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domenica 22 novembre 2015

Martin Buber






Martin Buber è nato a Vienna nel 1878, viene in una famiglia di ebrei. Suo padre lo portò da una comunità chassidica a Sadagora, così ebbe il suo primo contatto con la cultura chassidica, mentre per il resto fu educato dal nonno Salomon Buber, grande conoscitore della Midrasch. Buber parte da una educazione religiosa ebraica e un avvicinamento a quello che è la mistica popolare ebraica come il chassidismo. Nel 1892 Buber ha una crisi religiosa che lo porta a tornare verso posizioni laiche e nel frattempo nel 1898 aderisce al sionismo, è membro attivo del movimento, non è tanto sostenitore di quelle che sono le idee di Herzl, quando forse piuttosto si accosta ad Achad Haam, cioè ad un sionismo più culturale che politico, anche se sarà sostenitore della necessità dello Stato di Israele in Palestina, come Stato binazionale. Nei primi anni del 900' Buber torna verso la via della religione e del chassidismo attraverso la mistica, per esempio nel 1904 discute una tesi di laurea su Nicola Cusano e Jackob Böhme. In quegli anni Buber scrive diversi libri sul chassidismo tra cui: "le storie del rabbino Nachman". Nel 1921 Martin Buber incontra Franz Rosenzweig con il quale compie il lavoro di traduzione in tedesco della Bibbia ebraica, che ultimerà da solo, solo più avanti quando sarà oramai fuggito in Palestina. Nel 1923 scrive la sua opera più famosa: Io e Tu, quest'opera segna uno spartiacque, qui Buber rinnega la mistica per sostituirla con il rapporto dialogico. Nel 1933 insegna filosofia alla Goethe Universität di Francoforte, ma con l'ondata del nazismo presto non ebbe più la possibilità di insegnare e quindi dovette scappare in Palestina nel 1938. Più avanti, finita la guerra, tenne una serie di conferenze negli U.S.A. e in Europa, ricevendo premi come il premio Erasmus ad Amsterdam. Muore nel 1965 a Gerusalemme.


Nel mio discorso su Buber vorrei partire dal problema della Bibbia, della sua traduzione e poi di quella che è la sua concezione delle tre componenti fondamentali della Bibbia che sono: la creazione, la rivelazione e la redenzione. La Verdeutschung, ovvero la traduzione in tedesco della Bibbia ebraica da parte di Buber, pone una serie di problematiche: perché un lavoro del genere? cos'ha di diverso dalla Bibbia di Lutero? perché proprio in tedesco?. Buber ha tradotto prima la Bibbia in collaborazione con Rosenzweig, successivamente da solo. La sua traduzione in tedesco dipende dal fatto che lui voleva indirizzare questa Bibbia a tutti, non aveva come suo unico pubblico gli ebrei, visto che molti di questi ebrei che parlavano tedesco sono stati sterminati dagli stessi nazisti, non avrebbe avuto senso scrivere a loro, come nota Scholem. Non è una traduzione letterale, o per meglio dire, in molti casi sono state usate delle parole ricercate, altre ricalcavano l'ebraico. In ogni caso questa traduzione della Bibbia aveva lo scopo di far parlare ancora questo testo all'orecchio dell'uomo occidentale nella sua crisi religiosa o nel suo nichilismo. L'obbiettivo dunque è accostare l'uomo alla parola biblica che è parola di Dio, o in primo luogo è rivelazione. In questo senso se la persona si accosta al testo come se fosse un mero oggetto di analisi, o con un bagaglio di pre-giudizi, come se si trattasse di un testo storico e basta, allora in quel caso il soggetto non starebbe davvero ascoltando la parola della Bibbia. Leggere la Bibbia ad alta voce, senza avere la costrizione di doverci credere a tutti i costi e senza nemmeno avere il pregiudizio per cui sarebbero solo "fantasie", solo in questo modo la Bibbia potrebbe parlare ancora all'uomo occidentale secondo Buber.

Come Buber affronta il problema della rivelazione, della creazione e della redenzione è molto particolare e si può dire anche molto concreto. Queste tre parti non sono mai qualcosa di separato, si danno sempre in un presente: la rivelazione non è altro che il rapporto Io-Tu nel presente, il quale attraversa tutta la Bibbia, ma anche la storia dell'uomo e del resto è quel rapporto particolare del popolo ebraico con il suo Dio, cosa che lo contraddistingue come popolo "eletto" proprio per questo motivo. La creazione è in ogni momento, del resto ogni cosa senza Dio non potrebbe essere e l'esistenza attuale non è mai il derivato dal passato, ma sempre ogni cosa riceve esistenza nell'attimo presente, nell'atto continuo di creazione di Dio. La redenzione Buber non la vede come qualcosa che deve realizzarsi in un futuro lontano; in generale nel pensiero ebraico la redenzione, così come la venuta del Messia non sono eventi alla fine del tempo, ma qualcosa che potrebbe accadere in ogni momento. Quello che è più bello di ciò che fa Martin Buber è come riesce a spiegare questi eventi con degli esempi pratici o con delle parole molto semplici. Per esempio criticando la teoria evoluzionista, secondo la quale l'uomo biologicamente sarebbe poco superiore ad un orango, afferma l'unicità dell'uomo nel suo caso come soggetto libero, razionale, con quindi tutta una serie di doti che difficilmente si applicherebbero all'orango; per esempio non accuseremo mai un orango di tentato omicidio, ma l'uomo sì, in quanto è libero e le sue azioni dipendono da lui stesso. Ora è difficile pensare questo uomo come il risultato di una serie di miracoli chimici che avrebbe dato via alla vita e pensare questo uomo come semplice evoluzione della scimmia, di poco più evoluto dell'orango, fare questa esperienza dell'uomo come caso unico significa fare esperienza della creazione. Per quanto riguarda invece il caso della rivelazione la cosa invece si fa molto più interessante, in questo caso Buber trovandosi in polemica con la psicoanalisi, si pone il problema di come possa nascere un nuovo sapere nell'uomo e accusa la psicoanalisi di aver risolto il problema dicendo semplicemente che l'anima avrebbe fatto da sé. Qui si vede quanto Freud sia con Platone, alla domanda su come si produce nuova conoscenza nell'uomo Freud risponderebbe parlando della presa di coscienza da parte del soggetto su determinati contenuti inconsci che però sono fin dall'inizio nell'uomo, esattamente come Platone parlava della dottrina della reminiscenza. Buber nega la possibilità che l'anima possa aver fatto da sé, quindi afferma che quella conoscenza deve essere stata messa nell'uomo da parte di qualcuno, cioè da Dio e questo è il senso della rivelazione oltre ad essere una relazione Io-Tu. Per quanto riguarda la redenzione Buber, in polemica questa volta con lo storicismo e il suo concetto di progresso, afferma che non si tratta appunto di un evento in cui sperare in un prossimo futuro, invece è qualcosa che va riportato al presente, alla dimensione dell'attimo. Capita che l'uomo possa trovarsi in uno di quei momenti brutti della propria esistenza in cui nella totale angoscia vorrebbe farla finita con tutto, vorrebbe cioè suicidarsi, ma può accadere che nel momento di più grande disperazione una mano gli si tenda verso di lui e questa è la mano di Dio, la possibilità salvifica. Con questi esempi estremamente pratici Martin Buber pensava di riaccostare l'uomo occidentale alla Bibbia e alla sua parola. Per Buber Dio non è morto, semplicemente si è interrotta la relazione con Dio.

Visto che ho già enunciato il problema della relazione: Io-Tu, ora potrei cominciare a parlare di una delle opere più famose di Martin Buber che porta proprio quel titolo. Buber considera il mondo come diviso in due parti: Io e Tu, Io-Tu è la parola fondamentale, che è la relazione. La relazione è concepita come prima rispetto agli stessi termini, questo dipende dal fatto che Buber non crede nell'Io sostanziale, l'Io è solo come termine nella relazione. La relazione Io-Tu è una relazione con l'Altro, una relazione fuori dallo spazio e dal tempo, non categorizzabile, non oggetto della conoscenza, quindi della quale non si sa nulla, ma una relazione nell'immediato, nell'attimo, sempre presente. Questa relazione si fonda sulla distanza, una distanza che lascia l'altro sempre essere e senza la quale l'altro non sarebbe, questa distanza poi sarebbe la base del rispetto nei confronti dell'altro. Del resto non si potrebbe dare relazione etica con l'altro se io invado il suo spazio, se per esempio ne abuso, perché poi lo stupro ad esempio non è altro che un modo di distruggere la distanza e impossessarsi dell'altro. In più è da aggiungere la responsabilità che noi stessi abbiamo nei confronti dell'altro, l'altro ci chiama, noi rispondiamo di fronte all'altro, lo facciamo anche e sopratutto per quanto riguarda le nostre azioni. Ci sono almeno tre relazioni Io-Tu: una con le cose naturali come le piante e gli animali, questa è una relazione prima del linguaggio, poi c'è una relazione con gli altri uomini, la quale è nel linguaggio, infine vi è una relazione con entità spirituali come gli angeli, ma anche l'opera d'arte, una relazione al di là del linguaggio. La relazione Io-Tu deve sempre diventare una relazione Io-esso, nel senso che la cosalizzazione del Tu è del tutto inevitabile, questo è ciò che da inizio alla cultura. Quando qualcosa diventa oggetto di conoscenza, oggetto di percezione, oggetto sfruttabile, allora in questo caso l'altro diventa "esso" e ci troviamo in una relazione Io-Esso. Buber pensa davvero come se in un momento ci fosse stata una relazione Io-Tu che poi sia diventata un po' alla volta Io-Esso. L'esso però può tornare Tu, anche se questa non è una necessità. Buber afferma che ogni Tu terreno è una breccia verso il Tu eterno, che quindi se si prolungano le linee delle relazioni: Io-Tu esse convergono tutte nel Tu eterno. Questo Tu eterno non è altro che Dio stesso, quindi alla fine si torna sempre alla relazione Io-Tu dell'uomo con Dio, relazione che l'uomo si illude di poter trasformare in Io-Esso per esempio identificando Dio con il denaro.

Veniamo ora al problema del chassidismo in Martin Buber: questo filosofo aveva già conosciuto una comunità chassidica da piccolo, era stato educato al Midrasch, ma per un certo tempo aveva lasciato perdere la sua strada verso questa corrente ebraica, la quale verrà da lui riscoperta solo più avanti attraverso i suoi studi sulla mistica. Se si legge il suo libro: Confessioni estatiche, si vede come le sue conoscenze in materia di mistica spazino dalla mistica cristiana, in particolare quella tedesca, passino per l'islamismo e dunque il sufismo, fino ad arrivare alle religioni orientali come quella taoista e induista. Nei primi anni del 900' comincia a scrivere sul chassidismo, in particolare dal 1904. Se prima Martin Buber concepiva il chassidismo come mistica attiva, dal 1923 Buber rifiuta ogni forma di mistica, cerca invece di concepire il chassidismo come insegnamento etico, anzi, dice ancora di più, afferma che il chassidiamo non sarebbe altro che la Kabbalah divenuta ethos. Il problema della mistica e del rapporto tra Buber e la mistica è effettivamente un problema perché ci pone alcune domande: è davvero un rifiuto della mistica o è invece una sua reinterpretazione? da cosa dipende questo rifiuto e cosa lo muove? in cosa consiste?. Gershom Sholem afferma che in realtà nella rivelazione secondo Buber, Buber stesso si illude semplicemente di aver abbandonato la mistica, in quanto se Buber crede che la relazione Io-Tu con Dio possa superare la mistica in quanto l'Io mantiene una distanza rispetto al Tu e lo fa essere, questo tipo di relazione, cioè la rivelazione, non è concepita in termini storici, nel senso di un evento che ha una data precisa, piuttosto è qualcosa come un'esperienza potenzialmente accessibile a chiunque, anzi in teoria al di fuori del tempo. Sembra che, come del resto fa notare lo stesso Gershom Scholem, Martin Buber rifiuta più che la mistica, lo gnosticismo, ovvero quella componente in cui Dio diventa oggetto di conoscenza, conoscenza dei mondi superiori e tutto il resto. Buber invece sostiene la devotio, quindi l'atteggiamento di reverenza nei confronti di Dio, l'etica dell'Io-Tu, la pratica della preghiera. Buber critica un certo concetto di unione o di unità che impedirebbe la relazione Io-Tu, quel concetto che sta alla base dell'unione mistica con Dio, chiama anche estasi. C'è un'altra unità, quella dell'anima, questa unità è ciò che si trova all'inizio del cammino del chassidismo. Il chassidismo nasce come pratica all'inizio del 1700' nel contesto di una crisi dell'ebraismo, di quanti credevano che Sabbatai Zevi, noto cabbalista, potesse essere il messia, dei rabbini che cercavano di richiamare il popolo ebraico all'ortodossia e ai testi, mentre quest'ultimo ripiegava sempre di più verso la magia e le leggende popolare. Il chassidismo è proprio una risposta a questa crisi nel popolo ebraico, esso riesce a conquistare il popolo proprio perché basa il suo insegnamento sulle storie, sulle leggende, poi non considera la via per arrivare a Dio come preclusa ai non iniziati, anzi crede che tutti potenzialmente possono veramente avvicinarsi al divino con il proprio percorso individuale. Il padre del chassidismo è Israel Ben Eliezer detto Baal Shem Tov  che è nato in Ucraina agli inizi del 700'. Questa forma di mistica popolare si diffonde presto nell'Europa orientale rapidamente in lingua yiddish, le comunità chassidiche sono composte da uno Zaddik come maestro e ruotano attorno ad esso. L'unità dell'anima a cui accennavo prima è la base dell'insegnamento chassidico, senza di questa non si potrebbe nemmeno cominciare con l'insegnamento chassidico. Ci sono tre parti nell'uomo: pensiero, parola e azione, quando questi non sono in accordo, non esiste unità nell'anima, per esempio quando si dicono cose che non si faranno o quando si pensa qualcosa che non si fa, accade che siamo in contraddizione con noi stessi, se invece dicessimo quello che pensiamo e facessimo altrettanto, avremmo unità nell'anima. Con questa unità nell'anima comincia il cammino chassidico, cammino attraverso la preghiera dove l'uomo rivolge tutto se stesso a Dio, tutte le sue forze. Ogni persona parte dal luogo in cui si trova, questo è il senso della domanda biblica: Adamo dove sei?, Dio chiede ad Adamo di chiedere a se stesso in che punto del cammino lui stesso si trova, anche perché Dio lo sa perfettamente, ma è importante che se ne renda conto anche Adamo. Adamo, come del resto ogni uomo su questa terra, nasce completamente unico, non esistono suoi doppioni, ognuno ha la propria strada verso Dio, basta che elevi le sue azioni a Dio. Il chassidismo si basa su una concezione ontologica di sfondo ripresa dalla Kabbalah, questa concezione secondo cui i vasi della creazione si sarebbero rotti e sarebbero da essi cadute delle scintille divine, queste scintille sono in ogni cosa. Questa concezione ha un senso nel chassidismo perché smonta sia l'idea che vi sia un Male che si oppone al Bene, sia l'idea che vi siano strade non percorribili. Da ogni scintilla si può partire per elevarla a Dio e il Male, come insegna la Kabbalah, non è altro che il trono del Bene, il livello più basso del Bene perfetto.

Martin Buber è anche noto per le sue idee sioniste, per la sua concezione di stato binazionale ebraico e per la sua concezione di comunità. Buber non è tanto per Herzl, quanto piuttosto per un sionismo culturale e negli anni del nazismo c'era il problema dei bookburners e del fatto che non era lecito che circolassero libri ebraici, per questo motivo fu decisivo il suo contributo. Martin Buber è noto per il suo movimento che porta il nome di "Rinascimento ebraico", poi successivamente battezzato con il nome di "Umanesimo ebraico". Questo rinascimento è come una creazione di nuovi valori per il popolo ebraico, come una rinascita che non passa però per l'ortodossia, ma per una forma di "ebraismo sotterraneo" di cui il chassidismo fa parte. Buber era convinto che la rinascita del popolo ebraico non sarebbe potuta avvenire se non in Palestina, ma Buber non pensava uno scontro tra due popolo, bensì un solo Stato dove due popolo avrebbero convissuto pacificamente. Per fare questo ci vuole dialogo e in particolar modo fiducia, lo stesso rapporto Io-Tu è queste due cose, ma la fiducia non è cieca, ha gli occhi aperti. Oltretutto, parlando della società, la relazione Io-Tu è direttamente espressa in una comunità dove i suoi membri, uniti in primo luogo dalla relazione religiosa, l'Io-Tu con Dio, senza rappresentanti vivono una vita etica e religiosa del sentimento, al di là della religione come istituzione.


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