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sabato 23 aprile 2016

Appunti sulla filosofia politica












Questo testo lo dedico ad un piano di indagine per la filosofia politica, potrebbe essere uno spunto per qualcuno, sicuramente mi serve per avere chiaro a me stesso in che direzione voglio andare se voglio risolvere certi problemi che concernono la questione politica, ma si potrebbe dire politico-economica. Il problema della filosofia politica: lo Stato giusto?. Secondo una certa interpretazione, che compone una differenza essenziale tra dover essere ed essere, c'è uno Stato giusto come ideale, il discorso dell'Utopia e c'è lo Stato reale. Tutta la tradizione del contrattualismo parlava presumibilmente di una fondazione ideale dello Stato perché gli Stati reali spesso si fondano sulla forza. Ovviamente questa prospettiva a tutta una serie di implicazioni etiche, per esempio il dover essere tende ad andare nella direzione della concezione di un bene assoluto, come fosse scritto nel firmamento e chi legge il firmamento (mondo delle idee?) è sapiente. Mettere le cose su questo piano significa metterle sul piano dell'eternità, il problema è poi come l'eterno entra nel divenire, capite? è un problema religioso-teologico. Così ad esempio qualcuno ha inteso in questo senso il comunismo e la rivoluzione in Karl Marx, è chiaro che questo ha portato ad un'alleanza tra Marx e la teologia, tra Marx e il messianesimo. Non importa qui se tutto questo è vero oppure non lo è, basta sapere che esiste questa prospettiva, ma a me interessa in questo testo cercare un metodo di indagine e quelle sono già delle proposte di soluzione. Per esempio si potrebbe dire anche il contrario, cioè che non c'è nessun dover essere, ma solo questo mondo orizzontale del divenire. In questo caso non ci potrebbe essere un modello unico di Stato buono, piuttosto si tratta di strategie, fare delle prove, vedere se qualcosa funziona oppure no e tutto questo ci deve rimandare a delle circostanze. Insomma indipendentemente da quale posizione si voglia tenere l'essenziale è capire un metodo di indagine, ad esempio si chiedono delle politiche giuste, eque e così via, ma tutto questo rimanda come si vede al concetto di bene e di male, a questioni morali ed etiche. Platone ad esempio nella Repubblica aveva posto il problema in questo modo: la città è buona perché sono buoni i cittadini o sono buoni i cittadini perché è buona la città?. Si può credere che ci sia un bene assoluto, oppure si può pensare che il bene sia relativo e così via, ma è un fatto che un'indagine della filosofia politica presuppone una costruzione etica o morale, la differenza tra etica e morale sta  in primo luogo nel rapporto che si da a virtù e felicità. Quindi per una definizione di metodo diciamo che la filosofia politica dovrebbe prima indagare sull'etica e sulla morale, ma l'etica e la morale in primo luogo sono indagini su cosa sia giusto e su cosa sia sbagliato, nel senso del bene e del male. Si giudica una persona buona o cattiva per le azioni che compie, per questo motivo il bene e il male non hanno nulla a che vedere con gli enti, ma solo con le azioni. Sembra paradossale, ma il male non avrebbe nulla a che vedere di per sé con le armi ad esempio, ma per esempio con l'uccidere, cioè una modalità d'uso dell'ente. Quello che accade è che ci sono degli strumenti che sono creati per delle funzioni precise, per esempio la bomba atomica è stata costruita per compiere uno sterminio, non è che potessero esserci altre finalità e a meno che non si trovino altri utilizzi, qui l'ente e l'azione si confondo perciò ciò che si dice dell'azione si tende a dirsi anche dell'ente. In realtà l'etica e la morale devono studiare le azioni, il problema della politica e dell'economia sono sempre le azioni: la politica è un piano di azioni e l'economia studia le azioni dei consumatori, le azioni dei capitalisti e così via, tutto un problema di comportamento. Le azioni dell'individuo hanno dei moventi, lasciamo perdere qua se l'uomo è libero oppure no, anche se questo aspetto certamente ha grosse rilevanze perché se il soggetto non è libero come si può giudicarlo eticamente o anche solo incriminarlo per qualcosa che ha fatto?. Studiare i moventi dei singoli soggetti significa studiare cosa sta dietro le azioni, quindi come è fatto il soggetto: pensiero, volontà, desiderio e così via. Etica e filosofia politica implicano un'antropologia. La politica ha per oggetto gli uomini, quindi cos'è l'uomo?. Spesso si è definito l'uomo cercando la differenza tra lui e l'animale, anche se questo è importante, diciamo che in realtà in questa antropologia l'uomo andrebbe compreso anche come animale ed in generale si dovrebbe fare un'analisi delle sue facoltà. Per semplificare le cose si potrebbe dire questo: l'uomo è fatto di ragione e desiderio. Finché l'uomo segue la sua animalità non si può dire nemmeno libero, agisce semplicemente secondo desiderio e non conoscendo le cause del suo desiderio non può dire di essere libero. Supponendo che l'uomo sia tale perché possiede una ragione, diciamo che è la ragione ha fare la sua natura di uomo. Qui sto semplificando tutto perché tutto questo ovviamente è molto discutibile. Se l'uomo è razionale sviluppare tale facoltà è ciò che lo renderebbe sempre più umano, mentre invece il desiderio lo ancora alla bestia. Non è detto che le due cose debbano essere in conflitto, possono anche accordarsi a vicenda. Se a noi ci interessano le azioni, perché la filosofia politica dovrebbe avere a che fare con azioni, l'aspetto più pratico, allora ci sarà un agire razionale e uno a partire da desiderio, tutto qui il punto. Noi però quando parliamo di ragione tendiamo a confonderla con la mente, per esempio quando desideriamo è inevitabile che pensiamo a quello che desideriamo, quindi tendiamo a pensare la mente come qualcosa di influenzato o che subisce passioni, affetti, desideri. In filosofia questa ragione forse potrebbe essere chiamata ragion empirica, Spinoza ad esempio distingue la mente dall'intelletto. La filosofia se vuole pensare davvero una razionalità non influenzata da emozioni, da passioni, da desideri, deve pensare una razionalità pura e questo vuol dire che deve essere puramente formale. Formale in questo senso vorrebbe dire che deve essere in grado ci considerare le cose in sé stesse senza quel contenuto di empiricità particolare. La ragione formale concerne i puri principi, in ambito teoretico la cosa dovrebbe consistere nella pura formalità del ragionamento, la pura logica, nel caso della pratica considerare il bene e il male, considerando però cosa sarebbe il bene se un dato soggetto si trovasse in quella situazione e così via. È chiaro che passioni, emozioni e desideri non ci portano a considerare le cose come sono oggettivamente da un punto di vista obbiettivo, il problema sarebbe raggiungere quel livello, questo livello può essere già un superamento dell'Ego. Dal punto di vista teorico si tratta di considerare cosa è vero secondo determinati principi, il ragionamento formale logico e dal punto di vista pratico ci serve considerare la situazione data per capire come agire. Questo sistema è molto semplificato, ma ci permette di dire diverse cose: l'etica deve insegnare al soggetto ad agire secondo ragione, la politica ha la legge come correlato della regola morale per correggere l'agire umano. C'è tutta una tradizione in filosofia tra Spinoza, Fichte e altri, che sostengono che se l'uomo agisse a partire dalla sola ragione non avrebbe bisogno della legge e dello Stato. Quindi l'etica alla filosofia politica interessa per due motivi: in primo luogo se le leggi dello Stato sono giuste non possono non accordarsi con le regole della ragione, se divergono sono ingiuste; il fine dello Stato giusto dovrebbe essere quello di rendere i cittadini sempre più razionali in quest'ottica. Da questo punto di vista sono interessanti i discorsi alla nazione tedesca di Fichte semplicemente perché si preoccupano della formazione di un popolo, formare un cittadino dovrebbe essere un compito dello Stato, lo Stato dovrebbe preoccuparsi della crescita morale, razionale e spirituale dei suoi cittadini. Quindi, rivedendo tutto, si può dire che la filosofia politica ha bisogno della morale e dell'etica per i motivi che ho appena spiegato, ma l'etica deve presupporre un'antropologia, si deve cioè capire cos'è l'uomo. L'antropologia molto semplificata che qui ho presentato porterebbe allo studio della ragione, della mente umana e del suo desiderio, ciò significa capire come funzionano queste componenti (cioè c'è di mezzo il problema della filosofia della mente, quella del linguaggio, del cognitivismo). Alcune prospettive ontologiche e metafisiche possono essere anche l'intera chiave di lettura di una filosofia politica, penso al caso di Hegel, ma questo dipende da quelle che adotta la singola persona che si occupa di filosofia politica.

Avevo detto che l'educazione del cittadino è un fine essenziale, questo perché è importante che l'uomo superi la bestia in sé. In questo senso si danno due conseguenze: una è che sembra che sia lo Stato buono a fare il buon cittadino; la seconda è che il fine dello Stato è porre fine a se stesso. Quest'ultima cosa accade perché se lo Stato forma gli individui di modo tale che possano agire a partire dalla sola ragione, dovesse riuscirci sul serio, lui stesso diventerebbe inutile, in questo senso lo Stato è un'istituzione provvisoria.

Se questo è il metodo di indagine ci sono però poi delle difficoltà ed è di questo che ora si deve parlare, per concludere tutto il discorso. Ho lasciato perdere il discorso sulla differenza o meno della società civile e lo Stato, non ci interessa, ma ci interessa il problema se la filosofia politica deve pensare una fondazione dello Stato o della società civile. Questa fondazione ovviamente non può che essere ideale, quindi non concerne gli Stati reali che sicuramente non sono nati in quel modo, nel senso che lo Stato nella storia è nato spesso dalla forza o quasi sempre da questa. Ha un senso pensare la fondazione di uno Stato ideale e a che scopo?. Notiamo che c'è uno scarto tra il reale e l'ideale, ma questo ideale alle volte è stato concepito come dover essere, altre volte come semplice immaginazione, che non significa sminuirne l'importanza, questo lo direbbe solo chi non conosce il potere dell'immaginazione (cioè la sua capacità di trascendere il reale e pensare qualcosa di diverso, i rivoluzionari erano tutti sognatori!, ma in senso positivo). Ad ogni modo comunque lo si pensi, il problema della fondazione è il problema dello Stato giusto, tenendo presente tutti i molteplici sensi e significati che può avere il bene. Il passaggio dallo Stato attuale a quello giusto si chiama: rivoluzione. Se gli uomini razionali sono il fine dello Stato giusto, lo Stato attuale non ha quel fine, ma magari solo quello del potere sui popoli e della ricchezza, allora a meno che certi individui siano razionali da sé, nessuno è veramente razionale e tutti agiscono per solo desiderio, ma questo vale anche per chi governa, infatti esso brama potere e ricchezze. Tutto quello che ho detto precedentemente va modificato, sembra come se la ragione uscisse di scena e ci fosse solo il desiderio. Deleuze e Guattari quando parlavano di schizoanalisi si riferivano proprio all'analisi delle strategie del desiderio, quindi la ragione è fuori di scena e si tratta di conoscere semplicemente le sperimentazioni del desiderio, le opportunità che derivano da queste e i pericoli. Il problema delle rivoluzioni che sono avvenute fino ad ora è che esse sono state fatte da persone che non erano trasformate in se stesse, non essendo cambiate loro hanno solo cambiato la facciata del mondo, la sua apparenza. Cambierà il mondo se cambieranno le persone o almeno la maggioranza di esse!. Quindi o la rivoluzione parte dal cambiamento di una persona che produce delle trasformazioni a catena, per esempio un soggetto eleva la propria coscienza e poi quello che è riuscito a fare lo trasmette ad altri, altrimenti la rivoluzione diventa come in Deleuze e Guattari il fatto che la molteplicità desiderante costituisce un'istituzione rivoluzionaria in risposta la propria desiderio, ma questa dura finché non si corrompe dall'interno e tutto il problema rimane sempre nel desiderio, ad esempio uno Stato in questa logica può diventare fascista perché lo stesso desiderio ha desiderato questo. Nel primo caso un cambiamento generale potrebbe far pensare ad un passaggio ad uno Stato più giusto, anche il secondo, solo che nel secondo caso è più accentuata la possibilità che tutto si degeneri perché è più evidente il fatto che nulla è per sempre. Quindi a parte la soluzione desiderante, lo stato attuale tende a presupporre che molto di quel lavoro di formazione del soggetto e di crescita gli individui lo facciano da sé spesso in opposizione allo Stato stesso, visto che questo Stato non se lo pone come fine, anzi potrebbe vederlo come pericolo visto che il fine di quell'educazione è poi l'eliminazione del potere.

C'è un ultimo punto che ho notato come problema della filosofia politica: in certe teorie contrattualiste, ma non solo, lo Stato è concepito come la soluzione al problema della guerra, la guerra che precede lo Stato. In questo caso lo Stato supera una condizione di paura per portare la pace. Tuttavia proprio per ottenere la pace lo Stato deve far rispettare la legge, perché ognuno possa godere di certi diritti, ma se non si rispetta la legge deve usare la forza per farla rispettare, quindi la polizia ad esempio. Cioè anche se lo Stato nasce per superare la paura della condizione di guerra originaria sembra costretto a dover reintrodurre la paura dalla finestra per far rispettare la legge, il potere giuridico dello Stato è un potere di paura, il problema della spada, la condanna in prigione e la pena di morte quando c'era e per quegli stati che ancora l'hanno. Lo Stato può persino abusare del suo potere della paura e diventare uno Stato controllore su ogni cosa, può diventare Stato totalitario e spirare tutti i suoi cittadini. Ovviamente un controllo totale è abuso di potere, ma come risolvere il problema della paura?. Sembra che esso sia connesso alla questione delle sedizioni e della guerra civile, cioè lo Stato comprende che paradossalmente il suo peggiore nemico è il suo popolo perché può tradirlo. Forse finché lo Stato ha come fine il bene del suo popolo il problema della paura si pone solo per quelle persone che non sanno riconoscere il loro bene, la rieducazione di queste persone che trasgrediscono la legge diventa una soluzione (se la legge si accorda con la regola di ragione non può che essere il bene del popolo; non credo personalmente che ci sia un solo bene, ma si tratta di valutare di volta in volta le circostanze). Il problema si pone quando lo Stato ingiusto chiaramente si oppone al popolo che vuole cancellare la costituzione con l'atto di rivoluzione, allora lo Stato usa paura e violenza contro i rivoluzionari, il diritto non sarà dalla parte dei rivoluzionari, ma la ragione è tutta con loro.


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