Cerca nel blog

Choose your language:

Visualizzazione post con etichetta Nietzsche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nietzsche. Mostra tutti i post

sabato 16 marzo 2019

Della virtù che dona (Spiegazione/Zarathustra)






Zarathustra intende lasciare la sua città preferita: Vacca pezzata. Si incontra con i suoi amici e seguaci, i quali hanno passato gli ultimi tempi con lui. Lui è pronto per lasciarli, perché è tra gli uomini solitari e intende tornarsene ai suoi monti. Gli amici di Zarathustra intendono fargli un dono e questo dono consiste in un bastone che potrà accompagnarlo lungo tutto il suo viaggio. Il bastone termina con un serpente che avvolge il sole. Questa rappresentazione fatta d’oro.

Zarathustra tiene un discorso fuori dalla città, a differenza degli altri. Zarasthustra riceve un dono dai suoi discepoli ed è a proposito della virtù che dona il suo discorso. Il dono che riceve è un bastone con un serpente che avvolge il sole. Questo bastone, secondo Lampert, è il bastone di Asclepio, il dio della medicina, figlio di Apollo. Il bastone di Asclepio ha questo serpente che avvolge il bastone, diventato poi simbolo della medicina successivamente. Invece Jung riconduce il simbolo del bastone al simbolo orfico dell’uovo con il serpente. Zarathustra ha lanciato la sua palla d’oro, ora tocca ai suoi compagni. Non si può donare qualcosa se non si ha niente, dunque prima bisogna possedere e questo è parte dell’insegnamento di Zarathustra.




Lampert sostiene che il primo libro dello Zarathustra, il quale si chiude con questo capitolo, è rappresentato dalla figura del sole e di Apollo. Zarathustra si paragona al sole nel prologo, ma il sole compare altre volte, come nel caso della palla d’oro nel capitolo sulla morte libera. Qui ancora si parla del sole, della palla d’oro. Zarathustra indicherà in questo capitolo la via ai suoi discepoli verso il grande meriggio. Dioniso, il problema dell’eterno ritorno, della mezzanotte, sono cose che devono ancora venire.

A quel punto Zarathustra inizia il suo ultimo discorso del primo libro. Egli incomincia a chiedere come mai l’oro abbia così tanto valore. Egli sostiene che l’oro è inutile, dolce e brillante. Allo stesso modo lo è la virtù più grande che si può trovare negli uomini. La virtù che dona è la migliore virtù. Noi vogliamo tante cose, gemme, oro e altro ancora. Le prendiamo e vogliamo arricchirci. Ma questo non tanto per tenere con noi, ma ridare agli altri o per avere cose da donare. Bisogna essere abbastanza ricchi per poter donare.

Qui incomincia il famoso passaggio dei due egoismi. Secondo il primo egoismo si prende per donare agli altri, non solo per trarre vantaggio per sé. Secondo il secondo egoismo noi prendiamo solamente perché rubare e basta. L’egoista malato vuole avere tutto e toglierebbe i bocconi agli altri, sedendosi sempre al tavolo di chi dona, per approfittare della loro generosità.

Esiste un egoismo del solitario, l’egoismo del superuomo e di Zarathustra, che è fatto di una virtù che vale come l’oro: la virtù che dona. Esiste anche un egoismo della città, un egoismo da commerciante, quello della persona che vuole puramente arricchire se stesso. Il capitalismo rientra in questa seconda forma di egoismo, ma questo problema lo si deve vedere anche nelle mosche del mercato.

Zarathustra spiega dove dovremmo trovare la nostra virtù che dona: ci riferisce di un linguaggio di simboli che vuole parlare il nostro spirito; ci dice che possiamo trovare la nostra virtù dove la volontà vuole comandare ogni cosa; ci dice che siamo vicini alla nostra virtù tanto più vogliamo stare alla larga dai rammolliti.

Si chiude un primo discorso e ne incomincia un secondo. In questo secondo discorso Zarathustra ricorda ai suoi amici che devono rimanere fedeli alla terra. La loro virtù deve rimanere fedele alla terra e alla vita. Non dovranno mai farla volare via. Anzi, sarebbe meglio se tutte le virtù che se ne sono andate tornassero effettivamente alla terra. L’uomo ha molti difetti, ma dovrebbe diventare un guerriero e un creatore. Deve imparare questo nuovo egoismo, che è quello dell’uomo ricco che sa donare. L’uomo impari ad aiutare se stesso e così potrà anche aiutare gli altri. L’uomo impari ad amare se stesso e così potrà amare anche gli altri.


Si chiude un secondo discorso e si apre il terzo discorso. Zarathustra incomincia a parlare del fatto che se ne andrà via da loro e che loro devono rinnegarlo come maestro. Lo scolaro, sostiene Zarathustra, non può fare per sempre lo scolaro. Zarathustra non vuole fare il maestro, lo si capisce fin da subito. Infatti sostiene che non bisogna credergli e gli invita a pensare che li abbia truffati. Gli rammenta che bisogna saper odiare gli amici come si odiano i nemici. Ricorda che loro devono perderlo e che sarà solo lui un giorno a ritrovarli, dopo che tutti loro lo avranno rinnegato. Zarathustra vuole tornare da loro, ma solo quando saranno pronti sulla via per il loro tramonto, quando saranno pronti a diventare superuomini.

Il testo finisce con queste famose parole: morti sono tutti gli dei, viva ora il superuomo!

Leo Strauss pensa che la maggior parte di questo testo sia semplicemente la parodia del nuovo Testamento. Qui infatti viene celebrato l’egoismo e viene negata ogni forma di guida che possa diventare pastore degli uomini. Con le ultime parole Zarathustra afferma la morte di tutti gli dei, mentre nel prologo sembrava affermare la morte di un solo Dio, forse quello a cui credeva il santo che ha incontrato. Questa rappresenta un'estensione della sua affermazione.

sabato 9 marzo 2019

Della libera morte (Spiegazione/Zarathustra)







Zarathustra comincia il discorso sostenendo che molte persone muoiono troppo tardi e altre troppo presto. Il suo insegnamento consiste nel morire al momento giusto.

I superflui, i predicatori di morte, non vorrebbero nemmeno essere nati e questo è il consiglio che dà Zarathustra ad essi. Ma ognuno avrà il suo momento giusto per morire. C'è chi muore all'improvviso, chi lascia il corpo in pace, chi decide quando morire. Decidere la propria morte, osserva Jung, era un po' la superstizione di Nietzsche. Nel prologo profeticamente si legge che l'anima del funambolo è morta prima del suo corpo. Questo indica la futura follia di Nietzsche. Nietzsche avrebbe voluto determinare il momento della sua morte. Esitono santi e yogi che affermano di essere in grado di farlo, ma Jung ci dice che la morte non la si può decidere, è solo un evento che dobbiamo accettare quando ci capita.




La morte è un evento importante, dovremmo essere capaci di festeggiare questo evento. In molta della nostra cultura la morte è trattata semplicemente come un evento triste. In Irlanda, invece, quando muore qualcuno si va a bere birra. Noi però non siamo abituati a questo. Siamo abituati alla cultura delle lacrime per il defunto, alla religione, alla tristezza del cimitero, ecc.

Zarathustra parla di libera morte. Non parla della morte naturale, potrebbe essere anche un riferimento al suicidio, ma di certo si riferisce alla morte volontaria. Il problema del suicidio non è visto come dagli stoici o dagli epicurei, ossia un modo per togliersi la vita quando non è più possibile vivere secondo saggezza. Zarathustra pensa la morte libera avendo in vista la volontà di servire il superuomo venturo. Come nota Strauss la morte deve essere scelta, ma non per rassegnazione o insoddisfazione nei confronti della vita, ma per la gloria. Chi ha fatto del suicidio e della morte rapida un male o un peccato, questo è un predicatore della morte lenta. Nietzsche penso che qui si riferisca ai cristiani, i quali pensavano che le anime delle persone che si sono suicidate sarebbero andate all'inferno per aver rifiutato un dono di Dio.





Solo chi adempie la propria vita può morire nobilmente, così la morte è una promessa per l'uomo. Meglio è morire in battaglia, osserva Zarathustra. Nietzsche si interessava soprattutto delle civiltà guerriere, dei greci e dei germani. Nietzsche dunque porta con se quegli ideali della società aristocratica nella quale morire per la patria, morire in battaglia è un bene e garantisce alla nostra anima un buon posto nell'al di là.

Qui sembra tornare l'immagine del guerriero presentata nel capitolo sulla guerra e i guerrieri. Zarathustra continua a pensare un superuomo guerriero.

Bisogna, però, imparare a morire. Io muoio perché lo voglio, così parla il superuomo di Zarathustra. Bisogna, afferma Zarathustra, avere una meta ed un erede. La meta e l'erede devono essere il superuomo, poiché nel prologo Zarathustra ci ha detto che il superuomo è il senso della terra.

In alcuni invecchia prima il cuore, in altri la mente. Ognuno ha le sue malattie e diventiamo sempre più marci dentro. Non ha alcun senso tenerci in vita tanto a lungo, meglio una morte più rapida. A che pro vivere in quello stato? Si chiede Zarathustra. Zarathustra invoca i predicatori della morte rapida, contrapponendo questi ai predicatori della morte lenta. Ho già mostrato nel capitolo sui predicatori di morte che qui Nietzsche sta pensando ai cristiani. Critica il cristianesimo per aver preferito la morte lenta e dolorosa a quella rapida. Ma Nietzsche non critica Cristo. Di Cristo, in questo capitolo, Zarathustra afferma che è morto troppo presto, che avrebbe dovuto vivere più a lungo e se lo avesse fatto avrebbe ritrattato la sua dottrina. Cristo non è l'unico ad essere morto presto, molti altri lo sono: Socrate lo è anche. Zarathustra, invece, non essendo morto presto, può ora raccontarci la sua nuova dottrina, dopo il suo risveglio e il mutamento avvenuto nel suo cuore.

Nelle ultime righe Zarathustra afferma che la morte è un ritornare alla terra, non un andare verso il cielo. Lui ha lanciato la sua palla d'oro agli altri. Lo stesso dovrebbero fare gli altri. Per questo motivo Zarathustra rimane sulla terra.

Quando Zarathustra parla di "palla d'oro", a cosa pensa? o meglio a cosa pensa Nietzsche quando scrive "palla d'oro"? Da quel che si intende nel testo di Jung la palla d'oro rimanda al gioco della pelota. Un gioco messicano dei Maya. Il campo rappresenta la terra, mentre la palla d'oro è il sole. Quello che faceva cadere la palla doveva essere sacrificato. Sono giochi che venivano svolti in occasione di riti e si chiudevano sempre con i sacrifici. Troviamo un gioco simile anche in occidente, conosciuto come Le jeu de pelote, praticato nei monasteri sino al tredicesimo secolo. Jung non ha dubbi sul fatto che quella palla d'oro rappresenta il Sole, l'astro al quale Zarathustra nel prologo soleva paragonarsi.

sabato 23 febbraio 2019

Dei figli e del matrimonio (Spiegazione/Zarathustra)






Il capitolo comincia con domande rivolte a chi ha deciso di contrarre un matrimonio e avere figli: sei tu una persona a cui è lecito augurarsi un figlio? Sei tu padrone di te stesso, signore delle tue virtù? O parla piuttosto l'animale?

Si noti che l'attività sessuale è un'attività animale, infatti serve principalmente per la riproduzione della specie. Qui Zarathustra chiede ai giovani che vogliono sposarsi di non essere mossi solo dall'istinto animale, ma di essere persone a cui è lecito augurarsi un figlio.

Zarathustra aveva già trattato del tema della castità in un capitolo passato. In questo caso egli si rivolge a chi non è adatto a quella strada e a chi sceglie di accoppiarsi con una donna. In questo caso Zarathustra chiede a quell'uomo di non sposarsi solo per soddisfare desideri animali, per ragione di costume o per scacciare la solitudine. Egli pretende che il matrimonio sia un mezzo per generare il superuomo venturo. Come spiega Lampert, Zarathustra sta chiedendo alle persone di trasformare il loro sentimento privato in un servizio pubblico. Egli chiede di mettere da parte la propria passione per mettersi al servizio della società del superuomo venturo.

br />


Per essere all'altezza del matrimonio bisogna prima costruire se stessi e poi costruire sopra di sé. Devi saper creare un primo moto, un creatore. Qui ritorna il termine "aus sich rollendes Rad", ossia la ruota che ruota da sé, già usato nelle tre metamorfosi da Zarathustra, riferendosi al fanciullo. Ma anche nel capitolo sul cammino del creatore Zarathustra chiedeva al suo pubblico se erano capaci a costringere le stelle a ruotare attorno a loro. Zarathustra, dunque, continua a parlare di questo individuo creatore e sostiene che nella formazione del creatore una tappa è il matrimonio. Il matrimonio è infatti, secondo Zarathustra, la volontà di creare in due. Ma il matrimonio di Zarathustra non è quello dei cristiani, un matrimonio contratto in cielo. Il Dio di questi benedice persone che non sono congiunte, provocando le lacrime future di un bambino che ha dei genitori che sono uniti solo da una cerimonia religiosa. Queste coppie sono come il santo e l'oca, per le quali la terra dovrebbe tremare. Il santo e l'oca? Non ho idea che cosa abbia in mente Nietzsche in questo punto. 

Hanno fatto dell'amore delle brevi follie, ma sono solo animali che si scoprono. L'amore, invece, dovrebbe essere una fiaccola per sentieri più alti. Bisogna amare per poter imparare ad amare sopra di sé. Bisogna bere un calice amaro. Il calice amaro dell'amore è rappresenta la sete di creazione e la volontà di diventare superuomo.

Il riferimento al calice sull'amore rimanda a molta letteratura come Tristano e Isotta o al testo Köning von Thule di Goethe.

sabato 15 settembre 2018

Nietzsche e Cioran al confronto



Nietzsche e Cioran




Cioran legge Nietzsche


«A uno studente che voleva sapere la mia posizione riguardo all'autore di Zarathustra, risposi che da molto tempo avevo smesso di frequentarlo. Perché? mi chiese. - Perché lo trovavo troppo ingenuo... Gli rimprovero le sue infatuazioni e persino i suoi fervori. Non ha abbattuto idoli se non per sostituirli con altri. Un falso iconoclasta, con tratti da adolescente, e non so che verginità, che innocenza, inerenti alla carriera di solitario. Ha osservato gli uomini solo da lontano. Se li avesse guardati da vicino non avrebbe mai potuto concepire e celebrare il superuomo, visione bislacca, risibile, se non grottesca, chimera o capriccio che poteva scaturire solo dalla mente di qualcuno che non avesse avuto il tempo di invecchiare, di conoscere il distacco, il disgusto sereno.» (Cioran, Emil, L'inconveniente di essere nati, Adelphi, Milano, 1991, p.82)

Cioran ammette di non frequentare Nietzsche da molto tempo. Una volta dunque lo frequentava? Del motivo di questo risponde che lo trova troppo ingenuo. Quando si spiega rivela il fatto che il superuomo non può essere meno idolo degli idoli che Nietzsche intendeva abbattere. Nietzsche si è fatto una falsa immagine dell'uomo: credeva che ci fossero ancora delle speranze per lui, che esistesse un avvenire. Tuttavia, Cioran, come si vede in altre opere, stimava Nietzsche, se non altro perché, come lui, era un solitario.

Più dettagli sul tema si trovano nelle interviste in Un apolide metafisico. In un'intervista Cioran discute vivacemente del suo rapporto con Nietzsche. In questa intervista continua a riferire che considera Nietzsche un ingenuo e infatti si legge:

«Perfino Nietzsche mi sembra troppo ingenuo. Io mi sono allontanato da Nietzsche, per il quale ho nutrito molta simpatia e ammirazione. Ma poi mi sono reso conto che c'era in lui un lato troppo giovanile. Per me. Perché io ero più marcio di lui, più vecchio. E comunque conoscevo meglio gli uomini. Avevo della vita e dell'uomo un'esperienza più profonda della sua. Non però il suo genio. Ma chiunque, anche una donnetta può avere maggiore esperienza di un filosofo. Sebbene io non abbia una biografia, come dicevo, ho vissuto. Nietzsche era un solitario... In fondo ha conosciuto tutte queste cose da lontano.» (Cioran, Emil, Un apolide metafisico, Adelphi, Milano, 2005, p.65-66)

Cioran, dunque, afferma di aver ammirato Nietzsche. Poi però lo ha abbandonato. Lo ha abbandonato perché, Cioran spiega, Nietzsche era ancora giovane dentro e lui troppo marcio. Nietzsche era un ingenuo, come il giovane che ha molte aspettative sul mondo e poca esperienza.

Ma perché un ingenuo? chiede l'intervistatore. Cioran risponde:

«Mi riferisco a quel suo lato adolescente geniale e impertinente che ha sempre conservato. Lui non si è mescolato con gli esseri umani. Ha vissuto molto intensamente. Un genio immenso. Ma non ha conosciuto la spossatezza di chi vive in una grande città. Di chi si mescola con gli esseri umani. Come invece è successo a me.» (Cioran, Emil, Un apolide metafisico, Adelphi, Milano, 2005, p.66)

Nietzsche era un solitario e ha passato troppo tempo sulle Alpi svizzere, dunque non ha conosciuto davvero la città, la società. Nietzsche stava spesso alla larga dalla città e come il suo Zarathustra si ritirava sui monti. Sui monti, del resto, ha avuto le sue migliori intuizioni. I libri di Cioran, invece, sono ricchi di vita parigina, ricchi di esperienza di vita nella società e con gli uomini. Cioran ha visto gli uomini da vicino. Il problema del rapporto tra Cioran e Nietzsche sembra quindi incentrarsi sulla valutazione dell'uomo.

A questo punto l'intervistatore chiede se Cioran creda che l'uomo sia malvagio per natura. Al che Cioran risponde:

«No. L'uomo, semmai, è un abisso. Per essenza. Più cattivo che buono. Io la penso così. E la pensava così anche Nietzsche. Ma Nietzsche era un puro, come ogni solitario. Per questo mi sento molto più affine a La Rochefoucauld, ai moralisti francesi, a quella gente lì. Secondo me sono loro che hanno capito l'uomo, perché hanno fatto vita di società. Io non l'ho fatta, però ho conosciuto molti uomini, ho una grande esperienza dell'essere umano, nonostante tutto. Nietzsche non ce l'aveva.» (Cioran, Emil, Un apolide metafisico, Adelphi, Milano, 2005, p.66)

L'uomo è un abisso, ecco una definizione dell'uomo, una definizione molto interessante. L'uomo, spiega meglio Cioran in La caduta nel tempo, è essenzialmente non essere. L'uomo è un malato che non poteva accontentarsi dell'Eden, gli stava troppo stretto. Egli soffriva già in paradiso, altrimenti non avrebbe mai voluto lasciarlo. La storia è la condanna eterna dell'uomo, la sua caduta nel tempo. Con tutto questo l'uomo è un animale enigmatico, l'animale che odia se stesso. In un passaggio di La tentazione di esistere Cioran afferma questo sull'uomo:

«Ecco l'uomo fuori del mondo, ed esiliato da se stesso. Non si può, senza raggiri, annoverarlo tra i viventi, tanto il suo contatto con la vita è superficiale; il suo contatto con la morte non lo è meno. Poiché non è riuscito a trovare il suo giusto posto tra l'una e l'altra, ha barato fin dai suoi primi passi: un intruso, un finto vivente, un finto mortale, un impostore. La coscienza, questa non partecipazione a ciò che si è, questa capacità di non coincidere con nulla, non era prevista nell'economia della creazione. L'uomo lo sa, ma non ha il coraggio né di farla propria fino in fondo e di morirne, né di ripudiarla per salvarsi. Estraneo alla propria natura, solo al centro di se stesso, slegato dal quaggiù e dall'aldilà, egli non sposa interamente alcuna realtà: e come potrebbe, visto che è soltanto per metà reale? Un essere senza esistenza.» (Cioran, La tentazione di esistere, Adelphi, Milano, 1984, p.183-184)


Cioran non si trova nella posizione di Nietzsche, ma si identifica in La Rochefoucauld. Se Nietzsche avesse conosciuto da vicino gli uomini, Cioran pensa, egli avrebbe convenuto che La Rochefoucauld ha ragione. La Rochefoucauld è un filosofo francese che, come anche Nietzsche, scriveva aforismi. In particolare La Rochefoucauld scrive le Massime. In questo testo troviamo tanti aforismi sull'uomo che pretendono di estrarre la verità sulla sua natura e il suo comportamento. Lo stile è molto cinico, esso ci rappresenta un essere umano profondamente egoista, vanitoso e narcisista. In uno dei primi aforismi del libro, ad esempio, La Rochefoucauld dichiara che la castità nelle donne spesso è frutto del caso e non della virtù. Nietzsche ha presente anche quest'immagine dell'uomo egoista e narciso, ma crede che una maledizione si sia abbattuta sull'uomo: la morale. Nietzsche pensa che, da un certo momento in poi, gli istinti aggressivi dell'uomo sono stati rivolti dall'uomo verso se stesso. Perseguendo l'altruismo l'uomo non ha più seguito il proprio utile, ma la rinuncia. La Rochefoucauld trasforma l'altruismo in una forma mascherata di egoismo. Nietzsche rimane sulla linea dell'egoismo, ma pensa ad un'altra forma di egoismo: alla virtù che dona. Con questo si capisce che Nietzsche credeva che l'uomo potesse uscire dallo stato di vanità e narcisismo che lo porta a pensare solo a se stesso.

Questo è ciò che pensa Cioran di Nietzsche:

«Era puro come ogni solitario. Ma non ha conosciuto tutti i conflitti che esistono fra gli esseri umani, i retroscena, tutte queste cose, appunto perché è vissuto solo. Naturalmente ha intuito, ha riflettuto molto su questo. Ma la vera esperienza dell'uomo la si trova in Chamfort, o in La Rochefoucauld. Se Nietzsche fosse vissuto in società probabilmente avrebbe visto le cose pressappoco come loro, e non in modo libresco.» (Cioran, Emil, Un apolide metafisico, Adelphi, Milano, 2005, p.66-67)


Cosa hanno in comune Nietzsche e Cioran? Difficile dirlo, forse davvero poco. In parole semplici si potrebbe definire Nietzsche un nichilista attivo e Cioran un nichilista passivo, ma forse è una semplificazione. Prendiamo il caso del superuomo. Il superuomo introduce in Nietzsche un elemento nuovo, un senso e un progresso che non avevano assolutamente luogo nell'immagine dell'eterno ritorno. L'eterno ritorno è un'immagine pessimistica secondo la quale tutto ciò che abbiamo vissuto dovrà riaccadere. Il superuomo rappresenta una novità assoluta nella storia umana. Finalmente l'uomo supera completamente la bestia e diventa creatore dei suoi valori. Inoltre l'eterno ritorno è un tempo che non mira a nulla, dunque non ha senso, mentre nello Zarathustra Nietzsche afferma che il superuomo è il senso della terra. Nietzsche è partito dal pessimismo del dionisiaco e della tragedia, quel pessimismo secondo il quale la cosa più vantaggiosa per l'uomo, come afferma il demone Sileno, è non nascere mai e se si nasce, morire il prima possibile. Successivamente Nietzsche approda ad una filosofia dell'affermazione della vita e sembra quasi introdurre una qualche nozione di progresso, con la venuta del superuomo. Cioran, al contrario, non si fa nessuna illusione sulla specie umana. Egli pensa che sia meglio che arrivi un secondo diluvio, uccida tutti e non se ne parli mai più. Mentre Nietzsche afferma: "rimani fedele alla terra!", ossia rimani fedele alla tua dimensione corporea, Cioran invita a negarla e a seguire piuttosto un'etica orientale del distacco dalla carne. Per Cioran la morale consiste in questo: distaccarsi dall'atto, arrivare a negare completamente se stessi sino alla distruzione. Pensate un po' ad un titolo come "L'inconveniente di essere nati", non fa forse eco a quel che ha detto il demone Sileno? forse Cioran potrebbe contestare a Nietzsche di aver abbandonato quella saggezza? In un passaggio della Tentazione di esistere Cioran afferma di aver cercato un demone così saggio, un non-umano, un individuo totalmente cinico fino alla perfezione, ma afferma non averlo mai trovato.


domenica 9 settembre 2018

Così parlò Zarathustra: Prologo (spiegazione/riassunto)









Zarathustra come il Sole deve tramontare


Zarathustra, rivolgendosi al Sole, dichiara di voler tornare tra gli uomini. Egli, secondo il ciclo del sole, afferma di voler tramontare come gli uomini che discendono. Zarathustra sta su una montagna, lontano dagli uomini, ma vuole tornare tra di loro, da loro che sono quelle persone ai quali il sole risplende.

Zarathustra a trent'anni lascia il paese per andare a vivere sul monte e lì rimane per dieci anni. Nietzsche parla di una trasformazione avvenuta in Zarathustra in quei dieci anni. È come se Zarathustra avesse trovato una verità e adesso vuole portarla agli uomini sotto forma di dono. Gli uomini sono quelle persone a cui il sole risplende ed è per essi che il sole è felice. Nietzsche costruisce un'analogia tra il sole e Zarathustra, allorché afferma che Zarathustra come il sole deve discendere e tramontare. Zarathustra dunque è il sole che discende tra gli uomini, quel sole che, con i suoi raggi, porta la sua dolcezza. Zarathustra si rivolge alle persone a cui il sole risplende, ossia all'uomo, per donare la sua saggezza. La sua saggezza è l'esito di una trasformazione avvenuta nel suo cuore.



Perché Zarathustra? Sulla scelta del personaggio esistono molte congetture. È molto strano, se ci si pensa, che Nietzsche abbia scelto proprio quella persona che credeva nel bene e nel male, il padre di una delle prime religioni non politeiste, ma dualiste, per farne il profeta del superuomo. Zarathustra rappresenta, in un certo senso, l'inizio della morale. Infatti la morale non esiste presso i pagani, i quali credono che le vicende umane sono nelle mani degli dei e questi ultimi ne disegnano i destini. Tuttavia lo Zarathustra di Nietzsche non è più quello Zarathustra dell'Avesta, esso è completamente trasformato. Egli sa che Dio è morto e con la sua morte non vi può essere più bene o male. Lo Zarathustra di Nietzsche non è più il vecchio profeta, egli si è fatto filosofo.

In Ecce homo Nietzsche racconta di ciò che lo ha spinto a scrivere lo Zarathustra. Nietzsche sostiene che il concetto essenziale della sua opera sia l'eterno ritorno. Sostiene di avere avuto questa intuizione nell'agosto del 1881 sul lago di Silvapiana. Nietzsche, inoltre, indica quali sono i luoghi nei quali ha avuto le sue ispirazioni per i suoi tre Zarathustra. Egli riferisce che il primo Zarathustra è stata un'intuizione raggiunta quando passeggiava verso Portofino lungo la baia di santa Margherita in sud Italia. Il secondo Zarathustra pare che sia frutto di un'intuizione che Nietzsche ha avuto un'estate, tornando negli stessi luoghi della sua prima intuizione, mentre il terzo andrebbe attribuito ad un suo soggiorno a Nizza in Francia. Egli si definisce come un uomo che ha avuto una grande ispirazione e ha scritto un'opera nella quale l'ebbrezza del dionisiaco è diventata azione suprema.

In Ecce homo Nietzsche non ci dice nulla sul personaggio dello Zarathustra, tranne che si tratta di un danzatore. Leggendo le lezioni di Jung, invece, possiamo apprendere qualcosa di più su questo personaggio. Per esempio Jung riferisce che Nietzsche avrebbe confidato alla sorella di aver sognato Zarathustra quando era un ragazzo. Altre fonti raccontano che Nietzsche sarebbe entrato in contatto con dei membri di una setta zoroastrista di Lipsia chiamata "Mazdaznan", il cui profeta è un certo El Ha-nisch. Jung non crede che questa versione sia vera, ma ci riferisce che, secondo lui, Nietzsche deve avere necessariamente letto l'Avesta. Questo lo sostiene dopo aver constatato che la simbologia dello zoroastrismo gioca un importante ruolo nel testo di Nietzsche. Inoltre il nome Zarathustra viene dal persiano e Ushtra è una parola che in persiano, guarda caso, significa "cammello". Il cammello, infatti, è un'immagine che ricorre nel testo di Nietzsche.

Nell'interpretare questo primo passaggio del prologo Jung nota alcuni particolari. Il riferimento ai trent'anni è necessariamente un riferimento all'età di Cristo. A quell'età Cristo aveva incominciato a insegnare. Zarathustra, si tenga conto, spesso si confronta con Cristo lungo tutta l'opera, ma si considera migliore di Cristo. Cristo ha incominciato a insegnare a trent'anni e non aveva ancora capito: se solo avesse vissuto più a lungo! Zarathustra incomincia dieci anni dopo i trenta. Inoltre Jung nota un'analogia tra Nietzsche stesso e Zarathustra. Nel primo passaggio, infatti, si menziona un lago e una montagna come luoghi che Zarathustra ha frequentato e nei quali ha subito la sua importante trasformazione. Lo stesso vale per Nietzsche quando sul lago di Silvapiana a 6000 piedi dal livello del mare ha avuto la sua grande intuizione sull'eterno ritorno. Jung identifica il lago con l'inconscio e il sole con la coscienza. Dunque lo Zarathustra che va dagli uomini è il sole che discende, ma è anche coscienza. Un altro interprete dello Zarathustra di Nietzsche, Lampert, sottolinea il modo in cui Zarathustra si rivolge al Sole. Lo Zarathustra di Nietzsche non vede nel sole un dio, come magari avrebbe fatto lo Zarathustra dell'Avesta, ma si appella a lui in qualità di stella o astro celeste. Questo sole viene rappresentato da uno degli animali di Zarathustra, ossia l'aquila. L'altro animale, il serpente, rappresenta l'elemento terrestre. L'aquila come lo spirito e il serpente come gli istinti, suggerisce Jung, ma, notate, questi termini non sono contrapposti, ma vanno assieme come i due animali con Zarathustra. Zarathustra nomina i suoi animali rivolgendosi proprio al sole nella primissima parte del prologo.




Il santo della foresta


Il primo uomo che incontra Zarathustra scendendo dal monte è un santo. Il santo lo riconosce e lo interroga. Gli chiede come mai sia sceso e Zarathustra gli riferisce che è venuto per gli uomini, che lui ama gli uomini. Il santo replica che non c'è nulla da amare degli uomini, che gli uomini sono imperfetti, mentre lui si è diretto nel bosco per amare e lodare Dio. Al che Zarathustra risponde che è venuto per fare un dono agli uomini. Il santo ribatte dicendo che non vi è nulla da donare agli uomini, al di fuori di elemosine. Gli uomini, egli afferma, diffidano di qualsiasi dono e quando sentono un uomo passeggiare per le strade la notte, pensano subito che sia un ladro. Il santo suggerisce a Zarathustra di non andare dagli uomini, ma dagli animali. Zarathustra chiede al santo che sta a fare nella foresta ed egli risponde che canta e loda Dio. Dopo di che Zarathustra e il santo si sono lasciati con un sorriso. Zarathustra deve constatare che il messaggio che intende portare agli uomini, quello del superuomo, non è ancora arrivato a quel santo. Egli non sa nemmeno che Dio è morto.

Zarathustra scende dal monte e incontra un santo. Chi è questo santo? Jung ci spiega che il santo è un anacoreta, egli rappresenta lo spirito del primo cristianesimo, un cristianesimo ancora influenzato dalla cultura pagana. Il santo è quel che rimane del cristianesimo. Mentre il santo si rifugia nel bosco, Zarathustra vuole andare dagli uomini. I due prendono direzioni diverse ed opposte. Il cristianesimo, incarnato da questo santo, è la religione che sta lasciando la terra e Zarathustra arriva proprio in questo momento di confusione per l'umanità. Egli giunge vedendo la morte di Dio come un evento già avvenuto, di cui forse gli uomini, come spiega Nietzsche in  Gaia scienza, non si sono ancora accorti, anche se sono loro gli assassini di Dio. Quell'uomo, tuttavia, dice Jung, è un anacoreta. Questo elemento è evidente per Jung soprattutto per l'allusione da parte del santo agli animali. Il santo, infatti, invita Zarathustra ad essere un orso tra gli orsi o un uccello tra gli uccelli. Era una pratica presso i pagani, riferisce Jung, quella di imitare i versi degli animali. Nei primi cristiani esistono tracce di simili pratiche pagane e il santo riferisce di cantare e lodare Dio nella foresta. Il santo non sa che Dio è morto e continua a lodarlo nella foresta, imitando lui stesso gli animali. Nel testo di Jung in questo passaggio è presente un'osservazione interessante: la morte di Dio è come la morte di Pan. Pan è il dio greco caprino, divenuto nel cristianesimo quasi una figura satanica. In realtà Pan vuol dire "tutto", da qui viene "panteismo", ossia "Dio è in ogni cosa". La morte di Pan è la morte del Tutto. Oltre a questo Jung suggerisce un'altra cosa: quando Nietzsche afferma "crederei solo in un dio che sapesse danzare", il riferimento va a Shiva. Shiva è il dio danzatore. La danza è il simbolo della creazione e della distruzione. Alcuni studiosi credono che Dioniso discende direttamente da Shiva. Questo spiega ancora meglio il collegamento.

Il santo crede ancora in Dio, non conosce il vero messaggio che Zarathustra viene a portare e non sa soprattutto che Dio è morto. Nietzsche ripete spesso questa affermazione: Dio è morto, ma cosa vuol dire? Dio non può morire, infatti esso è eterno. La verità è che Nietzsche sta dicendo che Dio non esiste affatto e che l'uomo lo ha creato a sua immagine. Dio è solo una creazione dell'uomo, un suo bisogno psicologico. Che Dio sia una creazione dell'uomo lo aveva già detto Feuerbach. Egli sapeva che è sufficiente prendere gli attributi dell'uomo ed estenderli all'infinito per avere un'idea di Dio. Dunque è sufficiente estendere all'infinito l'idea dell'intelletto, del cuore, della potenza e così via. Quel che interessa a Nietzsche non è tanto il fatto che Dio sia morto, ma le conseguenze della morte di Dio. Nietzsche non parla d'altro che delle conseguenze della morte di Dio: afferma che i valori sono caduti, che non possono esistere valori eterni; descrive una dimensione al di là del bene e del male; nega ogni forma di assolutezza; afferma l'infondatezza di ogni cosa e la chiama "eterno ritorno".

Leo Strauss, altro interprete dello Zarathustra, non sembra molto convinto dell'idea che "Dio è morto" sia solo una manifestazione di mero ateismo. Egli sostiene che affermare che "Dio è morto" è diverso da affermare che "Dio non esiste". Da questa osservazione egli deduce che la morte di Dio è un fatto storico. Su questo non ci sono dubbi, ma se Dio è esistito, è esistito solo come idea o fede, altrimenti se fosse stato reale, non avrebbe potuto morire. Inoltre Strauss sottolinea l'opposizione dell'amore per Dio all'amore per l'uomo. Il santo si colloca sul primo lato e Zarathustra sul secondo. Filosofi come Feuerbach avevano già usato precedentemente questa tattica, ossia si erano rivoltati all'amore verso Dio a favore dell'amore verso l'uomo.


Come sottolinea Lampert, in realtà, il vero messaggio di Zarathustra ha come oggetto il superuomo, non la morte di Dio. Per questo Zarathustra è stupito nel constatare che quel santo non sa, quel che oramai gli uomini dovrebbero sapere da molto tempo. Una volta che Dio è morto, che senso ha l'esistenza umana sulla terra? Spesso si parla di non senso, infatti l'eterno ritorno non ha un senso visto che rincorre se stesso. Non ha un senso nemmeno la volontà di potenza, la quale non vuole nulla al di fuori di se medesima. Tuttavia Nietzsche, a quanto pare, parla ancora di un senso della terra e lo ritrova nel superuomo. La meta dell'uomo è il superuomo, come si apprenderà dai successivi tre famosi discorsi alla folla di Zarathustra nel prologo. Il santo non conosce questo senso, egli ancora crede in Dio e la sua follia consiste in questo, ma non è meno folle, da questo punto di vista, di uno Zarathustra che ama l'umanità. Mentre il santo rifugge l'umanità cercando la solitudine nel bosco, Zarathustra dalla sua solitudine torna in mezzo agli uomini. Zarathustra torna tra gli uomini per fargli un dono e questo dono, si noti nello scritto, viene paragonato dal santo al fuoco. Zarathustra, dunque, è un nuovo Prometeo per l'uomo, questa volta però, non è la tecnologia il dono.


I tre discorsi di Zarathustra alla folla


Zarathustra raggiunge una città vicino alla foresta. Nella città trova una folla di uomini al mercato che sono in attesa dell'esibizione di un funambolo. In quel momento Zarathustra parla alla folla e rivela il messaggio che ha intenzione di lasciare agli uomini. Egli afferma che è venuto a parlare della venuta del superuomo, che l'uomo ormai è da superare, come l'uomo ha superato la scimmia, anche se molti degli uomini, per certi versi, sono ancora delle scimmie. Per diventare superuomo l'uomo deve abbandonare il suo vecchio modo di pensare. Non crederà più in regni dei cieli, non crederà più in Dio e non vedrà altro sacrilegio che quello esercitato alla e sulla terra. L'anima non vorrà più evadere dal corpo e renderlo schiavo. L'uomo imparerà a disprezzare una certa morale, una certa felicità e così via. Questo è il primo discorso di Zarathustra alla folla. Finito il discorso, una persona dalla folla, che non ha capito cosa volesse dire Zarathustra, chiede che il funambolo la smetta di parlare e si metta all'opera. In quel momento tutti scoppiano a ridere. Quell'uomo dà del funambolo a Zarathustra, ma l'altro funambolo recepisce il messaggio come fosse rivolto a lui e quindi comincia a mettersi all'opera per l'esibizione.

Vediamo ora Zarathustra che ha raggiunto quegli uomini a cui intendeva donare la sua verità. Questi uomini sono gli uomini della folla. La folla si è radunata in quel luogo, non per sentire Zarathustra, il quale gli sembra un folle che grida. La folla si è radunata per vedere lo spettacolo del funambolo. Il funambolo deve camminare su una corda tesa tra due torri. Chi è questo funambolo? Jung spiega che in questo passaggio è presente un gioco complesso di identificazioni. Nietzsche si identifica con lo Zarathustra, ma anche con il funambolo. Lo stesso Zarathustra si identifica con il funambolo. Zarathustra è come il funambolo, ossia un uomo da circo, almeno per quel che devono averne pensato gli uomini della folla dopo aver sentito il suo primo discorso. In tedesco funambolo si dice "Seiltänzer", letteralmente: il ballerino sulla corda. "Der Tänzer" è il ballerino. Come si vede ritorna la figura della danza. Il tema centrale del discorso di Zarathustra è quello del superuomo. In queste parole sul superuomo troviamo la famosa affermazione: "rimani fedele alla terra". La terra per Nietzsche è tante cose, è molto più dell'elemento o del pianeta, è anche soprattutto il corpo e la materia. Solo attraverso il corpo, nota Jung, possiamo avere un'esistenza individuale. Con lo spirito l'uomo perde ogni individuazione. Nietzsche dunque afferma: rimani fedele alla tua individualità. Ovviamente la nostra esistenza, in quanto esseri col corpo è limitata nello spazio e nel tempo. Essa è dunque limitata nelle sue possibilità. Non accade lo stesso con lo spirito. Tuttavia Nietzsche sostiene che bisogna rimanere fedeli a quelle possibilità limitate, quelle possiblità che abbiamo in questa esistenza terrena. Il messaggio di Zarathustra è di amore verso la terra. Una terra che l'uomo, da quando ha seguito la religione, ha incominciato a negare e a odiare. L'uomo ha desiderato più volte di fuggire questo corpo, questa vita e questo mondo. Un uomo di questo tipo deve essere stanco di vivere e non ama la vita. Chi ama la vita rimane fedele alla terra, questo è il messaggio di Zarathustra.



Zarathustra riprende a parlare esponendo il suo messaggio. Egli afferma che l'uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo. L'uomo non è qualcosa, la sua essenza è un divenire. Con questa spiegazione Zarathustra chiarisce quale uomo lui apprezza e l'uomo che lui apprezza è l'uomo che dispiega la strada per la venuta del superuomo. Si tratta di quell'uomo che avverte la necessità del superamento dell'uomo stesso e del voler andare oltre l'umano, perciò egli si comprende come un divenire, come qualcuno che non è fatto, ma deve farsi e sa che questo processo è continuo. Anche qui, nessuno ascolta nuovamente Zarathustra. Questo è il secondo discorso di Zarathustra. A questo punto Zarathustra ammette che questo discorso non è fatto per questi uomini, visto che non hanno che da riderne.

"L'uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo", questa è una famosa affermazione di Nietzsche. Zarathustra ha proprio un cavo teso davanti a lui, o meglio una corda. È la corda che dovrà essere attraversata dal funambolo. Questo funambolo cammina sulla corda tra due torri. Questa analogia non può essere un caso, anche se è in parte sfuggita a diversi interpreti. Il funambolo è come l'uomo sul cavo teso. In questo discorso Zarathustra riprende l'immagine del tramonto o del crepuscolo. In questo caso non parla di sé, ma parla dell'uomo, dell'uomo che deve tramontare per fare posto al superuomo.


Il discorso di Zarathustra verte tutto sulla figura del superuomo. In cosa consiste il superuomo? Spesso questa figura viene intesa come quel qualcosa che viene dopo l'uomo, come l'evoluzione ventura dell'uomo. Di fatto Nietzsche definisce il superuomo come una meta per l'uomo e come il senso della terra. Tuttavia, non credo che Nietzsche intendesse dire che il superuomo è uno stadio da raggiungere, raggiunto il quale l'uomo termina la sua evoluzione. Il superuomo è l'atteggiamento dell'essere umano che diventa padrone di sé, che crea sopra di sé i suoi valori e che persiste nell'evoluzione e nella trasformazione. In realtà non penso proprio che finiremo di evolverci. Piuttosto il superuomo è quell'uomo che vuole superare sempre se stesso. Nietzsche afferma dell'uomo che è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, ma questo vuol dire solo che l'uomo è divenire. L'uomo non è mai stato altro che questo superamento della scimmia verso un progetto più grande. Di che evoluzione si tratta? Oggi c'è chi pensa che Nietzsche avesse in mente una evoluzione di tipo spirituale, ma di questo non ci sono prove e l'unica cosa che si sa davvero è che Nietzsche era un materialista. Alcuni pensano, infatti, che Nietzsche avesse pensato l'evoluzione dell'uomo in termini darwiniani, ma questa evoluzione verso il superuomo riguarda cose come la volontà di potenza, la capacità di sopportare il dolore, la pienezza della vita. Tutti questi elementi sembrano aver ben poco di materiale e di biologico. Il superuomo, infatti, è quell'individuo che ha rotto con le promesse in cielo e ha legato il suo destino alla terra.

Nonostante la derisione, Zarathustra continua a parlare, ma cambia completamente discorso: egli comincia a parlare dell'ultimo uomo. L'ultimo uomo è uno spregevole per Zarathustra, un uomo che non conosce la creazione, che non cerca al di là di sé, che non ha il superuomo come meta e non sa cosa sia l'amore. Quest'uomo è l'uomo della folla, l'uomo di massa uguale a tutti gli altri. Ma la massa è una somma di zeri. Chi non è come gli uomini della massa è preso dalla massa stessa come un folle. Questo è il terzo discorso di Zarathustra alla folla. Quando Zarathustra conclude il suo discorso, infatti, appare come un pazzo di fronte alla folla. La folla non accetta il discorso di Zarathustra e si identifica piuttosto con questo ultimo uomo. Con scherno la folla grida: dateci l'ultimo uomo e vi daremo il vostro superuomo!

"Bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante", un'altra frase molto famosa di Nietzsche, la quale appartiene a questo discorso. L'ultimo uomo è quell'uomo che non ha un caos dentro di sé e dunque non può generare stelle danzanti. L'ultimo uomo non è capace della creazione di cui è capace il superuomo. L'ultimo uomo è l'uomo della massa.


I primi due discorsi hanno come oggetto il superuomo e la sua venuta, mentre il terzo concerne l'ultimo uomo. Zarathustra nel primo discorso chiede alla folla che cosa sta facendo in vista della venuta del superuomo, se sono pronti per questo mutamento. Le risate che ottiene di risposta delucidano abbastanza l'attuale stato dell'umanità rispetto a quel tema. Nel secondo discorso Zarathustra spiega l'evoluzione dell'uomo dalla bestia al superuomo. Come nota Lampert, in questo passaggio viene introdotto un concetto di tempo che è completamente lineare, tempo che sembra in contrasto con il concetto circolare della temporalità, il quale sarà presentato più avanti nel testo e che è conosciuto con il nome di "eterno ritorno". Gilles Deleuze ha risolto questo problema, ossia il conflitto tra il concetto di superuomo che sembra rappresentare un progresso per l'uomo stesso e il concetto di eterno ritorno, il quale non contempla progressi, affermando semplicemente che il superuomo è puro divenire, ossia un divenire-superuomo dell'uomo, ma questo divenire è rappresentato dall'eterno ritorno stesso. Questa posizione è più o meno condivisibile, io penso che Deleuze abbiamo tentato di far quadrare tutto laddove le cose non quadrano affatto.

Esistono due traduzioni del termine "Übermensch": superuomo e oltreuomo. Il termine "über" consente entrambe le traduzioni. Del resto "über" in tedesco ha principalmente due significati: qualcosa che sta sopra e non può essere toccato; qualcosa che è dall'altra parte rispetto a qualcos'altro. Nella prima accezione si può usare il termine "über" per dire che le stelle stanno sopra di noi (Die Sterne sind über uns). Nella seconda accezione questo termine è usato per dire, ad esempio, che un albero si trova al di là del fiume (Ein Baum befindet sich über dem Fluss). Leo Strauss preferisce la traduzione "superuomo" perché sostiene che Nietzsche, con il termine tedesco, intendeva un uomo superumano. L'amore per l'uomo di Zarathustra, sostiene Strauss, è in realtà un'amore per il superuomo: l'uomo venturo.

Veniamo all'ultimo di questi discorsi: il discorso sull'ultimo uomo. L'ultimo uomo è un uomo che viene dopo la morte di Dio, allo stesso modo del superuomo. Zarathustra, quando vede la folla farsi beffe di lui, incomincia a parlare dell'ultimo uomo. L'ultimo uomo è l'uomo più decadente. Rispetto al superuomo, il quale rappresenta un progresso, l'ultimo uomo è un regresso. Lampert descrive l'ultimo uomo come un uomo ben nutrito, ben accasato e ben medicato. L'ultimo uomo è l'uomo dell'era tecnologica, l'uomo che Nietzsche definirà come "buono e giusto", un uomo che si è conformato alle norme date in una società e che considera chiunque le metta in discussione un semplice distruttore o un criminale.

Finalmente il funambolo si mette all'opera e corre lungo la fune tesa tra le due torri fermandosi a metà. Dall'altra torre sbuca un pagliaccio e questo pagliaccio lo sfida dicendo di essere più bravo di lui. Quando il pagliaccio si avvicina a lui, fa un balzo in aria saltandolo. In quel momento il funambolo perde l'equilibrio e cade per terra. La folla corre via come l'acqua del mare, mentre Zarathustra si appresta a soccorrere il funambolo che sta per morire e al quale promette la sepoltura.



Si tratta di una scena famosa. È la scena in cui Zarathustra parla con il funambolo. Il funambolo sostiene che di li a poco il diavolo lo porterà all'inferno. Zarathustra risponde dicendo che non sarà così, perché non esiste il diavolo e la sua anima sarà morta prima del suo corpo. Questa frase, in realtà, rivela Jung, deve essere una premonizione di Nietzsche. Un messaggio dell'inconscio che rivela il futuro di Nietzsche stesso. Nietzsche diventerà pazzo, dunque la sua anima sarà morta ancora prima del suo corpo. Queste magnifiche parole, come si vede bene nel testo di Jung, rappresentano quasi una consolazione. I cristiani avrebbero detto al morente che sarebbe andato in paradiso, che quindi la sua anima è immortale e non ha nulla da temere. Zarathustra, il senza dio, riferisce al funambolo che la sua anima morirà prima del suo corpo, dunque non deve temere alcun dolore dalla morte e tanto meno l'inferno. Un altro elemento interessante di questo passaggio è chiaramente la figura del pagliaccio. Il pagliaccio salta sopra il funambolo e lo fa cadere. Chi è questo pagliaccio? È interessante vedere come il funambolo parta da una torre, cammina sulla corda e si muove verso il lato opposto, ma dal lato opposto arriva il pagliaccio. Nella metafora del cavo teso il pagliaccio sembra venire dal lato del superuomo. Il pagliaccio simbolicamente sorpassa l'uomo e lo fa cadere dalla corda. Jung presenta questo pagliaccio come un'ombra dai poteri divini, poteri di vita e di morte. Il funambolo segna la condizione umana, della quale Nietzsche scrive: "Sinistra è l'esistenza umana e ancor sempre priva di senso: un pagliaccio può esserle fatale".


I due animali: l'aquila e il serpente


Zarathustra fa un conto di ciò ha fatto durante la giornata e arriva alla conclusione di non aver combinato molto, visto che nessuno lo ha ascoltato e ora si trova solo con un cadavere. Zarathustra dunque intende che la sua strada non sarà facile e i suoi sentieri oscuri. Ora che il mercato è finito e la folla dispersa, la notte cala e Zarathustra incomincia il suo viaggio con il suo cadavere da seppellire.

Il pagliaccio avverte Zarathustra di non tornare mai più nella città. Questa volta, egli dice, sono stati leggeri con te: hanno solo riso, la prossima volta toccherà a te morire! Zarathustra non bada a questo, così come non bada a quei becchini che lo deridono lungo il suo cammino. Il discorso del pagliaccio conferma il fatto che la folla lo ha preso per un pazzo e l'incontro con i becchini conferma quel che aveva detto il santo, in quanto i becchini scambieranno Zarathustra per un ladro che cammina di notte. Ad un certo punto Zarathustra sente fame e vuole fermarsi a mangiare. Qui incontra un vecchio che gli offre da bere e da mangiare: un altro eremita. Successivamente Zarathustra prosegue il viaggio passando per il bosco, ma laddove non vede più alcuna strada, egli non va oltre e si addormenta.

Jung nota subito questo passaggio sulla fame. Zarathustra afferma di non aver sentito fame tutto il giorno, ma ora sente la necessità di mangiare. Questo riferimento alla fame e al cibo si collega con quel che i becchini hanno riferito a Zarathustra: egli vuole togliere il boccone al diavolo. Non appena Zarathustra sente la fame, ecco che trova questa dimora dell'eremita. L'eremita qui rimanda al santo della seconda sezione del prologo. Tuttavia, chiaramente, nella storia non sono la stessa persona. Anche questo eremita è un cristiano e anacoreta. L'eremita offre pane e vino, non solo a Zarathustra, ma anche al cadavere, nonostante gli venga fatto notare che è morto. Il pane e il vino, come afferma Jung, sono simboli della comunione, dunque dei simboli cristiani. Prima di addormentarsi Zarathustra riporrà il corpo del cadavere del funambolo nella cavità di un albero. Qui Jung vede l'albero come simbolo della morte e della rinascita. Chiaramente l'albero rimanda all'albero della vita o lo Yggdrasil della mitologia nordica. Il portare il cadavere da parte di Zarathustra viene paragonato da Jung anche all'immagine di Gesù che porta la croce.

Quando Zarathustra si sveglierà penserà all'idea di trovare dei nuovi compagni. Lasciare quel cadavere nell'albero e cercare uomini veri e vivi. Ma Zarathustra non vuole diventare un pastore e tanto meno un cane per il gregge, non vuole essere la guida, ma vuole insegnare agli uomini a seguire se stessi e apprezzare la solitudine. Secondo Jung questo è il vero messaggio di Gesù, messaggio che compare solo nei vangeli apocrifi ed è stato inteso diversamente dalla Chiesa. Zarathustra ha chiara l'idea che lui non viene ben visto dall'uomo perché è colui che intende spezzare le tavole dei valori. Un persona di questo tipo è vista dall'uomo come un distruttore e un essere malvagio, quando in realtà esso consiste in un creatore di nuovi valori. 

 

Nell'ultima parte del prologo, la decima sezione, Zarathustra sente un stridio e così appaiono davanti a lui i suoi due animali: l'aquila e il serpente. Questi saranno gli animali che accompagneranno Zarathustra nel suo cammino. Ora Zarathustra comprende quel che gli aveva detto il santo sugli animali. I due animali di Zarathustra sono l'aquila e il serpente. L'aquila è Ormuzd, ossia Ahura Mazda, mentre il serpente è Angra Maniuu o Arimane. L'immagine dei due animali descritta da Nietzsche è molto strana: il serpente sta sulla schiena dell'aquila. Qui, nota Jung, Nietzsche rompe con l'immagine tradizionale dell'aquila che tiene il serpente tra gli artigli. Quest'immagine rappresentava la vittoria dello spirito sulla materia. L'immagine di Nietzsche, invece, rappresenta l'armonia tra lo spirito e il corpo.

Così parlò Zarathustra

mercoledì 22 agosto 2018

Nietzsche: la gaia scienza. (riassunto e spiegazione)

demone dell'eterno ritorno Nietzsche



Riassunto e spiegazione della Gaia scienza


La Gaia scienza è uno testi fondamentali e più famosi di Nietzsche. Questo scritto intende presentare l'opera spiegandone il suo significato. Non ho intenzione di seguire lo schema di Nietzsche, penso sia più opportuno raggruppare tutto per temi. Il testo è infatti diviso in cinque libri e ogni libro è composto da una serie di capoversi, i quali portano ciascuno dei titoli. Gli argomenti trattati sono davvero molti: la morte di Dio, l'uomo superiore, la critica alla morale, l'arte, la volontà di potenza, l'eterno ritorno. In effetti qui ricorrono la maggior parte dei temi della filosofia di Nietzsche. Quest'opera è molto famosa soprattutto per due passaggi: il passaggio sul folle che annuncia la morte di Dio; il passaggio sul demone che sussurra la verità dell'eterno ritorno, mettendo l'uomo di fronte alla sfida più grande della sua vita. Già nella prefazione molti di questi temi vengono annunciati. Nietzsche enuncia alcuni dei punti importanti della sua critica: la credenza secondo la quale la pace è migliore della guerra; un'etica che si muove contro la felicità; una religione che crede nell'esistenza di un mondo al di là di questo mondo. Nietzsche oppone a questa cultura un'altra: una nuova etica al di là del bene e del male, una nuova felicità (gaia scienza).

L'opera contiene anche delle poesie, come è tipico di Nietzsche, ma non ho intenzione di parlare di queste. Le poesie sono poste all'inizio del testo e in chiusura.


La gaia scienza: l'uomo superiore


Nietzsche parla spesso di questo uomo superiore, di un uomo solitario, di un uomo creatore, che vive con i propri pensieri lontano dal gregge. L'uomo superiore non cerca la verità, non ha altra volontà che la sola volontà di potenza. Egli non crede che la vita abbia un fine, non pensa che esista un senso ed è pronto a vivere una vita senza alcun senso. Allo stesso tempo non disprezza la vita perché priva di significato. L'uomo superiore è quell'uomo che sa che alla conservazione della specie serve il male tanto quanto il bene. Il dolore stesso gioca un ruolo nella conservazione della specie, se così non fosse, allora il sofferente sarebbe destinato alla morte, ma il dolore fortifica. Di fronte al dolore l'atteggiamento dell'uomo cambia a seconda della persona, ma la maggior parte dei sofferenti vogliono la fine del dolore e preferiscono la morte. Solo l'uomo superiore è in grado di sopportare il dolore e vivere con esso.

Nel primo libro della Gaia scienza Nietzsche ci offre un'immagine particolare di questo uomo superiore. L'uomo superiore, egli afferma, appare irrazionale, in quanto la sua vita è dominata dagli istinti e dalle passioni. Quando Nietzsche parla di uomini superiori, a chi sta pensando? Gli uomini superiori non sono semplicemente dei re, degli uomini di una classe sociale elevata. Una volta era così: in un governo aristocratico la casta elevata è composta dai migliori, ma non è lo stesso altrove. L'uomo superiore di Nietzsche può essere semplicemente un filosofo o un artista. Si pensi agli artisti, erano forse degli uomini razionali? Caravaggio era un assassino, Baudelaire era dedito all'alcool e così molti altri poeti maledetti. Se l'uomo superiore è un temerario che ama il pericolo, così come lo descrive Nietzsche, è chiaro che non è un uomo razionale, ma è un uomo di forti passioni. In verità Nietzsche sostiene che l'uomo superiore può avere una razionalità molto stravagante. In questa seconda opzione quanti filosofi rientrerebbero? Gli uomini superiori sono quegli spiriti malvagi che hanno portato avanti l'umanità nei secoli. Nietzsche adopera anche il termine "uomo nobile" e del nobile afferma che è un malvagio dalla prospettiva dello schiavo. L'uomo forte è sempre cattivo per l'uomo debole. Ma cosa hanno di tanto malvagio questi nobili? Non sono forse loro quelli che distruggono le tavole dei valori, ossia ciò che l'uomo del gregge considera il bene? L'uomo nobile agisce contro la morale dominante, per questo è considerato immorale e perciò malvagio. Malvagio è colui che distrugge. Solitamente si pensa che la distruzione non serva alla conservazione della specie e che gli sia nociva, ma su questo ci si sbaglia: per creare bisogna prima distruggere. Se esiste un'evoluzione dell'umanità è perché l'umanità non si è fissata su certi valori, ma ha saputo mutarli con il mutare del tempo e delle cose, anche solo per semplici questioni di adattamento. Questi mutamenti presupponevano uomini malvagi e distruttori. Oggi questi uomini sono degli anticristi, ieri lottavano contro altro. Nietzsche sicuramente è uno di loro. Infatti, quando parla degli uomini superiori si riferisce a loro sempre con un "noi", ossia io e loro. Ciò che giuda gli uomini nobili di Nietzsche non è la coscienza, non è la capacità di comandare se stessi, ma una parte molto più oscura fatta di passioni libere e senza freni. Nietzsche, addirittura, dichiara che l'umanità, se avesse seguito la sola coscienza, si sarebbe estinta. In effetti, chi con la ragione e la coscienza si innamorerebbe di una donna, dandogli anima e corpo, per passione? Ma senza tutte queste cose l'umanità non sarebbe mai andata avanti. Certamente il male non può aver contribuito alla nostra prosperità, pensano i più. Questo dipende da cosa si intende per male. Nell'ottica di Nietzsche malvagi sono tutti gli istinti contro la vita: chi pratica una morale della rinuncia, il voler fuggire questo mondo per un altro, il disprezzo del corpo, ecc. Siccome, tuttavia, la morale parla un'altra lingua e Nietzsche vuole farsi capire, egli dice: quel che voi chiamate male è servito alla conservazione della specie umana. Bene e male, come ha chiarito Nietzsche nell'Anticristo, sono uno l'aumento della potenza e l'altro la sua diminuzione. Se vogliamo capire cos'è bene per Nietzsche dobbiamo chiederci cosa è utile alla vita. Non è utile alla vita la compassione perché consiste nella compartecipazione nel dolore dell'altro, dunque è diminuzione della potenza. Dal disinteresse e l'altruismo l'unico che ne trae vantaggio è quello che lo riceve. Infine: ogni morale del dovere e del sacrificio è dannosa perché va contro il proprio utile.

«Il veleno, che fa perire la natura più fragile, rinvigorisce il vigoroso - per costui non ha neppure il nome di veleno.» (Nietzsche, La gaia scienza, Einaudi, Torino, 1991, p.59)

Nel mondo capitalista la società è divisa in due, come ha spiegato Marx: borghesia e proletariato. Il proletariato vede la borghesia come dei succhiatori di sangue, come dei vampiri. Come sfruttatori, tuttavia, Nietzsche non considera la borghesia neanche lontanamente vicina agli uomini superiori a cui si riferisce. In realtà Nietzsche ha in mente società come quella greca o quella romana. In particolare, egli fa spesso riferimento alla classe dei cavalieri.


L'arte


Nella prospettiva dell'arte la realtà ha due volti: il dionisiaco e l'apollineo. Il dionisiaco è la natura stessa, la grande notte o l'unità originaria di tutte le cose, in quanto vita stessa. Il dionisiaco è la prova che la scienza con le sue categorie di spazio, tempo e causalità, si sogna soltanto di poter comprendere gli ultimi segreti della natura, mentre rimane ancora sul piano dell'apparenza. L'apollineo rappresenta il sogno e l'apparenza. Nietzsche non si considera né realista e nemmeno idealista. Dei realisti afferma che hanno torto, perché per dire che la realtà è così come la vediamo devono eliminare ogni aspetto umano e soggettivo che è in essa, il che è impossibile. L'idealista, invece, è qualcuno che condanna la sensibilità, sostenendo che essa è ingannatrice, arrivando ad affermare che questo mondo, così come lo percepiamo, dipende dai nostri sensi. Questo è falso perché se i nostri sensi hanno prodotto questa realtà o l'hanno costruita, allora, siccome i sensi fanno parte di questa realtà, dovrebbero aver prodotto se stessi. L'arte in Nietzsche ha questo scopo di rendere sopportabile la verità. La verità è che ogni verità è verità d'errore, che tutto muta e non c'è nulla di stabile. L'apollineo, l'illusione, è ciò che gli idealisti condannano, ma è quel velo che copre una terribile verità, quel velo senza il quale le cose sarebbero molto meno sopportabili. Non c'è cosa che non si risolva nel nulla. L'arte segue due tendenze, una ordinatrice ed armonica, un'altra caotica e disarmonica. Nel secondo libro della Gaia scienza in un passaggio sulla poesia, Nietzsche rivela il carattere apollineo della poesia, in quanto la poesia nasce per dare ritmo e ordine. La musica, per eccellenza dionisiaca, non è mai completamente sottomessa all'ordine e al ritmo.


Dio è morto


«Dio è morto: ma stando alla natura degli uomini, ci saranno forse ancora per millenni caverne nelle quali si additerà la sua ombra. - E noi - noi dobbiamo vincere anche la sua ombra!» (Nietzsche, La gaia scienza, Einaudi, Torino, 1991, p.136)

L'affermazione secondo la quale Dio è morto presuppone la non esistenza di Dio. In questo caso la non esistenza di Dio potrebbe sembrare non dimostrata, ma è chiaro che questa operazione è già stata svolta da Feuerbach. Quando neghiamo l'esistenza di Dio, neghiamo che all'idea di Dio corrisponda qualcosa di reale. Se non vi corrisponde nulla di reale, osservava già Cartesio, allora da dove viene l'idea di Dio? Feuerbach ci dice che l'abbiamo creata noi, che noi abbiamo fatto Dio a nostra immagine e somiglianza. Già Gassendi suggeriva a Cartesio in che modo ci siamo fabbricati l'idea di Dio: abbiamo preso i nostri attributi e li abbiamo estesi all'infinito. Da questo certamente non può che nascere un'idea abbastanza confusa. Infatti, al contrario di quello che pensava Cartesio, chi potrebbe dire di avere un'idea chiara e distinta di Dio? Tuttavia dire che "Dio è morto", come hanno notato in molti, sembra implicare che prima c'era. Dio, in quanto sommamente potente e perfetto, non può morire. Dunque, quello che c'era prima era la fede in Dio ed essa è ciò che è scomparso. La morte di Dio è la fine delle religioni. L'unica religione che può resistere ad una simile morte è il buddhismo, infatti i buddhisti non credono in Dio e il nichilismo del buddhismo è ciò che secondo Nietzsche caratterizza la prima epoca che viene dopo la morte di Dio. A Nietzsche, tuttavia, non interessa la morte di Dio in quanto tale, ma le sue conseguenze. Dio è morto significa che non c'è più nessuno scopo, non esiste una totalità o un'unità, non ci sono verità assolute e di assoluto non c'è nulla, proprio perché l'assoluto è morto. Che cosa rimane dopo la morte di Dio? rimangono gli individui, ma gli individui sono sempre dei piccoli momenti nel grande flusso della vita, in questa grande illusione che chiamiamo esistenza. Il nostro universo non è stato creato per uno scopo, il nostro mondo è uno fra tanti e la nostra esistenza non è di alcun interesse per la natura. La creazione è lo spettacolo del caos, non l'ordine imposto da un Dio. L'apparente armonia che crediamo ci circondi è un mero accidente. Non c'è nulla che duri in questo mondo e nulla è in sé. Le cose si danno in molte prospettive, ma l'uomo non può prescindere da queste. Invece l'essere umano sentiva il bisogno di cose stabili, ma siccome non le ha trovate in questo mondo sensibile, allora ha postulato l'esistenza di un altro mondo e ha detto che i sensi ingannano. In generale Nietzsche vede chiaramente una contraddizione tra i principi della logica classica e la natura o il mondo sensibile. La logica, sostiene Nietzsche, impone uguaglianze laddove non ci sono. La morale, invece, costruire una gerarchia degli istinti e fissa delle leggi, quando non c'è nulla di fisso e non esiste una gerarchia di istinti, ma una lotta per il dominio. Che effetti avrebbe la morte di Dio sulla morale? Dio ha sempre rappresentato il fondamento di ogni bene, ora il bene è del tutto infondato. Il peccato, dice Nietzsche, è un'offesa a Dio, non all'umanità. Tolto Dio, non ci sono peccati. Vige piuttosto una forma più robusta di relativismo che segue la regola dell'utile alla vita. Molti uomini, tuttavia, come si vede nello Zarathustra, rimarranno per molto tempo ancora uomini gregari: saranno gli ultimi uomini.

Ed ecco il passaggio dell'uomo folle:

«Avete sentito di quell'uomo folle che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: "Cerco Dio! Cerco Dio!"? - E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. "Si è forse perduto?" disse uno. "Si è smarrito come un bambino?" fece un altro. "Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?" gridavano e ridevano in una gran confusione. L'uomo folle balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: "Dove se n'è andato Dio?" gridò "ve lo voglio dire! L'abbiamo ucciso - voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strofinare via l'intero orizzonte? Che mai facemmo per sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro eterno precipitare? E all'indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? - Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo ancora nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? anche gli dei si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino a oggi si è dissanguato sotto i nostri coltelli - chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo lavarci? Quali riti espiratori, quali sacre rappresentazioni dovremmo inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo anche noi diventare dei, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un'azione più grande - e tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, a una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!". - A questo punto l'uomo folle tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch'essi tacevano e lo guadavano stupiti. Finalmente gettò a terra la lanterna che andò in frantumi e si spense. "Vengo troppo presto," proseguì, "non è ancora il mio tempo. Questo enorme evento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino - non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, la luce delle stelle vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano viste e ascoltate. Quest'azione azione è ancor sempre più lontana dagli uomini delle stelle più lontane - eppure sono loro che l'hanno compiuta!". - Si racconta ancora che l'uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: "Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?".» (Nietzsche, La gaia scienza, Einaudi, Torino, 1991, p.150-152)



Questo è chiaramente il passaggio più bello dell'opera. La prima scena ricorda tanto il filosofo Diogene con la sua lanterna che chiede "Dov'è l'uomo? dov'è l'uomo?". Diogene doveva essere un folle agli occhi degli altri, infatti era un uomo che viveva di poco, abitava una botte e mangiava lenticchie con le mani. Dopo segue una scena che potrebbe ricordare quella di Zarathustra di fronte alla folla, nei suoi famosi tre discorsi. È interessante che Nietzsche sceglie un pubblico di atei per l'annuncio della morte di Dio. Questi atei ridono e si fanno beffe del folle. Non possono capire la portata dell'evento, loro che non hanno mai creduto nell'esistenza di Dio. Loro si chiedono se quell'uomo si sia perso, infatti un uomo che cerca Dio è finito in mezzo a gente che non è credente. Tuttavia, ad un certo punto, il discorso cambia completamente. Il folle non sta cercando Dio, perché sa che Dio è morto e non lo potrà trovare da nessuna parte. Il folle, come Zarathustra, sta testando le persone, vuole capire se hanno ricevuto il messaggio, se sanno e se non sanno, se sono pronte per il suo messaggio. Al termine del discorso, monologo forse, si capisce che la risposta è negativa. Il suo messaggio è come la luce delle stelle: impiega molto ad arrivare. Gli uomini hanno ucciso Dio, ma ancora non lo sanno. Questa morte di Dio viene rappresentata da Nietzsche con delle immagini spettacolari: il mare che viene svuotato per intero; una spugna che cancella l'intero orizzonte; un eterno precipizio; la totale mancanza di qualsiasi coordinata, essendo Dio stato il centro vero della vita dell'uomo. Tra queste immagini spicca il riferimento al Sole. L'uomo primitivo identificava Dio con il Sole, la morte di Dio è anche la morte del Sole, in un certo senso. Lyotard nell'Inumano aveva posto questo problema: e se non pensassimo la distruzione e la morte del Sole come un evento nel futuro, ma come un evento già avvenuto? La morte di Dio è un evento catastrofico tanto quanto la distruzione del Sole, ma le sue conseguenze non sono ancora conosciute all'uomo, né gli sono immaginabili. È come se l'uomo avesse fatto qualcosa che sorpassa se stesso. In fondo Nietzsche parla sempre di questo sorpassare se stessi. Gli atei lo guardano stupiti: non se lo aspettavano? Il folle ha incominciato cercando Dio e conclude dicendo che Dio è morto. Il passaggio si chiude con il folle che, non curante, canta parole blasfeme in chiesa. Lui sa già quel che i preti devono ancora apprendere. Le chiese sono sempre più vuote e assomigliano sempre più ai cimiteri. Le chiese, osserva il folle, sono i sepolcri di Dio: le sue tombe.

«Il più grande avvenimento recente - che "Dio è morto", che la fede nel Dio cristiano è divenuta inaccettabile - comincia già a gettare le sue prime ombre sull'Europa. A quei pochi almeno, i cui occhi, la cui diffidenza negli occhi è abbastanza forte e sottile per questo spettacolo, pare appunto che un qualche sole sia tramontato, che una qualche antica, profonda fiducia si sia capovolta in un dubbio: a costoro il nostro vecchio mondo dovrà sembrare ogni giorno più crepuscolare, più sfiduciato, più estraneo, più "antico". Ma in sostanza si può dire che l'avvenimento stesso è fin troppo grande, troppo distante, troppo alieno della capacità di comprensione dei più perché possa dirsi già arrivata anche soltanto notizia di esso; e tanto meno, poi, perché molti già si rendano conto di quel che veramente è accaduto con questo avvenimento - e di tutto quello che ormai, essendo sepolta questa fede, deve crollare , perché su di essa era stato costruito, e in essa aveva trovato il suo appoggio, e dentro di essa era cresciuto: per esempio tutta la nostra morale europea. Una lunga, copiosa serie di demolizioni, distruzioni, tramonti, capovolgimenti ci sta ora dinanzi: chi già da oggi potrebbe aver sufficiente divinazione di tutto questo da diventare maestro e veggente di questa mostruosa logica dell'orrore, da essere il profeta di un ottenebramento e di un'eclisse di sole, di cui probabilmente non si è ancora mai visto sulla terra l'uguale?... Perfino noi, per nascita divinatori d'enigmi, noi che siamo in attesa per così dire sulle montagne, piantati fra l'oggi e il domani, tesi entro l'opposizione tra oggi e domani, noi primogeniti e figli prematuri del secolo venturo, noi che già dovremmo scorgere le ombre che ben presto noi le guardiamo salire senza una vera partecipazione a questo ottenebramento, soprattutto senza preoccuparci e temere per noi stessi? Siamo forse ancora troppo soggetti alle conseguenze più immediate di questo avvenimento - e queste più immediate conseguenze, le conseguenze per noi, contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare, non sono per nulla tristi e rabbuianti, ma piuttosto come un nuovo genere difficile a descriversi, di luce, di felicità e di ristoro, di rasserenamento, d'incoraggiamento, di aurora... In realtà, noi filosofi e "spiriti liberi", alla notizia che "il vecchio Dio è morto", ci sentiamo come illuminati da raggi di una nuova aurora; il nostro cuore ne straripa di riconoscenza, di meraviglia, di presagio, d'attesa - finalmente l'orizzonte torna ad apparirci libero, anche ammettendo che non è sereno, finalmente possiamo di nuovo sciogliere le vele alle nostre navi, muovere incontro a ogni pericolo; ogni rischio dell'uomo della conoscenza è di nuovo permesso; il mare, il nostro mare, ci sta ancora aperto dinanzi, forse non vi è ancora mai stato un mare così "aperto".» (Nietzsche, La gaia scienza, Einaudi, Torino, 1991, p.239-240)


Anche qui occorrono quelle immagini che già erano comparse nel passaggio del folle: il sole e il mare. Avviene un cambiamento: gli uomini gregari tendono a vedere il crepuscolo, mentre gli spiriti liberi vedono l'aurora. La morte di Dio indica il tramonto del Sole, l'eclisse di Sole e il vuotarsi del mare. Lo spirito libero, il quale ha già vissuto dentro di sé questo tramonto, vede un nuovo Sole e un mare aperto che si staglia davanti a lui. La morte di Dio annuncia la venuta di un nuovo mondo o una nuova vita per l'uomo. La morte di Dio, dice Nietzsche, da inizio ad una storia superiore. Sarà ancora la storia degli uomini o sarà piuttosto la storia degli dei?



Eterno ritorno


Uno dei concetti fondamentali della filosofia di Nietzsche è l'eterno ritorno. Nietzsche confessa di aver avuto una simile intuizione sul lago di Silvapiana in Svizzera. Il concetto di eterno ritorno rappresenta un modo particolare di vedere il tempo secondo il quale passato e futuro coincidono strettamente. Secondo l'eterno ritorno ciò che è stato è ciò che sarà e ciò che sarà è già stato. Alcuni pensano questo tempo come un tempo circolare. È famoso il simbolo esoterico del serpente che si mangia la coda. Non si può dire che l'eterno ritorno sia un'idea completamente nuova di Nietzsche, infatti era presente già negli stoici, ma esistono sostanziali differenze. L'eterno ritorno di Nietzsche non presuppone alcun Dio, è semplicemente la rappresentazione di un caso in cui il numero di casi possibili è limitato e per questo i casi devono ripetersi. Nietzsche offre quasi un'immagine scientifica dell'eterno ritorno, piuttosto che una religiosa: il mondo ha una quantità di energia finita e un certo numero di centri di forza, ponendo che il tempo è infinito e il numero di combinazioni di eventi finito, ne segue che ogni evento dovrà prima o poi tornare, ma perché ritorni un evento devono prima darsi tutte le altre combinazioni possibili. Tutto dovrà ritornare. Questa interpretazione, quasi scientifica dell'eterno ritorno, rappresenta la visione cosmologica dell'eterno ritorno. Oltre a questa visione ne esiste un'altra: quella etica. L'eterno ritorno come etica consiste nell'amor fati, ossia nell'accettazione volontaria del proprio destino. Se io voglio la mia vita come se dovesse ripetersi infinite volte in ogni suo dettaglio, allora io amo la mia vita. Nietzsche crede che la sofferenza umana sia sopportabile se si riesce ad accettare la propria vita. Il problema di chi è stanco di vivere e non riesce più a vivere la loro esistenza, diventando un predicatore di morte. Amare la vita non è una forma di rassegnazione, come si pensa di solito, perché è un atto volontario. Se non lo si vuole veramente, allora diventa una semplice buffonata. Dobbiamo diventare capaci di volere le cose come sono adesso, questo è il segreto della cosa. Il problema è che ci è molto difficile, in quanto non sappiamo come andranno le cose. Noi conosciamo bene il nostro passato, ma non il nostro futuro, dunque non sappiamo nemmeno il contenuto della nostra vita, ossia cosa dovremmo amare. L'oggetto dell'accettazione in parte è ignoto. Il punto è questo: qualunque cosa accadrà, noi affermiamo l'evento. L'amor fati implica una forma strana di egoismo, un egoismo profondo e sincero. In fondo si tratta di amare se stessi e amarsi davvero, non per quello che si vorrebbe essere, ma per quello che si è. Alla maggior parte delle persone questo amore di sé appare mostruoso ed è stato certamente condannato dalla morale. Tuttavia, l'amor fati è una forma di etica, già presente in altri autori prima di Nietzsche, tra cui Spinoza. Nel quarto libro della Gaia scienza Nietzsche osserva questo: ogni evento che ci capita non poteva non succedere, ma proprio per questo, ogni cosa che accade torna a nostro vantaggio.

Ecco il passaggio sul demone dell'eterno ritorno:

«Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: "Questa vita, come tua ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra gli alberi e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta - e tu con essa, granello di polvere!". - Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immane, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: "Tu sei un dio, e mai intesi cosa più divina!"? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda che ti porresti ogni volta in ogni caso: "Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?" graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun'altra cosa che quest'ultima eterna sanzione, questo suggello?-» (Nietzsche, La gaia scienza, Einaudi, Torino, 1991, p.236-237)




Il demone infonde in noi dei pensieri di piombo, un grande peso insopportabile. Esattamente come quando facciamo un incubo e sentiamo qualcosa che ci opprime, ma ancora non abbiamo trovato la via di fuga verso il risveglio. In quel momento sentiamo questo messaggio, il messaggio che dice una verità profonda su di noi: che dovremo rivivere questo inferno infinite volte. Sì, inferno, così spesso l'uomo ha descritto la vita. Ma Nietzsche ha trovato la via per una nuova felicità, lui sa cosa rispondere al demone: "Tu sei un dio, e mai intesi cosa più divina!". Ma se lui è dio, cosa saremmo noi una volta che abbiamo accettato tutto quanto? Noi saremo completamente trasformati e non saremo mai più gli stessi. Prima di quel momento conviene ricordarci questa domanda: "Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?". In ogni istante abbiamo un'occasione per rispondere di sì.



La morale in Nietzsche


Nietzsche parla spesso di un tempo in cui erano i nobili a dettare cosa fosse bene e cosa fosse male. Il bene era la forza, la salute, l'essere virile, il coraggio, il non avere paura, la godere di certe ricchezze, ecc. Un po' alla volta tutto questo è stato rovesciato: il bene è diventato la povertà, la rinuncia, la debolezza, la pace, ecc. Nella Genealogia della morale Nietzsche riferisce di un tempo in cui l'istinto aggressivo, di sopraffazione, tipico della volontà di potenza, era scatenato dall'uomo verso l'esterno, per esempio attraverso la tortura. Con la morale quello che è cambiato è che questo istinto è stato direzionato contro se stessi. La morale è per Nietzsche il voler tiranneggiare su se stessi, il voler comandare se stessi. Questa forma di dominio, tipica dello stoicismo, contrappone la ragione alle passioni. Questa distinzione tra la ragione e le passioni attraversa tutta la filosofia. Nietzsche pensa che non esista questa opposizione e che i filosofi si sbagliano, in quanto credono che tutto il pensiero sia cosciente. Questo non è vero. È piuttosto vero quello che affermava Leibniz: la coscienza è un'accidente nella rappresentazione. Esiste il pensiero inconscio, questo lo aveva detto Nietzsche anni prima di Freud. Ma se esiste il pensiero inconscio, allora passioni e ragione non sono sempre opposti e distinti. La morale funziona in questo modo: la legge morale è imposta dalla ragione alle pulsioni in modo da limitarle. L'uomo pratica la rinuncia, il dovere e il sacrificio. Ogni volta che agisce in questo modo, come illustra Kant, reca danno al proprio ego, ossia agisce contro se stesso. È per queste ragioni che Nietzsche è contrario alla morale. Nietzsche, inoltre, condanna la volontà di eternizzare delle leggi morali che sono infondate. Nietzsche sa bene che Kant considerava le leggi morali dei fatti della ragione e non un qualcosa di dimostrato, ossia che è derivato da saldi principi. Infatti le leggi morali sono i principi stessi, le quali non poggiano che su se stesse.

Nietzsche, inoltre, crede che la conoscenza, la volontà di verità, dipendano strettamente dalla morale. Perché si vuole la verità a tutti i costi? Perché si condanna l'inganno. Questa condanna del falso, dell'inganno e dell'errore, non è una semplice condanna che viene da una scienza che cerca il vero oltre l'illusione, è una condanna morale. È condannata moralmente la volontà di voler ingannare gli altri e se stessi, mentre è considerata buona la volontà di verità e di dire il vero. Questo per Nietzsche è un semplice pregiudizio.

Con questo, tuttavia, Nietzsche non condanna la scienza. Questo è facilmente visibile in uno dei passaggi più interessanti dell'opera: Lode alla fisica. È forse questo passaggio che ci delucida un po' cosa intendeva Nietzsche per "gaia scienza". Il passaggio tratta della critica alla morale, per affermare che per creare nuovi valori bisogna essere dei fisici, visto che chi ha difeso la morale ignorava la fisica. Quando seguiamo la nostra coscienza e troppo frettolosamente diciamo che essa è nel giusto, dobbiamo prima chiederci perché facciamo questo. Noi non abbiamo investigato abbastanza a fondo noi stessi, per questo troppo superficialmente ci fidiamo della nostra coscienza. Nietzsche condanna quella morale che fa della propria legge una legge universale. Egli dice: guardate quanto sono egoisti costoro! E mascherano persino il loro imperativo categorico come una forma di altruismo! Il bene non può essere lo stesso per tutti, infatti non siamo tutti uguali, studiate la fisica! Ogni uomini è fisiologicamente e costitutivamente diverso. Nietzsche, piuttosto, sostiene che ognuno dovrebbe darsi la propria legge. Ognuno dovrebbe diventare creatore dei propri valori, questa è la lode alla fisica e questa è la gaia scienza!