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sabato 5 novembre 2011

cura di sé con Marco Aurelio




Lettera di Marco Aurelio a Frontone

“Noi siamo tutti bene. Io ho dormito poco a causa di un lieve raffreddore che ora, tuttavia, sembra essersi placato. Dall’undicesima ora della notte, fino alla terza del mattino, ho passato una parte di tempo leggendo il De agricoltura di Catone, e una parte l’ho trascorsa scrivendo, per fortuna meno peggio di ieri. Poi ho salutato mio padre, indi ho sorseggiato dell’acqua mielata che ho poi risputato in modo da addolcirmi la gola, piuttosto che fare dei veri e propri gargarismi, espressione che uso forte dell’autorità di Nevio e di altri ancora. Una volta dato ristoro alla mia gola, mi sono recato da mio padre. Ho assistito ai suoi sacrifici, e successivamente siamo andati a mangiare insieme. Cosa pensi che io abbia mangiato? Solo un po’ di pane, mentre osservavo gli altri divorare ostriche, cipolle e grasse sardine. Dopo di che ci siamo messi a raccogliere l’uva, sudando e gridando molto. All’ora sesta siamo ritornati a casa. Qui giunto, ho studiato un po’, ma senza molto costrutto. In seguito ho conversato a lungo con mia madre, che se ne stava nel suo letto (…). Mentre così stavamo conversando, discutendo animatamente su chi tra noi due amasse di più l’uno o l’altra tra voi, udimmo riecheggiare il gong, e ci venne annunciato che mio padre aveva cominciato le abluzioni. Così abbiamo cenato, dopo aver fatto il bagno, nel frantoio. Non voglio dire che ci siamo immersi nel frantoio, bensì che dopo aver fatto il bagno, abbiamo cenato nel locale del frantoio, ascoltando con diletto gli allegri discorsi dei contadini. Rientrato in casa, prima di voltarmi su di un fianco per dormire, assolvo il mio dovere (meum pensum expliquo) e rendo conto della giornata trascorsa al mio dolcissimo maestro (diei rationem meo suavissimo magristro reddo). Quel maestro che vorrei, anche a prezzo della mia salute, del mio benessere fisico, desiderare e rimpiangere ancor più di quanto già non faccia. Stai bene, caro Frontone, tu che sei meus amor mea voluta ( il mio amore e la mia delizia). Ti amo”

Ora la lettera chiaramente rivela un rapporto omosessuale da parte di Aurelio con Frontone, ma non è di questo che voglio parlare, io vorrei sottolineare quella pratica di cura di sé che viene ben mostrata in questa lettera. Questa rappresenta in effetti una delle giornate tipo di Marco Aurelio quando soggiornava in campagna. Tenete presente che questa stessa persona è stata imperatore di Roma. Si dice che all’epoca di questa lettera potesse avere sui 18 anni, quindi era ancora giovane. Proprio per questo si rimane sorpresi dal tipo di comportamento all’interno del quale si può già vedere un vero adulto e non solo. C’è un motivo se Marco Aurelio è anche conosciuto come “l’imperatore filosofo”. Il suo atteggiamento può ricordare diverse pratiche filosofiche, per lo più si potrebbero citare i pitagorici. Essi, in effetti, solevano passere le mattinate a fare esercizi fisici. Ne esistono poi alcuni particolari spesso usati per l’anima. La cura di sé, in effetti, prende di mira, o almeno ha come oggetto l’anima, almeno secondo Socrate. Alla fine degli esercizi, i pitagorici, imbandivano una tavola di ogni prelibatezza, le guardavano, le rifiutavano, sapevano resistergli e  mangiavano solo ciò che avrebbe mangiato uno schiavo, mentre gli schiavi stessi si cibavano di tutte le altre prelibatezze. Elementi come gli esercizi fisici e l’essere frugali nel mangiare: ecco sono due elementi che si vedono bene nella descrizione della giornata. Infatti la vendemmia, pur essendo tale può essere vista come un esercizio fisico, con tutta la fatica che comporta. Il mangiare solo del pane al contrario degli altri che si riempivano di ostriche, è un tipico atteggiamento del mangiare frugale. Si dice che un filosofo come Epicuro vivesse solo di pane ed acqua. Sembrano apparenti forme di cura che hanno semplicemente a che fare con il corpo, ma c’è molto di più. In effetti certi esercizi fisici, come ho già detto, servono anche per l’anima, come nel caso delle  arti marziali Oppure mangiare bene e non mangiar troppo, in modo frugale ed equilibrato, anch’essa è una pratica che porta del bene non solo al corpo stesso ma anche allo spirito. 

Per quanto riguarda quest’ultima cosa, in filosofia se ne è parlato molto, con filosofi come Epicuro, il quale cercava il giusto mezzo in ogni cosa , anche nel mangiare. Dovete sapere che i romani, almeno tra quelli che potevano permetterselo, partecipavano a lunghi banchetti senza termine Arrivavano a fare uso del “vomitatoio”, perché mangiavano così tanto che rigurgitavano ciò che poi avevano mangiato alle volte, ma Aurelio non lo si può confondere con questi romani, Aurelio ha scelto la strada della cura di sé, una strada seria che comincia con la filosofia. In realtà in filosofia c'è sempre un rapporto tra il filosofo e la cucina. Esistono anche diete particolari come come le favelle di Pitagora. La cura di sé poi lo porta verso lo studio e la lettura di varie opere, una delle quali citata il De agricoltura di Catone; ricordo spesso che tra i letterati latini la vita dei contadini veniva esaltata, per esempio Virgilio che aveva scritto molto su ciò, insomma nella vita di campagna l’uomo aveva l’occasione di prendersi cura di sé di potersi dedicare all’otium, ma non come lo intendiamo noi, ovvero il fatto stesso di starsene in poltrona tutto il giorno, otium, in effetti era il non occuparsi di politica e quale luogo più adatto della campagna per distaccarsi dal mondo della politica?. La pratica del distaccamento poi qui viene effettuata da un personaggio che è stato Imperatore, quindi qui la cosa è più emblematica. Dal punto di vista della persona che si distacca dalla vita di città, quella in cui stanno i famosi “occupati”, vivere nella campagna, anche lavorare i campi può essere una gioia, non credo però che i contadini dell’epoca pensassero la stessa cosa. Il lavoro in effetti qui ha uno scopo costruttivo, quello del contadino di lavoro è svolto perché solo quello stesso gli da sostentamento, ma ciò che stupisce sono in particolare due cose: il fatto che lui, Aurelio, stesso nel lavoro abbia abbassato se stesso ad un lavoro di un contadino e il fatto che lui stesso si fosse mescolato tra i contadini, perché qui voglio ricordarlo di nuovo lui sarà un imperatore, uno dei più grandi. Si nota dunque la sua grande serietà che sa già di adulto nell’applicare la cura di sé seguendone bene le regole. Un ultimo elemento vorrei mettere in evidenza, quello del rendere conto della giornata trascorsa, in effetti anche questo è tipico di chi si approccia o chi adotta la cura di sé, quel tipo di azione significa fare un esame della giornata e cercare di capire quello che si ha fatto, se era giusto o sbagliato, se si può migliorare, perché si ha scelti una cosa o un’altra, che cosa si ha appreso durante la giornata ecc…, questa pratica adesso che ci penso è effettuata anche da quelli che scrivono diari, in effetti, quindi non è una cosa completamente nuova, ma dipende da come si usa scrivere un diario, se si parla solo di quello che si ha fatto sulla giornata non è cura di sé, infatti sarebbe solo mera cronaca, sarebbe, a mio avviso, cura di sé se oltre a quella stessa cosa vi fosse una profonda riflessione sulle azioni compiute nella giornata, nel senso del giudicare se stessi. A proposito del rendere conto di quello che si ha fatto durante la giornata, Foucault nelle sue lezioni dal titolo: L'ermeneutica del soggetto, cita anche Seneca: 

“ Seneca, come forse ricorderete, diceva: tutte le sere spengo la lampada e, quando mia moglie smette di parlare, mi raccolgo in me stesso e rendo conto a me stesso della giornata trascorsa. E in un altro testo (…) Seneca evoca la necessità, di tanto in tanto, di srotolare, di “svolgere” dinanzi a se il rotolo (il volumen) della sua vita e del tempo passato.” 

Foucault fa queste lezioni su questo argomento, appunto spiegando in effetti quelle che sono le varie pratiche della cura di sé nel passato, in particolare nella cultura greco/latina, però appunto la cosa poi può riallacciarsi con quello che accade anche più recentemente. La cura di sé comprende la conoscenza di sé e il costruzione di sé, indica semplicemente l'idea di prendere il proprio sé come oggetto specifico di preoccupazione, infatti noi spesso finiamo per interessarci degli aspetti materiali, viviamo una vita rivolta verso la società esterna o cose come il lavoro, non avete idea di quanto tempo porta via il lavoro e tutto quello che facciamo che poi perdiamo noi stessi. Il paradosso delle crisi italiana è che in effetti la disoccupazione come male terribile, ci riporta però a dover riflettere su noi stessi, cosa che magari prima non facevamo perché assorbiti nel mare dei problemi. Molto di quello che si è detto in effetti Foucault lo dice in queste lezioni, ma adesso vorrei occuparmi più specificamente di Aurelio, per esempio citando qualcosa, per avvicinarci un po' al suo pensiero, tendo appunto conto che abbiamo a che fare con uno stoico. Stoicismo e epicureismo sono due grandi scuole di cura di sé, sono certamente opposte, ma lo stoicismo negli sviluppi che ha avuto nella cultura latina ha inglobato in sé e accettato anche alcuni precetti dell'epicureismo, credo forse a partire da Seneca.

" Siamo atomi, sia anche la natura, anzitutto sia chiaro ch'io sono parte dell'universo governato da natura. In secondo luogo, che la mia condizione ha una certa affinità con le parti d'eguale origine".
( Aurelio, Marco.  Trad. Turolla, Enrico, Ricordi, Bur, 204 , Milano, pp. 385 )

" Cerca di acquistare un metodo che ti consenta di vedere come ogni cosa vicendevolmente tramuta; ininterrottamente attendi a questa meditazione e fa' continuo esercizio su questo argomento. Bada, non vi è altra cosa parimenti suscettiva di produrre alto pensiero." ( Aurelio, Marco.  Trad. Turolla, Enrico, Ricordi, Bur, 204 , Milano, pp. 393 ) 

" Considera in te stesso, man mano che fai qualche cosa, se la morte ti apparirà terribile per il fatto che quella certa cosa ti sarà tolta." ( Aurelio, Marco.  Trad. Turolla, Enrico, Ricordi, Bur, 204 , Milano, pp. 405 ) 

Queste tre citazioni pescate dal libro, in realtà non sono poi così casuali come sembrano, sono infatti punti fondamentali del pensiero stoico; per esempio nella prima ci troviamo il pensiero sulla natura, la natura come necessità, come destino; il secondo in effetti si collega la primo cogliendo l'aspetto del mutare e del divenire, cosa che è anche parte della natura, poiché nulla è mai per sempre; la terza frase è una riflessione rispetto alla morte che è necessità natura, ma è anche espressione del divenire, il mutare il morto da vivo, il passare all'altro. Nel primo caso parlando di natura, per quel che riguarda anche la cura di sé, si potrebbe anche parlare della questione che concerne il destino, una fatalità che noi possiamo accettare, la natura governatrice. Lo stoicismo insegna ad amare il destino, amare la natura come necessità perché appunto opporsi alla necessità produrrà altro dolore, l'armonia con essa invece produce la nostra quiete, quello che conta appunto è cerca di evitare ogni forma di dolore e cercare uno stato di serenità che non deriva tanto da meri piaceri, ma prima di tutto da un non attaccamento, da qui il problema del divenire e quello della morte e poi dal sapere vivere con la realtà nel modo stesso in cui si da. Il caso divenire è la consapevolezza che tutto muta, certo le cose non svaniscono ma diventano altro, diventano il contrario di quello che sono, tutto ha un divenire il suo contrario, ma ovviamente questo non è tanto stoico, forse è più eracliteo. Il divenire altro è il divenire della giornata notte, il divenire della veglia sonno, il divenire della vita morte, della sazietà fame. Tanto saremo attaccati alle cose, più avremo paura della morte, questo è già più del discorso di Epicuro e di quello di Dostoevskij, infatti Epicuro aveva notato il paradosso di vita e morte, perché se la prima ricorre a braccia aperte la seconda, sembra che sia impossibile davvero difficile individuare il momento dell'abbraccio, se la vita è corsa verso la morte, però è dimostrabile che vita e morte non si incontreranno mai, quando c'è lei non ci sei tu e quando ci sei tu non c'è lei, ma la visione di Epicuro della morte sembra ancora quella del duro colpo, come la storia del masso nei Demoni. Qui invece si parla del fatto che in effetti la paura della morte, non deve essere della morte in sé, ma del fatto di perdere quello che si ha, se quella della morte è la più grande paura, allora la sua cura sarà anche il e soprattutto il distacco, non attaccamento alle singole cose.