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venerdì 3 aprile 2015

Marcuse e Deleuze: Sulla società senza Padri

















 In Cultura e società Marcuse scrive un saggio dal titolo: L'obsolescienza della psiconalisi, ci interessa perché è in quel saggio che Marcuse scrive sulla società senza padri. Invece Deleuze è autore con Guattari di opere famose come: Anti-Edipo e Mille piani, ma giunge a conclusioni diverse da Marcuse perché parte da premesse diverse. Marcuse ai suoi tempi testimonia un processo di fine della psicoanalisi; oggi con Žižek si direbbe che la psicoanalisi è ancora viva e vegeta. Dunque perché la psicoanalisi era stata data per morta? prima di tutto la cosa riguarda una frattura all'interno di essa, la divisione tra chi si occupava dell'aspetto teorico e chi invece faceva pratica psicoanalitica e dunque curava pazienti, le due realtà non si parlavano più. C'è poi un secondo aspetto che consiste nel fatto che le idee della psicoanalisi hanno rivelato tutto il loro carattere ideologico e sono diventate idee politiche. In fondo Freud aveva presentato due concetti che possono rivelare il loro carattere ideologico, questi sono: "Wo Es war, soll Ich werden", il primato dell'Io sull'Es, l'Es che deve ritirarsi davanti all'Io, quindi la repressione delle pulsioni e l'altra è quella del Super-Io, come autorità interna al soggetto, la quale nelle teorie della scuola di Francoforte viene anche chiamata Hitler-Io da Löwenthal, quando per esempio si tratta dell'autorità-poliziotto della Gestapo. Ora però tutto quello che ci raccontava la psicoanalisi su Edipo, secondo Marcuse, non vale più, diciamo almeno dal punto di vista della società. Freud infatti sosteneva che la repressione delle pulsioni avvenisse anche a livello della società e che questa si chiamasse principio di realtà, dall'altra parte troviamo in Totem e Tabù l'autorità del padre, che ucciso viene introiettato dai figli, un altro Super-Io. In questa società succedono due cose secondo Marcuse:

I) Per prima cosa c'è un crollo del ruolo della famiglia, questo riguarda soprattutto l'educazione, questa non è più impartita dai genitori. I genitori sono al lavoro, il bambino si trova a scuola, impara delle cose, poi torna a casa guarda la televisione e sappiamo che programmi ci sono alla tv, inoltre tutte le persone, internet, possono avere influenza su di lui. Alla fine la televisione e l'instupidimento programmato dei suoi stessi programmi avrà influenza sui bambini che la guardano: faranno e ripeteranno quello che i media comandano. Allora l'Io del bambino conquista un'autonomia dal padre ma anche una dipendenza dalla tv e il messaggio dei media.

II) Le autorità di questo mondo non richiamano più la figura del padre, esse hanno autorità anteriori senza che si possa mai sapere da dove vengano gli ordini. La figura del padre è morta, perché nessuna di queste autorità richiama la figura del padre. Il re o l'imperatore potevano farlo, ma qui nel nostro mondo governano banchieri che nessuno ha mai visto in faccia. Gli ordini si dice che vengano dall'alto, ma questo alto è sempre impreciso.

Secondo Marcuse, insomma, siamo in una società senza padri, una società del dominio e dell'amministrazione assoluta, si tratta di quella che Foucault chiama biopolitica. Invece Deleuze non direbbe che siamo in una società senza padri, ma direbbe: costruiamo una società senza padri! Evviva!. Dov'è la differenza? il problema sta nel fatto che quando Marcuse parla di fine del padre, quando dice che l'autorità non evoca più l'immagine del Padre, in realtà si riferisce solo al piano dell'immaginario. Il problema è un altro, secondo Deleuze, ovvero che il Padre ora è evocato come simbolo, dunque il problema sembra che sia il piano simbolico, non quello dell'immaginario. È Lacan che invoca il Padre come simbolo nel Grande Altro e nella Legge. Deleuze e Guattari denunciano una società che non vuole far altro che ripiegare il desiderio sulla famiglia, anzi denunciano un presunto primato della famiglia sulla società. Il problema sta nel fatto che l'Edipo (lungi dall'esser morto) insinua la mancanza nel desiderio attraverso la castrazione. La psicoanalisi concepisce un inconscio come teatro, invece Deleuze e Guattari lo pensano come una macchina, dunque secondo le due concezioni: nella prima l'inconscio proietta l'oggetto del desiderio, nella seconda invece l'oggetto è prodotto, perché si trova nella stessa produzione desiderante. Non si tratta di pensare l'oggetto del desiderio come rappresentato, dunque parlare del desiderio come acquisizione; se desideri qualcosa, compratela! (se hai i soldi, e se non li hai?). Deleuze e Guattari pensano il desiderio come godimento, ma è un desiderio tantrico, non è lo scaricamento energetico, il piacere, ma è un prolungamento, il più possibile, del godimento come accade nella concezione del sesso secondo il Tantra. L'amor cortese ci offre un esempio, infatti secondo Deleuze l'amor cortese non è altro che prolungamento del desiderio, non una rinuncia alla donna amata, ma un rimando del piacere, che poi alla fine non sarebbe altro che la fine del godimento. L'operazione ideologica di ripiegare tutto nella famiglia è quella di alienare il desiderio, così come accade, secondo Marx, nella società capitalista con il lavoro, che è, appunto, lavoro alienato. Il capitalismo è poi l'altro problema, ai giorni nostri lo vediamo sempre più, i banchieri hanno innestato un debito infinito nei paesi come l'Iatlia, la Grecia, la Spagna ma tutto questo si sta estendendo a tutto il mondo. Il concetto di debito infinito secondo Deleuze comincia con il prete e il peccato originale: le banche inseriscono un debito infinito in noi, negli Stati, così diventiamo dipendenti da loro per l'eternità. Dopo tutto Deleuze sta dicendo che tutto questo debito infinito va pensato non solo dal punto di vista economico, ma siccome esiste anche un'economia del desiderio, questo debito infinito vale anche per il desiderio. La logica perversa del capitalismo è quella di immettere un debito infinito nel desiderio oltre che nella semplice economia e per questo usa la psicoanalisi che come il prete insinua il peccato originale dell'Edipo.

Che fine fa la famiglia ai giorni nostri? è un bel tema. La scuola di Francoforte dice che la famiglia la società borghese l'ha distrutta. Se volessimo uscire dalla famiglia patriarcale non dobbiamo eliminare la famiglia ma semplicemente emancipare la donna nella famiglia, non solo per una parità dei sessi, ma anche per introdurre nella famiglia concetti come: amore, solidarietà e uguaglianza. Deleuze invece vorrebbe finirla con un certo concetto della famiglia come chiusa, la famiglia atomo, invece vorrebbe rovesciare la concezione dicendo che la società ha un primato sulla famiglia. La famiglia non è chiusa, ma tagliata, essa non segue un processo di filiazione, ma al contrario si tratta di un'alleanza dove la propagazione avviene con il contagio. Non siamo in un mondo senza Padri secondo Deleuze, ma dobbiamo costruire una società senza il Padre-simbolo e questo, secondo l'intuizione di Ubaldo Fadini lo si può fare nella società dei pirati, bisogna costruire una società dei pirati. Fadini dice:
«Il "prospettivismo ad arcipelago", di cui parla Deleuze, è quello tipico di un percepire in divenire (sui piani di vista e dell'udito) proprio di una comunità di pirati, oserei dire, dotati di fiducia in loro stessi e nelle capacità di navigazione/sperimentazione (oltre che nel "mondo"). Il pericolo rispetto al quale tale comunità è tenuta a far fronte è quello del "ritorno al padre" [...]. Le rivoluzioni sono fallite, certo ma il divenire rivoluzionario non cessa di rilanciare i loro frammenti, di "far fuggire sempre qualcosa sulla linea dell'orizzonte": i pirati del "principio ad arcipelago" [...]. Pirata e cartografo, dunque anche "scrittore" - e così "portatore"/conservatore dei "diritti di un popolo futuro o di un divenire umano", di quell'immanenza che riempirà infine un esistente privo di pretese perché ricco di potenza» (Legge, desiderio, capitalismo, 2014:40)

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mercoledì 25 febbraio 2015

L'autodeterminazione nella filosofia





È un tema che è sempre attuale come il presente, perché è sempre presente, è quel problema che ha l'umanità di cui però è anche la soluzione, anzi è la risposta eterna al problema, la liberazione totale, in cui riecheggia l'utopia. Se sono esistiti filosofi fino ad adesso è anche per questo, che non si dica che la filosofia è inutile, si dica piuttosto che non serve il capitalismo ed è per questo che la società borghese ci spruzza saliva sopra. L'autodeterminazione da un lato è illuminismo, dall'altro è qualcosa che viene molto prima di esso. L'uomo ha davvero bisogno di un padrone? questa domanda riecheggia nella storia, la risposta della filosofia: no. Allora perché? l'essere servi è una data situazione, quella situazione in cui la determinazione delle nostre azioni e pensieri dipende da altro da noi. La filosofia voleva insegnare a pensare con la propria testa ed ad agire con proprio giudizio, questi poi sono presupposti per fare filosofia teoretica e pratica. Sin da Platone il problema esisteva, Platone nell'anima umana distingueva tre parti, una concupiscibile o desiderante, un'altra irascibile e alla fine una razionale, di queste tre parti se la ragione domina sulle altre facendo leva con la parte irascibile contro quella concupiscibile, questo vuol dire che la persona governa se stessa. Essere un governante vuol dire saper governare se stessi, la società ideale di Platone, quella che descrive nella Repubblica era divisa in tre parti come l'anima, nei produttori, i custodi e i governanti. Una società aristocratica è quella di Platone, comunque sia presuppone individui autodeterminatesi all'inizio. Governare se stessi vuol dire autodeterminarsi. Questo concetto continua in Cartesio nel suo dubbio radicale, in quel caso si rifiutano risposte pre-scritte dall'esterno, sempre per cercare a partire dalla propria ragione modi di risolvere i problemi e rispondere da sé, tutto il sapere esterno in un momento è sospeso per poi precipitare nel dubbio del Genio Maligno. Ovviamente come si diceva il concetto di autodeterminazione è dal sapore illuminista, proprio quello che Kant scopre come il fattore che permetterebbe all'umanità di uscire dal suo stato di minorità, il pensare con la propria testa, il coraggio di usare la propria ragione, al di là di quello che ci dice il prete, l'esattore delle tasse, l'insegnante ecc..., questo crea un'indipendenza dal punto di vista teoretico della ragione stessa. Dal punto di vista pratico, in Kant, troviamo lo stesso concetto di autodeterminazione, perché il dovere è fatto per il dovere stesso, la legge viene da noi medesimi e non dall'esterno, è diciamo una convalida di una massima attraverso la forma stessa della legge. Questo ci permette da un lato di stabilire il bene e il male da noi stessi, infatti qui sta l'autodeterminazione, perché il bene e il male non ci sono forniti dall'esterno, ma vengono da noi stessi e dall'altro tutto questo vale universalmente perché abbiamo tutti una uguale ragione pura pratica. Ad esempio se io prendo la massima:"buttare bottiglie dal finestrino quando sono sul treno", secondo la forma della legge, applicando questa massima come legge universale, ne verrebbe fuori un mondo molto più inquinato e con rifiuti ovunque, riconosco dunque questo come male. Tuttavia, in Kant il problema è che tutto questo non trova mai sul serio una piena realizzazione nel mondo esterno, ad esempio nel caso della protesta, si dice che si può fare una critica scritta al sovrano, ma che ogni protesta è necessariamente illegale, infatti dice:

"Se, pertanto, un popolo, sotto una data legislazione positiva, dovesse giudicare con ogni probabilità compromessa la sua felicità, cosa dovrebbe fare? Ribellarsi? La risposta può essere una sola: non vi è altro da fare che obbedire." (Kant, Scritti politici. Sopra il detto comune - questo può essere giusto in teoria ma non vale per la pratica, Utet, 2010, Torino, pp. 263)

"In verità, ammesso che egli abbia tale diritto e che il suo giudizio sia contrario a quello del capo effettivo dello Stato, chi potrebbe decidere da quale parte stia il diritto? Nessuno dei due può essere giudice in causa propria. Ci dovrebbe essere, al di sopra del sovrano un altro sovrano, che decidesse tra quello e il popolo: il che è contraddittorio." (Kant, Scritti politici. Sopra il detto comune - questo può essere giusto in teoria ma non vale per la pratica, Utet, 2010, Torino, pp. 265)

Il problema sembra essere di natura logica, perché non è pensabile un sovrano sopra del sovrano, il primo sarebbe sovrano in tal caso, ma non il secondo e tuttavia questo è necessario perché chi vuole protestare ovvero criticare in atto il sovrano e giudicarlo, deve mettersi sopra il sovrano e i suoi atti, ciò, come si diceva prima, è del tutto contraddittorio, secondo Kant.

Hegel farà coincidere l'autodeterminazione con l'indipendenza, da un lato l'indipendenza è conquistata dal fatto che il reale diventa razionale, non solo, c'è poi quella questione che concerne la dialettica servo-padrone, in questo passaggio prima il padrone assoggetta il servo, come accade nel rapporto dell'io e dell'altro, in sé e per sé, nel caso di Sartre, non c'è altra via uno dei due si trova assoggettato e l'altro domina; poi sarà il servo che produce l'oggetto del bisogno del padrone a conquistarsi la sua indipendenza e rendere dipendente il padrone dal suo servizio. L'indipendenza è autodeterminazione, ma come vedrà Marx questa dialettica servo-padrone, può sembrare bella cosa, solo che il servo rimane ancora servo alla fine. In termini di Marcuse, il servo ha solo una libertà interiore e non materiale. Autodeterminazione è lo stesso concetto che sta alla base dell'oltre-uomo di Nietzsche, la possibilità secondo il proprio giudizio, come espressione della volontà di potenza, di porre valori e verità. Qui si potrebbe inserire il giudizio creativo di Jung, che non è un filosofo, ma in effetti questo concetto si collega a Nietzsche, non si tratta dell'idea di avere dei principi morali già pre-scritti, ma di comporre giudizi autodeterminanti a partire dal soggetto al di là del bene e del male e come dice Jung potremmo essere costretti a fare del male in certi casi. Nel saggio Etica e rivoluzione, Marcuse, sostiene che l'eticità degli atti rivoluzionari può essere giudicata a partire da un calcolo storico che prenda in considerazione la situazione attuale e quello che si potrebbe conquistare se la rivoluzione avesse successo, in questo senso, le rivoluzioni avranno anche le loro vittime, il terrore, ma se il fine è una società migliore di quella attuale, tutto sembra giustificato. La scuola di Francoforte fa dell'autodeterminazione un concetto rivoluzionario, Marcuse pensa questa non all'origine del processo rivoluzionario, ma come fine, nel senso che gli individui devono liberarsi dal controllo, la manipolazione dei mass media, del governo, l'instupidimento e così via..., se anche solo per un attimo si spegnessero tutte le televisioni, per molte persone sarebbe il panico, dice Marcuse, ci sarebbe un grande vuoto, sarebbero costrette a pensare!. Il compito del pensatore critico è quello di far notare alle persone che sono dei servi della società, l'educazione non deve essere insegnamento di nozioni pre-concette, ma se mai insegnare alle persone a ragionare da sé, farsi un proprio giudizio degli eventi. Adorno descriveva il carattere opposto a quello totalitario come quel carattere caratterizzato da vivacità intellettuale, questo carattere non è rigido come l'altro, ma presenta molte differenze, ognuno è se stesso, più che nel carattere gelido totalitario e violento. Infine possiamo dire che l'autodeterminazione è principio di anarchia, che i controllori non possono avere altri controllori, possono solo controllare se stessi, autogovernarsi, se tutti fossero in grado non ci sarebbe forse nemmeno bisogno dello Stato. L'autodeterminazione, come illustra Fromm, si ottiene dalla ribellione contro ogni padrone e dalla volontà di non servire signori mai più.


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giovedì 12 febbraio 2015

La potenza dell'immaginazione








"Siamo un esercito di sognatori, per questo siamo invincibili." (Ernesto che Guevara)

Secondo Foucault il sogno è il presupposto dell'immaginazione, l'immaginazione è definita da lui come sognarsi sognante. In questo senso si fa più sottile la differenza tra sognare ed immaginare, in più il sogno non è davvero una mera sequenza di immagini. Detto ciò l'immaginazione è un nostro grande potere, solo questo ci può davvero permettere di superare il fatto e il dato per pensare qualcosa di diverso. Questa funzione dell'immaginazione era stata individuata da Marcuse, lui vedeva in essa la possibilità di trascendere la società capitalista attuale per poter pensare qualcosa di diverso, non essere semplicemente ancorato ai fatti e rassegnarsi ad essi. C'è come un'immagine dialettica dell'immaginazione, nella quale l'immaginazione si contrappone al semplice dato, ne diventa critica e strumento per oltrepassarlo. L'oltrepasso non è mai una sintesi, perché l'immaginazione si trova ad essere del tutto inconciliabile con la società attuale e il dato presente. Foucault descriveva il movimento dell'immaginazione come dialettico, nella sua accezione l'immaginazione era la conquista della libertà. Foucault fonda questa visione sulla sua critica della teoria dell'immagine come irreale e quasi-presenza di Sartre, il soggetto nell'immaginazione sembra solo in apparenza avere a che fare con un qualcosa che è testimonianza di assenza, perché l'oggetto dell'immaginazione non è mai realmente altro da lui, ma sempre qualcosa che è rappresentato come vuole lui, una sua felice espressione. Infatti noi immaginiamo le cose come le vogliamo e questo immaginare alla fine riflette i nostri desideri e così via. L'aspetto dell'alienazione nell'immaginazione quindi può avere senso solo in un caso, quando l'immaginazione non è più spontanea, il tal caso l'immagine sembra esserci imposta in modo oppressivo da fuori, questo può accadere con la pubblicità, i mass media, siamo inondati di immagini che ci sono imposte, questo si riflette anche sulla questione dei bisogni e i desideri. Marcuse dice:

"L'Immaginazione non è rimasta immune al processo di reificazione. Noi siamo posseduti dalle nostre immagini, soffriamo delle nostre proprie immagini. La psicoanalisi lo sapeva bene, e ne conosceva le conseguenze. Tuttavia, -accordare all'immaginazione tutti i mezzi d'espressione- significherebbe regredire. Gli individui mutilati (mutilati anche nella loro facoltà di immaginare) si darebbero a organizzare e distruggere in misura ancor maggiore di quanto sia loro permesso di fare al presente. Tale scatenarsi sarebbe un orrore senza attenuazioni - non la catastrofe della cultura, ma il libero dispiegarsi delle sue tendenze più repressive. Razionale è l'immaginazione che può diventare l'a priori della ricostruzione e del riorientamento dell'apparato produttivo, in vista di una esistenza pacifica, di una vita senza paura. E questa non può mai essere l'immaginazione di coloro che sono posseduti dalle immagini di dominio e di morte. Liberare l'immaginazione in modo che possano esserle concessi tutti i suoi mezzi di espressione presuppone la repressione di molte cose che ora son libere e perpetuano una società repressiva." (Marcuse, Herbert, L'uomo ad una dimensione, Einaudi, Torino, 2002, pp. 253)

L'immagine diceva Foucault cristallizza l'immaginazione, quindi la blocca, mentre la libertà sta nel movimento dell'immaginazione. Stando a quello che dice Marcuse, se vogliamo liberare l'immaginazione dobbiamo anche liberarci da certe immagini, queste immagini sono le stesse che perpetuano la società oppressiva. Detto ciò, è davvero bello quello che propone Bachelard, ma bisogna fare attenzione, perché non è nell'immagine che troviamo le trame dell'immaginazione, l'immagine cristallizza e soprattutto se vogliamo fare terapia di immaginazione, stiamo attenti al fatto che molte delle immagini che abbiamo sono come qualcosa che ci viene dall'alto. Per fare quello che dice Bachelard, per esempio quando nel libro il diritto di sognare parla di logosfera, di trasmissioni alla radio per stimolare la rêverie, questo presuppone il fatto dire avere immagini spontanee e libere, ma ciò implica la liberazione dell'immaginazione. Si può considerare vero il fatto che ogni grande rivoluzionario deve essere stato allo stesso tempo un grande sognatore, che la rivoluzione non si sarebbe mai fatta senza l'immaginazione e da questo punto di vista si può sottolineare una certa critica di Marcuse contro l'attacco alla metafisica, perché la metafisica è anche scienza del possibile e va bene eliminare certe entità inesistenti, i così detti fantasmi metafisici, ma se questo diventa occultamento della dimensione del possibile, potrebbe non solo occultare ciò che è possibile e non sarà mai attuale (pegasi, draghi, ecc...), ma anche ciò che è possibile e potrebbe essere attuale in un futuro, ad esempio una società più giusta. Quindi il rasoio di Ockham in Quine potrebbe assumere aspetti oppressivi. Nella nostra società in crisi la nostra stressa immaginazione è mutilata ed invasa da immagini di terrore, sono le stesse che ci manda la televisione quando ci parla del terrorismo, della crisi e della disoccupazione, della cronaca nera. In Grecia sembra che molti siano rassegnati, la gente è ridotta alla fame e pensa solo ad avere un piatto per sfamarsi, c'è molta rassegnazione, noi potremmo fare facilmente la loro stessa fine, dunque abbiamo l'immaginazione invasa di temi neri e funesti. Per questi e altri motivi, abbiamo molto bisogno della potenza dell'immaginazione, per un mondo nuovo.


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mercoledì 28 gennaio 2015

Bisogni e piaceri



Quali sono i nostri veri bisogni? la società soddisfa davvero i nostri bisogni? che spazio ha il piacere nella nostra società? Sono tutti temi della filosofia di Marcuse. Noi ci troviamo in quella che il filosofo chiama la cultura positiva, questa cultura è di carattere borghese, in questo sfondo culturale il corpo nel senso della sensibilità è rigidamente separato dall'anima. Diciamo da un lato sempre ideologizzato il dualismo Cartesiano, si potrebbe però andare oltre con l'idealismo che mette tra parentesi la realtà corporea. Qual'è lo scopo? gli unici piaceri che sono accettati sono quelli dell'anima, che piacere ha l'anima? perché l'anima? diciamo che si parla di una dimensione interiore  dove i valori astratti borghesi non possono essere intaccati, perché proprio il tenere separata l'anima dal corpo, ha lo scopo di evitare che questi valori diventino materiali. Alla cultura positiva non piace il concetto di spirito, questo in effetti non è mai semplice qualcosa di astratto che si contrappone alla realtà, esso non vede la realtà come sua estranea, anzi il suo destino è quello di trovare se stesso nella realtà, secondo quello che vuole la filosofia di Hegel. Seele quindi è diversa da Geist. I bisogni dell'uomo possono avere varia natura, ma principalmente hanno natura materiale, anche quando non hanno natura materiale non sono realmente soddisfatti se non lo sono materialmente. Che cos'è il bisogno? è forse un impulso, qualcosa che sentiamo dentro, come un vuoto, la mancanza di qualcosa. La soddisfazione del bisogno produce il piacere. La questione per Marcuse riguarda un'analisi del problema dell'edonismo, quella filosofia che dice che una vita buona è una vita in cui si realizza il massimo piacere. Ci sono due scuole di edonismo, una è quella cirenaica e l'altra è quella epicurea. La scuola cirenaica sostiene che la felicità nella vita consista nel il più possibile appare più piaceri che si può. Il punto è che questa scuola non fa nessuna differenza tra un piacere e l'altro, i piaceri hanno pressoché sempre a che vedere con i sensi, quella parte di realtà svalutata dalla società borghese, ma secondo Marcuse, ci sono piaceri veri e piaceri falsi, come anche bisogni veri e altri falsi. La scuola Epicurea si differenzia in particolare perché non considera sullo stesso piano tutti i piaceri, infatti alcuni piaceri anche se sul primo momento possono soddisfarci, dopo possono avere conseguenze peggiori, altri invece no, per esempio se beviamo una bottiglia di wisky, magari sulle prime ci sentiamo appagati, il giorno forse lo passeremo a vomitare. Lo scopo per Epicuro era soddisfare i bisogni dell'anima e quelli del corpo, cercando di vivere una vita appagante, nella calma interiore e appagando i bisogni necessari del corpo. Così per esempio Epicuro dice che si devono appare i bisogni del corpo, come mangiare, bere e dormire, ma non dice di mangiare a volontà, bere a più non posso, tutto ha un limite, dice di godersi il cibo, ma ricordiamo sempre che Epicuro mangiava pane ed acqua nulla di più. Così anche per l'anima si deve eliminare ogni paura, quella del dolore, pensando che tanto o il dolore prima o poi passa o si muore; quella della morte, perché la morte non è nulla, un incontro impossibile, quando c'è lei noi non ci siamo, quando ci siamo noi, non c'è lei; quella degli dei, che non ci devono far paura, perché non hanno interesse per questo mondo. Spinoza va sottolineato in questo discorso sull'edonismo, perché era lui che sosteneva che in base alla serie causale che si potesse conoscere l'esisto di un'azione, se noi studiamo quello che facciamo in base agli effetti ci rendiamo conto che può essere piacevole fumare una sigaretta, ma sul lungo andare questo danneggia seriamente la salute, più lo si fa. Perché Marcuse si interessa di tutto questo? diciamo che da qui si può fare una critica alla società che non soddisfa davvero i bisogni degli individui, in parte perché sembra rivolta più verso valori astratta che materiali, in parte perché è la società consumista che fonda l'economia sua sullo spreco, ma spreco vuol dire che si creano dei bisogni falsi nel soggetto e altrettanti piaceri falsi. Nella nostra società il vero piacere è sempre disatteso, perché la merce è già stata fatta perché si distruggesse, nata per diventare obsoleta, appaga momentaneamente il soggetto lasciandolo più avanti insoddisfatto, così da desiderare un'altra merce. Il fatto stesso che non ci accontentiamo mai di quello che abbiamo dipende dal fatto che noi ci sentiamo davvero soddisfatti e che in fondo ci stanno manipolando mettendoci in testa bisogni falsi. È difficile oggi dire cosa sia davvero un bisogno primario da cosa non lo sia, molte cose come i cellulari, le macchine, il computer o altro ancora non sono se presi per se stessi dei bisogni primari, eppure come faremmo a vivere nella nostra società senza di essi? senza il cellulare siamo fuori dal mondo. Quali sono dunque i bisogni veri? non si lo può dire, nel senso è qualcosa di soggettivo, ognuno ha i propri bisogni, quindi si dovrebbe chiederlo agli individui, ma se questi sono manipolati dalla pubblicità e ci dicono che vogliono quel nuovo tablet, che è il loro vero bisogno, dobbiamo credergli? potremmo credere a persone che siano in grado di autodeterminarsi, ma l'autodeterminazione è la vera speranza per la scuola di Francoforte, senza questa l'uomo non è libero, ma è manipolato e strumentalizzato.

"La restrizione della felicità alla sfera del consumo, che appare separata dal processo di produzione, rende più rigido il carattere particolare e soggettivo della felicità in una società in cui non si è giunti all'unità razionale di processo di produzione e processo di consumo, di lavoro e godimento." (Marcuse, Herbert, Cultura e società, Einaudi, Torino, 1969, pp. 121)

I bisogni che una volta soddisfatti non realizzano il singolo nelle sue possibilità sono falsi, tutti a prescindere. Alcuni piaceri in realtà producono dolori e scompigliano l'ordine dell'anima (riferimento a Platone), questi piaceri sono falsi. Contro il piacere vero parla l'universalità astratta, questa universalità si contrappone contro la singolarità del piacere, perché esso è soggettivo. L'ideologia borghese vuole che l'individuale, con esso si pensa anche il piacere individuale per la collettività, che in realtà non ha mai un piacere suo corrispondente, evidentemente non si da piacere universale.

"L'atteggiamento amorale, l'al di là del bene e del male, può essere progressivo soltanto entro una prassi storica che conduca veramente al di là della forma già raggiunta da questo processo e che lotti contro l'universalità esistente per un'universalità nuova e vera. Soltanto allora esso rappresenta più di un semplice interesse particolare." (Marcuse, Herbert, Cultura e società, Einaudi, Torino, 1969, pp. 125)

La questione dunque è che davvero, crisi a parte, anche in caso di wellfare, la società dei consumi non soddisfa davvero i veri bisogni degli individui, del resto chi produce le merci non lo fa mirando alla soddisfacimento di bisogni veri, ma sempre al profitto. Quello che accade è che per vedere, fa pubblicità, cerca di instillare bisogni negli individui che prima non c'erano, dopo la manipolazione del soggetto, dopo aver attaccato la parte concupiscibile, il soggetto comincia a desiderare anche cose di cui non ha realmente bisogno ed ecco il bisogno falso da cui deve derivare il piacere falso. Come fare ad avere una società più giusta? dove realmente i soggetti possono sentirsi appagati? Marcuse indica alcuni punti di questa nuova società:

1 Avere la possibilità di disporre dei mezzi di produzione.

2 Riorganizzare il processo di produzione per soddisfare realmente i bisogni di tutti.

3 Riduzione delle ore di lavoro giornaliere.

4 L'individuo possa partecipare attivamente nella società.


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