divisione di Kant e quella comunemente accettata all'epoca, queste quattro razze sono: i neri, i biondi, i rossi, i gialli. Queste razze sono tali per Kant a causa dei differenti climi in cui questi esseri umani hanno vissuto, la razza bionda del nord Europa vive in un clima freddo ed umido, la razza rossa del nord America vive in un clima freddo e secco, la razza nera africana vive in un clima caldo ed umido, mentre la razza giallo-oliva, come gli indiani, vive in un clima caldo e secco. Sono questi vari climi ad aver determinato le varie razze, in quanto questi uomini hanno vissuto in quei luoghi con quei climi a lungo tempo. Tutte le razze che non sono comprese in questo elenco (ad es. i bianchi non sono tutti biondi con gli occhi azzurri) sono il realtà il derivato della mescolanza tra queste razze (i mezzi-sangue). Tutte le razze sono parte di una sola specie e la specie è quella umana. L'uomo in primo luogo si definisce come animale razionale, ciò significa che è intrinseco all'uomo il fatto di avere una ragione in quanto gli è essenziale, ma tutte quelle caratteristiche che non sono questa, per esempio il fatto di avere due braccia, due occhi, due gambe o tutte quelle caratteristiche che contraddistinguono le varie razze non sono essenziali in quanto non fanno l'uomo come uomo. Se però è la ragione ciò che distingue l'uomo dall'animale, questa ragione non è nell'uomo casualmente, ma perché venga sviluppata. Nello scritto: Una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, Kant scrive una serie di tesi che argomentano nella direzione che io sto esponendo un po' alla volta, per esempio dice che le disposizioni naturali sono destinate a svolgersi in modo completo, che nell'uomo la disposizione è quella della razionalità e che è suo destino svilupparla. L'uomo, secondo Kant, è caratterizzato da una insocievole socievolezza, la quale spiega tutto il corso contorto dell'essere umano. L'uomo infatti è per natura egoista e preferirebbe vivere da solo, però l'uomo dotato razionalità è portato sempre a superare questo suo egoismo. In questo si potrebbe leggere una lotta tra istinti e ragione, il cui esisto deve essere il dominio della ragione sugli istinti, che in questa logica significherebbe la vittoria dell'umanità sull'animalità. Tuttavia vi sono due istinti che in primo luogo guidano l'uomo: uno è quella all'amore per la vita, quindi anche l'autoconservazione, ma l'altro è quello alla procreazione. Da questo si comprende che già l'istinto della procreazione implica almeno il fatto che l'uomo debba entrare in relazione con una persona dell'altro sesso. A parte questo fatto, la storia umana rivela una finalità oscura della natura per l'uomo, una sorta di Provvidenza che consiste nella realizzazione della ragione e quindi alla fine nella fondazione di uno Stato con una buona costituzione in cui i cittadini siano liberi e successivamente di una repubblica degli Stati che possa garantire la pace perpetua. Questo fine della natura, anche se viene definito Provvidenza, non si realizzerà per necessità, noi abbiamo solo la speranza che si possa realizzare. Come si nota o come si noterà ancora meglio più avanti, Kant non crede che l'uomo possa vivere senza lo Stato, ovvero l'uomo deve avere per necessità un governante o più governanti. Questo dipende dal fatto che l'uomo non segue naturalmente una condotta morale, in un certo qual senso lo Stato è una forma di grande ragione e il problema sono sempre gli istinti ribelli. Ovviamente essendo anche il sovrano o i sovrani uomini, anche loro avrebbero bisogno di un sovrano sopra di loro e questo è un problema del tutto insolubile, anche se certamente il sovrano dovrebbe essere un uomo di ragione. Il problema del sovrano in Kant, lo si vede bene dai vari scritti di politica, non si risolve mai. Il sovrano è per logica colui che non ha nessuno sopra lui stesso, per questo ad esempio Kant crede che la protesta sia completamente illegittima in quanto significherebbe che il popolo può giudicare il sovrano ma potrebbe farlo solo ponendosi al si sopra di esso stesso. Il sovrano comunque rimane un problema perché non è migliore del suo popolo, nel senso che anche lui è uomo. Questo deve colpire in primo luogo perché Kant in realtà è uno dei grandi filosofi dell'autodeterminazione, l'autodeterminazione significa riconoscere sempre ed in ogni luogo come unico sovrano se stessi. Kant non ha mai pensato a delle persone che potessero autogovernarsi, ovvero persone in cui la ragione dominasse completamente gli istinti, come è il caso dei governanti della Repubblica di Platone, perché in fondo questo autogoverno per Kant deve essere un'ideale irraggiungibile, cosa che gli era chiaro sin da quanto scriveva la Critica della ragion pratica. L'autodeterminazione in Kant non è però solo la capacità di pensare con la propria testa, anziché con quella degli altri, cosa che si trova scritta in: Che cos'è l'illuminismo?, in realtà già nella Critica della ragion pratica per Kant la legge morale l'uomo la deriva da se stesso e non se la fa dire dal prete o da altri, per questo nella morale esiste anche una forma di autodeterminazione. È questo che crea in Kant un conflitto tra legalità e moralità, la morale parte noi stessi, la legge viene dallo Stato, quindi da fuori, oltretutto se pensiamo alle "leggi razziali" comprendiamo che le leggi non necessariamente sono morali. Quindi il problema di fondo di Kant torna ad essere l'impossibilità della protesta nella sua legittimità che dipende anche da come concepisce lui stesso il sovrano o in particolare da questo. Kant infatti pensa come possibile e legittima la critica tramite penna, per esempio il fatto di scrivere contro l'operato del sovrano, ma questo dipende dal fatto che il sovrano non censura ciò che gli intellettuali scrivono. Non finisce qui ovviamente, perché Kant afferma che qualora dovesse avvenire una rivoluzione e dovesse instaurarsi un nuovo governo, non ha senso e non sarebbe legittimo praticare il reazionarismo per cercare di tornare alla costituzione precedente, ma bisogna accettare il nuovo regime e il suo sovrano. Kant, come diversi suoi contemporanei, vedeva come evento positivo la rivoluzione francese, ma ne condannava la violenza. Kant chiaramente era schierato per una costituzione repubblicana dove il potere è diviso tra esecutivo e legislativo. Il governo ha propriamente il potere esecutivo. La forma repubblicana è fondata sulla libertà dei cittadini e l'uguaglianza di fronte alla legge, essa però non può essere confusa con la democrazia in quanto la democrazia è governo di tutti, ma è tale, come accade in Roussau, per cui la "volontà generale" è in contraddizione in quanto finisce sempre per essere volontà di tutti contro pochi e volontà della maggioranza e poi nella concezione del Contratto sociale l'assenza di sovrani genera una unificazione del legislativo e dell'esecutivo nel popolo. Come sarà più chiaro avanti, secondo Kant, è una tendenza della storia il fatto che i regimi passeranno alla costituzione repubblicana. Questo fatto può avvenire tramite la rivoluzione, ma sarebbe più auspicabile che avvenisse da sé, cioè che liberamente il sovrano decidesse di delimitare i propri poteri. Queste forme di progresso, come quella genera dalla rivoluzione francese, più che essere una necessità sono una cosa in cui sperare e su questo argomento Kant scrive due testi: Se il genere umano sia in constante progresso verso il meglio; In che cosa consiste il progresso del genere umano verso il meglio?. Nel primo testo tratta dei vari modi di concepire la storia, per esempio quello pessimista che pensa che la storia vada sempre verso il peggio, quello ottimista che pensa che la storia vada sempre verso il meglio, quello abderitista che pensa invece che la storia resti sostanzialmente invariata. La posizione pessimista è definita da Kant terrorista, infatti essa non lascia speranze per il futuro e sembra convincere le persone a rassegnarsi, a non combattere più per la giustizia, per il bene nel mondo e per un futuro mondo di pace. Il terrorismo storico è caratterizzato per una totale assenza di speranza, ma questa denominazione che gli da Kant non può essere un caso e certamente rivela l'effetto psicologico che hanno quelle persone sugli altri, spesso sui giovani nel dire che non esiste più futuro, che non si può fare nulla, ma che il destino dell'uomo rotola verso la sua autodistruzione e noi siamo dei semplici spettatori di questa catastrofe. Questa idea certamente negherebbe la possibilità di qualsiasi rivoluzione che possa dirsi efficace, ma non è questo che interessa a Kant, ciò che interessa è che certamente negherebbe la possibilità da parte dell'uomo di un progresso morale. Ad ogni modo questa posizione, secondo Kant, è sbagliata perché non si può dire del corso dell'umanità se esso sarà sempre in discesa o se in un certo punto non possa esserci una svolta, un cambio di rotta. Insomma per Kant è del tutto imprevedibile il corso della storia a priori, esistono solo calcoli e visioni che si fanno le persone a posteriori che però non necessariamente si realizzeranno. Una seconda concezione della storia, quella seconda la quale la storia tende verso il meglio, è detta eudemonista. Kant nega che questa possa essere vera in quanto essa vorrebbe affermare un aumento del bene nella storia, ma questo deve dipendere dal singolo individuo e questo vorrebbe dire che nell'effetto di un'azione buona dovrebbe esserci più bene che nella sua stessa causa, il che è impossibile. La posizione abderitista sostiene che la storia rimane pressoché uguale, nel senso che magari ogni tanto ci saranno dei progressi e poi dei regressi, ma questi ritornano sempre ciclicamente. A dire il vero Kant è un abderitista, tuttavia è convinto che nella storia esista una tendenza verso il meglio, per esempio la rivoluzione francese rappresenta a suo modo un progresso morale ed etico dell'umanità. In fondo è proprio nel progresso morale, che il terrorismo storico renderebbe impossibile nel caso avesse ragione, che Kant vede una tendenza verso il meglio nella storia. Kant dice: "Qual vantaggio apporterà all'umanità il progresso verso il meglio? Non una quantità sempre crescente della moralità dell'intenzione, ma un aumento degli effetti della sua legalità negli atti doverosi (...)" (Kant, Immanuel, Scritti storici. Se il genere umano sia in constante progresso verso il meglio, Utet, Torino, 2010, p.226) Nel progresso la quantità di bene può aumentare solo se ciò accade a partire dalla libertà stessa dell'uomo, ma questo ovviamente non è un fenomeno naturale, non rientra cioè nella serie causale dei fenomeni, per questo dal punto di vista naturale è molto più probabile che accada che nascano sempre uomini migliori, piuttosto che gli effetti nelle azioni dell'uomo possano aumentare come quantità di bene. Ad ogni modo a chi dispera sul progresso umano Kant dice: "Io biasimo chi, considerando i mali dello Stato, comincia a disperare della salute dell'umanità e del suo progresso verso il meglio: ma io mi affido al rimedio eroico che dà Hume e che potrebbe produrre una cura rapida: «Quando io vedo oggi» egli dice « le nazioni in procinto di farsi la guerra tra loro, è come se vedessi due brutti figuri ubriachi, che si battono con bastoni in un negozio di porcellane. Non solo essi metteranno molto tempo a guarire dalle ammaccature che si sono fatte reciprocamente, ma dovranno anche pagare tutti i danni che hanno procurato»." (Kant, Immanuel, Scritti storici. Se il genere umano sia in constante progresso verso il meglio, Utet, Torino, 2010, p.228)

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