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mercoledì 5 agosto 2015

Lezione I: le filosofie moniste




 Volevo inaugurare questa serie di lezioni per poter parlare delle trasformazioni che sto facendo nella filosofia dell'Uno, un primo modello di filosofia dell'Uno, una filosofia dell'Uno per ora di riferimento la si trova nel mio libro gratuito sulla mia pagina di Issuu. In queste lezioni avrei voluto pensare una nuova filosofia dell'Uno, sperimentare una strada verso una filosofia dell'Uno molto più immanente che trascendente (Spinoza vs Plotino). In questa lezione in particolare vorrei parlare di varie forme di monismo, ne parlerò molto anche in future lezioni, ma in particolare nelle prime. La filosofia ha sempre avuto una tendenza verso il monismo, il monismo è la filosofia dell'Uno. Se ci pensiamo bene di solito in filosofia si formano delle posizioni contrapposte che fanno cadere tutto in dualismi, ma queste posizioni non sono mai superate perché una vince sulle altre, semplicemente una terza che ha una prospettiva più ampia, che le ingloba entrambe, questa le supera. Così quando Kant diceva che i concetti senza intuizioni sono vuoti e che le intuizioni senza concetti sono cieche, in qualche modo, stava unendo razionalismo con l'empirismo superandoli nella sua posizione a-priorista, posizione che si è sviluppata sempre più, in momenti successivi nel costruttivismo. Il nuovo realismo attuale non fa altro che mediare il costruttivismo con il realismo metafisico, quello classico, dicendo che è vero che ci sono le cose, gli oggetti nel mondo e che sono indipendenti, che è vero ci sono vari punti di vista su questi oggetti, ma che questi sono altrettanto oggettivi quanto le cose, quello che conta è sapere di quale settore di oggetti si sta parlando e dire che il mondo non esiste perché non c'è nessun contenitore di tutte le cose. Schopenhauer si è proposto di superare il dualismo di idealismo e realismo, così hanno fatto anche Bergson e Husserl. Insomma è abbastanza naturale che ci sia un fenomeno di questo tipo e del resto questa è la tendenza naturale della storia della filosofia. Il monismo vero è proprio quella filosofia che dice che l'essere si dice in un solo modo, questa posizione non nega il molteplice o almeno non necessariamente, l'essere si manifesta in molti modi, solo che questi non sono altro che le manifestazioni di un solo essere. Il monismo dunque si trova in contrasto contro le posizioni polivoche o equivoche, quelle che pensano che l'essere si dica per essenza in molti modi. In primo luogo in questo momento la persona di riferimento non può che essere Platone, questo perché lui stesso si era proposto una filosofia monista, quello che di fatto è successo è che ne uscita una filosofia dualista. Il problema in Platone sta in due cose completamente differenti le forme o strutture e la materia, due cose che difficilmente si sarebbero conciliate. La filosofia monista di Platone sarebbe dovuta suonare in questo modo: l'essere sono le idee e a queste sono ricondotte tutte le cose che non sono altro che copie, le idee inoltre non sono altro che espressione di un'unica grande idea che è l'idea delle idee, l'idea del bene, una forma di Uno. È semplice assimilare le idee ad un'idea superiore, basta chiedersi cosa dovrebbe rendere le idee idee e si arriva alla conclusione che vi deve essere qualcosa di superiore che fa essere le idee. Non è altrettanto facile assimilare la materia alle idee, perché non basta dire che sono delle copie. Se io prendo un quadro originale e decido di farne una copia, la copia riesce più perfetta più assomiglierà al quadro originale, è vero che posso fare copie cambiando stile e così via, ma questo adesso non ci interessa, perché l'unica cosa che ci interessa adesso è dire questo: se le copie fossero vere copie sarebbe difficile distinguerle dall'originale e sarebbe altrettanto vero che sarebbero uguali le une alle altre. Quello che ha scoperto Platone è che nel mondo ci sono solo brutte copie delle idee, molto brutte! del resto qualcosa è bello nella sua logica più assomiglia all'idea, per questo motivo qualcosa sarebbe davvero bello se non potessimo più nemmeno distinguerlo dall'idea, mentre più gli è dissimile più è una brutta copia e soprattutto brutta. Il nostro è un mondo di mostri e cose mostruose, ciò che le rende mostruose è la semplice differenza rispetto ai modelli, la differenza è il problema di Platone. Il non essere viene inteso da Platone come differenza, cioè come nuova forma di essere, il non essere è quindi il non essere questo che è sempre l'essere quest'altro. Si tratta di una mossa con cui Platone va oltre il dualismo di Parmenide, quello tra essere e non essere. Nella differenza Platone incontra dei problemi: capisce perché le copie sono brutte copie, ma non capisce le conseguenze di tutto questo e non riesce a vederlo nel mondo giusto. Il problema è certo che le cose differiscono, ma è anche il fatto che non è vero che questa differenza sia realmente qualcosa che semplicemente distingue le cose. In Platone una cosa conquista una sua originalità rispetto all'idea più qualcosa è brutto o meglio è differente dall'idea originaria. Invece ogni cosa è originale, dice Deleuze, perché è differente in sé. In questo percorso vorrei superare sia Platone che Deleuze, ma il punto di vista di Deleuze è effettivamente un buon inizio, nel senso che capisce che le cose sono originali in se stesse e se ci sono delle somiglianze sono sempre derivati successivi. Qui diventa tutto interessante, diventa interessante capire come si è tentato di risolvere il problema del dualismo di Platone dopo Platone, come si è risposto al suo fallimento. Una via è quella che dice che esistono solo forme e nessuna materia, questa è la strada di Plotino, di Fichte, di altri idealisti, non so se aggiungere Hegel, sicuramente Plotino considerava la materia solo come un eco e Fichte la definiva come non-Io. Secondo questa posizione la materia e il mondo materiale sarebbero solo delle illusioni, mentre l'unica cosa che esiste sono le strutture, le ipostasi, oppure il soggetto infinito. C'è un'altra posizione che sostiene che non esistono delle forme, ma ci sarebbe solo materia, questa posizione potrebbe essere quella di Nietzsche, di Spinoza e di Deleuze. In questa posizione non si può fare a meno di distruggere gli universali, certo ogni cosa può essere un'individuazione, ma non ci sono essenze o principi. Seguendo la prima strada per esempio si dirà che c'è un Uno del molteplice, che tutto debba essere ricondotto a questo, che la materia non esiste, che l'Uno è ciò che è più reale, il resto è una costruzione. Normalmente c'è un soggetto assoluto, quello che vediamo potrebbe essere l'apparenza di questo soggetto assoluto, ma dopo tutto quello che conta non sono le cose come individuali, ma soltanto le essenze di esse, anche se in alcuni casi queste essenze sono concepite come perfettamente inserite nell'apparenza. Nel secondo tipo di posizione non ci sono universali, o c'è una sola sostanza con le sue proprietà e le individuazioni di queste proprietà (Spinoza), comunque l'Uno non è mai l'eterno immobile, ma direttamente il divenire (Nietzsche), può darsi che non ci siano individuazioni come essenze generali, ma magari ci sono solo tanti Simulacri, come tante differenze in sé singolari (Deleuze). Nel corso delle prime lezioni sarà di vitale importanza comprendere che ci sono varie filosofie dell'Uno e fin dall'inizio; non necessariamente l'Uno si oppone al divenire, non necessariamente la teoria dell'Uno prevede delle essenze eterne, cominciano qui dunque le ricerche sulla filosofia dell'Uno.

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lunedì 9 marzo 2015

Alain Badiou: Deleuze e la filosofia dell'Uno


Badiou definisce Deleuze come un platonico involontario, Deleuze nel corso del suo pensiero aveva come fine quello di rovesciare la struttura platonica, ma nelle sue mosse, alla fine, si potrebbe quasi dire che sia stato più platonico di Platone. Badiou basa le sue tesi prevalentemente su testi come La logica del senso o Differenza e ripetizione, ma vi assicuro che quello che dice vale anche per testi del secondo Deleuze come è il caso di Mille Piani. Alla fine se vogliamo vedere le cose più da vicino il programma di Deleuze è un programma contro la struttura, l'identità e l'ordine. A questi elementi troviamo contrapposti il simulacro, la differenza, il caos. La teoria classica non ha fatto altro che subordinare pensiero e cose a delle strutture e delle identità; anche la sua avversione all'Uno non va letta se non in questo senso: contro un Uno che sia la struttura, l'indeterminazione. Il pensiero per esempio era stato concepito come calco del reale o delle identità, perché non doveva fare altro che riprodurre una certa verità. Io parlo in questo caso del concetto di verità specchio, quando per esempio dico una frase, questa per essere vera non deve fare altro che riflettere uno stato di cose, per esempio è vero che il mio gatto è nel giardino se e solo se il mio gatto è effettivamente nel mio giardino. Il programma di Deleuze si apre ad una clinica dell'immagine del pensiero, perché se il pensiero è calco della verità allora è sterile, mentre Deleuze concepisce un pensiero che sia creatore di verità. È in Proust e Bergson che Deleuze trova una risposta in questo senso, una risposta per poter affermare l'idea di Nietzsche. Si tratta di partire da due concetti: uno è quello del virtuale, l'altro è quello del segno, ma il segno implica il virtuale, nel senso che è come una chiave di accesso ad esso. Il virtuale non è il possibile, quest'ultimo è troppo astratto, è piuttosto una dimensione che cogliamo con l'intuizione, una dimensione dell'impersonale, la memoria per esempio, o la durata. Sono i segni che ci fanno accedere alla dimensione del virtuale. Il pensiero non è calco, piuttosto ha degli orientamenti, come li hanno i problemi a seconda delle loro impostazioni, dunque ogni problema a seconda di come sia impostato può generare delle soluzioni differenti, senza che queste dissolvino una volta per tutte il problema. La filosofia è costruzione di concetti, in questo senso con i suoi problemi, le sue impostazioni e correnti di pensiero genera verità. Anche le cose si trovano a sottostare alla legge dell'identità nella filosofia platonica, ma badiamo bene cosa voglia dire questo, perché per Platone vuol dire assoggettare il molteplice all'Uno, nel senso dei molti all'idea. Una forma si ripete, secondo Platone, nei molti e questa forma è l'idea stessa. L'idea alla fine non è che lo stesso dell'identità o struttura. Deleuze si accorge che il dualismo platonico sta in ciò che assomiglia all'idea e in ciò che continua a differire e che schiva l'idea: la materia. Ora il problema del sistema platonico è che alla fine rimane ancora troppo dualistico, non si riesce a mettere assieme la struttura e il mondo intelleggibile con la materia, l'Uno sembra mancante o meglio quando si parla di Uno in Platone ci si riferisce all'idea delle idee che non è altro che l'idea del Bene. In questa idea però non troviamo la materia, la materia non può essere assorbita: è un problema. L'operazione di Deleuze è quella di partire dalla materia e far risalire dalle profondità dei corpi il simulacro, così da non pensare l'identità, ma la differenza in sé come singolarità. Da questo Deleuze ripensa l'eterno ritorno non come ritorno dell'uguale, ma semplicemente del differente. È in fondo l'eterno ritorno il concetto di Uno che presenta Deleuze: si tratta solo di capire che le differenze in sé non sono altro che degli incompossibili che si riferiscono l'uno all'altro. La singolarità parla di divergenze, esse sono delle serie, ma queste serie devono riferirsi l'una all'altra e qui sta la somiglianza; devono far convergere tutto in un solo evento. Alla fine i molti eventi dell'eterno ritorno di Nietzsche diventano un solo Evento, infatti Deleuze dice:

«Non eleviamo all'infinito qualità contrarie per affermare l'identità, eleviamo ciascun evento alla potenza dell'eterno ritorno perché l'individuo, nato da ciò che accede, affermi la sua stessa distanza con ogni altro evento e, affermandola, la segua e l'unisca passando attraverso tutti gli altri individui implicati dagli altri eventi e ne estragga un unico Evento che non è che se stesso di nuovo e l'universale libertà» (Deleuze, 2009:159)

È il concetto di univocità che fonda l'ontologia monista di Deleuze, ma è Deleuze stesso che c'è lo presenta in questo modo:«L'univocità dell'essere non vuol dire che vi è un solo e medesimo essere: al contrario gli essenti sono molteplici, sempre prodotti da una sintesi disgiuntiva, essi stessi disgiunti e divergenti. L'univocità dell'essere significa che l'essere è Voce, che si dice e si dice in un solo e medesimo "senso" di tutto ciò di cui esso si dice. Ciò di cui esso si dice non è affatto il medesimo. Ma è il medesimo per tutto ciò che si dice.» (Deleuze; 2009:160)

Ora vi dico che con questa forma di pensiero Deleuze riesce persino a superare il problema di Platone, la dimostrazione sta nelle pagine del libro Il clamore dell'essere di Alain Badiou. Il concetto che è chiave per comprendere perché nonostante l'avversione all'Uno di Deleuze esso sia un filosofo dell'Uno, è quello di univocità dell'essere. L'essere si dice in un solo modo di tutti i differenti. Da un lato vediamo una filosofia delle molteplicità, dall'altro vediamo come questa filosofia delle molteplicità sia subordinata all'univocità dell'essere, perché tutti i ritornelli dei lanci di dadi si riassumono sempre in un unico lancio di dadi, tutti gli eventi diventano sempre un solo evento, il destino, Deleuze ha fatto dell'eterno ritorno l'Uno. Deleuze dice:

"Se la battaglia non è un esempio d'evento come tanti, bensì l'Evento nella sua essenza, è senza dubbio perché essa si effettua in molti modi contemporaneamente, e perché ogni partecipante può coglierla a un livello di effettuazione diverso nel suo presente variabile (...). Ma soprattutto perché la battaglia sta la di sopra del proprio campo, neautra rispetto ai vincitori e ai vinti, rispetto ai vigliacchi e ai coraggiosi, tanto più terribile, ma i presente, sempre futura e già accaduta (...)." (Deleuze, Logica del senso, Feltrinelli, Milano, 2009)

Tutto quello che si è detto qua mostra un Deleuze che cerca di costruire un monismo a partire dalla materia, del resto questo era il problema di Platone: la materia. Plotino pensava di sbarazzarsene dicendo che era solo un eco, dunque un non essere, lasciava solo le strutture.
In Mille piani e L'Anti-Edipo Deleuze continua con il suo monismo, crea una teoria del segno dove linguaggio e corpi non sono che suoi correlati, parla di un corpo senza organi che è definito come Tao e di un desiderio come Uno senza altri.

Perché il desiderio è monista?

1 perché comprende l'oggetto dentro sé, l'oggetto del desiderio non è distinto dal soggetto come in un senso dualistico.

2 perché è senza Altri, ovvero senza la struttura lacaniana degli Altri e questo era evidente già nel suo commento al Robinson di Tounier, quando diceva:
«A meno che Robinson non trovi la salvezza. A meno che Robinson non inventi una nuova dimensione o terzo senso per l'espressione "perdita di altri". A meno che l'essenza di altri e la dissoluzione della struttura non disorganizzino semplicemente il mondo, ma aprano al contrario una possibilità di salvezza. Bisogna che Robinson ritorni alla superficie, che scopra la superficie. Ciò che altri ci nascondeva era forse la superficie pura.» (Deleuze, 2009:276)
Robinson sull'isola deserta, solo come si trova, perde la struttura Altri, si rapporta con un mondo che sono le immagini stesse e il desiderio diventa direttamente l'immagine delle cose; non è più vero che desideriamo quello che hanno gli altri o quello che gli altri desiderano di noi.
3 perché si tratta di un solo flusso un solo flusso delle macchine desideranti, un solo senso.

Alain Badiou sostiene un platonismo del molteplice, non l'Uno o l'univocità dell'essere, non pensa le idee come virtuali (singolarità), ma come attuali; insomma il filone Deleuze-Badiou ha fatto riaccendere l'interesse per Platone, Deleuze in modo involontario. La filosofia torna sui binari di Platone, infatti Badiou dice che in fondo è vero questo per ogni filosofo:"dimmi cosa pensi di Platone e ti dirò chi sei", Whitehead aveva detto che la storia della filosofia non erano che glosse a Platone, possiamo constatare che anche dopo l'antiplatonismo di Nietzsche, Platone è tornato nella filosofia.

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