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domenica 17 aprile 2016

Byung-Chul Han, La società della stanchezza: il libro del XXI secolo












"Così inteso, il rapporto tra Prometeo e l'aquila è una relazione con il sé, un rapporto di auto-sfruttamento. Il dolore al fegato, di suo incapace di dolore, è la stanchezza. Prometeo viene colto così, come soggetto di auto-sfruttamento, da una stanchezza senza fine. Egli è l'archetipo della società della stanchezza." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.5)

La società della stanchezza è un dei libri di più successo del filosofo Byung-Chul Han. Un piccolo libro, ma non privo di numerosi spunti di riflessione. Questo libro segnerà d'ora in poi il nostro secolo e il nostro pensiero filosofico. Chi non lo legge si perderà un segno del futuro del pensiero. Il suo successo è spiegato dal suo contenuto e il suo contenuto sarà giudicato dall'avvenire, ma già il presente parla per lui. Questo libro parla di oggi  ed estende i suoi segni verso il futuro. Byung-Chul Han è sicuramente uno dei filosofi più interessanti in Germania oggi.



Dividerei il commento al libro in due parti in due parti: una prima parte in cui Han descrive la società della stanchezza e le sue conseguenze; una seconda parte dal capitolo "La noia profonda" dove comincia un discorso sulla contemplazione, sul non-fare Zen e su una nuova religione della stanchezza che rimanda ad una possibile soluzione spirituale del nostro tempo. Questo libro è straordinario perché, riportando tutto sul piano dell'individuo, comprende perfettamente che il vero piano della battaglia  si situa nell'individuo stesso. Se noi cambiamo, le cose cambiano fuori per riflesso (prospettiva spirituale). Han critica spesso le idee di rivoluzione a partire dalle masse, dalla moltitudine, ma questo perché ora tutto il problema si gioca sul singolo e nella sua interiorità. Finché il problema era la negatività del potere, tutto poteva trasformarsi in una lotta contro un potere repressivo. In quel momento il problema poteva dirsi anche esterno, ma ora che il problema è la positività, tutto viene riportato ad una servitù del soggetto in sé. Nella mia lettura di Han un certo ruolo deve averlo anche il desiderio. Ossia il problema è come il soggetto arrivi a desiderare questa stanchezza cronica, sia fisica, ma soprattutto mentale. A questo punto il problema diventa: cosa fare con la stanchezza? ma il problema va rivolto a noi stessi che scegliamo uno stile di vita che porta alla stanchezza. Una volta che il capitalismo ha fatto del lavoratore un imprenditore di sé, lo sfruttamento e la stanchezza si sono spostati da un imperativo del capitalista a un motivo che viene dall'individuo stesso.

1° parte:

Autosfruttamento è un termine che deve diventare sempre più famigliare. ll pensiero problemtizzante di Byung-Chul Han è rivolto agli individui. Tornare dalle masse agli individui, ad un problema molto interno come quello che ho appena nominato. Eppure l'auto-sfruttamento racchiude il dilemma del soggetto e della soggettività. Infatti esso, invece di rivelare un'assenza di soggetto, mostra un io isolato, un'infiammazione dell'io, un io stanco. La stanchezza dell'io produce ansia e depressione nel soggetto. Quindi mina alla produttività dell'individuo, solamente che questa società non può accettare l'idea del riposo e del fermarsi, perché altrimenti anche l'economia si fermerebbe, con conseguenti disastri. L'idea che noi siamo i carnefici di noi stessi fa pensare da un lato ad una nostra impotenza e dall'altro ad un eccesso di potenza. È interamente sul potere che si gioca l'auto-sfruttamento. L'ambiguità di questo mondo: siamo liberi servi del sistema o piuttosto è il sistema ci fa credere nostre scelte quelle che non lo sono? L'auto-sfruttamento è un fenomeno che pone il soggetto contro se stesso, ma sembra generato anche da un io eccedente, dato che noi siamo sia il carnefice che la vittima. Già questo punto pone un problema di individualità: se dovessimo pensarci come dei soggetti, come dovremmo pensarci? Se il discorso di Han è sempre quello della codificazione e dell'identificazione, la sfida di oggi deve essere: cosa c'è al di là dell'Ego? se la molteplicità desiderante pre-individuale non è più un soggetto da rivoluzione, ma quello stesso  sciame di "mi piace" di Facebook, come possiamo avere dei soggetti che non siano semplicemente delle identificazioni del potere e nello stesso tempo possano essere altrettanto originali e rappresentare un Sé? La trappola di cui parla spesso Han è il narcisismo. Questo narcisismo rapporto l'io solamente a se stesso e non ad un Altro. L'assenza dell'Altro diventa oggetto frustrazione perché elimina l'alterità a favore dell'inferno dell'uguale.


La domanda che dobbiamo porci oggi: cosa rimane dello sfruttamento dopo le critiche alla teoria del valore-lavoro di Marx? Marx parlava di sfruttamento nell'ottica di una teoria scientifica economica secondo la quale il valore di un dato prodotto dipende dalla quantità di lavoro in esso contenuto. Questo lavoro è definito con il nome di lavoro astratto. Una certa merce definita come forza-lavoro si scambia con un salario. Il problema di Marx è la generazione del salario e del profitto dal valore e dal plusvalore. Si è detto che la teoria di Marx è completamente astratta, si è sbandierato il fallimento di Marx nel tradurre i valori nei prezzi e tuttavia si continua a parlare di sfruttamento. Lo sfruttamento per Marx si fondava sull'idea che solo il lavoro crea valore, perciò anche il plusvalore è prodotto dallo stesso lavoratore. Questo plusvalore non viene pagato al lavoratore, esso consiste in un pluslavoro non pagato: questo è lo sfruttamento per Marx. Oggi tutto è molto più complesso: non c'è più rapporto diretto tra lavoratore e capitalista, in mezzo ci sono tanti intermediari come ad esempio i manager che guadagnano molto di più degli ultimi dipendenti dell'impresa; il soggetto può campare sempre più facilmente di lavori autonomi: persone che vivono di ripetizioni, altri che lavorano su internet, altri ancora usando programmi come Uber sostituiscono i taxisti e così via; i lavoratori sono concepiti come "imprenditori di sé", questa formula serve per portali dalla parte degli imprenditori e tentare di eliminare la lotta di classe. Byung-Chul Han quando parla di auto-sfruttamento ha in mente una società dove il lavoro è totalizzato, come se l'intera vita diventasse lavoro. Egli ha in mente una precisa società della prestazione e dell'attività continua. Studiare questa società, le sue patologie e i suoi sintomi significa studiare una nuova micro-politica. I soggetti di questa società soffrono prevalentemente di problemi psichici: disturbo borderline di personalità, sindrome di burnot, malattie derivate da iperattività. Molti di questi disturbi dipendono da stanchezza mentale, sono malattie che si diffondono in ambito lavorativo e costruiscono un soggetto depresso e debole. Questo elemento ci deve far riflettere: per Han lo sfruttamento si estende anche oltre i neuroni, fino ad arrivare all'anima. In questo momento in cui le tecniche di dominio hanno per oggetto anche la psiche, l'era della psicopolitica, dobbiamo forse riconsiderare certe nostre convinzioni riduzioniste che tendono a pensare il controllo del potere come solamente sui corpi? Una volta che dovessero assoggettare non solo materialmente l'uomo, ma anche l'uomo sul piano della psiche, come potremmo liberarci da questa nuova servitù? Il discorso di Han è che sono superate le tecniche di lavaggio del cervello: tutto avviene ora con il consenso dell'individuo. Tutti questi fenomeni di controllo di oggi da internet, al problema dei dati sembrano ancora rimandare al nostro consenso, non devono nemmeno usare la forza che le persone si danno al potere amorevolmente. Il problema non dovrebbe essere il desiderio? Han lo pone nei termini di volontà, ma se per esempio si usa un concetto di volontà come quello di Schopenhauer esso sembra coincidere o essere in perfetta conciliazione con il conatus di Spinoza, ossia col desiderio. Che ottica dobbiamo tenere? Han in Psicopolitica considerava tre forme di libertà: libertà come liberazione, libertà come autodeterminazione, libertà nella società come libertà olistica: sono libero se lo sono anche gli altri. È il secondo il concetto di libertà che ci riguarda, ma proprio questo concetto è quello su cui si basa la società dell'autosfruttamento e della stanchezza. Qui libertà e costrizione si confondono. Tutto appare come se ci muovessimo da noi stessi, che poi è la stessa considerazione che fa Frédéric Lordon quando parla del problema della "servitù volontaria" nel capitalismo attuale, cioè che tutto sembra come se il lavoratore scegliesse liberamente lo sfruttamento, cioè qualcosa di non desiderabile. Lordon ha una prospettiva molto più deleuziana, per questo ha in mente il desiderio, ma quando Han cita: "protect me from what I want" in Psicopolitica, la volontà non è il desiderio?


La scommessa di Han: il mondo vecchio caratterizzato da negatività, immunologia, il problema dell'altro, sta un po' alla volta scomparendo o è già scomparso del tutto, per lasciar spazio ad un nuovo mondo caratterizzato da pura positività. Il problema della positività è derivato dall'assenza di ostacoli. Non è più possibile l'opposizione. Sembra che ci sia consenso ovunque. Tutto sembra avvenire con il massimo consenso del soggetto, finché si porta una persona a desiderare determinate cose, così tutto avviene con il "mi piace" di Facebook o con altri mezzi che rimandano sempre alla volontà del soggetto. La positività diventa eccesso di sovrapproduzione, eccesso di prestazione e comunicazione. L'eccesso di prestazione è eccesso di capitalismo, quindi senza la teoria del valore-lavoro, sembra che basti già questo ad Han per provare lo sfruttamento, dopo tutto lo sfruttamento non viene da eccessi? È questo il bello dello scritto di Byung-Chul Han: la prova dello sfruttamenteo di Marx poggia su una teoria economica che ha come assunzione l'idea che solo il lavoratore crei valore; la prova dello sfruttamento di Han poggia su dati statistici sull'aumento delle malattie relative al lavoro e sull'aumento della stanchezza. Il vecchio potere avrebbe usato la violenza, la paura per controllare gli individui, cioè si sarebbe posto nella prospettiva del costringere. Questo permetteva alle persone ancora di dire: no! Tutto ciò oggi scompare completamente e tutto avviene con un potere permissivo. Così sembra che siamo noi che vogliamo questo. In un certo senso è così, ma il discorso di Han si muove nell'ottica della volontà del soggetto come qualcosa che sembra potersi ritorcere contro di lui e forse il problema in questo senso è il desiderio. La violenza è immanente al sistema, dice il coreano. Questo significa che non è più nemmeno un problema di a-simmetria del potere, ma si tratta di quello che Deleuze definirebbe come molecolare. Facciamo due calcoli: siamo noi che compriamo la tecnologia, compriamo i cellulari, i computer e i tablet, ma in questo mondo si potrebbe vivere davvero senza? come potremmo comunicare con persone lontane altrimenti? allora noi compriamo questi apparecchi, poi ci vincoliamo a questo mondo di sciami informatici, commentatori di post, catene infinite di messaggi su What's up e così via; dobbiamo poi aggiungere che ogni cosa che facciamo su internet lascia delle tracce, rendiamo pubblico tutto quello che scriviamo, raccontiamo la nostra vita su Facebook o altro, e tutti questi dati finiscono in data base, ma tutto avviene apparentemente con il nostro consenso senza nessuna resistenza. Questo è solo un esempio e il problema sembra rimandare semplicemente all'individuo, le masse non contano più nulla per Han perché sono quello stesso sciame di internet che commenta i post, che pubblica continuamente, ma non è un insieme di individui con un obbiettivo costruttivo. La questione riguarda la Leistunggesellschaft: la società della prestazione, il soggetto iperattivo e iperproduttivo. Sfruttamento: eccesso di capitalismo = eccesso di produttività? chi è però il possessore di questa eccedenza? in cosa consiste materialmente parlando? L'auto-sfruttamento avviene seguendo un modello esistenzialista: la questione dell'uomo come progetto che si concretizza nella sua carriera, iniziativa e motivazione. Un certo modello di libertà sembra fare da sfondo a tutto questo: un'idea di un uomo capace di autodeterminarsi nel senso di scegliere da sé. Di questa libertà si dovrebbe piuttosto discutere. Bisogna vedere fino a che punto si pone il problema della "servitù volontaria" in Byung-Chul Han. Di certo in Han la questione è posta a partire da una certa concezione del "potere" come "è possibile", "si può fare", "yes, we can". Questa costituzione del soggetto pone la possibilità dell'aumento della sua produttività. L'uomo deve essere disposto a tutto per il suo lavoro perché questo è il settore dove realizza la sua esistenza in un'ottica neoliberale. Vita e lavoro si confondono. Marx non parlava d'altro che di un lavoratore che lavorava per vivere e viveva per lavorare. Lavoro, tempo e vita, anche se non siamo più ai tempi di Marx, continuano ad avere una qualche forma di identità. Si dovrebbero studiare le relazioni tra il tempo e il capitalismo, come il capitalista più che impossessarsi di semplice forza lavoro, dispone del tempo delle persone. Leggete cosa dice Han sull'autosfruttamento e il tempo:

"In conseguenza di una generale frenesia e iperattività disimpariamo anche la collera. Essa ha una specifica temporalità, non conciliabile con la generale accelerazione e iperattività. Quest'ultima non ammette alcuna ampiezza temporale. Il futuro si contrae in un presente allungato." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.50)

La temporalità dell'Uguale è la temporalità del soggetto di prestazione, cioè il luogo dove tutto rimane identico. Cita molto Nietzsche Han, ma sull'eterno ritorno sembra più con Benjamin e il suo concetto di noia. La crisi ci lascia senza speranze per un futuro, o lo vediamo nero nel senso di negativo o ci sembra un grande vuoto. È questo il futuro che si contrae nel presente allungato? una situazione che rimane sempre uguale, un sistema che non cambia mai anche se sembra mutare sempre perché c'è l'innovazione, ma l'innovazione è ritorno nell'Uguale. Si pensi al discorso sulla moda di Benjamin, questa è forse l'immagine dell'eterno ritorno che ha Han.

"Il soggetto da prestazione è più veloce e più produttivo del soggetto di obbedienza." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.24)

Lo stesso Frédéric Lordon nota come il capitalismo comprenda l'efficienza maggiore del lavoratore che agisce da sé. Egli afferma che questa potrebbe essere una via di fuga verso il comunismo perché rappresenta un punto di rottura possibile del capitalismo. In questo contesto ciò non ha senso, perché il problema è l'auto-sfruttamento, come se il lavoratore non obbedisse più a nessuno e agisse in piena libertà quando lavora 12 ore al giorno, quando deve rendere al meglio nelle vendite, quando cerca di auto-regolare il proprio carattere perché corrisponda a quello desiderato dal padrone capitalista.

" (...) la sindrome di burnot esprime non il sé esaurito, ma l'animo esaurito, sfinito." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.25)

"In realtà, causa di malattia non è l'eccesso di responsabilità e di iniziativa, bensì l'imperativo della prestazione quale nuovo obbligo della società lavorativa tardo-moderna." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.25-26)

La questione viene posta nei termini di una coincidenza tra libertà e costrizione. Il soggetto di prestazione è carnefice e vittima, in guerra con sé stesso. La psicoanalisi non ha mai superato l'orizzonte dell'Io-coscienza, potremmo scommettere sul fatto che il prossimo passo che dovremmo fare è proprio superare quell'orizzonte? 




2° parte:

Han contrappone due modelli di attenzione: il multitasking e la contemplazione in senso filosofico. Multitasking indica un'attenzione dispersa e superficiale. Noi pensiamo che questa sia l'evoluzione dell'uomo nell'era della tecnica, ma in realtà tutto ciò fa già parte di una certa attenzione animale. L'animale che mangia il cibo, ma deve difenderlo dagli altri nemici, deve proteggere i cuccioli e la compagna. Noi nella savana del traffico cittadino stiamo guidando, parliamo al telefono, della musica si sente provenire da altre auto in parte offuscata dai clacson, dobbiamo tenere gli occhi aperti per guardare chi abbiamo davanti, dobbiamo badare a chi ci sta dietro. La tecnologia ci impone un'attenzione dispersa: ciattiamo su Facebbok, ascoltiamo della musica, aspettiamo una chiamata di qualcuno, ci arrivano dei commenti e dobbiamo tenere più comunicazioni simultanee. Quanto possiamo sopportare tutto ciò? questo è il problema: ad un certo punto, data l'iperattività, il soggetto collassa. I disturbi psicosomatici, la stanchezza mentale, i sintomi di depressione sono in aumento.

La cosa più interessante di tutto questo è che Han contrappone a questo modello di attenzione quello della contemplazione. La contemplazione è l'attenzione profonda su qualcosa, quindi il concentrarsi completamente su un certo oggetto. Byung-Chul Han ha in mente Cezanne, il pittore che dichiara di essere in grado di vedere gli stessi odori. Egli tuttavia discute il caso Hannah Arendt, la questione dell'attività, il fatto che, paradossalmente, proprio in un'attività contemplativa come il pensiero, la Arendt trovi l'ultima possibilità di essere attivo per l'uomo. Come non citare la bella immagine della Arendt di questo Socrate perso nella contemplazione dell'idea che rimane a lungo immobile e gli allievi che lo guardano con meraviglia. Se all'inizio di tutto questo testo ho parlato di spiritualità riferito al problema dell'attenzione di Han, l'ho fatto perché esiste un'idea spirituale che si muove nella stessa direzione, basti pensare ad un maestro come Gurdjieff. Finché noi ci facciamo distrarre dalle cose del mondo, non siamo veramente attenti e la nostra attenzione si perde nel molteplice delle apparenze. Quando ci concentriamo sull'attimo presente la nostra attenzione si espande. Si pensi a quel: "tutto è contemplazione" di Plotino. E se fosse solo questo magari potrebbe non sembrare giustificato l'approccio spirituale nella lettura di Han, ma poi si legge:

"La negatività del non-fare (nicht-zu) è anche un tratto essenziale della contemplazione. Nella meditazione zen, per esempio, si tenta di raggiungere la pura negatività del non-fare, ossia il vuoto, liberandosi da qualcosa che incombe e che s'impone. Si tratta di una pratica estremamente attiva, tutt'altro che passiva." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.54)

Qui possiamo vedere questo modello come contrapposto all'iperattività, alla totalizzazione del lavoro, come un riscoprire il vuoto, riscoprire la non azione che Han stesso definisce come essenzialmente attiva. Certo questo arricchisce il discorso sulla libertà perché nello zen pare che l'obbiettivo è di lasciar scorrere le cose e accettare gli eventi. Oltre a tutto questo la contemplazione dovrebbe darci un'immagine del pensiero completamente diversa da quella del pensiero quotidiano. Pensate per esempio al caso Artaud e Ravière: da un lato un pensiero che non si stanca mai, sempre attivo, come il pensiero normale delle persone, dall'altro c'è questo pensiero onirico schizofrenico che allo stesso modo è senza controllo. Artaud è incapace di tenere fisso un pensiero, è quindi incapace di contemplare? Nemmeno l'uomo normale in realtà tiene davvero tanto fissi i pensieri, i quali subito scorrono l'uno dopo l'alto, ma la capacità di fissità del pensiero è la base della riflessione e del ragionamento. Lo Zen, come altre filosofie orientali nelle meditazioni, porta l'uomo a contemplare il proprio pensiero in maniera distaccata, senza identificarsi con esso e senza giudicarlo. Un sistema molto simile è descritto da Freud nel suo libro sull'interpretazione dei sogni. Tutto questo si riferisce ad un pensiero normale. Invece, la riflessione, come viene spiegata in una certa tradizione che parte da Bergson e arriva a Deleuze, nasce dall'intuizione: irruzione del nuovo. Un nuovo modello di pensiero va rappresentato, la filosofia ha pensato una ragione formale, che alle volte è stata detta pura in contrapposizione ad una ragione empirica passibile di quelli che potremmo definire pensieri positivi, negativi e così via. La logica ha molto a che vedere con il formalismo della ragione. Credo che la filosofia possa scommettere ancora su questo, ma qui ci si chiede se non sia richiesto un nuovo modello di pensiero oltre quello ordinario.

Siamo arrivati al capitolo sul caso Batleby di Han. Byung-Chul Han contrappone il personaggio Nippers del film Turkey a Bartleby. Mentre il primo è il perfetto soggetto da società della prestazione, il secondo lo è da società disciplinare. Di Nippers Han dice:

"Mentre lavora, digrigna i denti e sibila continue imprecazioni." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.56)

Han invece critica l'interpretazione di Agamben di Bartleby. Mentre Agamben descrive Bartleby come soggetto del poter-fare, della potenzialità della scrittura che però lascia sempre il foglio bianco, Han afferma che Bartleby è piuttosto intento nell'arte di copiare, rappresenta un nulla, lo sforzo della vita che porta alla morte.



Qualcosa deve essersi perso Han, per esempio, se si legge un certo Laurent de Sutter, egli sottolinea un certo lato Zen dell'espressione famosa di Bartleby: "preferirei di no", in quanto rappresenta un certo non-volontarismo. Tuttavia questa lettura è fondata su quella di Agamben del soggetto Bartleby come soggetto dell'evento puro e della possibilità di possibilità. Ovviamente questa lettura rimanda a sua volta a Deleuze.

Non è chiaro se questo libro presenti questa prospettiva spirituale come qualcosa che ci siamo persi o come una soluzione possibile. Il libro si conclude con l'immagine di una nuova stanchezza possibile. Immagine ripresa da una certa concezione di Handke, una stanchezza più giusta, quella della non azione, del non fare. Mentre oggi la vita sempre dopata e ci sono persone che dicono che senza certe sostanze non saprebbero come andare avanti, un'altra prospettiva appare all'orizzonte:

"Handke abbozza una religione immanente della stanchezza. La "stanchezza fondamentale" annulla l'isolamento egologico e fonda una comunità che non ha bisogno di parentele. In essa si risveglia un particolare ritmo che conduce a un'armonia, a una prossimità, a una vicinanza priva d'ogni vincolo famigliare, funzionale. "Un certo stanco, quale secondo Orfeo: attorno a lui si radunano le bestie più feroci e finalmente possono condividere la stanchezza. La stanchezza dà il ritmo ai singoli sparsi. Quella "accolita pentecostale", che s'ispira al non-fare, si contrappone alla società dell'azione. Handke la rappresenta come "completamente stanca". È una società degli stanchi in senso peculiare. Se "accolita pentecostale" fosse un sinonimo della società del futuro, la società che si sta approssimando potrebbe anche esser detta società della stanchezza." (Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma, 2015, p.74)

Questa forma di religione della stanchezza è una cura per la stanchezza che passa attraverso una forma del tutto diversa di stanchezza da quella contemporanea. In questa religione della stanchezza viene dato un giusto peso al riposo. La questione è il riposo, la non-azione, la meditazione e la contemplazione come riposo dall'iperattività mentale. Se il problema dello sfruttamento in Marx letto attraverso la teoria del valore-lavoro era un problema di distribuzione, anche qui il punto è la distribuzione della stanchezza. L'unico modo per risolvere i problemi: dividerli in parti uguali e distribuirli a tutti in parti uguali. Questo vale per il denaro, per il lavoro e per la fatica. Questa potrebbe costituire una cura e una soluzione alla stanchezza attuale.


È stato girato anche un documentario su questo libro, questo è il trailer:








Il libro si è fatto film, il film si farà storia.

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martedì 2 giugno 2015

Un'interpretazione sciamanica della teoria del desiderio di Deleuze e Guattari








Riferisco subito che questo testo è pura sperimentazione, sinceramente le teorie di Deleuze e Guattari per questo testo sono solo una base per viaggiare molto oltre. Per essere sincero direi che qui scrivo di una interpretazione molto più spirituale di Deleuze e Guattari senza confini. Si tratta più che altro di partire dall'interesse che ha Deleuze per l'oriente e per lo sciamanesimo, da questo sperimentare in un modo completamente diverso da quanto hanno fatto i due filosofi, trasformando per esempio i concetti di corpo senza organi e quello di macchine desideranti. Possiamo dire per certo che sono loro due che citano spontaneamente Castaneda in Mille piani, sono sempre loro che parlano di divenire-animali, di virtuale, di corpo-godimento e desiderio oceanico. Vale anche per Marcuse, ma soprattutto per Deleuze e Guattari, essi hanno scoperto la dimensione oceanica o meglio l'hanno riscoperta tramite Freud. Le vere intuizioni di Freud sono: la scoperta della realtà inconscia (già conosciuta da Leibniz; Freud ha costruito una scienza su questa realtà, ha scoperto un  mondo di cose che agivano su di noi, senza che noi stessi ne fossimo consapevoli; o meglio la verità è molto più profonda dei fatti del divenire e del linguaggio che dovrebbe rifletterli); Freud nell'Es non scopre solo le pulsioni sessuali inconsce, ma scopre una realtà che non è l'Ego, una realtà al di là dell'Ego, il fatto che la sessualità e il godimento sessuale non si riferiscono direttamente all'io, anzi quando accade si ha la sublimazione; scopre che il principio di piacere, come ricerca del piacere, non trova l'oggetto fuori, ma è una cosa sola con l'oggetto, è quindi oceanico, ma scopre in più che il piacere non centra nulla con l'io che invece interviene nel principio di realtà; Freud trova nelle psicosi una forma di ribellione sessuale contro la realtà esterna, una ribellione dell'Es al di là dell'Ego. Da questo punto comincia la scommessa deleuziana sullo schizofrenico, ma quando Deleuze parla di schizofrenizzare l'inconscio, in realtà, non si riferisce ad altro se non ad una ricerca di una dimensione singolare al di là dell'Ego. L'Es freudiano è già molto singolare, non fosse troppo molare, perché è concepito come unità, come inconscio unità, invece di essere concepito come inconscio molteplicità, molecolare. Il problema di Deleuze è che non si è reso contro che dopo tutto superare l'Ego vuol dire superare il pensiero, ma lo schizofrenico non è libero dal pensiero, è libero dal pensiero ordinario e vittima di un pensiero onirico. In pratica lo schizofrenico, come in un caso di Jung, invece di dire "io sono una brava sarta", dice "io sono un doppio politecnico"; il senso è lo stesso, ma il pensiero non è più logico, è analogico. Le identificazioni dello schizofrenico Jung le definisce come come condensazioni oniriche, così che un pensiero come "io sono un cavallo", non è altro che un'identificazione con il cavallo onirica, ovvero un pensiero onirico. È interessante come nel delirio, nelle allucinazioni, secondo Jung, l'inconscio invade il mondo reale, il mondo della coscienza, attraverso dei "furti di pensiero" e allucinazioni. Un caso sono le allucinazioni ipnagogiche di cui parla Freud nell'Interpretazione dei sogni, esse possono essere visive, uditive o cenestesiche e consistono nel vedere, udire cose che non ci sono oppure anche nel sentirsi toccato da mani che non esistono e provare tutte le sensazioni come fossero reali. Secondo Jung lo schizofrenico ha dei problemi di coscienza e di attenzione, non riesce a tenere fisso un pensiero e a riflettere, come del resto conferma lo stesso Artaud, lui stesso schizofrenico. In questo caso però è interessante quello che dice Ravière ad Artaud in una lettera, personaggio che cerca sempre di rassicurare Artaud sulla sua malattia mentale, perché afferma: «Preso in sé, lo spirito è una sorta di cancro; si propaga, avanza costantemente in ogni direzione; [...] gli sbocchi dello spirito sono in numero illimitato: nessuna idea lo sblocca, nessuna idea gli reca fatica e soddisfazione: anche quegli acquietamenti temporanei che le nostre funzioni fisiche trovano con l'esercizio, gli sono ignoti. L'uomo che pensa si consuma a fondo. Romanticismo a parte, non vi è altra via d'uscita per il pensiero puro eccetto la morte.» (Artaud, Atoinin, Al paese del Tarahumara, Adelphi, Milano, 2009, pp.16-17)

In pratica non sta dicendo altro che il pensiero è una malattia, non è una questione di malattia mentale; al più, dice Ravière, i malati mentali scoprono una nuova forza nella loro fragilità di spirito. Deleuze in Differenza e ripetizione diceva che lo schizofrenico è libero dal pensiero comune, per pensare deve fare uno sforzo e questo ci permette di tentare di comprendere l'origine del pensiero, com'è che di colpo pensiamo, cosa del tutto normale per noi. In quell'opera Deleuze contrapponeva l'intuizione al pensiero, un pensiero forzato (che secondo me non è più tanto pensiero) ad un pensiero abitudinario e comune. Il caso di Nietzsche è interessante perché la sua stessa filosofia sembra un delirio di intuizioni, continui pensieri che si rincorrono, si superano a vicenda e ne compaiono sempre nuovi, ancora prima che i precedenti siano completamente chiari e dispiegati. Malattia a parte, nello schizofrenico c'è una grande ricchezza di pensieri, che, come direbbe Jung, corrispondono alla ricchezza onirica. Lo schizofrenico è vittima della sua mente, non so nemmeno fino a che punto si potrebbe dire che sia libero dall'Ego, anzi spesso lo schizofrenico soffre di personalità multiple. Il problema è che Deleuze e Guattari vorrebbero distinguere lo schizofrenico dal paranoico, pensando che il primo sia libero dall'Io, mentre il secondo sia il vero narcisista; la psicoanalisi non fa una distinzione netta di questo tipo e non direbbe mai, probabilmente, che uno dei due possa essere libero dall'Ego. Il problema è: dov'è l'Io?. Se guardiamo alla psicoanalisi vediamo che essa è partita scoprendo nell'inconscio una dimensione impersonale, poi mano a mano ha riportato questa dimensione di nuovo all'Io. Per esempio Freud inizialmente considerava l'Io la coscienza, poi penserà che l'Io in realtà non è solo coscienza, ma già in parte inconscio, nel senso che è il sistema di preconscio-coscienza, tuttavia l'Es era ancora qualcosa di impersonale. Sarà Lacan a dire che una parte di Es è già Io. Forse Deleuze vuole fare dei passi indietro, ritrovare una dimensione singolare, questa volta sul serio, nel senso di intenderla come molteplice. In generale l'inconscio non sembra essere l'Io, tuttavia questo avanzamento dell'inconscio sulla coscienza nello schizofrenico non lo porta a cancellare l'Io, al contrario lo porta ha moltiplicarlo. L'Io, dice Jung, è un complesso, ma chi ha più personalità ha a che fare con complessi che si sono installati accanto all'Io; se l'obbiettivo è andare contro il complesso dell'Io, lo schizofrenico fallisce nellimpresa e si trova in una interferenza di molteplici complessi. Di fatto l'Io come complesso agisce anche in modo inconscio, nel senso che se siamo delle persone con un carattere tale che arrabbiamo frequentemente, la nostra emozione fuori controllo, senza che non possiamo intervenire. Il bello dell'io è che noi per esempio siamo consapevoli di vedere delle cose che riportiamo a noi stessi, siamo consapevoli del corpo che abbiamo e con cui ci identifichiamo, ma non siamo consapevoli di pensare, nel senso che i pensieri ci attraversano continuamente senza che possiamo fermarci per identificarli e soprattutto non siamo consapevoli di noi stessi. Se diventassimo consapevoli di noi stessi in ogni momento, in quel momento saremmo già oltre l'Io. Si potrebbe avviare una strada per cui si espande la propria coscienza continuamente sempre di più e in quel caso si andrebbe automaticamente al di là dell'io. Deleuze invece aveva deciso di prendere la strada dell'inconscio, la strada dell'Es. In quel caso si parla di sessualità inconscio e de-soggettivata.  Il problema è: è possibile una sessualità de-soggettivata cosciente? Sartre diceva che la coscienza precede l'Ego, se ci atteniamo a quello che si è detto fino ad adesso si può pensare che l'Io sia in parte cosciente e in parte inconscio, se andiamo nella direzione di un inconscio che invade il regno cosciente, non possono che aumentare i complessi oltre quello dell'io, mentre se si va nella direzione della coscienza, si dovrebbe bucare finalmente l'io e sbarazzarsene confutando l'ultimo dei complessi, quello più duro a morire: la nostra personalità. Ovviamente Deleuze non ha mai parlato di complessi, non parla la lingua dell'inconscio rappresentatore, ma quella dell'inconscio fabbrica, dell'inconscio produttore; Deleuze non parla di identità, ma parla di divenire, non direbbe mai che qualcuno si identifica con una donna, ma che è in un divenire-donna. Questo dualismo dipende da un altro, se leggiamo Al paese dei Tarahumara di Artaud, vediamo che lo schizofrenico cerca la guarigione dagli stregoni e non dagli psicoanalisti (gli indovini). La concezione di Deleuze e di Guattari contrappone lo stregone all'indovino, lo sciamano allo psicoanalista. Non è una questione di interpretazione e di proiezioni di fantasmi l'inconscio, a questo lo riducono gli indovini e gli psicoanalisti. Gli psicoanalisti parlano di pensieri deliranti, pensieri onirici, ma uno stregone parla la lingua della possessione. Ci si chiede se non si parli di due piani diversi, uno della mente e l'altro dell'anima? un pensiero mi può possedere, ma un divenire-deleuziano potrebbe essere ancora più profondo. La scommessa mia è che alla fine si tratti di arrivare ad un dimensione di indiscernibilità, una dimensione cosmica della vita pura dove non c'è più differenza di specie, sesso, o genere. Si potrebbe descrivere il desiderio secondo Deleuze in questo modo: immaginiamo di aver abbattuto il soggetto che desidera e il suo oggetto, che questi si siano dissolti in un solo flusso (la linea che domina sui punti), avremo allora un solo desiderio univoco come corrente che può partire da me e non finisce mai in me, dove l'oggetto del desiderio è posseduto da sempre perché è nel flusso. Abbattere l'Ego per scoprire una dimensione oceanica di puro godimento, godimento che rimanda sempre il piacere nel tentativo di darsi quell'eternità che gli compete. L'inconscio è produttivo quando non proietta semplicemente immagini ma agisce in questo flusso, fa scorrere la Libido. Quello che mi chiedo è perché la coscienza non potrebbe essere altrettanto produttiva. Il problema è che la psicoanalisi ha fatto troppo coincidere la coscienza con l'Io, non ha saputo pensare una sessualità cosciente. In generale il peccato della psicoanalisi è di non sapere nulla del Tantra. Per esempio Lacan non riesce a pensare una forma di amore che non sia o uno dettato da rinuncia o uno stupro violento. Il soggetto diviso di Lacan parla di una frattura e di un oggetto del desiderio rispetto al quale possiamo solo ruotare attorno e illuderci di cogliere l'oggetto quando per esempio soddisfiamo i nostri bisogni provando piacere. La frattura, il sintomo, sono la donna; da persone normali il rapporto sessuale è impossibile, perché che siamo donna o uomo siamo entrambi castrati. L'unico amore possibile è quello per una donna fantasma, un'amore cortese della rinuncia. Mentre se invece a livello inconscio il nostro desiderio dovesse impossessarsi dell'oggetto, allora il rapporto sessuale sarebbe possibile, noi saremmo malati mentalmente, malati sessualmente, avremmo fatto del godimento un imperativo, la nostra sessualità sarà sado-masochistica. Insomma per Lacan salvo di non impossessarsi violentemente dell'oggetto del desiderio (stupro di donna), non c'è rapporto sessuale. Deleuze non è d'accordo: il desiderio è tantrico. Il modello del Tantra è quello secondo cui si prolunga il godimento rimandando sempre di più il piacere; il problema è che, rispetto a quello dice Deleuze, il Tantra non è un flusso di inconscio, ma una tecnica sessuale che si basa su una maggiore coscienza nell'atto del sesso. Il problema sarebbe come fare della coscienza un flusso. Ad ogni modo il tentativo è sempre quello di raggiungere una realtà oceanico-cosmica, arrivare in una realtà in cui si è connessi con tutto. In questo caso bisognerebbe fare dei chiarimenti sul concetto di rizoma: per Deleuze il rizoma non trova delle connessioni già impostate, ma tutto si può connettere con tutto, come va inteso questo? se pensassimo che le cose sono separate, allora per connetterle diremmo che prima le cose si mancavano a vicenda; se invece pensassimo che le cose sono già incastrate, non potremmo capire come connetterle con altre. La realtà oceanica non è fatta in modo che A sia connesso con B, ma in modo che A sia già potenzialmente connesso con ogni cosa, siamo noi che dobbiamo percorrere certe strade e prendiamo delle direzioni. Sono convinto che in una realtà oceanica potremmo essere attraversati da una grande gioia e nello stesso tempo spargerla agli altri. Un solo flusso di godimento. Deleuze ci diceva che questo flusso di godimento scorre su quello che chiama "corpo senza organi". Il problema che sta dietro l'idea di questo corpo è: come trasformare il nostro corpo in una superficie di puro godimento? il masochista, il drogato hanno sperimentato in questo direzione, ma hanno completamente fallito. Per farsi un corpo senza organi, dice Deleuze, non si deve distruggere tutti gli strati che lo opprimono in un colpo solo, ma un pezzo alla volta scoprire i punti dove  passare da uno strato all'altro, lentamente, distruggendo i dispositivi. L'obbiettivo è portare il godimento a dei livelli mai conosciuti prima, però l'idea di Deleuze non è quella sado-masochista, ma una tantrica. Ci sono molte vie che sono state percorse e vi spiego perché per me sono fallite:

1 il drogato/l'alcolizzato: a parte i danni al corpo e al cervello, il problema sta nel fatto che qui si pensa che tutto debba dipendere da un oggetto esterno; così non saremo capaci di creare da noi stessi quel godimento. Il drogato e l'alcolizzato cercano una fuga dai loro pensieri e dall'Io, se ci pensate bene.

2 il masochista: chi ha pensato di mettersi contro il proprio Io lottando o combattendo contro i propri pensieri fallirà perché la lotta produce sempre il proprio nemico; normalmente si superano le cose accettandole.

3 lo schizofrenico: cerca di superare l'Io e il pensiero partendo dall'inconscio, con l'inconscio che invade la sfera del quotidiano. Il malato di mente in generale è vittima della sua mente, dovrebbe superare il piano della mente, avere più coscienza e abbattere i complessi, se vuole trovare la dimensione oceanica.

La strada che vorrei tracciare io dovrebbe passare più per la coscienza che per l'inconscio. Partire  per esempio da quanto ha detto un amico a Freud, ovvero che la realtà oceanica si può recuperare per esempio con delle tecniche come lo yoga. Una strada che porta l'apertura alla realtà oceanica dove ogni cosa è potenzialmente connessa e ogni esperienza è possibile, questo cerco e la meditazione ad esempio qui funziona. A questo punto si deve spiegare il perché di questo testo, nel senso della concezione sciamanica della teoria di Deleuze. Lo sciamano cerca nello stato di trance di entrare proprio in una dimensione cosmica e parlare con gli spiriti, le sue sono vere e proprie possessioni e nel suo viaggio si trasforma negli animali vari con cui entra in contatto. Lo sciamano era tale per natura ed era già una persona in una condizione mentale particolare per natura (potrebbe esserci un rapporto con la schizofrenia?). Altro fattore interessante è che sembra che lo sciamanesimo sia rivolto ad un universo sacro di carattere femminile (grande madre, donna originaria) e inizialmente fosse prevalentemente praticato da donne. La psicoanalisi immagino pensi questi fenomeni nei termini dell'ipnosi. Così i divenire di Deleuze possono essere pensati in termini sciamanici e nello stesso tempo anche il desiderio oceanico come grande flusso. L'altro concetto di Deleuze, il corpo senza organi, che può diventare in questo caso il corpo astrale. È il corpo che Rudolf Steiner definisce come corpo coscienza o corpo dei desideri, insomma un corpo psichico. In una proiezione astrale questo corpo ci permette di separarci dal corpo fisico e viaggiare per la realtà che ci circonda. Il corpo è puramente energetico. Il desiderio dovrebbe scorrere su di esso, così come Steiner definisce questo corpo come emozionale, si può pensare che le quantità intensive di Deleuze e le potenze siano su questo corpo. Alla fine l'obbiettivo è la realtà cosmica, trovare uno spazio di indiscernibilità sessuale tra autoerotismo e erotismo con oggetto esterno, un'atmosfera telepatica, canalizzare tante intuizioni, un solo flusso di gioia oceanico.

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