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sabato 21 luglio 2018

Nietzsche: Al di là del bene e del male. Preludio di una filosofia dell'avvenire.

Al di là del bene e del male Nietzsche




 

 

 

Riassunto e spiegazione di al di là del bene e del male


«Posto che la verità sia una donna -, e perché no? non è forse fondato il sospetto che tutti i filosofi, in quanto furono dogmatici, s'intendevano poco di donne? che la terribile serietà, la sgraziata invadenza con cui essi, fino a oggi, erano soliti accostarsi alla verità, costituivano dei mezzi maldestri e inopportuni per guardarsi appunto i favori di una donna? - certo è che essa non si è lasciata sedurre- e oggi ogni specie di dogmatica se ne sta lì in attitudine mesta e scoraggiata. Ammesso che essa in generale se ne stia ancora in piedi!» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 3)

Al di là del bene e del male è considerato da Leo Strauss la migliore opera mai scritta da Nietzsche. L'opera tratta sì del tema della morale, del tentativo di superamento della morale, ma è molto più di tutto questo. Già nella prefazione Nietzsche dice tutto: è un attacco a Platone e al cristianesimo, in quanto forma di platonismo per il popolo. Nietzsche è colui che si è posto il compito di rovesciare Platone.




Dei pregiudizi dei filosofi





Dei pregiudizi dei filosofi è il titolo della prima sezione del libro. Esso incomincia riprendendo il tema affrontato all'inizio della prefazione nel passaggio che ho prima citato: la verità. Etimologicamente la parola "filosofia" significa "amore per la verità" o "amore per il sapere". Questa è solo una definizione etimologica, badate bene. Potrei dire, ad esempio, della biologia che è "discorso sulla vita" o dell'economia che è "amministrazione della casa". Queste definizioni sono altrettanto etimologiche, ma è evidente in questi casi, come in quello della filosofia, che queste definizioni non dicono veramente nulla sulla scienza di cui si pretende di parlare. Anche la psicoanalisi, in ogni caso, ha detto che il filosofo è colui che desidera la verità. Questa definizione è un altro modo di approcciarsi alla filosofia e certamente non definisce la filosofia come scienza, ne spiega come mai la filosofia dovrebbe essere una scienza. È vero tuttavia che per molto tempo la filosofia è stata identificata con la ricerca della verità e si è pensato che il filosofo fosse colui che ha la volontà di verità. Ma da dove nasce la volontà di verità? potrebbe nascere dal suo contrario, ossia dalla volontà di menzogna? È impossibile, sostiene il filosofo, che la volontà di verità possa venire da questo mondo menzognero. Per questo deve esistere un altro mondo.

Nietzsche ripete l'operazione distruttiva del martello, quell'operazione cardine del testo Il crepuscolo degli idoli. Il filosofo crede in entità inesistenti che sono solamente supportate dal suo pregiudizio. Il filosofo crede che esiste un mondo al di là del mondo, un mondo vero, rispetto al quale, questo mondo sarebbe falso. È un pregiudizio su questa realtà credere che questo mondo sia ingannevole, proprio perché non c'è nulla di più immediato della realtà sensibile e non c'è nulla di più certo dell'esistenza del corpo. Non potremmo nemmeno dirle queste fesserie se non avessimo un corpo e una lingua per parlare. Il mondo vero è una favola, una storia che non vogliamo più sentire. Il mondo attuale è stato condannato, osserva Nietzsche, perché prospettico, perché non è mai nello stesso modo, ma è sempre diverso a seconda del soggetto che lo percepisce. In stati diversi o alterati, l'uomo giudicherà la realtà diversamente. Una zanzara, chiaramente, non vede il mondo come lo vediamo noi. Per questo, solo per questo, dovremmo pensare che questo mondo sia finto e che ve ne sia uno più vero?

L'uomo, secondo Nietzsche, non è diverso dalla macchina. Questa macchina è soggetta a una moltitudine di istinti ed impulsi. Quello che ha fatto il filosofo prima di Nietzsche era pensare che l'istinto alla conoscenza fosse un marchingegno che funziona da sé ed è completamente indipendente, non essendo influenzato da altri istinti. È proprio questo quello che Nietzsche intende mettere in discussione! Dietro l'istinto alla conoscenza sta sempre un altro istinto. Nell'uomo sono molti gli istinti e gli uni sono contro gli altri. Quando l'uomo ha creduto di comandare gli istinti con la ragione, in realtà era un istinto contro tutti gli altri che comandava l'uomo e usava la sua ragione. Questa verità viene spiegata da un autore inglese come Daniel W. Smith, il quale afferma che, secondo Nietzsche, il fumatore che smette di fumare non è un agente razionale che agisce contro i suoi impulsi a fumare, ma è l'istinto a smettere di fumare, quell'istinto contro l'altro del fumare, a essere il vero soggetto.

La questione, sostiene Nietzsche, non riguarda il vero o il falso, ma riguarda la vita. Alla vita serve ed è servita anche la menzogna. Tuttavia, la vita non cerca la semplice conservazione o la sopravvivenza. La vita cerca la potenza, la vita è volontà di potenza e creazione. Kant, uno di questi cercatori della verità, andava fiero per le sue categorie e il suo imperativo categorico. Su cosa sono fondati questi concetti? donde sappiamo che sono veri? Kant ci dice che dipendono da una facoltà. Kant è uno scopritore di facoltà. Egli parla di ragione teoretica e pratica, di intelletto, dell'immaginazione e della sensibilità. Ha cercato persino una facoltà del giudizio, che non ha trovato. Alla ricerca delle facoltà, osserva Nietzsche, si sono dedicati anche gli studiosi di Tubinga. Tutte ricerche vane! che ne è, in fondo, di queste facoltà al di là del cervello? Quello della facoltà, sostiene Nietzsche, era solo un trucco. Oggi la psicologia nutre forti dubbi nei confronti di simili ricerche. La psicologia, che etimologicamente significa "discorso sull'anima", in realtà sembra più provare la sua non esistenza, mostrando come le "malattie dell'anima" siano "malattie del cervello".

Tutto ciò che non è strettamente conoscenza immediata è conoscenza mediata, dunque interpretazione. I sensi non sono nati per camuffare questo mondo, sono i soli che ci danno qualche certezza immediata! Più una scienza si attiene ad essi, pensa Nietzsche, più questa scienza si avvicinerà alla certezza dell'immediato e sarà più lontana dall'interpretazione. La fisica, ad esempio, proprio nel suo servirsi della sensibilità ed essendo scienza sperimentale, si avvicina alla certezza dell'immediato. Molti concetti della filosofia non sono dati dall'esperienza sensibile o da fatti empirici, ma sono solo interpretazioni. Nietzsche qui si riferisce principalmente a questi tre concetti:

1 L'Io come derivato dal pensiero.

2 La volontà o il libero arbitrio.

3 La causa sui, ossia l'essere causa di sé medesimi.

Cartesio sosteneva che dal semplice fatto che io mi rappresento qualcosa, concepisco qualcosa o dubito di qualcosa, posso derivare che io sono. Se non fosse vero che io sono, allora non potrei nemmeno rappresentare, concepire o dubitare. Nietzsche nega questa dimostrazione, mostrando che l'io non è altro che interpretazione. Dal punto di vista di Nietzsche non è evidente l'io del soggetto quanto è evidente il pezzo di cera nell'esempio di Cartesio o l'impulso elettrico nel mio cervello che sta alla base del pensiero. Il mio corpo e i corpi esterni sono più immediati del mio io. L'io è solo una causa originaria del pensiero supposta dai filosofi. Credere nell'io è una semplice credenza nella grammatica, come se il pronome personale dovesse poi corrispondere a un che di reale.

Dal fatto che esiste un'esitazione nella scelta, molti filosofi hanno creduto che dovesse esservi una forma di libero arbitrio. Il volere è stato considerato da molti filosofi, tra cui Schopenhauer, un concetto alquanto ovvio, che non ha bisogno di spiegazioni. Nietzsche nutre forti dubbi nei confronti di questo. La volontà, sostiene Nietzsche, è da un lato un allontanarsi da un certo stato e dall'altro l'avvicinarsi verso un certo altro. La volontà non implica solo una tensione, ma anche un pensiero che la comanda, il quale non è veramente distinguibile dalla volontà stessa. La volontà, inoltre, è passione per il comando, dunque, osserva Nietzsche, si può parlare di libero arbitrio solo riferendosi ad una volontà che vuole il comando e un'altra che obbedisce a questa. Nietzsche nega la libertà nell'essere umano. La libertà è stata spesso giustificata tramite la morale. Kant aveva detto: se devi, allora puoi. Per Nietzsche non c'è libertà, l'uomo è semplicemente soggetto dei suoi istinti e tutti questi istinti fanno capo ad una sola volontà: la volontà di potenza.

Della causa sui Nietzsche non può che farsi beffe. Il concetto di causa sui nasce in filosofia in risposta al problema dell'esistenza di Dio. Se la mia esistenza, quella dell'uomo in generale, quella dell'universo intero, dipende da Dio stesso, da cosa dipende l'esistenza di Dio? Noi siamo enti, i quali abbiamo ricevuto l'esistenza. L'esistenza di Dio non dipende da altre cause: Dio è causa della sua stessa esistenza. Questo è quello hanno detto molti filosofi medioevali. Essere causa di se stessi è anche un fenomeno che sta alla base dell'autodeterminazione, ossia alla base di quel processo per cui l'uomo diventa origine di una serie causale, così come ha concepito la libertà Kant. Nietzsche paragona la causa sui al barone di Münchhausen che cerca di sollevarsi tirandosi per i capelli, immagine di un'impossibilità fisica.

Molti filosofi hanno tanto creduto in questi concetti, a causa dei loro dogmi e dei loro pregiudizi, ma non hanno affatto creduto alla certezza sensibile immediata. Molti filosofi, come ho già detto, hanno condannato questo mondo come una produzione dei nostri sensi o un inganno di essi. I sensi, lo si capisce dalla loro natura, afferma Nietzsche, non sono nati per produrre o costruire una realtà. Non ha alcun senso affermare che la realtà sensibile è produzione dei nostri organi di senso, perché questi organi di senso fanno parte di quella realtà e dovrebbero aver prodotto se stessi. "Esse est percipi" affermava un empirista come Berkeley, uno di questi filosofi. Sebbene gli empiristi credevano che la conoscenza del mondo sensibile fosse l'unica possibile, comunque facevano dipendere l'esistenza del mondo sensibile dal soggetto stesso.

Lo spirito libero







Lo spirito libero è il nome del secondo capitolo di Al di là del bene e del male e tratta di una nuova generazione di filosofi che ancora deve venire. Nietzsche si rivolge ai filosofi attuali comandando loro di abbandonare la loro volontà di verità, di mettersi al riparo e cercare piuttosto la solitudine. Il filosofo farebbe meglio ad abbandonare tutti i suoi pregiudizi e dogmi. Egli dovrebbe cercare dei compagni solo nei cinici.

Nel mezzo del discorso destinato ai filosofi dell'avvenire Nietzsche compone una storia della morale, a cui si dedicherà meglio successivamente, definendone un primo abbozzo. La morale ha una preistoria, ma anche una poststoria. All'inizio l'uomo giudicava l'azione non per la sua causa, ma per i suoi effetti. Egli riteneva buona l'azione che produceva gli effetti migliori, ossia quella che raggiungeva i migliori risultati. Con la morale, invece, l'uomo non considera più semplicemente gli effetti, ma le cause delle azioni. Questo significa che l'uomo considera ora le intenzioni delle persone quando agiscono. La morale giudica se le intenzioni nelle azioni sono buone oppure cattive. Qui il riferimento va a Kant come costruttore di una morale dell'intenzione. Dopo la morale, in questa dimensione al di là del bene e del male, non è più l'intenzione la causa considerata, ma le cause non intenzionali. Cause non intenzionali? istinti, passioni: la volontà di potenza. Si noti come secondo questo strano modello l'utilitarismo sarebbe da collocare nella preistoria in quanto valuta l'agire morale secondo gli effetti, ossia il bene della maggioranza.

Il problema della filosofia: il pregiudizio per cui la verità è meglio dell'inganno. Come si giustifica questo enunciato che a tutti i filosofi è parso davvero ovvio? Il fatto è che il male e il cattivo potrebbero venire dalla verità, mentre il bene dalla menzogna. I filosofi dell'avvenire saranno quei filosofi, sostiene Nietzsche, che hanno chiuso con la volontà di verità.

«Tutto ciò che è profondo ama la maschera; le cose più profonde hanno per l'immagine e l'allegoria perfino dell'odio.» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 49)

L'essere religioso






L'essere religioso è il terzo capitolo di Al di là del bene e del male, capitolo nel quale Nietzsche spiega la natura della religione e dell'uomo religioso. La religione, secondo Nietzsche, è fondata su tre dietetiche: la solitudine, il digiuno e l'astinenza. Ciò che guida il religioso è principalmente un sentimento di rinuncia. Questo sentimento è lo stesso esemplificato nella rinuncia all'atto tipica dell'ascesi descritta da Schopenhauer. Schopenhauer, come via per la liberazione dalla volontà cieca ed egoista che è in ogni cosa nel mondo, definisce una forma di ascesi che consiste principalmente nell'abbandono a se stessi più totale: la totale rinuncia all'atto.

Tre sono le fasi nella storia della religione per Nietzsche: prima si sacrificavano i propri cari al Dio; poi sono stati sacrificati al Dio i migliori istinti dell'uomo (epoca della morale); infine si dovrà sacrificare Dio stesso per il nulla. La religione, sostiene Nietzsche, è stato sempre uno strumento di dominio e comando per plasmare l'uomo.

Il filosofo è anticristiano, osserva Nietzsche. Dall'illuminismo in poi filosofo ed ateo erano diventati quasi dei sinonimi. Ma non basta! Bisogna sbarazzarsi dei concetti di Dio e di peccato. Un altro pensiero ha nella sua testa Nietzsche: una strana forma di pessimismo nella quale, tutti quelli che ci sono passati hanno poi trovato l'istinto tracotante e dionisiaco. Con questo Nietzsche torna ai temi della tragedia, mostrando di non aver mai abbandonato quella via. Questo è il modello a cui il filosofo farebbe meglio ad attenersi, in quanto il filosofo deve avere cura dell'evoluzione dell'umanità.


Sentenze e mezzi è il quarto capitolo di Al di là del bene e del male, in questo capitolo sono disposti diversi aforismi in sequenza. Cito alcuni aforismi che potrebbero essere interessanti:

«"La conoscenza per amore della conoscenza" - è questo l'ultimo tranello che ci tende la morale: è così che ancora una volta ci si coinvolge completamente in lei.» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 77)

«L'amore verso un solo essere è una barbarie: esso infatti si esercita a detrimento di tutti gli altri. Anche l'amore verso Dio.» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 77)

«Una cosa, quando è spiegata, cessa di interessarci. - Cosa intendeva quel dio che suggerì: "Conosci te stesso!". Voleva forse dire: "Cessa di interessarti a te stesso! Diventa obbiettivo!".- E Socrate? - E l'"uomo scientifico"?-» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 79)

«Non esistono affatto fenomeni morali, ma soltanto una interpretazione morale di fenomeni...» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p.82)

«La volontà di vincere una passione non è in fin dei conti che la volontà di un'altra o di diverse altre passioni.» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 83)

«Quel che uno è comincia a rivelarsi quando il suo talento scema - quando egli cessa di mostrare quel che può. Il talento è anche un ornamento; un ornamento è anche un mezzo per nascondersi.» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 84)

«Quel che si fa per amore, è sempre al di là del bene e del male.» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 86)

Si noti come in questi aforismi ricorrano spesso i problemi della morale e della conoscenza. Nietzsche tende quasi ad identificare le due cose dicendo che il volere la conoscenza per la conoscenza è solo un tranello della morale. Nietzsche accusa chiunque faccia della filosofia una teoria della conoscenza. Si badi bene che in Germania esistono persino cattedre in filosofia di teoria della conoscenza (Erkenntnistheorie). Molto spesso si dice che chi ama il sapere, non dovrebbe perseguire il sapere se non per il sapere stesso, ma questo significa ammettere che quel sapere non è utile. Oltretutto vorremo sapere di che sapere si tratta, si tratta forse della conoscenza immediata che traiamo dai sensi? No, si tratta di un'interpretazione del mondo. Quella conoscenza, così come la morale, non è altro che interpretazione del mondo.

Per la storia naturale della morale è il quinto capitolo di Al di là del bene e del male. Nietzsche parla spesso della morale come contro natura, in libri come Il crepuscolo degli idoli o Genealogia della morale, in quest'ultimo ricerca le origini della morale a partire dal rapporto debitore/creditore. Nietzsche, oltre a condannare la morale come falsa, come una volontà di trovare colpevoli dove non sono, come invenzione della libertà per poter dare la colpa, cerca una storia della morale. Nietzsche vuole comprendere da dove nasce la morale. La ricerca dei fondamenti della morale ha impegnato tantissimo i filosofi, ma sono stati trovati davvero questi fondamenti? Platone affermava che il bene è l'idea delle idee e chi conosce il bene non può che agire bene. Qui Nietzsche afferma che in Platone c'è ancora una mezza verità: ossia che il male non è mai veramente intenzionale, infatti Platone affermava che il malvagio è solamente un ignorante. Il peggio è venuto dopo: è venuto quando Kant ha detto che la legge morale è un fatto della ragione. Kant non dimostra l'esistenza della legge morale, la considera un fatto, ossia la dà per data. Ponendo la legge morale, successivamente Kant dimostra che noi siamo liberi e responsabili. Egli lo dimostra così: se tu devi, allora puoi. Nietzsche mette in questione quel che per Kant è un fatto e afferma che non vi sono che prospettive o interpretazioni morali di fenomeni. La verità è che la morale è nata per un solo scopo: l'obbedienza. Si noti qui il contrasto con Kant: per Kant l'uomo è libero e capace di autodeterminarsi, proprio grazie al dovere e alla morale; per Nietzsche non è così, il dovere viene da qualcuno che pretende gli si obbedisca. Se il qualcuno che chiede l'obbedienza non è esterno, ma è interno, non cambia niente. La morale ha sempre insegnato a tiranneggiare sui propri istinti. Tuttavia, come ho già detto, Nietzsche crede che questo dominio di sé è finto. In verità non vi è che una guerra tra istinti ed impulsi. La filosofia si è spaccata in due su un problema: ragione o istinti? Socrate e Cartesio erano dalla parte della ragione; molti filosofi moderni, invece, hanno scelto gli istinti, mentre Platone pensava che i due potessero conciliarsi, in quanto entrambi mirano al Bene. La morale è sempre stata legata ad una certa arte del comando: gli stoici con la loro etica volevano comandare con la ragione le emozioni; Spinoza invitava a superare le passioni, ossia a non ridere e a non piangere. Perché questo legame tra il comando e la morale? Nietzsche ci dice che la morale europea è la morale del gregge. Un gregge è fatto di pecore e di un pastore. L'uomo buono è l'uomo che obbedisce, questo è l'uomo che riconosce il dovere come un fatto. Il caso limite dell'uomo che nega signori e dei, per Nietzsche, non cambia rispetto a quest'uomo.

Noi dotti





Noi dotti è il sesto capitolo di Al di là del bene e del male, capitolo che riprende la discussione interrotta sulla filosofia e il filosofo. È venuto il momento per Nietzsche di analizzare il rapporto tra la scienza e la filosofia. Dopo Kant assiste ad un fenomeno nella filosofia per cui le scienze si separano dalla filosofia stessa. Da questo momento, spodestata dal suo trono, la filosofia si trova in mezzo a molti concorrenti, concorrenti che vorrebbero prenderle il posto. La filosofia incomincia sempre più ad essere disprezzata e non compresa. Si accusa la filosofia di essere una materia puramente teorica e non sperimentale, intendendo con questo che non è una scienza e che non serve a nulla. Nietzsche riconosce che non esistono più grandi filosofi come Eraclito, Empedocle o Platone. Egli riconosce anche una filosofia decadente e scrive questo libro (Al di là del bene e del male) dedicandolo ai filosofi del futuro, ad una generazione nuova di filosofi. Il problema nella filosofia, e questo sembra molto attuale, è che la filosofia stessa riconosce la superiorità delle scienze rispetto a se stessa. Nietzsche si scaglia contro i positivisti. Essi sono i primi a dire che la scienza è superiore rispetto alla filosofia, mentre la filosofia non è altro che una teoria della conoscenza. Altra osservazione di Nietzsche molto attuale: la torre della scienza è sempre più alta ed esiste il rischio che la filosofia si specializzi come le scienze. Nella filosofia analitica, ad esempio, è proprio questa specializzazione che stiamo vedendo oggi. Se da un lato la filosofia analitica è una filosofia molto più sperimentale, allo stesso tempo essa è diventa una filosofia specialistica e fatta di specialisti dei settori scientifici più disparati. Ma i tempi non sono finiti e l'avvenire è ancora davanti a noi! Arriveranno un giorno questi filosofi dell'avvenire di cui parla Nietzsche e a cui questo libro di cui parlo è stato consacrato? È possibile. Questi filosofi Nietzsche li descrive come dei critici e degli sperimentatori. Qui emerge il doppio uso del martello: quello per distruggere e quello per creare. Creare scolpendo la pietra col martello.

Le nostre virtù


Le nostre virtù, un capitolo in cui Nietzsche mostra, al contrario di quel che ci si potrebbe aspettare, che anche nella sua etica esistono delle virtù. Quali sono queste virtù? Nietzsche parla spesso di "senso storico". Il senso storico si ha quando si è consapevoli del passato, quando si sa che non esistono valori eterni e che ogni civiltà ha i proprio valori, i quali sono stati pensati per scopi precisi che convengono a quella società. Nietzsche parla anche della tenacia e della capacità di sopportare il dolore. La compassione rende gli uomini piccoli e condividere il dolore degli altri non è altro che un modo per ridurre la propria potenza. L'uomo non deve cercare di superare il dolore, l'uomo deve saper soffrire e saper vivere con il dolore. Questa è la virtù dello spirito tragico. Un'ultima virtù è l'onestà, ossia il dire le cose per come sono. Questa virtù la mette in pratica Nietzsche quando critica i filosofi per propri pregiudizi e li accusa di voler negare il mondo sensibile.

Popoli e patrie


Il capitolo Popoli e patrie tratta dell'uomo contemporaneo a Nietzsche. Nietzsche parla di livellamento dell'uomo e di appiattimento dell'individuo nella massa. Hanno voluto l'uguaglianza? volevano essere tutti uguali? Bene, dice Nietzsche, ci sono riusciti! Hanno tutti gli stessi diritti, hanno democratizzato tutto e si sono omologati. La democratizzazione per Nietzsche è il livellamento dell'Europa. Nietzsche preferisce la disuguaglianza. Questo lo si comprende bene nel capitolo successivo, laddove parla della natura dell'aristocrazia. 
 

Che cos'è aristocratico?







Che cos'è aristocratico? è il titolo dell'ultimo capitolo di Al di là del bene e del male. Molti confondono l'aristocrazia con l'oligarchia, ossia pensano che l'aristocrazia sia il governo dei ricchi, ma non è così. L'aristocrazia è il governo dei migliori e non dei ricchi. Chi sono questi migliori per Nietzsche? Nietzsche parla spesso di questi uomini superiori e afferma che l'umanità si rende decadente se non accetta l'idea della disuguaglianza. Chi è questo uomo superiore? Nietzsche ogni tanto lo descrive come un solitario, come un uomo audace, come un uomo che non assume valori imposti, ma li crea lui stesso. Ne consegue che Nietzsche sta dicendo che l'uomo superiore ha volontà di potenza. La volontà di potenza è quella volontà che sta alla base di ogni istinto nell'uomo, la volontà di potenza è il fondamento. Questa volontà chiaramente è anche forza e sopraffazione. Nietzsche dice che non c'è da meravigliarsi di fronte ad un uomo sfrutta un altro uomo. Egli afferma che questo fa parte della volontà di potenza, che è naturale. Afferma inoltre che la vita è offesa e sopraffazione. Non stupiscono, quindi, tutte le letture di destra di Nietzsche. Eppure sono esistiti marxisti nietzscheani e persino anarchici nietzscheani. Emma Goldman, ad esempio, sosteneva che il vero anarchico è aristocratico, aristocratico nel senso in cui lo intende Nietzsche.

Dopo aver detto che la volontà di potenza è volontà di sopraffazione, Nietzsche distingue due forme di morale: quella del signore e quella dello schiavo. Le due morali cambiano profondamente rispetto alle nozioni di bene e di male. Secondo Nietzsche in origine buono era ciò che è nobile, mentre cattivo era lo spregevole. Quando la vecchia aristocrazia è crollata, quando lo schiavo ha preso il sopravvento e ha preso il sopravvento anche la sua morale, allora un'altra morale è diventata quella dominante: una morale opposta alla prima. Nella morale dello schiavo è il nobile a essere il cattivo, perché il nobile è forte, guerriero, non ha compassione e soprattutto è un egoista. La morale dello schiavo è fondata sulla debolezza, la compassione e l'altruismo. La morale dello schiavo è la morale dell'uomo del gregge, dell'uomo livellato, della massa, dell'uomo che obbedisce o dell'uomo addomesticato. Nietzsche spesso identifica la morale dello schiavo con la morale cristiana, come fa nell'Anticristo.

Vediamo, al contrario, questa morale del signore:

«A rischio di dispiacere a orecchie innocenti, questo è per me un fatto: l'egoismo è compreso nell'essenza dell'anima aristocratica, intendo dire quella fede irremovibile che a esseri "quali noi siamo" altri esseri debbano per natura restare sottomessi e sacrificare se medesimi. L'anima aristocratica accoglie questo dato di fatto del proprio egoismo senza alcun interrogativo e senza peraltro avvertirvi un senso di durezza, di costrizione, d'arbitrio, ma piuttosto come un qualcosa che può avere il suo fondamento nella legge originaria delle cose- se cercasse di dare un nome ciò, direbbe che "è la giustizia stessa".» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 210)

Le parole qui sono molto forti, Nietzsche parla di "fede irremovibile che a esseri 'quali noi siamo' altri esseri debbano per natura restare sottomessi e sacrificare se medesimi". Il dominio è un elemento essenziale che Nietzsche pone nella volontà di potenza e ne rappresenta il suo lato oscuro. È chiaro di cosa sta parlando, non esiste un modo per perdonarlo, ma alcune cose andrebbero comunque dette sull'egoismo di Nietzsche. Jung, lettore di Nietzsche, sostiene che amare se stessi, in realtà è un'impresa molto difficile e l'amor fati di Nietzsche risponde proprio a questo problema. La maggior parte della gente non è disposta amarsi per quello che è, essa ama solo ciò che vorrebbe essere o diventare, ma non quello che è. Nietzsche, invece, include nella morale del signore l'autoglorificazione. Un obbiettivo del genere è possibile solo quando l'uomo sarà capace di voler il proprio destino senza desiderare in alcun modo di cambiarlo. Questo è il profondo egoismo di cui parla Nietzsche e questo egoismo è molto diverso dall'egoismo di chi vuole tutto per sé.

«La profonda sofferenza rende nobili.» (Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 1968, p. 216)